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Eneide - Libro VIII - v.955 - v.1120 PDF Print E-mail
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In questo di commesso e di rilievo
avea fatto de' fochi il gran maestro
     
(come de' vaticini e del futuro
presago anch'egli) con mirabil arte
le battaglie, i trionfi e i fatti egregi
d'Italia, de' Romani e de la stirpe
che poi scese da lui; dal figlio Ascanio
    
incominciando, i discendenti tutti
e le guerre che fêr di mano in mano.
V'avea del Tebro in su la verde riva
finta la marzïal nudrice lupa
in un antro accosciata, e i due gemelli
    
che da le poppe di sí fiera madre
lascivetti pendean, senza paura
seco scherzando. Ed ella umíle e blanda
stava col collo in giro, or l'uno or l'altro
con la lingua forbendo e con la coda.
  
V'era poco lontan Roma novella
con una pompa, e con un circo avanti
pien di tumulto, ov'era un'insolente
rapina di donzelle, un darsi a l'arme
infra Romolo e Tazio, e Roma e Curi.
    
E poscia infra gli stessi regi armati,
di Giove anzi a l'altare un tener tazze
invece d'armi in mano, un ferir d'ambe
le parti un porco, e far connubi e pace.

Né di qui lunge, erano a quattro a quattro
   
giunti a due carri otto destrier feroci,
che, qual Tullo imponea (stato non fossi
tu sí mendace e traditore, Albano!)
in due parti traean di Mezio il corpo;
e sí com'era tratto, i brani e 'l sangue
  
ne mostravan le siepi, i carri e 'l suolo.
V'era, oltre a ciò, Porsenna, il tosco rege,
ch'imperiosamente da l'esiglio
rivocava i Tarquini, e 'n duro assedio
ne tenea Roma, che del giogo schiva
  
s'avventava nel ferro. Avea nel volto
scolpito questo re sdegno e minacce,
e meraviglia, che sol Cocle osasse
tener il ponte; e Clelia, una donzella,
varcar il Tebro e sciôr la patria e lei.
  
In cima dello scudo il Campidoglio
era formato e la Tarpeia rupe,
e Manlio che del tempio e de la ròcca
stava a difesa; e la romulea reggia
che 'l comignolo avea di stoppia ancora.
   
Tra' portici dorati iva d'argento
l'ali sbattendo e schiamazzando un'oca,
ch'apria de' Galli il periglioso agguato:
e i Galli per le macchie e per le balze
de l'erta ripa, da la buia notte
    
difesi, quatti quatti erano in cima
già de la ròcca ascesi. Avean le chiome,
avean le barbe d'oro: aveano i sai
di lucid'ostri divisati a liste,
e d'òr monili ai bianchi colli avvolti.
  
Di forti alpini dardi avea ciascuno
da la destra una coppia, e ne' pavesi
stavan coi corpi rannicchiati e chiusi.

Quinci de' Salii e de' Luperci ignudi,
e de' greggi de' Flàmini scolpito
   
v'avea le tresche e i cantici e i tripudi,
ed essi tutti o coi lor fiocchi in testa,
o con gli ancili e con le tibie in mano:
cui le sacre carrette ivano appresso
coi santi simulacri e con gli arredi,
    
che traean per le vie le madri in pompa.

E piú lunge nel fondo era la bocca
de la tartarea tomba, e del gran Dite
la reggia aperta: ov'anco eran le pene
e i castighi degli empi. E quivi appresso
   
stavi tu, scellerato Catilina,
sopra d'un ruinoso acuto scoglio
agli spaventi de le Furie esposto.
E scevri eran da questi i fortunati
luoghi de' buoni, a cui 'l buon Cato è duce.
   
Gonfiava in mezzo una marina d'oro
con la spuma d'argento, e con delfini
d'argentino color, che con le code
givan guizzando, e con le schiene in arco
gli aurati flutti a loco a loco aprendo.

