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    A grandissima richiesta replica "... e il sole si spense - Shoah: la voce della Memoria" l'iniziativa che NarteA e il Tunnel Borbonico hanno proposto per il 27 e il 28 Gennaio in omaggio al giorno mondiale della Memoria.
    La visita guidata teatralizzata non vuole essere un pretesto per creare rumore in un giorno triste, ma un modo per far conoscere, a tutti coloro che interverranno, una ferita nella storia che continua ancora oggi a sanguinare anche qui a Napoli.
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    Incontri di visual relaxing per il riposo del corpo e della mente, una visione d'insieme del nostro benessere. Nel 1920 Selye getta le basi della PNEI studiando i meccanismi dello stress. Nei decenni successivi altri medici hanno approfondito gli studi che dimostrano le relazioni tra i sistemi endocrino-immunitario-nervoso finchè J.E.Blalock nel 1989 dimostra la continua comunicazione bidirezionale fra loro;dagli anni '90 la PNEI  è oggetto di studi ufficiali (medicina accademica). Secondo l'OMS (Organizzazione Mondiale Della Sanità) la salute è una condizione di equilibrio tra mente , corpo e spirito che tiene conto dell'universo che la circonda.
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    Il Pen (acronimo di Poets, Essayists, Novelists) Club è un'organizzazione internazionale di letterati fondata nel 1921 a Londra e poi sviluppatasi in molte nazioni. Il club italiano, fondato nel 1922 e attualmente presieduto da Sebastiano Grasso, è uno dei più antichi. Radicato in 102 Paesi, il Pen nasce con l’intento di difendere la libertà di espressione di scrittori e giornalisti perseguitati o minacciati per le loro idee. Centinaia i casi annualmente seguiti.
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    L’esperienza scientifica di J.F.Champollion e dei suoi collaboratori nel 1828-1829 nella Valle del Nilo  segnò l’avvio ufficiale dell’Egittologia quale scienza storica.  Mediante un accurato e scrupoloso lavoro di documentazione, basato su di una meticolosa organizzazione ed un sinergico utilizzo delle risorse, la spedizione franco-toscana poté porre le basi della moderna metodologia di indagine sulle antichità egizie. La documentazione in nostro possesso sul viaggio, fatta di aneddoti, di appunti, di descrizioni e di annotazioni  “da  taccuino”, ha anche il pregio di rivelare le emozioni e soprattutto le  quotidiane sofferenze di questi “egittologi” in un territorio ostile e in condizioni lavorative insostenibili per consegnare all’umanità un patrimonio culturale inestimabile.   
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    Sabato 4 Febbraio presso la Piccola Libreria 80mq per raccontare l'autoritarismo giudiziario sugli internati dei manicomi criminali, tramite la testimonianza di Adolfo Ferraro, direttore sanitario dell'Opg di Aversa e autore del libro "Materiali dispersi". Nel libro, Ferraro, racconta come il tempo nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa rappresenta un altrove difficilmente identificabile. In questo altrove – del tempo e non dello spazio – agisce una schiera di esseri umani con vari ruoli Gerarchicamente distribuiti che si aggira, aspetta, si ricorda, ride e qualche volta piange, spesso si lamenta, a volte si arrabbia e poi ricomincia da capo.
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Eneide - Libro X - v.960 - v.1425 PDF Print E-mail
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Mentre cosí per la campagna Enea
strage facendo, e di torrente in guisa
e di tempesta infurïando scorre,
  
Ascanio e la troiana gioventute,
indarno entro a le mura assedïata,
saltano in campo. Ed a Giunone intanto
cosí Giove favella: «O mia diletta
sorella e sposa, ecco testé si vede
   
com'ha la tua credenza e 'l tuo pensiero
verace incontro, e come Citerea
sostenta i Teucri suoi. Vedi com'essi
non son né valorosi né guerrieri,
e i cor non hanno ai lor perigli eguali».
   
A cui Giunon tutta rimessa: «Ah, - disse -
caro consorte, a che mi strazi e pugni,
quando è pur troppo il mio dolor pungente
e pur troppo tem'io le tue punture?
Ma se qual era e qual esser potrebbe,
    
fosse or teco il poter de l'amor mio,
teco che tanto puoi, da te negato
non mi fôra, signor, ch'oggi il mio Turno
fosse da la battaglia e da la morte
per me sottratto e conservato al vecchio
    
Dauno suo padre. Or pèra, e col suo sangue,
che pure è pio, la cupidigia estingua
de' suoi nemici. E pur anch'egli è nato
dal nostro sangue; e pur Pilunno è quarto
padre di lui: da lui pur largamente
 
gli altar molte fïate e i templi tuoi
son de' suoi molti doni ornati e carchi».

