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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro III |
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There are no translations available. ARGO CONTRO TEBE Ma 'l fier tiranno de l'aonia corte, de l'orfana città giacciono estinti. Andiamo: il tempo è questo, ora che sono timidi, esangui e nel dolore immersi, in bruna veste a' lor ferétri intorno. Io sebben de l'aver donato a Pluto tant'ombre, torni sanguinoso e lasso, e col sangue gelato in su le piaghe, io vi precorrerò. - Ma di già sorti da' scanni stavan tutti a Tideo intorno; e primier Polinice il volto a terra fisso tenendo: - Ah dunque (grida) io sono colpevol tanto, e tanto in ira a' Numi, che te veggio, Tideo, da le ferite versar il sangue, e me pur anco illeso? Tal dunque preparavi a me il ritorno, fratello iniquo? Eran per me tant'armi? Ah vile amor di vita! Io qui rimasi, misero! E tolsi a te sì gran delitto! Restino omai le vostre mura in pace, Argivi, nè per me straniero afflitto turbisi l'ozio vostro: a me non tanto fortuna arride, ch'io non senta e provi qual sia dolor esser da' dolci letti e da gli amati figli a forza tolto, e la patria lasciar. Cessino pure le private querele; e con oscuro guardo non mirin me le afflitte madri. Io vado volontario a certa morte; nè riterrammi la diletta sposa, nè col suo impero il suocero temuto. Io deggio a Tebe questo capo, e 'l deggio a te, fratello, e a te, gran Tideo, il deggio. - Così con arte varïando i detti, tenta gli animi e i cuori; e già commossi gli ha tutti, e lor cade dagli occhi 'l pianto, pianto di sdegno più che di pietade. Non i giovani sol, ma i vecchi infermi e con membra tremanti un stesso ardore infiamma tutti; e corron tutti a l'armi. Vogliono unire le vicine schiere, romper tutti gl'indugi e andar a Tebe. Ma Adrasto, a cui la molta etade il senno accrebbe, e tutte del regnar sa l'arti, frena gli animi ardenti: e, - A' Numi (dice) lasciate questa impresa, e a la mia cura; nè il regno tuo ti riterrà il fratello senza vendetta; e voi non così pronti a la guerra correte. Il gran Tideo di nobil sangue sparso e trionfante lieto intanto s'accolga; e a lui ristoro dal lungo faticar diasi e riposo. Noi tempreremo col consiglio l'ira. - Ma la pallida moglie e i fidi amici erano accorsi intanto, e lui già lasso da la lunga battaglia e dal cammino riconducevan mesti. Egli in sembiante magnanimo e sereno il dorso appoggia ad eccelsa colonna; e mentre Imone, d'Epidauro natio le sue ferite or asterge coll'onda, ora col ferro tratta, or con erbe n'ammollisce il duolo: comecch'ei nulla senta, ardito narra de le risse il principio, e quel che disse ad Eteócle, e qual crudel risposta ne riportò; quale a l'insidie il loco, quale fu il tempo: quali e quanti duci gli furon contro; ove maggior contrasto trovò; come Meon serbato avea per testimon del memorabil fatto. Pendon da lui il suocero e la corte. E d'ira avvampa l'esule di Tiro. Già il Sol avendo negli esperii lidi i focosi destrier sciolti dal giogo, tuffava il biondo crin ne l'Oceàno: lo accolgon le Nereidi, e le veloci Ore corrono pronte: altra le briglie di man gli toglie; lo splendente cerchio dal capo altra gli leva; il rosso manto altra dal petto di sudor stillante discioglie ratta; chi ripone il carro, chi de' destrieri cura prende, e il fieno ad essi appresta e le celesti biade. Sopraggiunge la notte, e de' mortali le cure e de