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A grandissima richiesta replica "... e il sole si spense - Shoah: la voce della Memoria" l'iniziativa che NarteA e il Tunnel Borbonico hanno proposto per il 27 e il 28 Gennaio in omaggio al giorno mondiale della Memoria.
La visita guidata teatralizzata non vuole essere un pretesto per creare rumore in un giorno triste, ma un modo per far conoscere, a tutti coloro che interverranno, una ferita nella storia che continua ancora oggi a sanguinare anche qui a Napoli. -
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Incontri di visual relaxing per il riposo del corpo e della mente, una visione d'insieme del nostro benessere. Nel 1920 Selye getta le basi della PNEI studiando i meccanismi dello stress. Nei decenni successivi altri medici hanno approfondito gli studi che dimostrano le relazioni tra i sistemi endocrino-immunitario-nervoso finchè J.E.Blalock nel 1989 dimostra la continua comunicazione bidirezionale fra loro;dagli anni '90 la PNEI è oggetto di studi ufficiali (medicina accademica). Secondo l'OMS (Organizzazione Mondiale Della Sanità) la salute è una condizione di equilibrio tra mente , corpo e spirito che tiene conto dell'universo che la circonda. -
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Il Pen (acronimo di Poets, Essayists, Novelists) Club è un'organizzazione internazionale di letterati fondata nel 1921 a Londra e poi sviluppatasi in molte nazioni. Il club italiano, fondato nel 1922 e attualmente presieduto da Sebastiano Grasso, è uno dei più antichi. Radicato in 102 Paesi, il Pen nasce con l’intento di difendere la libertà di espressione di scrittori e giornalisti perseguitati o minacciati per le loro idee. Centinaia i casi annualmente seguiti. -
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L’esperienza scientifica di J.F.Champollion e dei suoi collaboratori nel 1828-1829 nella Valle del Nilo segnò l’avvio ufficiale dell’Egittologia quale scienza storica. Mediante un accurato e scrupoloso lavoro di documentazione, basato su di una meticolosa organizzazione ed un sinergico utilizzo delle risorse, la spedizione franco-toscana poté porre le basi della moderna metodologia di indagine sulle antichità egizie. La documentazione in nostro possesso sul viaggio, fatta di aneddoti, di appunti, di descrizioni e di annotazioni “da taccuino”, ha anche il pregio di rivelare le emozioni e soprattutto le quotidiane sofferenze di questi “egittologi” in un territorio ostile e in condizioni lavorative insostenibili per consegnare all’umanità un patrimonio culturale inestimabile. -
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Sabato 4 Febbraio presso la Piccola Libreria 80mq per raccontare l'autoritarismo giudiziario sugli internati dei manicomi criminali, tramite la testimonianza di Adolfo Ferraro, direttore sanitario dell'Opg di Aversa e autore del libro "Materiali dispersi". Nel libro, Ferraro, racconta come il tempo nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa rappresenta un altrove difficilmente identificabile. In questo altrove – del tempo e non dello spazio – agisce una schiera di esseri umani con vari ruoli Gerarchicamente distribuiti che si aggira, aspetta, si ricorda, ride e qualche volta piange, spesso si lamenta, a volte si arrabbia e poi ricomincia da capo.