Cui del ciel brevemente il gran motore
cosí rispose: «Se indugiar la morte,
ch'è già presente, e prolungare i giorni
   
al già caduco giovine t'aggrada
per alcun tempo, e tu con questo inteso
l'accetti, va tu stessa, e da la pugna
sottrallo e dal destino. A tuo contento
fin qui mi lece. Ma se in ciò presumi
    
anco piú di sua vita, o de la guerra,
che del tutto si mute o si distorni,
invan lo speri». A cui Giuno piangendo
soggiunse: «E che saria, se quel ch'in voce
ti gravi a darmi, almen nel tuo secreto
     
mi concedessi? e questa vita a Turno
si stabilisse? già ch'indegna e cruda
morte gli s'avvicina, o ch'io del vero
mi gabbo. Tu che puoi, signor, rivolgi
la mia paura e i tuoi pensieri in meglio».
   
Poscia che cosí disse, incontinente
dal ciel discese, e con un nembo avanti
e nubi intorno, occulta infra i due campi
sopra terra calossi. Ivi di nebbia,
di colori e di vento una figura
  
formò (cosa mirabile a vedere!)
in sembianza d'Enea; d'Enea lo scudo,
la corazza, il cimiero e l'armi tutte
gli finse intorno, e gli diè 'l suono e 'l moto
propri di lui, ma vani, e senza forze
   
e senza mente; in quella stessa guisa
che si dice di notte ir vagabonde
l'ombre de' morti, e che i sopiti sensi
son da' sogni delusi e da fantasme.

Questa mentita imago anzi a le schiere
    
lieta insultando, a Turno s'appresenta,
lo provoca e lo sfida. E Turno incontra
le si spinge e l'affronta; e pria da lunge
il suo dardo le avventa, al cui stridore
volg'ella il tergo e fugge. Ed ei sospinto
    
da la vana credenza e da la folle
sua speme insuperbito, la persegue
con la spada impugnata «E dove, e dove, -
dicendo, - Enea, ten fuggi? ove abbandoni
la tua sposa novella? Io di mia mano
   
de la terra fatale or or t'investo,
che tanto per lo mar cercando andavi».
E gridando l'incalza, e non s'avvede
che quel che segue e di ferir agogna,
non è che nebbia che dal vento è spinta.
   
Era per sorte in su la riva un sasso
di molo in guisa; ed un navile a canto
gli era legato, che la scala e 'l ponte
avea su 'l lito, onde ne fu pur dianzi
Osinio, il re di Chiusi, in terra esposto.
  
In questo legno, di fuggir mostrando,
ricovrossi d'Enea la finta imago,
e vi s'ascose. A cui dietro correndo
Turno senza dimora, infurïato
il ponte ascese. Era a la prora a pena
   
che Giunon ruppe il fune, e diede al legno
per lo travolto mare impeto e fuga.

Intanto Enea, di Turno ricercando,
a battaglia il chiamava. Ed or di questo
ed or di quello e di molti anco insieme
   
facea strage e scompiglio; e la sua larva,
poiché di piú celarsi uopo non ebbe,
fuor de la nave uscendo alto levossi,
e con l'atra sua nube unissi e sparve.

Turno, cosí schernito, e già nel mezzo
   
del mar sospinto, indietro rimirando
come del fatto ignaro, e del suo scampo
sconoscente e superbo, al ciel gridando
alzò le palme, e disse: «Ah, dunque io sono
d'un tanto scorno, onnipotente padre,
   
da te degno tenuto? a tanta pena
m'hai riservato? ove son io rapito?
onde mi parto? chi cosí mi caccia?
chi mi rimena? e fia ch'un'altra volta
io ritorni a Laurento? e ch'io riveggia
   
l'oste piú con quest'occhi? e che diranno
i miei seguaci, e quei che m'han per capo
di questa guerra, che da me son tutti
ahi vitupèro!) abbandonati a morte?
E già rotti li veggio, e già gli sento
  
gridar cadendo. O me lasso! che faccio?
Qual è del mar la piú profonda terra
che mi s'apra e m'ingoi? A voi piuttosto,
vènti, incresca di me. Voi questo legno
fiaccate in qualche scoglio, in qualche rupe,
 
ch'io stesso lo vi chieggio; o ne le sirti
mi seppellite, ove mai piú non giunga
Rutulo che mi veggia, o mi rinfacci
questa vergogna e quest'infamia, ond'io
sono a me consapevole e nimico».
  
