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| Nel contesto territoriale del distretto Tusciano durante i secoli dell'Altomedievo, il complesso santuariale della Grotta di San Michele costituisce l'espressione culturale massima e probabilmente una delle cause della diversità di un territorio, nel cuore della longobardia minore. |
| Il complesso santuariale sorge sulle pendici ovest del monte Raione (da Raia: stretta valle), denominato anche Sant'Elmo (corruzione di Sant'Eremo), o ancora col nome classico di Montedoro (che traduce l'antico Mons Aureus dei documenti altomedievali), che domina la vallata dove scorre il fiume Tusciano. Da Ariano, frazione capoluogo, bisogna risalire la vallata per la strada delle Dovindole, con un'ora circa di cammino a piedi, in una natura che conserva ancora un fascino primitivo, si percorre una carrareccia, e dopo un lungo tratto, piegando a destra per una mulattiera, sempre più aspra ed erta, si giunge ad un pianoro, all'altezza di circa 600m s.l.m., sul quale prospetta l'mboccatura della grande cavità naturale. |  |

| Il complesso santuariale del monte Raione è definibile attraverso due momenti: uno esterno alla Grotta, comprendente l'insediamento monastico del Giardino del Papa a pochi metri dalla bocca dell'antro, datato attraverso un'analisi dei resti visibili ai secoli XII-XIII e , più in basso, la già ricordata Cella di S.Vincenzo; altro momento si svolge all'interno con la presenza, appena entrati, di ambienti che probabilmente testimoniano l'esistenza di un cenobio e l'armonioso snodarsi di sei cappelle lungo il pendio che ascende sino all'ultimo sacello nella più profonda oscurità. |
 | Un'alta parete chiude l'ingresso dell'antro (fig.1), da qui una gradinata costruita sul pendio della collina interna conduce ad un vasto piazzale sul quale prospettano due cappelle. L'una è quella detta dell'Angelo (A nella fig.1), nella quale sono conservati i ventinove affreschi dei cicli cristologico e petriano; l'altra (B nella fig.1) è la chiesetta che reca sul frontone l'affresco della Madonna Hodighiatria. Tra le due, parte un sentiero che ha sulla destra uno scoscendimento nel quale è costruita una terza cappella (C nella fig.1). Poco più avanti restano dei ruderi dai quali non è possibile risalire alla pianta originaria. Il sentiero rapidamente si inerpica su un secondo dosso collinare; a mezza costa si incontra una quarta cappella(F nella fig.1); proseguendo ancora e salendo sempre più ripidamente giungiamo ad una quinta cappella (G nella fig.1), realizzata nel buio più assoluto.
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Delle sette cappelle una volta esistenti, solo cinque sono ancora intatte e presentano caratteristiche tali da costituire un interessante problema nella documentazione della storia dell'architettura italiana medievale. Difatti un elemento di particolare ed immediato rilievo è la novità delle impostazioni rispetto alle comuni chiese rupestri: mentre tra queste si trovano generalmente cripte-cappelle, cripte-chiese o cripte-altari, ricavate modellando il vano di una grotta o prolungando la cavità naturale con una costruzione che ad essa si collega e la completa, ad Olevano si hanno, invece, chiesette autonome, regolarmente edificate entro la enorme cavità della grotta. Il problema non è quindi soltanto di una primitiva spazialità interna, ma di un'architettura nel senso pieno del termine. Lungo il sentiero che affianca le cappelle si nota un canale coperto che convoglia l'acqua ad un serbatoio sito verso l'ingresso, a metà della lunga gradinata. | 
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 | L'acqua è quella stessa che gocciola dalla volta della caverna: con un ingegnoso sistema di conche, evidentemente poste nei punti ove più intenso era ed è lo stillicidio, collegate da canali, si ha un continuo rifornimento idrici ancora oggi utilizzato dai visitatori. Sull'ingresso della grotta sussistono dei ruderi che dovevano costituire gli ambienti di abitazione della comunità. La caverna è lunga oltre un chilometro, larga cinquanta metri e con un soffitto alto dai trenta ai quaranta metri. G. Kalby, La cripta eremitica di Olevano sul Tusciano (II), in Napoli nobilissima, IV, 1964-1965, p 22
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