| Eneide - Libro XII - v.985 - v.1540 |
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There are no translations available. Udito il caso, la diletta figlia i biondi crini e le rosate guance prima si lacerò, poscia la turba v'accorse de le donne, e di tumulto, di pianti, di stridori e d'ululati la reggia tutta e la cittade empiessi. Ognun si sgomentò. Latino, afflitto de la morte d'Amata e del periglio del regno tutto, lanïossi il manto, bruttossi il bianco e venerabil crine d'immonda polve; amaramente pianse che per suocero dianzi e per amico non si confederò col frigio duce. Turno, che in questo mezzo combattendo rimaso era del campo in su l'estremo incontro a pochi, e quelli anco dispersi, già scemo di vigore, e trasportato da' suoi cavalli, che ritrosi e stanchi ognor piú se n'andavano lontani, in sé confuso e dubbio se ne stava. Quando ecco di Laurento ode le grida con un terror che, non compreso ancora, gli avea da quella parte il vento addotto. Porse l'orecchie, e 'l mormorio sentendo de la città, che tuttavia piú chiaro di tumulto sembrava e di travaglio: «Oh, - disse, - che sent'io? che novitate e che rumore e che trambusto è questo che di dentro mi fère?». E, quasi uscito di sé, mirando ed ascoltando stette. Cui la sorella (come già conversa era in Metisco, e come i suoi cavalli stava reggendo) si rivolse, e disse: «Di qua, Turno, di qua. Quinci la strada ne s'apre a la vittoria. Altri a difesa saran de la città. Se d'altra parte Enea de' tuoi fa strage, e tu da questa distruggi i suoi, che mon men gloria aremo, e piú sangue faremo». E Turno a lei: «O mia sorella! (che mia suora certo sei tu) ben ti conobbi infin da l'ora che turbasti l'accordo, e che poi meco ne la battaglia entrasti. Or, benché dea, indarno mi t'ascondi. E chi dal cielo cosí qua giú ti manda a soffrir meco tante fatiche? A veder forse a morte gir tuo fratello? E che, misero! deggio far altro mai? qual mi si mostra altronde o salute o speranza? Io stesso ho visto con gli occhi miei, lo mio nome chiamando, cadere il gran Murrano. E chi mi resta di lui piú fido e piú caro compagno? E 'l magnanimo Ufente anco è perito, credo, per non veder le mie vergogne: e 'l corpo e le armi sue, lasso! in potere son de' nemici. E soffrirò (ché questo sol ci mancava) di vedermi avanti aprir le mura, e ruinare i tetti de la nostra città? Né fia che Drance menta de la mia fuga? E fia che Turno volga le spalle, e quella terra il vegga? Sí gran male è morire? inferni dii, accoglietemi voi, poiché i superni mi sono infesti. A voi di questa colpa scenderò spirto intemerato e santo, e non sarò de' miei grand'avi indegno». Ciò disse a pena; ed ecco a tutta briglia venir per mezzo a le nemiche schiere un cavalier che Sage era nomato. Di spuma e di sudore il suo cavallo, e di sangue era sparso. In volto infissa portava una saetta, e con gran furia Turno chiamando e ricercando andava. Poscia che 'l vide: «In te, - disse, - è riposta ogni speranza: abbi pietà de' tuoi. Enea va come un folgore atterrando tutto ciò che davanti gli si para; e le mura e le torri e 'l regno tutto di ruinar minaccia; e già le faci volano ai tetti. A te gli occhi rivolti son de' Latini. E già Latino stesso vacilla, e fra due stassi a qual di voi s'attenga, e di cui suocero s'appelli. La regina che solo era sostegno de la tua parte, di sua propria mano, per timore e per odio de la vita, s'è strangolata. Solamente Atina e Messapo a difesa de le porte fan testa; ma gli vanno i Teucri a schiere con tant'aste a rincontro e tante spade serrati insieme, quante a pena in campo non