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A grandissima richiesta replica "... e il sole si spense - Shoah: la voce della Memoria" l'iniziativa che NarteA e il Tunnel Borbonico hanno proposto per il 27 e il 28 Gennaio in omaggio al giorno mondiale della Memoria.
La visita guidata teatralizzata non vuole essere un pretesto per creare rumore in un giorno triste, ma un modo per far conoscere, a tutti coloro che interverranno, una ferita nella storia che continua ancora oggi a sanguinare anche qui a Napoli. -
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Incontri di visual relaxing per il riposo del corpo e della mente, una visione d'insieme del nostro benessere. Nel 1920 Selye getta le basi della PNEI studiando i meccanismi dello stress. Nei decenni successivi altri medici hanno approfondito gli studi che dimostrano le relazioni tra i sistemi endocrino-immunitario-nervoso finchè J.E.Blalock nel 1989 dimostra la continua comunicazione bidirezionale fra loro;dagli anni '90 la PNEI è oggetto di studi ufficiali (medicina accademica). Secondo l'OMS (Organizzazione Mondiale Della Sanità) la salute è una condizione di equilibrio tra mente , corpo e spirito che tiene conto dell'universo che la circonda. -
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Il Pen (acronimo di Poets, Essayists, Novelists) Club è un'organizzazione internazionale di letterati fondata nel 1921 a Londra e poi sviluppatasi in molte nazioni. Il club italiano, fondato nel 1922 e attualmente presieduto da Sebastiano Grasso, è uno dei più antichi. Radicato in 102 Paesi, il Pen nasce con l’intento di difendere la libertà di espressione di scrittori e giornalisti perseguitati o minacciati per le loro idee. Centinaia i casi annualmente seguiti. -
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L’esperienza scientifica di J.F.Champollion e dei suoi collaboratori nel 1828-1829 nella Valle del Nilo segnò l’avvio ufficiale dell’Egittologia quale scienza storica. Mediante un accurato e scrupoloso lavoro di documentazione, basato su di una meticolosa organizzazione ed un sinergico utilizzo delle risorse, la spedizione franco-toscana poté porre le basi della moderna metodologia di indagine sulle antichità egizie. La documentazione in nostro possesso sul viaggio, fatta di aneddoti, di appunti, di descrizioni e di annotazioni “da taccuino”, ha anche il pregio di rivelare le emozioni e soprattutto le quotidiane sofferenze di questi “egittologi” in un territorio ostile e in condizioni lavorative insostenibili per consegnare all’umanità un patrimonio culturale inestimabile. -
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Sabato 4 Febbraio presso la Piccola Libreria 80mq per raccontare l'autoritarismo giudiziario sugli internati dei manicomi criminali, tramite la testimonianza di Adolfo Ferraro, direttore sanitario dell'Opg di Aversa e autore del libro "Materiali dispersi". Nel libro, Ferraro, racconta come il tempo nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa rappresenta un altrove difficilmente identificabile. In questo altrove – del tempo e non dello spazio – agisce una schiera di esseri umani con vari ruoli Gerarchicamente distribuiti che si aggira, aspetta, si ricorda, ride e qualche volta piange, spesso si lamenta, a volte si arrabbia e poi ricomincia da capo.