Cosí dicendo, un tanto disonore
in sé sdegnando, e di se stesso fuori,
strani, diversi e torbidi pensieri
si volgea per la mente, o con la spada
passarsi il petto, o traboccarsi in mezzo,
  
sí com'era, del mare, e far, notando,
pruova o di ricondursi ond'era tolto,
o d'affogarsi. E l'una e l'altra via
tentò tre volte; e tre volte la dea,
di lui mossa a pietà, ne lo distolse.
  
Dal turbine e dal mar cacciato intanto
si scórse il legno, che del padre Dauno
a l'antica magion per forza il trasse.

Mezenzio in questo mentre che da l'ira
era spinto di Giove, ardente e fiero
    
entrò ne la battaglia; e i Teucri assalse
che già 'l campo tenean superbi e lieti.
Da l'altro canto le tirrene schiere
mossero incontro a lui. Contra lui solo
s'unîr tutti de' Toschi e gli odi e l'armi;
   
ed egli, a tutti opposto, alpestro scoglio
sembrava, che nel mar si sporga, e i flutti,
e i vènti minacciar si senta intorno,
e non punto si crolli. Ognun ch'avanti
o l'ardir gli mandava o la fortuna,
  
a' piè si distendea. Nel primo incontro
Ebro di Dolicào, Làtago e Palmo
tolse di mezzo. Ebro passò fuor fuori
con un colpo di lancia: il volto e 'l teschio,
un gran macigno a Làtago avventando,
  
infranse tutto; ambi i garretti a Palmo
ch'avanti gli fuggia, tronchi di netto,
lasciò che rampicando a morir lunge
a suo bell'agio andasse; ma de l'armi
spogliollo in prima, e la corazza in collo
    
e l'elmo in testa al suo Lauso ne pose.
Occise dopo questi il frigio Evante:
poscia Mimante ch'era pari a Pari
di nascimento, e d'amor seco unito.
D'Àmico nacque, e ne la stessa notte
  
Teàna la sua madre in luce il diede,
che diè Paride al mondo Ecuba pregna
di fatal fiamma. E pur l'un d'essi occiso
fu ne la patria, e l'altro sconosciuto
qui cadde. Era a veder Mezenzio in campo
   
qual orrido, sannuto, irto cignale
in mezzo a' cani allor che da' pineti
di Vèsolo, o da' boschi o da' pantani
di Laurento è cacciato, ove molt'anni
si sia difeso; ch'a le reti aggiunto
   
si ferma, arruffa gli omeri e fremisce
co' denti in guisa che non è chi presso
osi affrontarlo, ma co' dardi solo,
e con le grida a man salva d'intorno
gli fan tempesta. Cosí contra a lui
   
non s'arrischiando le nemiche squadre
stringere i ferri, le minacce e l'armi
gli avventavan da lunge; ed ei fremendo
stava intrepido e saldo, e con lo scudo
sbattea de l'aste il tempestoso nembo.
   
Di Còrito venuto a questa guerra
era un Greco bandito, Acron chiamato,
novello sposo che, non giunto ancora
con la sua donna, a le sue nozze il folle
avea l'armi anteposte. E in quella mischia
    
d'ostro e d'òr riguardevole e di penne,
sponsali arnesi e doni, ovunque andava,
per le schiere facea strage e baruffa.
Mezenzio il vide; e qual digiuno e fiero
leon da fame stimolato, errando
  
si sta talor sotto la mandra, e rugge:
se poi fugace damma, o di ramose
corna gli si discopre un cervo avanti,
s'allegra, apre le canne, arruffa il dorso,
si scaglia, ancide e sbrana, e 'l ceffo e l'ugne
    
d'atro sangue s'intride; in tal sembiante
per mezzo de lo stuol Mezenzio altero
s'avventa. Acron per terra al primo incontro
ne va rovescio; e l'armi e 'l petto infranto,
sangue versando, e calcitrando, spira.
   