son le biade. E tu per questa vòta e deserta campagna il carro indarno spingendo e volteggiando te ne stai?» Turno da tante orribili novelle sopraggiunto in un tempo e spaventato, si smagò, s'ammutí, col viso a terra chinossi. Amor, vergogna, insania e lutto e dolore e furore e coscïenza del suo stesso valore accolti in uno, gli arsero il core e gli avvamparo il volto. Ma poscia che gli fu la nebbia e l'ombra de la mente sparita, e che la luce gli si scoprí de la ragione in parte: cosí com'era ancor turbato e fero, di sopra al carro a la città rivolse l'ardente vista. Ed ecco in su le mura vede che una gran fiamma al cielo ondeggia, gli assiti, i ponti e le bertesche ardendo d'una torre ch'a guardia era da lui de la muraglia in su le ruote eretta. E disse: «Già, sorella, già son vinto dal mio destino. A che piú m'attraversi? Via, dove la fortuna e dio ne chiama! Fermo son di venir col Teucro a l'armi, e soffrir de la pugna e de la morte ogni acerbezza, anzi che tu mi vegga de la gloria de' miei, sorella, indegno. Or al fato mi lascia e sostien ch'io disfoghi infurïando il mio furore». Cosí dicendo, fuor del carro a terra gittossi incontinente, e la sirocchia lasciando afflitta, via per mezzo a l'armi e per mezzo a' nemici a correr diessi. Qual di cima d'un monte in precipizio rotolando si volge un sasso alpestro, che dal vento o dagli anni o da la pioggia divelto, per le piagge a scosse, a balzi vada senza ritegno, e de le selve e degli armenti e de' pastori insieme meni guasto, ruina e strage avanti; tal per l'opposte e sbaragliate schiere se ne gia Turno. E giunto ove in cospetto de la città di molto sangue il campo era già sparso, e pien di dardi il cielo, alzò la mano, e con gran voce disse: «State, Rutuli, a dietro; e voi, Latini, toglietevi da l'armi. Ogni fortuna, qual ch'ella sia di questa pugna, è mia. A me la colpa, a me si dee la pena del vïolato accordo: a me per tutti pugnar debitamente si conviene». A questo dir di mezzo ognun si tolse, ognun si ritirò. Di Turno il nome Enea sentendo, il cominciato assalto dismise e da le mura e da le torri e da tutte l'imprese si ritrasse. Per letizia esultò, terribilmente fremé, si rassettò, si vibrò tutto nell'armi, e 'n sé medesmo si raccolse; quanto il grand'Ato, o 'l grand'Erice a l'aura non sorge a pena, o 'l gran padre Appennino, allor che d'elci la fronzuta chioma per vento gli si crolla, e che di neve gioioso alteramente s'incappella. I Rutuli, i Latini, i Teucri, e tutti o ch'a la guardia o ch'a l'offesa in prima fosser de la muraglia, ognuno a gara l'armi deposte, a rimirar si diêro. Latino esso re stesso spettatore ne fu con meraviglia, ch'anzi a lui altri due re sí grandi, e di due parti del mondo sí diverse e sí remote, fosser de l'armi al paragon venuti. Eglino, poiché largo e sgombro il campo ebber davanti, non si fur da lunge veduti a pena, che correndo entrambi mosser l'un contra l'altro. I dardi in prima s'avventâr di lontano, indi s'urtaro; e 'l tonar degli scudi e 'l suon degli elmi fe' la terra tremare, e l'aura ai colpi fischiò de' brandi. La fortuna insieme si mischiò col valore. In cotal guisa sopra al gran Sila o del Taburno in cima, d'amore accesi, con le fronti avverse van due tori animosi a riscontrarsi; che pavidi in disparte se ne stanno i lor maestri, s'ammutisce e guarda la torma tutta, e le giovenche intanto stan dubbie a cui di lor marito e donno sia de l'armento a divenir concesso: ed essi urtando, con le corna intanto si dan ferite, che le spalle e i fianchi ne grondan sangue, e ne rimugghia il bosco; tal del troiano e