| Eneide - Libro X - v.250 - v.465 |
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There are no translations available. Questa avea sotto al suo rostro dipinti, quai sotto al carro de la madre idèa, due che 'l legno traean frigi leoni, e d'Ida gli pendea di sopra il monte, amaro suo disio, dolce ricordo del patrio nido. In su la poppa assiso stava il duce troiano; e da sinistra avea d'Evandro il figlio, che tra via l'interrogava or del vïaggio stesso e de le stelle, ed or degli altri suoi o per terra o per mar passati affanni. Apritemi Elicona, alme sorelle, e cantate con me che gente e quanta d'Etruria Enea seguisse, e di che parte, e con qual'armi e come il mar solcasse. Màssico il primo in su la Tigre imposto avea di mille giovini un drappello, che di Chiusi e di Cosa eran venuti con l'arco in mano e con saette a' fianchi. Appresso a lui, seguendo, il torvo Abante sotto l'insegna del dorato Apollo seicento n'imbarcò di Populonia, trecento d'Elba, in cui ferrigna vena abbonda sí, che n'erano ancor essi dal capo ai piè tutti di ferro armati. Asíla il terzo, sacerdote e mago che di fibre e di fulmini e d'uccelli e di stelle era interprete e 'ndovino, mille ne conducea, ch'un'ordinanza facean tutta di picche: e tutti a Pisa eran soggetti, a la novella Pisa, che, già figlia d'Alfeo, d'Arno ora è sposa. Asture, ardito cavaliero e bello, e con bell'armi di color diverse, vien dopo questi con trecento appresso di vari lochi, ma d'un solo amore accesi a seguitarlo. Eran mandati da Cerète e dai campi di Mignone, dai Pirgi antichi e da l'aperte spiagge de la non salutifera Gravisca. Di te non tacerò, Cigno gentile, di Cupàvo dicendo, ancor che poche fosser le genti sue. Questi di Cigno era figliuol, onde ne l'elmo avea de le sue penne un candido cimiero in memoria del padre, e de la nuova forma in ch'ei si cangiò, tua colpa, Amore. Ché de l'amor di Faetonte acceso, come si dice, mentre che piangendo stava la morte sua, mentre ch'a l'ombra de le pioppe, che pria gli eran sorelle, sfogava con la musa il suo dolore, fatto cantando già canuto e vèglio in augel si converse, e con la voce e con l'ali da terra al cielo alzossi. Il suo figlio co' suoi portava un legno a cui sotto la prora e sopra l'onde stava un centauro minaccioso e torvo, che con le braccia e con un sasso in atto sembrava di ferirle, e via correndo col petto le facea spumose e bianche. Ocno poscia venia, del tosco fiume e di Manto indovina il chiaro figlio, che te, mia patria, eresse e che dal nome de la gran madre sua Mantua ti disse: Mantua d'alto legnaggio, illustre e ricca, e non d'un sangue. Tre le genti sono, e de le tre ciascuna a quattro impera, di cui tutte ella è capo, e tutte insieme son con le forze de l'Etruria unite. Quinci ne fûr contra Mezenzio armati cinquecento altri; e Mincio, un figlio altero del gran Benàco, fu che gli condusse, di verdi canne inghirlandato il fronte. Giva il superbo Aulete con un legno di cento travi il mar solcando in guisa che spumante il facea, sonoro e crespo. Premea le spalle d'un Tritone immane che con la cava sua cerulea conca tremar si facea l'acqua e i liti intorno. Dal mezzo in su, la fronte ispido e 'l mento sembra d'umana forma; e 'l ventre in pesce gli si ristringe, e col ferino petto fende il mar sí che rumoreggia e spuma. Da questi eletti eroi, con queste genti eran l'onde tirrene allor solcate in sussidio di Troia. E già dal cielo caduto il giorno, era de l'erta in cima la vaga luna, quando il frigio duce, or al timone, or a la vela intento, co' suoi pensier vegliava. Ed ecco avanti nuotando gli si fa di ninfe un coro, di lui prima compagne, e quelle stesse che, già sue navi, da Cibele in ninfe furon converse, e dee fatte del mare. Tante in frotta ne gian per l'onde a nuoto quante eran navi in prima. E di lontano riconosciuto il re, danzando in cerchio gli si strinsero intorno. Una fra l'altre, la piú di tutte accorta parlatrice, Cimodocèa, la sua nave seguendo, con la destra a la poppa, e con la manca tacita remigando, il capo e 'l dorso solo a galla tenendo, d'improvviso cosí gli disse: «Enea, stirpe divina, vegli tu? Veglia: il fune allenta, e 'l seno apri a le vele tue. De la tua classe noi fummo i legni e de la selva idèa, e siamo or ninfe. I Rutuli col foco n'hanno e col ferro dipartite e spinte