le belve i vari moti tutti ripone in calma, e il cielo adombra. Non però trovan nel comun riposo Adrasto e Polinice ora quïeta; ma Tideo sì, di cui lusinga il sonno con fantasmi di onor la sua virtude. Intanto Marte infra i notturni orrori di guerriero rimbombo empie d'intorno i confini d'Arcadia e le nemee campagne, ed i tenarii eccelsi gioghi, e la sacra Terapni al biondo Nume; e gli attoniti cuor di sè rïempie. Gli assettano le piume in su 'l cimiero l'Ira e 'l Furore, e il bellico Spavento conduce il carro. Lo precorre alata la Fama, intenta ad ogni suono e piena di torbide novelle, e perchè a tergo ha l'anelar de' rapidi destrieri, timida affretta al volo i tardi vanni, e ognor l'incalza con flagel sanguigno il fiero auriga, e vuol che intorno spanda il falso e il ver, e con la scitic'asta le batte il capo e le scompiglia il crine. Così Nettun gli scatenati venti da l'eolia prigion si caccia innanzi tal volta, e a tutto volo entro l'Egeo gli spinge e mesce: stanno a lui d'intorno e nubi e nembi e grandini gelate, e la sozza tempesta, che dal fondo solleva al cielo i procellosi flutti. Al grande urtar le Cicladi vaganti stan salde appena, e Delo istessa teme da Giano e da Micone esser divisa, e de l'allievo suo la fede invoca. Già sette volte la vermiglia Aurora di chiarissima luce avea d'intorno acceso il cielo e serenato il mondo, dal dì che in Argo ritornò Tideo: quando di Perseo il successor canuto lasciò le interne stanze al primo albore. Molto pensa alla guerra, e molto il turba de' generi novelli il troppo ardire. Sta irresoluto ancor, se ceda a l'armi libero il freno e a' popoli feroci stimoli aggiunga; o se rattempri l'ire, e scinga lor con miglior senno i brandi. Quinci amore di pace, e quindi il turba lo scorno, e 'l non saper por modo a questo nuovo e primier di guerreggiar furore. Risolve alfin che si ricorra a' vati per ispiar da' sacrifici il vero. Anfiarao de l'avvenir presago fu scelto a l'opra, e seco iva Melampo d'Anfitaone già canuto figlio, ma di mente vivace e pien del Nume. Dubbio è fra lor chi più de la cirrea onda bevesse, e a chi più de' suoi doni Febo dispensi. Ne l'uccise fiere ricercan pria de' sommi Dei la mente. Ma i cuor macchiati e le corrotte fibre dan funesti presagi. A cielo aperto risolvono tentar novelli auspici. Sorge confine al cielo eccelso monte sacro a gli Argivi, che i lernei bifolchi Afesanto chiamâr: quindi si narra che il gran Perseo giù si calasse a volo a l'alte imprese, e la dolente madre, del figlio in rimirar l'orribil salto, appena di seguirlo si ritenne. Quivi gli auguri il crin cinto d'olivo e di candide bende ambe le tempie, giunsero, allor che in Orïente il Sole con i tepidi raggi i molli campi rasciuga intorno e le notturne brine. E prima d'Ocleo il figlio amico rende a l'opra il Nume coll'usate preci. - Noi ben sappiam, sommo e possente Giove, che virtù desti a li veloci augelli di mostrarci 'l futuro, e co' lor voli svelar a noi l'alto voler de' fati. Non più sicuro a noi Febo da l'antro parla di Cirra, nè i loquaci abeti dal fatidico bosco di Dodona; benchè l'arido Hamon d'invidia avvampi, ed osin contrastar le licie sorti; e il bue del Nilo, e l'apollineo Branco pari al padre d'onore, e il Licaone bifolco, che da Pan sente il futuro. Quegli più scorge il ver, Nume Ditteo, cui tu felici augei mandi da l'alto. Ma donde in lor tanta virtù scendesse, di maraviglia è oggetto e di contesa. Forse che