dell'ausonio duce era la pugna e tal de le percosse e degli scudi il suono. A questo assalto il gran Giove nel ciel librate e pari tenne le sue bilance, e d'ambi il fato, contrapesando, attese a qual di loro desse la sua fatica e 'l suo valore de la vittoria o de la morte il crollo. Qui Turno a tempo, che sicuro e destro gli parve, alto levossi, e con la spada di tutta forza a l'avversario trasse, e ne l'elmo il ferí. Gridaro i Teucri, trepidaro i Latini, e sgomentârsi tutte d'ambi gli eserciti le schiere. Ma la perfida spada in mezzo al colpo si ruppe, e 'n sul fervore abbandonollo, sí che la fuga in sua vece gli valse: ch'a fuggir diessi, tosto che la destra disarmata si vide, e che da l'else l'arme conobbe che la sua non era. È fama che da l'impeto accecato, allor che prima a la battaglia uscendo giunse Turno i cavalli e 'l carro ascese, per la confusïone e per la fretta lasciato il patrio brando, a quel di piglio diè per disavventura, che davanti gli s'abbatté del suo Metisco in prima. E questo, fin che dissipati e rotti n'andaro i Teucri, assai fedele e saldo lungamente gli resse. Ma venuto con l'armi di Vulcano a paragone (come quel che di mano era costrutto di mortal fabbro) mal temprato e frale, qual di ghiaccio, si franse e ne la sabbia ne rifulsero i pezzi. E cosí Turno fuggendo, or quinci or quindi per lo campo, qual forsennato, indarno s'aggirava, d'ogni parte rinchiuso; che da l'una lo serravano i Frigi e la palude, e 'l fosso e la muraglia era da l'altra, e non men ch'ei fuggisse, il teucro duce (come che da la piaga ancor tardato fosse de la saetta, e le ginocchia si sentisse ancor fiacche) il seguitava. L'ardente voglia, e la speranza eguale a la téma di lui, sí lo spingea, che già già gli era sopra, e già 'l feria. Cosí cervo fugace o da le ripe chiuso d'un alto fiume, o circondato da le vermiglie abbominate penne, se da veltro è cacciato o da molosso che correndo e latrando lo persegua, di qua di lui, di là del precipizio temendo e degli strali e degli agguati, fugge, rifugge, si travolge e torna per mille vie; né dal feroce alano è però meno atteso e men seguíto, che mai non l'abbandona; e già gli è presso a bocca aperta, e già par che l'aggiunga, e 'l prenda e 'l tenga, e come se 'l tenesse, schiattisce, e 'l vento morde, e i denti inciocca. Allor le grida alzârsi, a cui le rupi de' monti e i laghi intorno rispondendo, l'aria e 'l ciel tutto di tumulto empiero. Mentre cosí fuggia Turno, gridando e rampognando i suoi, del proprio nome ciascun chiamava, e 'l suo brando chiedea. Enea da l'altra parte, minacciando a tutti unitamente ed a qualunque di sovvenirlo e d'appressarlo osasse, che faria delle genti occisïone senza pietà, ch'a sacco, a ferro, a foco metteria la cittade e 'l regno tutto, sí com'era ferito, il seguitava. Cinque volte girando il campo tutto, e cinque rigirando, e molte e molte di qua di là correndo, imperversaro; ché non per gioco, non per lieve acquisto d'onor, ma per l'imperio, per lo sangue, per la vita di Turno era il contrasto. Per sorte in questo loco anticamente era a Fauno sacrato un oleastro d'amare foglie, venerabil legno a' naviganti che dal mare usciti a salvamento, al tronco, ai rami suoi lasciavano i lor vóti e le lor vesti a questo dio de' Laürenti appese. Non ebbero i Troiani a questo sacro piú ch'agli altri profani arbori o sterpi alcun riguardo; onde con gli altri tutti lo distirpâr, perché netto e spedito restasse il campo al marzïale incontro. De l'oleastro in loco era caduta l'asta d'Enea: qui l'impeto la trasse; qui si tenea tra le sue barbe infissa. E