Morto Acrone, ecco Orode, che davanti
gli si tolle. Ei lo segue; e non degnando
ferirlo in fuga, o che fuggendo occulto
gli fosse il feritor, lo giunge e 'l passa,
l'incontra, lo provòca, a corpo a corpo
   
con lui s'azzuffa, che di forze e d'armi
piú valea che di furto. Alfin l'atterra
e l'asta e 'l piè sopra gl'imprime e dice:
«Ecco, Orode è caduto: una gran parte
giace de la battaglia». A questa voce
   
lieti alzaro i compagni al ciel le grida;
ed ei mentre spirava: «Oh, - disse a lui, -
qual che tu sii, non fia senza vendetta
la morte mia: né lungamente altero
n'andrai: ché dietro a me nel campo stesso
  
cader convienti». A cui Mezenzio un riso
tratto con ira: «Or sii tu morto intanto, -
rispose, - e quel che può Giove disponga
poscia di me». Cosí dicendo il tèlo
gli divelse dal corpo, ed ei le luci
   
chiuse al gran buio ed al perpetuo sonno.

Cèdico occise Alcato, Socratóre
occise Idaspe; a due la vita tolse
Rapo, a Partenio ed al gagliardo Orsone;
Messapo anch'egli a due la morte diede:
  
a Clònio da cavallo, ad Ericate,
ch'era pedone, a piede. Agi di Licia
movendo incontro a lui, fu da Valero
valoroso, e de' suoi degno campione,
a terra steso; Atron da Salio anciso;
    
e Salio da Nealce, che di dardo
era gran feritore e grande arciero.

D'ambe le parti erano Morte e Marte
del pari; e parimente i vincitori
e i vinti ora cadendo, ora incalzando,
   
seguian la zuffa; né viltà, né fuga
né di qua né di là vedeasi ancora.
L'ira, la pertinacia e le fatiche
erano e quinci e quindi ardenti e vane.
E di questi e di quelli avean gli dèi
 
che dal ciel gli vedean, pietà e cordoglio.
Stava di qua Ciprigna e di là Giuno
a rimirarli; e pallida fra mezzo
di molte mila infurïando andava
la nequitosa Erinni. Una grand'asta
  
prese Mezenzio un'altra volta in mano
e turbato squassandola, del campo
piantossi in mezzo, ad Orïon simíle
quando co' piè calca di Nereo i flutti,
e sega l'onde, con le spalle sopra
    
a l'onde tutte; o qual da' monti a l'aura
si spicca annoso cerro, e 'l capo asconde
infra le nubi. In tal sembianza armato
stava Mezenzio. Enea tosto che 'l vede
ratto incontro gli muove. Ed egli immoto
   
di coraggio e di corpo ad aspettarlo
sta qual pilastro in sé fondato e saldo.
Poscia ch'a tiro d'asta avvicinato
gli fu d'avanti: «O mia destra, o mio dardo,
disse, - che dii mi siete, il vostro nume
    
a questo colpo imploro: ed a te, Lauso,
già di questo ladron le spoglie e l'armi
per mio trofeo consacro». E, cosí detto,
trasse. Stridendo andò per l'aura il tèlo:
ma giunto, e da lo scudo in altra parte
   
sbattuto, di lontan percosse Antòre
fra le costole e 'l fianco, Antor d'Alcide
onorato compagno. Era venuto
d'Argo ad Evandro; e qui cadde il meschino
d'altrui ferita. Nel cader, le luci
    
al ciel rivolse e, d'Argo il dolce nome
sospirando, le chiuse. Enea con l'asta
ben tosto a lui rispose. E lo suo scudo
percosse anch'egli, e l'interzate piastre
di ferro e le tre cuoia e le tre falde
  
di tela, ond'era cinto, infino al vivo
gli passò de la coscia. Ivi fermossi,
ché piú forza non ebbe. Ma ben tosto
ricovrò con la spada, e fiero e lieto,
visto già del nemico il sangue in terra
   
e 'l terror ne la fronte, a lui si strinse.