allor, che da l'informe Caos fur tratti i semi, e fur distinti in forme, lor toccò in sorte aver menti presaghe: o che fur pria di nostra specie, e poi vestendo piume e sorvolando i venti, serbano ancor de la ragione il lume: o che il loro volar vicini al cielo, e 'l respirar aura più pura, lungi dal nostro fango, e il posar raro in terra, de gli arcani de' Dei degni li renda. Come ciò sia, tu, che 'l facesti, il sai, primo Autor de' celesti e de' mortali. Ora il principio e 'l fin de l'aspra guerra deh per lor mezzo a noi mostrar ti piaccia. E se la Parca l'echionia Tebe concede in preda a le lernee falangi, daccene il segno, e da sinistra tuona; e i fausti augei con misteriosi canti ci annuncino quel ben che a noi destini: ma s'altrimenti hai pur disposto, tardi vengan gli augurii, e da la destra il cielo adombrino co' vanni i tristi augelli. Così dic'egli, e sovra un sasso siede, ed altri invoca sconosciuti Numi; e sgombra di caligine la mente discopre il ver, per quanto è vasto il mondo. Parton fra loro il campo; e 'l ciel diviso, tengon la mente, e con la mente il guardo, attenti ad osservar ne l'aria i segni. Stetter così gran pezza: alfin Melampo parlò primiero: - Anfiarao, non vedi, com'ogni augel, che spiega a l'aura i vanni, dà tristi indizi con l'infausto volo? Ve' com'altri si libra in su le penne? Ve' com'altri sen fugge, e co' lamenti un infelice augurio a noi ne lascia? Nè v'è fra lor de' tripodi seguace il nero corvo, nè il reale e grande portatore de' fulmini di Giove, nè quel sacro a Minerva: alcun migliore del falcon non vegg'io, e questi ancora da superiori augei spiumato e vinto. Io non scorgo volar ch'orridi mostri, nè sento altri gracchiar che gufi e strigi, e darne segno di futuri danni. E con tali portenti andremo a Tebe? A tali mostri si concede il Polo? Mira come con l'ugne i petti e i rostri squarciansi insieme, e dibattendo i vanni mandan fuori un fragor simile a pianto. - Così diss'egli, e Anfiarao rispose: - Molti ho già intesi oracoli febei, padre, fin da quel dì che in fresca etade da' semidei guerrieri io fui raccolto su la tessala nave: essi m'udiro spesse volte predir co' sacri carmi quello che in terra e in mar lor poscia avvenne; e ben sovente ne le dubbie cose, più che a Mopso, a me fede ebbe Giasone. Ma non mai tanto di futuri mali ebbi timor, nè più maligne stelle vidi giammai, e peggio ancor m'aspetto. Or volgi gli occhi attento: immenso stuolo mira venir da la serena parte de l'etere profondo a noi di cigni; o dal tracio Strimon Borea gelato li cacci, o cerchin più benigno clima de l'ubertoso Nilo in su le sponde: eccoli fermi, eccoli accolti in giro taciti star come rinchiusi in vallo; or questo a noi finga il tebano campo. Ma venir veggio da l'opposto lato maggior schiera d'alati, e a lei davanti sette d'immensi vanni aquile invitte; or queste a noi sieno gl'inachii duci. Già dan l'assalto al bianco gregge, e i rostri spalancan a le prede, e con gli artigli già stan lor sopra. Ahi quanto sangue piove! Quante cadon dal ciel divelte penne! Ma qual d'avverso Giove ira improvvisa distrugge i vincitori e manda a morte? Ecco il primier come dal Sole acceso cade, e l'alma e l'orgoglio a un tempo spira. L'altro, che ardisce de' maggiori augelli tentar le imprese, a mezzo il volo manca, e lo lascian cader le imbelli piume. Questi insiem col nemico a terra cade. Il quarto in rimirar de' suoi compagni l'immensa strage, spaventato