qui per ricovrarla il teucro duce chinossi, e per far pruova se con essa lanciando lo fermasse almen da lunge, poi ch'appressar correndo nol potea. Allor per téma in sé Turno confuso: «Abbi, Fauno, di me cura e pietate, - disse, pregando, - e tu, benigna terra, sii del suo ferro a mio scampo tenace, se i vostri sacrifici e i vostri onori io mai sempre curai, che pur da' Frigi son cosí vilipesi e profanati». Ciò disse, e non fu 'l detto e 'l vóto in vano: ch'Enea molta fatica e molto indugio mise intorno al suo tèlo, né con forza, né con industria alcuna ebbe possanza mai di sferrarlo. Or mentre vi s'affanna e vi studia e vi suda, ecco Iuturna un'altra volta ne lo stesso auriga mutata gli si mostra, e la sua spada al fratello appresenta. E d'altra parte Venere, disdegnando che la ninfa cotanto osasse, incontinente anch'ella accorse al figlio, e l'asta gli divelse. Cosí d'arme, di speme e d'ardimento ambidue rinforzati, e l'un del brando, l'altro de l'asta altero, un'altra volta a vittoria anelando s'azzuffaro. Stava Giuno a mirar questa battaglia sovr'un nembo dorato, allor che Giove cosí le disse: «E che faremo alfine, donna? E che far ci resta? Io so che sai, e tu l'affermi, che da' fati Enea si deve al cielo, e che tra noi s'aspetta. Ch'agogni piú? Che macchini, e che speri? A che tra queste nubi or ti ravvolgi? Convenevol ti sembra e degna cosa che mortal ferro a vïolar presuma un che fia Divo? E ti par degno e giusto ch'a Turno in man la spada si riponga quando egli stesso la si tolse e ruppe? E l'avria senza te Iuturna osato, non che potuto, a crescer forza ai vinti? Togliti giú da questa impresa omai, togliti; e me, che te ne prego, ascolta: né soffrir che 'l dolor, ch'entro ti rode, cangiando il dolce tuo sereno aspetto, sí ti conturbi, e sí spesso cagione mi sia d'amaritudine e di noia. Quest'è l'ultima fine. Assai per mare, assai per terra hai tu fin qui potuto a vessare i Troiani, a muover guerra cosí nefanda, a scompigliar la casa del re Latino, e 'ntorbidar le nozze, sí come hai fatto. Or piú tentar non lece; ed io tel vieto». E qui Giove si tacque. Abbassò 'l volto, ed umilmente a lui cosí Giuno rispose: «Io, perché noto m'è, signor mio, questo tuo gran volere, ancor contra mia voglia abbandonata ho l'aíta di Turno, e qui da terra mi son levata. Che se ciò non fosse, me cosí solitaria non vedresti, com'or mi vedi, in queste nubi ascosa, e disposta a soffrir tutto ch'io soffro degno e non degno; ma di fiamme cinta mi rimescolerei per la battaglia a danno de' Troiani. Io, solo in questo, tel confesso, a Iuturna ho persüaso ch'al suo misero frate in sí grand'uopo non manchi di soccorso, e ch'ogni cosa tenti per la salute e per lo scampo de la sua vita. E non però le dissi giammai che l'arco e le saette oprasse incontr'Enea. Tel giuro per la fonte di Stige, quel ch'a noi celesti numi solo è nume implacabile e tremendo. Ora per obbedirti e perché stanca di questa guerra e fastidita io sono, cedo e piú non contendo. E sol di questo desio che mi compiaccia (e questo al fato non è soggetto), che per mio contento, per onor de' Latini, per grandezza e maestà de' tuoi, quando la pace, l'accordo e 'l maritaggio fia conchiuso (che sia felicemente), il nome antico di Lazio e de le sue native genti, l'abito e la favella non si mute: né mai Teucri si chiamino e Troiani. Sempre Lazio sia Lazio, e sempre Albani sian d'Alba i regi, e la romana stirpe d'italica virtú possente e chiara. Poiché Troia perí, lascia che pèra anco il suo nome». A ciò Giove sorrise, e cosí le rispose: «Ah! sei pur nata ancor tu di