Lauso, che in tanto rischio il caro padre
si vide avanti, amor, téma e dolore
se ne sentí, ne sospirò, ne pianse.
E qui, giovine illustre, il caso indegno
   
de la tua morte e 'l tuo zelo e 'l tuo fato
non tacerò; se pur tanta pietate
fia chi creda de' posteri, e d'un figlio
d'un empio padre. Il padre a sí gran colpo
si trasse indietro; ché di già ferito,
    
benché non gravemente, e da l'intrico
de l'asta imbarazzato, era a la pugna
fatto inutile e tardo. Or mentre cede,
mentre che de lo scudo il dardo ostile
di sferrar s'argomenta, il buon garzone
   
succede ne la pugna, e del già mosso
braccio e del brando che stridente e grave
calava per ferirlo, il mortal colpo
ricevé con lo scudo e lo sostenne.
E perch'agio a ritrarsi il padre avesse
   
riparato dal figlio, i suoi compagni
secondâr con le grida; e con un nembo
d'armi, che gli avventâr tutti in un tempo,
lo ributtaro. Enea via piú feroce
infurïando, sotto al gran pavese
   
si tenea ricoverto. E qual, cadendo
grandine a nembi, il vïator talora,
ch'in sicuro a l'albergo è già ridotto,
ogni agricola vede, ogni aratore
fuggir da la campagna; o qual d'un greppo,
  
d'una ripa, o d'un antro il zappatore,
piovendo, si fa schermo, e 'l sole aspetta
per compir l'opra; in quella stessa guisa,
tempestato da l'armi, Enea la nube
sostenea de la pugna; e Lauso intanto
   
minacciando garria: «Dove ne vai,
meschinello, a la morte? A che pur osi
piú che non puoi? La tua pietà t'inganna,
e sei giovane e soro». Ei non per questo,
folle, meno insultava; onde piú crebbe
 
l'ira del teucro duce. E già la Parca,
vòta la rócca e non pien anco il fuso,
il suo nitido filo avea reciso.
Trasse Enea de la spada, e ne lo scudo,
che liev'era e non pari a tanta forza,
   
lo colpí, lo passò, passogli insieme
la veste che di seta e d'òr contesta
gli avea la stessa madre; e lui per mezzo
trafisse, e moribondo a terra il trasse.

Ma poscia che di sangue e di pallore
    
lo vide asperso e della morte in preda,
ne gl'increbbe e ne pianse; e di paterna
pietà quasi un'imago avanti agli occhi
veder gli parve, e 'ntenerito il core,
stese la destra e sollevollo e disse:
    
«Miserabil fanciullo! e quale aíta,
quale il pietoso Enea può farti onore
degno de le tue lodi e del presagio
che n'hai dato di te? L'armi, che tanto
ti son piaciute, a te lascio, e 'l tuo corpo
   
a la cura de' tuoi, se di ciò cura
ha pur l'empio tuo padre, acciò di tomba
e d'esequie t'onori. E tu, meschino,
poi che dal grand'Enea morte ricevi,
di morir ti consola». Indi assecura,
   
sollecita, riprende, e de l'indugio
garrisce i suoi compagni; e di sua mano
l'alza, il sostiene, il terge e de la gora
del suo sangue lo tragge, ove rovescio
giace languido il volto e lordo il crine,
   
che di rose eran prima e d'ostro e d'oro.

Stava del Tebro in su la riva intanto
lo sfortunato padre, e la ferita
già lavata ne l'onde, afflitto e stanco
s'era con la persona appo d'un tronco
    
per posarsi appoggiato; e l'elmo a canto
da' rami gli pendea. L'armi piú gravi
su 'l verde prato avean posa con lui.
Stavagli intorno de' piú scelti un cerchio
e de' piú fidi. Ed egli anelo ed egro,
   
chino il collo al troncone e 'l mento al petto,
molto di Lauso interrogava, e molti
gli mandava or con preci or con precetti,
ch'al mesto padre omai si ritraesse.
Ma già vinto, già morto e già disteso
    
sopra al suo scudo, a braccia riportato
da' suoi con molto pianto era il meschino.

Udí Mezenzio il pianto, e di lontano
(come del mal sovente è l'uom presago)
morto il figlio conobbe. Onde di polve
  
sparso il canuto crine, ambe le mani
al ciel alzando, al suo corpo accostossi:
«Ah! mio figlio, - dicendo - ah! come tanto
fui di vivere ingordo, che soffrissi
te, di me nato, andar per me di morte
  
a sí gran rischio, a tal nimica destra
succedendo in mia vece? Adunque io salvo
son per le tue ferite? Adunque io vivo
per la tua morte? Oh miserabil vita!
Oh, sconsolato esiglio! Or questo è 'l colpo
  