E i liti e 'l mare e 'l promontorio tutto
si vedea di Leucàte a l'azia pugna
star preparati; e d'una parte Augusto
sovra d'un'alta poppa aver d'intorno
Europa, Italia, Roma e i suoi Quiriti,
   
e 'l senato e i Penati e i grandi iddii.
Di tre stelle il suo volto era lucente.
Due ne facea con gli occhi, ed una sempre
del divo padre ne portava in fronte.
Ne l'altro corno Agrippa era con lui
    
del marittimo stuolo invitto duce,
ch'altero, e 'l capo alteramente adorno
de la rostrata sua naval corona,
i vènti e i numi avea fausti e secondi.

Da l'altra parte vincitore Antonio,
     
di vèr l'aurora e di vèr l'onde rubre
barbari aiuti, esterne nazïoni
e diverse armi dal Cataio al Nilo
tutto avea seco l'Orïente addotto:
e la zingara moglie era con lui,
   
milizia infame. Ambe le parti mosse
se ne gian per urtarsi, e d'ambe il mare
scisso da' remi e da' stridenti rostri
lacero si vedea, spumoso e gonfio.
Prendean de l'alto i legni in tanta altezza,
    
che Cicladi con Cicladi divelte
parean nel mar gir a 'ncontrarsi, o 'n terra
monti con monti: da sí fatte moli
avventavan le genti e foco e ferro,
onde il mar tutto era sanguigno e roggio.
  
Stava qual Isi la regina in mezzo
col patrio sistro, e co' suoi cenni il moto
dava alla pugna; e non vedea (meschina!)
quai due colúbri le venian da tergo.
L'abbaiatore Anúbi e i mostri tutti,
   
ch'eran suoi dii, contra Nettuno e contra
Venere e Palla armati eran con lei,
e Marte in mezzo, che nel campo d'oro
di ferro era scolpito, or questi or quelli
a la zuffa infiammava: e l'empie Furie
  
co' lor serpenti, la Discordia pazza
col suo squarciato ammanto, con la sferza
di sangue tinta la crudel Bellona
sgominavan le genti; e l'azio Apollo
saettava di sopra: agli cui strali
  
l'Egitto e gl'Indi e gli Arabi e i Sabei
davan le spalle. E già chiamare i vènti,
scioglier le funi, inalberar le vele
si vedea la regina a fuggir vòlta;
già del pallor de la futura morte,
   
ond'era dal gran fabbro il volto aspersa,
in abbandono a l'onde, e de la Puglia
ne giva al vento. Avea d'incontro il Nilo,
un vasto corpo, che, smarrito e mesto,
a' vinti aperto il seno e steso il manto,
   
i latebrosi suoi ridotti offriva.

Cesare v'era alfin che trïonfando
tre volte in Roma entrava; e per trecento
gran templi a' nostri dii vóti immortali
si vedean consecrati. Eran le strade
 
piene tutte di plauso, di letizia,
e di feste e di giuochi. Ad ogni tempio
concorso di matrone; ad ogni altare
vittime, incensi e fiori. Egli di Febo
anzi al delúbro in maestade assiso
  
riconoscea de' popoli i tributi,
e la candida soglia e le superbe
sue porte ne fregiava. Iva la pompa
de le genti da lui domate intanto
varie di gonne, d'idïomi e d'armi.
  
Qui di Nomadi e d'Afri era una schiera
in abito discinta; ivi un drappello
di Lèlegi, di Cari e di Geloni
con archi e strali. Infin dai liti estremi
i Mòrini condotti erano al giogo,
   
e gl'indomiti Dai. Con meno orgoglio
giva l'Eufrate: ambe le corna fiacche
portava il Reno: disdegnoso il ponte
nel dorso si scotea l'Armenio Arasse.

A tal, da tanta madre avuto dono,
   
e d'un tanto maestro, Enea mirando,
benché il velame del futuro occulte
gli tenesse le cose, ardire e speme
prese e gioia a vederle; e de' nepoti
la gloria e i fati agli omeri s'impose.