Saturno, e mia sorella, e consenti che l'ira e l'acerbezza cosí ti vinca? Or, come follemente la concepisti, il cor te ne disgombra omai del tutto. E tutto io ti concedo che tu domandi, e vinto mi ti rendo. La favella, il costume e 'l nome loro ritengansi gli Ausoni, e solo i corpi abbian con essi i Teucri uniti e misti. D'ambedue questi popoli i costumi, i riti, i sacrifici in uno accolti, una gente farò ch'ad una voce Latini si diranno. E quei che d'ambi nasceran poi, sovr'a l'umana gente, si vedran di possanza e di pietade girne a' celesti eguali; e non mai tanto sarai tu cólta e riverita altrove». Di ciò Giuno appagossi, e lieta e mite già verso i Teucri, al ciel fece ritorno. Giove poscia Iuturna da l'aíta distor pensò di suo fratello, e 'l fece in questa guisa. Due le pèsti sono, che son Dire chiamate, al mondo uscite con Megera ad un parto, a lei sorelle, figlie a la Notte, e di Cocito alunne, che d'aspi han parimente irte le chiome, e di ventose bucce i dorsi alati. Queste di Giove al tribunale intorno, e de la sua gran reggia anzi la soglia si presentano allor che pena e pèsti e morti a noi mortali, e guerre a' luoghi che ne son meritevoli apparecchia. Una di loro a terra immantinente spinse il padre celeste, onde Iuturna de la fraterna morte augurio avesse. Mosse la Dira, e di tempesta in guisa ch'impetüosamente trascorresse, volò come saetta che da Parto, e da Cidone avvelenata uscisse, e, non vista, ronzando e l'ombre aprendo, ferita immedicabile portasse. Giunta là 've di Turno e de' Troiani vide le schiere, in forma si ristrinse subitamente di minore augello, ed in quel si cangiò che da' sepolcri e dagli antichi e solitari alberghi funesto canta, e sol di notte vola. Tal divenuta, a Turno s'appresenta, gli ulula, gli svolazza, gli s'aggira molte volte d'intorno; e fin con l'ali lo scudo gli percuote, e gli fa vento. Stupí, si raggricciò, muto divenne Turno per la paura. E la sorella, tosto che lo stridor sentinne e l'ali, le chiome si stracciò, graffiossi il volto, e con le pugna il petto si percosse: «Or che - dicendo - omai, Turno, piú puote per te la tua germana? E che piú resta a far per lo tuo scampo, o per l'indugio de la tua morte? E come a cotal mostro oppor mi posso io piú? Già già mi tolgo di qui lontano. A che piú spaventarmi? Assai di téma, sventurato augello, nel tuo venir mi désti. E ben conosco a i segni del tuo canto e del tuo volo quel che m'apporti. E non punto m'inganna il severo precetto del Tonante. E perché vita mi concesse eterna? Perché 'l morir mi tolse? Acciò morendo non finisse il mio duolo? Acciò compagna gir non potessi al misero fratello? Immortal io? Che valmi? E che mi puote ne l'immortalità parer soave senza il mio Turno? Or qual mi s'apre terra che seco mi riceva e mi rinchiugga tra l'ombre inferne; e non piú ninfa e dea ma sia mortale e morta?» E cosí detto, grama e dolente, di ceruleo ammanto il capo si coverse. Indi correndo nel suo fiume gittossi, ove s'immerse infino al fondo, e ne mandò gemendo in vece di sospir gorgogli a l'aura. Intanto il suo gran tèlo Enea vibrando col nimico s'azzuffa, e fieramente lo rampogna, e gli dice: «Or qual piú, Turno, farai tu mora, o sotterfugio, o schermo? Con l'armi, con le man, Turno, e da presso, non co' piè si combatte e di lontano. Ma fuggi pur, dileguati, trasmutati, unisci le tue forze e 'l tuo valore, vola per l'aria, appiattati sotterra, quanto puoi t'argomenta e quanto sai, che pur giunto vi sei». Turno, squassando il capo: «Ah! - gli rispose - che per fiero che mi ti mostri, io de la tua fierezza, orgoglioso