ch'al cor m'è giunto. Ed io, mio figlio, io sono
c'ho macchiato il tuo nome, c'ho sommerso
la tua fortuna e 'l mio stato felice
co' demeriti miei. Dal mio furore
son dal seggio deposto. Io son che debbo
  
ogni grave supplizio ed ogni morte
a la mia patria, al grand'odio de' miei.
E pur son vivo, e gli uomini non fuggo?
E non fuggo la luce? Ah! fuggirolla
pur una volta». E, cosí detto, alzossi
  
su la ferita coscia. E, benché tardo
per la piaga ne fosse e per l'angoscia,
non per questo avvilito, un suo cavallo,
ch'era quanto diletto e quanta speme
avea ne l'armi, e quel che in ogni guerra
    
salvo mai sempre e vincitor lo rese,
addur si fece. E poi che addolorato
sel vide avanti, in tal guisa gli disse:
«Rebo, noi siam fin qui vissuti assai,
se pur assai di vita ha mortal cosa.
   
Oggi è quel dí che o vincitori il capo
riporterem d'Enea con quelle spoglie
che son de l'armi del mio figlio infette,
e che tu del mio duolo e de la morte
di lui vendicator meco sarai;
  
o che meco, se vano è 'l poter nostro,
finirai parimente i giorni tuoi;
ché la tua fé, cred'io, la tua fortezza
sdegnoso ti farà d'esser soggetto
a' miei nemici, e di servire altrui».
  
Cosí dicendo, il consueto dorso
per se medesmo il buon Rebo gli offerse,
ed ei, l'elmo ripreso, il cui cimiero
era pur di cavallo un'irta coda,
suvvi, come poté, comodamente
   
vi s'adagiò. Poscia d'acuti strali
ambe carche le mani, infra le schiere
lanciossi. Amor, vergogna, insania e lutto
e dolore e furore e coscïenza
del suo stesso valore, accolti in uno,
   
gli arsero il core e gli avvamparo il volto.

Qui tre volte a gran voce Enea sfidando
chiamò; che tosto udillo, e baldanzoso:
«Cosí piaccia al gran padre, - gli rispose -
cosí t'inspiri Apollo. Or vien pur via»
  
soggiunge; e ratto incontro gli si mosse.
Ed egli: «Ah dispietato! a che minacci,
già che morto è 'l mio figlio? In ciò potevi
darmi tu morte. Or né la morte io temo,
né gli tuoi dèi. Non piú spaventi. Io vengo
   
di morir desïoso: e questi doni
ti porto in prima». E 'l primo dardo trasse,
poi l'altro e l'altro appresso, e via traendo
gli discorrea d'intorno. Ai colpi tutti
resse il dorato scudo. E già tre volte
  
l'un girato il cavallo, e l'altro il bosco
avea de' dardi nel suo scudo infissi,
quando il figlio d'Anchise, impazïente
di tanto indugio e di sferrar tant'aste,
visto 'l suo disvantaggio, a molte cose
  
andò pensando. Alfin di guardia uscito
addosso gli si spinse, e trasse il tèlo
sí che del corridore il teschio infisse
in mezzo de la fronte. Inalberossi
a quel colpo il feroce, e calci a l'aura
   
traendo, scalpitando, e 'l collo e 'l tèlo
scotendo, s'intricò: cadde con l'asta,
con l'armi, col campione, a capo chino,
tutti in un mucchio. Andâr le grida al cielo
de' Latini e de' Teucri. E tosto Enea
   
col brando ignudo gli fu sopra e disse:
«Or dov'è quel sí fiero e sí tremendo
Mezenzio? Ov'è la sua tanta bravura?»
E 'l Tosco a lui, poiché l'afflitte luci
al ciel rivolse, e seco si ristrinse:
 
«Crudele, a che m'insulti? A me di biasmo
non è ch'io muoia, né per vincer, teco
venni a battaglia. Il mio Lauso morendo
fe' con te patto che morissi anch'io.
Solo ti prego (se di grazia alcuna
   
son degni i vinti) che 'l mio corpo lasci
coprir di terra. Io so gli odi immortali
che mi portano i miei. Dal furor loro
ti supplico a sottrarmi, e col mio figlio
consentir ch'io mi giaccia». E ciò dicendo
  
la gola per se stesso al ferro offerse;
e con un fiume che di sangue sparse
sopra l'armi, versò l'anima e 'l fiato.