fugge. Quegli fra' nembi soffocato more; questi morendo del nemico vivo fiero si pasce: le volanti nubi tutte in sangue son tinte. E perchè il pianto tenti celar, Melampo? Anch'io conosco colui che cade ne la gran vorago. - Così de l'avvenir sotto il gran peso gemono i vati, e già soffrono i danni veduti in ombra, come fosser veri. Dolgonsi de' volanti il moto e i voli spiato aver, ed i vietati arcani del cielo; ed esauditi, odiano i Numi. Ma donde mai questo sì folle amore d'antiveder le cose entro le menti de' miseri mortali origin ebbe? Forse è dono de' numi? O pur noi stessi non siam di ciò, che possediam, contenti? Noi vogliamo saper qual ne sovrasti dal nascer nostro sino al giorno estremo lieto o infausto destino, e ciò che Giove benigno o l'empia Cloto a noi prepari. Quindi è che si ricercano le fibre, e 'l garrir degli augelli entro le nubi, e i moti de le stelle, e de la luna i vari giri, e alfin le magic'arti. Ma non mai tanto osâr ne l'aurea etade gli avoli nostri e quelle dure genti uscite fuor da roveri e macigni. Era lor sola ed innocente cura amar le selve e coltivare i campi: il cercar oggi quel che 'l dì venturo prometta, era fra lor non picciol fallo. Noi, gente iniqua e vana, i sacri arcani osiam cercar de' Numi: e quindi poi nascon la tema e l'ira e 'l reo delitto, e le insidie e le frodi; e i nostri voti son privi di modestia e di pietade. Ma Anfiarao scinte dal crin le bende con dispettosa mano, e il sacro serto gettando lungi inonorato e vile, scendea dal monte. Egli ha sì fissi in mente gl'infausti augurii, che già sente e vede le trombe e l'armi e la lontana Tebe. Dolente e mesto entro segreta cella si chiude, e nega rivelare i fati: fugge il vulgo importuno, e del Re amico schiva le inchieste e de' maggior guerrieri. Melampo anch'ei si cela, e per le ville esercitando va la medic'arte. E già sei volte e sei de l'Orïente schiuse aveva le porte al dì l'Aurora, dacchè stavan sospesi e duci e plebe. Di Giove intanto il gran comando preme, e corron tutti a l'armi, e lascian vuoti i vasti campi e le cittadi antiche. Dietro si tragge il bellicoso Dio mille squadre d'armati: in abbandono si lasciano le case e i dolci figli, e le consorti misere e piangenti: tanto nel petto lor s'infonde il Nume! Spiccan l'armi da' tetti, e fuor de' tempii traggono i carri sacri un tempo a' Dei. Chi a lo girar de la volubil cote affila i dardi, e i rugginosi brandi aguzza e terge e luminosi rende: chi tratta gli elmi lievi, e le corazze a' petti adatta e le ferrate maglie. Già i vomeri, gli aratri e gli altri arnesi, sì cari un tempo a la sicana Dea, miransi rosseggiar dentro le ardenti fornaci; e a l'alternar di più martelli mutar l'uso pacifico in guerriero. Tagliano i sacri boschi, e ne fann'aste, e al bue già vecchio non si ha più pietade, per coprir col suo cuoio e targhe e scudi. Corrono in Argo, e su le regie soglie gridano guerra; e 'l ciel rimbomba intorno. Non con tanto fragore il procelloso Tirreno freme, nè sì forte scuote Encelado il gran monte, allor che il fianco tenta mutar sotto l'immenso peso: da le profonde sue caverne mugge Etna, e vomita fiamme; in sè ritira Peloro i flutti, e la Sicilia unirsi teme al terren onde fu pria divisa. Ma Capaneo del bellicoso Nume più d'altri acceso, di superbo cuore, e d'ozio impazïente e di riposo, s'era qui tratto al suon di tanta impresa. Scendeva egli per lung'ordine e certo d'avi reali, ma le illustri