campion, punto non temo, né di te: degli dèi temo, e di Giove, che nimici mi sono e meco irati». Nulla piú disse; ma rivolto, appresso si vide un sasso, un sasso antico e grande ch'ivi a sorte per limite era posto a spartir campi e tôr lite a' vicini. Era sí smisurato e di tal peso, che dodici di quei ch'oggi produce il secol nostro, e de' piú forti ancora, non l'avrebbon di terra alzato a pena. Turno diegli di piglio, e con esso alto correndo se ne gia verso il nimico, senza veder né come indi il togliesse, né come lo levasse, né se gisse, né se corresse. Disnervate e fiacche gli vacillâr le gambe, e freddo e stretto gli si fe' 'l sangue. Il sasso andò per l'aura sí che 'l colpo non giunse, e non percosse. Come di notte, allor che 'l sonno chiude i languid'occhi a l'affannata gente, ne sembra alcuna volta essere al corso ardenti in prima, e poi freddi in su 'l mezzo, manchiam di lena sí ch'i piè, la lingua, la voce, ogni potenza ne si toglie quasi in un tempo: cosí Turno invano tutte del suo valor le forze oprava da la Dira impedito. Allora in dubbio fu di se stesso, e molti per la mente gli andaro e vari e torbidi pensieri. Torse gli occhi a' suoi Rutuli, e le mura mirò de la città: poscia sospeso fermossi, e pauroso; sopra il tèlo vistosi del gran Teucro, orror ne prese, non piú sapendo o dove per suo scampo si ricovrasse, o quel che per suo schermo, o per l'offesa del nimico oprasse. Mentre cosí confuso e forsennato si sta, la fatal asta Enea vibrando, apposta ove colpisca, e con la forza del corpo tutto gli l'avventa e fère. Macchina con tant'impeto non pinse mai sasso, e mai non fu squarciata nube che sí tonasse. Andò di turbo in guisa stridendo, e con la morte in su la punta furïosa passò di sette doppi lo rinforzato scudo; e la corazza aprendo, ne la coscia gli s'infisse. Diè del ginocchio a questo colpo in terra Turno ferito. I Rutuli gridaro: e tal surse fra lor tumulto e pianto, che 'l monte tutto e le foreste intorno ne rintonaro. Allor gli occhi e la destra alzando in atto umilmente rimesso, e supplicante: «Io - disse - ho meritato questa fortuna; e tu segui la tua; ché né vita, né vènia ti dimando. Ma se pietà de' padri il cor ti tange (ché ancor tu padre avesti, e padre sei), del mio vecchio parente or ti sovvenga. E se morto mi vuoi, morto ch'io sia, rendi il mio corpo a' miei. Tu vincitore, ed io son vinto. E già gli Ausoni tutti mi ti veggiono a' piè, che supplicando mercé ti chieggio. E già Lavinia è tua; a che piú contra un morto odio e tenzone?» Enea ferocemente altero e torvo stette ne l'arme, e vòlti gli occhi a torno, frenò la destra; e con l'indugio ognora piú mite, al suo pregar si raddolciva; quando di cima all'omero il fermaglio del cinto infortunato di Pallante negli occhi gli rifulse. E ben conobbe a le note sue bolle esser quel desso, di che Turno quel dí l'avea spogliato, che gli diè morte; e che per vanto poscia come nimica e glorïosa spoglia lo portò sempre al petto attraversato. Tosto che 'l vide, amara rimembranza gli fu di quel ch'ei n'ebbe affanno e doglia; e d'ira e di furore il petto acceso, e terribile il volto: «Ah! - disse - adunque tu de le spoglie d'un mio tanto amico adorno, oggi di man presumi uscirmi, sí che non muoia? Muori; e questo colpo ti dà Pallante, e da Pallante il prendi. A lui, per mia vendetta e per sua vittima, te, la tua pena, e 'l tuo sangue consacro». E, ciò dicendo, il petto gli trafisse. Allor da mortal gelo il corpo appreso abbandonossi; e l'anima di vita sdegnosamente sospirando uscio.
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