da' tuoi nostro malgrado. Or te cercando siam qui venute. Per pietà di noi la berecinzia madre in questa forma n'ha del mar fatte abitatrici e dee. Ma 'l tuo fanciullo Iulo in mezzo a l'armi si sta cinto di fossa e di muraglia da' feroci Latini assedïato. I tuoi cavalli e gli Arcadi e gli Etruschi unitamente han di già preso il loco comandato da te. Turno disegna co' suoi d'attraversarli e porsi in mezzo tra 'l campo e loro. Or via, naviga, approda; sorgi tu pria che 'l sole, e sii tu 'l primo ad ordinar le tue genti a battaglia. Prendi l'invitto e luminoso scudo da Volcan fabbricato, e d'òr commesso; ché diman, se mi credi, alta e famosa farai tu strage de' nemici tuoi». Ciò disse, e, come esperta, al legno in poppa tal diè pinta al partir, che piú veloce corse che dardo o stral che 'l vento adegui. Dietro gli altri affrettâr, sí che stupore n'ebbe d'Anchise il figlio. E rincorato da sí felice annunzio, al cielo orando divotamente si rivolse, e disse: «Alma dea, degli dèi gran genitrice, di Díndimo regina, che di torri vai coronata e 'n su leoni assisa, te per mia duce a questa pugna invoco. Tu rendi questo augurio e questo giorno, ti priego, a i Frigi tuoi propizio e lieto». Questo sol disse; e luminoso intanto si fece il mondo. Ei primamente impose che ratto al segno suo ciascun ne gisse, ch'ognun s'armasse, ognuno a la battaglia si disponesse. E già venuto a vista de' Rutuli e de' Teucri, alto levossi in su la poppa; s'imbracciò lo scudo, e lo vibrò sí ch'ambedue raggiando empié di luce e di baleni i campi. Di su le mura la dardania gente gioiosa infino al ciel le grida alzaro, e sopraggiunta la speranza a l'ira, a trar di nuovo e saettar si diêro con un rumor, qual sotto l'atre nubi nel dar segno di nembi e nel fuggirli fan le strimonie gru schiamazzo e rombo. Mentre ciò Turno e gli altri ausoni duci stavan meravigliando, ecco a la riva si fa pien d'armi e di navili il mare. Enea di cima al capo e da la cresta del fin elmo spargea lampi e scintille d'ardente fiamma; e gran lustri e gran fochi raggiava de lo scudo il colmo e l'oro, come ne la serena umida notte la lugubre e mortifera cometa sembra che sangue avventi, o 'l sirio Cane quando nascendo a' miseri mortali ardore e sete e pestilenza apporta, e col funesto lume il ciel contrista. Non men per questo ha Turno ardire e speme d'occupar prima il lito, e da la terra ributtare i nemici. Egli, animando e riprendendo la sua gente, avanti si spinge a tutti, e griada: «Ecco adempito vostro maggior disio. Piú non vi sono le mura in mezzo. In voi, ne le man vostre la pugna e Marte e la vittoria è posta. Or qui de la sua donna, de' suoi figli, de la sua casa si rammenti ognuno; ognun davanti si proponga i fatti e le lodi de' padri. Andiam noi prima a rincontrargli, infin che l'onde e 'l moto ce gli rende del mar non fermi ancora. Via, ch'agli arditi è la fortuna amica». Detto cosí, va divisando come parte lor contra ne conduca, e parte a l'assedio ne lasci. Intanto Enea per disbarcare i suoi, le scafe e i ponti avea già presti. E di lor molti attenti al ritorno de' flutti con un salto si lanciarono in secco; e chi co' remi, chi con le travi ne l'arena usciro. Tarconte, poi ch'ebbe la riva tutta ben adocchiata, non là dove il vado disperava del tutto, o dove l'onda mormorando frangea, ma dove cheta e senza intoppo avea corso e ricorso, voltò le prore; e: «Via, - disse - compagni, via, gente eletta, ite con tutti i remi, di tutta forza, e sí pingete i legni, che si faccian da lor canale e stazzo. Dividete co' rostri e con le prore questa nemica terra: in questa terra mi gittate una volta, e che che sia segua poi del navile. A questo pregio non curo del suo danno: afferri, e pèra». Al detto di Tarconte alto in su' remi levârsi e sí co' rostri a' liti urtaro, ch'empiêr di spuma il mar, di sabbia i campi; e i legni tutti ne l'asciutto infissi fermârsi interi. Ma non già, Tarconte, il legno tuo, che d'una ascosa falda ebbe di sasso in approdando intoppo; dal cui dorso inchinato, e dal mareggio lungamente battuto, alfin del tutto aperto e sconquassato, in mezzo a l'onde le genti espose; e 'l peso e l'imbarazzo de l'armi, e gli armamenti infranti e sparsi del rotto legno, e 'l flutto che rediva le tennero impedite e risospinte.
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