imprese de' suoi maggiori avea oscurate e vinte col braccio invitto e col terribil brando sprezzator d'ogni Nume e d'ogni dritto, e prodigo di vita, ov'ira il muova. Un de' biformi abitator de' boschi di Foloe sembra, e con gli etnei Ciclopi gareggiar può di mole e di fierezza. Ora costui su le rinchiuse soglie d'Anfiarao, ove fremendo stanno la plebe e i duci, minacciando grida: - Che viltà è questa, Argivi, e voi di sangue congiunti Achei? Oh nostra infamia e scorno! Dunque su 'l limitar d'un uom del vulgo ozïosi staran tanti guerrieri? Tant'alme pronte a generose imprese? Non io, se Apollo (e siasi pur qual finge l'altrui timore) sotto il cirreo giogo muggir udissi dal profondo speco, tanto aspettar potrei, che le tremende ambagi sue la Vergine scoprisse: a me la spada e 'l mio valor è Dio. Esca omai fuor con le mentite frodi, figlie del suo timore, il sacerdote, o ch'io farò veder quanto sia vano il volar degli augelli. - Ei così parla, e il volgo militar con gridi applaude. Ma d'Ocleo il figlio d'altre cure pieno esce costretto alfin dal chiuso ostello. - Me non muove (dic'ei) l'alto clamore del giovane profano, o i fieri detti, benchè minaccin morte. Il mio fatale giorno ancor non è giunto, e questo petto scopo non sarà mai d'armi mortali. Ma l'amore di voi, ma il troppo Nume mi spinge e sforza, e vuol ch'io sveli i fati. Io le cose future, e s'oltre ancora scoprir si può, dolente a voi paleso; nè teco parlo, o giovane feroce, chè per te solo è muto il nostro Apollo. Dove, miseri, andate? A che rapite l'armi in onta de' Numi e del Destino? Qual Furia vi flagella? In sì vil pregio l'alme vi sono? Argo v'è dunque a schivo? Nè vi son dolci le paterne case? Nè degli augurii alcun pensier vi prende? A che mandarmi a l'inaccesso giogo de l'alato guerrier, l'eterne menti ad ispiar de' Numi entro il concilio? Ed or che giova che a me sieno noti gli acerbi casi ed il funesto giorno? Qual crudel fato a voi sovrasti? e quale me stesso aspetti? In testimonio io chiamo de l'ampio suol le investigate cose, le voci de gli augelli, e te, o Timbreo, che mai sì fiero a me parlasti: unquanco vidi sì tristi segni e sì palesi indizi di certissima ruina. Vidi le sceleraggini fatali de gli uomini e de' Numi, e festeggiante vidi Megera, e l'inflessibil Parca vuotare interi i secoli dal fuso. Lungi scagliate l'armi. Ah forsennati! Ecco il Nume, ecco il Nume a voi lo vieta. Miseri! Che follia del vostro sangue gir a impinguar de la Beozia i campi, e del reo Cadmo le profane zolle. Ma perchè parlo indarno, e 'l già prefisso momento io tardo? Noi pur troppo andremo. - Qui troncò i detti, e sospirando tacque. Ma Capaneo: - Questo furor sia teco, augure infausto; e giovi a tua viltade, sicchè tu in Argo inonorato resti, nè turbi i sonni tuoi guerriera tromba. Ma non tardar con queste ciance e fole l'impeto de' magnanimi guerrieri. Certo, perchè ozïoso i canti e i voli tu osservi de gli augelli, e in molli piume ti goda la consorte, e i cari figli ti scherzino d'intorno, il gran Tideo noi lasceremo inulto, e de le genti le sacre leggi vïolate e infrante. Ma se non vuoi che muovan l'armi i Greci, vanne tu stesso a Tebe, e questo serto t'assicuri le strade; a te del Cielo noti son dunque i più segreti arcani e le prime cagioni? O qual mi prende pietà de' Numi, se le preci e i carmi di noi ponno turbare il lor riposo! Perch'empi di terror l'anime sciocche? La viltade e il timor fecero i Numi. Pur per or ti si passi, e senza tema sfoga il vano furor; ma ben t'avviso, che al primo suon de' concavi oricalchi, quando noi beverem dentro gli elmetti Dirce e l'Ismeno, e ch'io correrò a l'armi e a la battaglia, non venirmi innanzi co' tuoi augelli a ritardar la pugna; non questo Febo tuo, non queste bende ti gioveriano allor: tutte in quel loco io vo' predir le sorti, e saran meco auguri e vati li più audaci e forti. - Suonan d'intorno nuovi applausi e gridi, e l'immenso rumor giunge a le stelle. Qual rapido torrente, a cui più rivi portan tributo, e le disciolte nevi rendon gonfio e superbo; ogni riparo soverchia, e inonda i campi, e seco tragge ne' vortici spumosi a un tempo stesso e le zolle e le case ed i pastori, e le mandre e le greggi, insin che rompe l'impeto a un colle, e 'l suo furor raffrena: così garrían fra lor; ma l'ombre stese la buia notte, e separò le risse. Intanto Argia, che del consorte amato in sè risente il duolo, e le querele non ne può piú soffrir con cuor tranquillo; come si trova, co' capelli sparsi, e gli occhi pregni di pietoso pianto, tra 'l confin de la notte e de l'aurora, quando scendendo in mar le vaghe stelle si duol Boote di restar addietro, sen va notturna al padre, e al bianco seno appeso il suo Tersandro a l'avo porta. Ma poi ch'entrò, fermossi al letto, e disse: - Perchè piangente, intempestiva e sola senza 'l mesto consorte a te ne venga, padre, tu 'l sai, benchè io me 'l taccia: io chiamo in testimon de' genïali letti i tutelari numi, e per te stesso io giuro, o padre, ei non mi manda. Io sono mossa dal mio dolor, che di riposo mi priva da quel dì che infausta Giuno con la sinistra man le nuzïali tede m'accese: i vicini pianti non mi lascian godere ora di sonno. Non se di tigre avessi 'l petto, o il core duro al par d'uno scoglio, i suoi lamenti senza pietà soffrir potrei. Tu solo puoi consolarne, ed è in tua man riposta l'unica medicina a' nostri mali. Dacci la guerra, o padre, e de l'abbietto genero tuo mira lo stato, e mira questo d'un infelice esule figlio. Non patir tanto scorno al proprio sangue. Deh ti sovvenga il giuramento dato nel primo ospizio, e gl'invocati Numi, e le congiunte destre. Il mio consorte è quello pure che indicaro i Fati, e che Apollo prescrisse: io già non arsi d'amor furtivo e di colpevol face. Tu me lo desti, e al tuo volere ancella io fui, e ubbidïente: or con qual cuore ne soffrirò i lamenti? Ah tu non sai quanto accresca l'amor misero sposo! Ahi lassa! Io veggio ben ch'ora ti chiedo dono odïoso e infausto, e che di pianto cagion mi fia. Ma quando il fatal giorno romperà i nostri baci, e che le trombe daranno il segno di partire, e i cari visi chiudrete ne' dorati elmetti, padre, allor ti farò contrari voti. - Così diss'ella; e il genitor co' baci libonne i pianti, e placido rispose: - Già, figlia, non temer che i tuoi lamenti biasmi o condanni: cose giuste chiedi, e negarle io non so. Ma ancor sospeso tengonmi i Numi, e ragionevol tema, e del mio regno le diverse cure. Non diffidar però, figlia; anche a questo si darà fin; nè ti dorrai che 'nvano pregato m'abbi. Tu 'l consorte afflitto consola intanto; e non gl'incresca il nostro maturo differir. Le grand'imprese chieggon grandi apparati; e la tardanza giova a la guerra. - Così dice, e lascia le molli piume a lo spuntar del giorno da' suoi gravi pensier chiamato a l'opre.
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