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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro IX |
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There are no translations available. MORTE DI IPPOMEDONTE E DI PARTENOPEO L'atroce rabbia di Tideo crudele manda a l'Ismeno il suo germano Asopo, e somministra l'onde, ed egli stesso della terra le viscere ricerca, e fuor ne caccia i stagni e i tardi laghi e le pigre paludi; indi a le stelle avidamente il volto inalza, e i nembi umidi in seno attragge e l'aria sugge, e tumido soverchia ambe le sponde. Ippomedonte, che già mezzo il fiume varcato avea solo coll'acqua a' fianchi, si maraviglia come tanto cresca la torbid'onda, e che le braccia e 'l petto omai gli copra, e sè minor conosce: gonfiansi i flutti d'ogni parte, e sorge animosa tempesta al mar simíle, quando assorbe le Pleiadi, e Orïone torbido oppone a' timidi nocchieri. Non altrimenti del marino assalto scuote il fiume tebano Ippomedonte, e più s'estolle nello scudo urtando, e in quello infranto si dilata e spande, e con onda maggiore indi ritorna; nè contento di ciò svelle ed atterra gli arbuscei da le ripe e i vecchi tronchi, e solleva dal fondo arena e sassi. Sta inegual la tenzon fra l'uomo e 'l Fiume, e la Divinità n'ha sdegno e scorno; perchè non cede il fier, non si ritira, nè paventa minacce, e a' flutti irati va incontro, e a' fiumi torbidi e sonori oppon lo scudo e li respinge indietro. Sotto il terren gli sfugge, ed ei sta immoto sovra i lubrici sassi, e le ginocchia tende, e si ferma sul fallace limo, ed oltraggiando parla: - E donde Ismeno questo nuovo furor? E da qual vena, servo d'imbelle Dio, traesti l'acque? O sol avvezzo a rimirare il sangue tra' femminili cori, allor che i bossi suonan di Bacco e le furenti madri svenan negli orgi trïennali i figli? - Disse: ed a lui tutto mostrossi il Fiume, torbido il viso di stillanti rivi ed offuscato di nuotante arena; nè co' detti infierì: ma dell'opposto guerrier tre volte e quattro il petto audace, quanto il suo Nume e l'ira sua valea, alzandosi percosse. Allora il passo ritrasse Ippomedonte, e da la mano cadde lo scudo, e tardi volse il tergo. L'incalzan l'onde, e trionfante il Fiume, mentr'ei vacilla, il preme. I Tirii d'alto scaglian d'aste e di sassi orrido nembo, e gli vietano irati ambe le sponde. Or che farà d'acque assediato e d'armi? Non può fuggire il misero, e gli è tolto morir di grande e memorabil morte. Stava frassino eccelso in su l'erbose ripe pendente fra la terra e l'acque, ma più a l'acque proclive, e di grand'ombra copriva il fiume. A questo Ippomedonte stende l'adunca mano, e vi si appiglia (qual rimangli altra via per gire a terra?) ma nol sostien la pianta, ed in giù tratta dal maggior peso, che l'aggrava in cima, da le radici, con cui parte al fiume s'attiene e parte a l'arido terreno, divelta cade, e seco trae la ripa, e 'l trepido guerrier, come se un ponte su lui cadesse, col suo peso opprime. Vi accorron l'onde, ed un tenace limo nel fondo siede, e i vortici profondi fan maggior la vorago: e già le spalle, già il collo del guerrier co' tortuosi gorghi circonda. Allor si dà per vinto il lasso Ippomedonte, e così parla: - Non ti vergogni, inclito Marte, in questo fiume sommerger mia grand'alma? Io dunque quasi vile pastor, cui d'improvviso la piena oppresse, andrò cibo de' pesci dentro i torbidi laghi e i pigri stagni? Degno dunque non fui morir di ferro? - Da queste preci al fin mossa a pietade Giuno parlò al Tonante: - E sino a quando, gran genitor de' Numi, i mesti Argivi opprimerai? Già Pallade ha in orrore il suo Tideo; già per lo vate assorto tacciono in Delfo i tripodi d'Apollo: or ecco Ippomedonte, a cui Micene fu culla ed Argo è patria ed io son Nume, (così a' miei son fedele?), andrà de' mostri marini in preda? Tu l'esequie estreme, tu pur le tombe promettesti a' vinti. Che gioveranno a lui l'attiche fiamme e i roghi di Teseo? - Non sprezzò Giove della consorte i giusti voti, e a Tebe volse placido il guardo, e al primo cenno calmârsi l'onde e si abbassaro i fiumi. Scoprîrsi allor del cavalier ferito l'esangui spalle e il traforato petto; siccome avvien se le procelle scosse dallo spirar d'impetuosi venti cessano in mar, sorgon gli scogli in alto, e la terra cercata a' naviganti si mostra, e l'onda da i sbattuti sassi al fondo cala. E già preme il terreno: ma che pro, se di strali un folto nembo d'ogni parte il circonda, ed a le membra non ha riparo, e tutto esposto è a morte? Gli si apron le ferite, e 'l congelato sangue, che istupidì sotto dell'onde, a l'aria aperta esposto, ogni meato scioglie a le vene e giù piove a torrenti, e sotto gli vacilla istupidito dal gel del fiume il mal sicuro piede. Al fin ei cade; quale in giù ruina nell'Emo tracio, d'Aquilone a' fiati, o perchè le radici il tempo edace le abbia corrose, altera quercia e grande, ch'alzò il capo a le stelle, e di sua mole molt'aria sgombra: mentr'essa vacilla, il pian la teme e il monte, e da qual parte cada non sanno, e quali selve opprima. Non v'ha però chi di toccarne ardisca l'elmo, la spada; e a gli occhi propri appena prestano fede, ed han terror mirando quel cadavere immenso, e insiem ristretti coll'armi in pugno a lui si fan vicini. Ma giunge al fine Ipseo, che da la mano (che morta ancor l'impugna) il ferro tragge, e l'elmo scioglie da la torva faccia: indi in cima dell'asta a' suoi Tebani alto lo mostra, e così fiero esclama: - Questi è il feroce Ippomedonte, e questi dell'immane Tideo l'ultor temuto e il domator del nostro sacro fiume. - Il fiero Capaneo da lungi il vede, e il dolor reprimendo, immensa trave libra col braccio, e la sua destra invoca: - Siimi propizia, o destra, a me sol una presente in guerra, e inevitabil Nume; te sola adoro, e ogni altro Nume sprezzo. - Dice: ed ei stesso il proprio voto adempie. Vola l'asta tremenda, e per lo scudo passa l'usbergo, e mortalmente giunge là dove l'alma nel gran petto ha sede. Allor sen cade Ipseo con quel fragore ch'eccelsa torre da più colpi scossa in giù ruina e al vincitor superbo lascia della cittade aperto il varco. Capaneo gli sta sopra; e, - Della morte non ti fraudo l'onor (dice): rimira quello che ti ferì, quello son io. Or va contento, che riporti il vanto sopra l'altr'ombre. - Indi la spada e l'elmo ripiglia, e a questi il vinto scudo aggiunge, e su l'esangue Ippomedonte in alto le tien sospese; e, - Queste prendi (grida) spoglie tue, spoglie ostili, inclito duce; ben si daranno al cenere famoso gli onor dovuti, e tua magnanim'ombra non se n'andrà raminga e senz'avello: ma intanto che tu aspetti e fiamme e rogo, te con quest'armi, di sepolcro invece, vendicatore Capaneo ricopre. - Così a vicenda fra i Tebani e i Greci dubbioso Marte dividea le stragi. Piangono questi Ippomedonte fiero, e quelli Ipseo non men feroce e pronto, e dal dolore altrui traggon conforto. Dell'arcade garzon la fiera madre turbata intanto da funeste larve, de' notturni riposi in mezzo a' sonni, col crin disciolto e colle piante ignude (secondo il rito) e prevenendo l'alba, se ne gía del Ladone a l'onde algenti, per purgar dentro il fiume il sonno infausto. Perocchè fra i sopor dell'atre notti, fatte inquïete da' pensier molesti, vedute avea cader da' sacri altari quelle che di sua man spoglie vi appese, e sè da' boschi esclusa e dalle Ninfe cacciata in bando andar raminga e sola ad ignoti sepolcri errando intorno. Spesso nuovi trofei tornar dal campo, e l'armi e 'l destrier noto ed i compagni del figlio vide, e mai non vide il figlio: talor le parve la faretra a terra da le spalle caderle, e la sua immago e i suoi simulacri arder nel fuoco. Ma presagio più certo e più funesto recò a la madre quella stessa notte, che tutta a lei mise in tumulto l'alma. Sorgea d'Arcadia negli ameni boschi quercia famosa e di felici rami, che scelta fuor da le minori piante aveva di sua man sacra a Dïana, e col suo culto l'avea fatta Dea. A questa essa appendea sovente l'arco e i rintuzzati dardi, e de' cinghiali le adunche zanne, e de' leoni uccisi le vuote spoglie, e de' fugaci cervi pari a le selve le ramose corna. Appena a' rami luogo resta, tante la circondan per tutto agresti spoglie, e 'l balenar di ferri e d'armi appese toglie della verd'ombra il grato orrore. A lei parea che dal cacciar le fiere scendea da' monti faticata e lassa, d'orsa feroce alto portando il teschio, terror dell'Erimanto: e quivi giunta vedea la pianta da reo ferro tronca giacer, scosse le chiome, ed ogni ramo stillar di vivo sangue. E a lei, che il chiede, Ninfa racconta che il nemico Bacco e le sanguigne Menadi l'han svelta. Mentr'ella piange e si percuote il seno, si scioglie il sonno; essa abbandona il letto, e il falso pianto invan da gli occhi asciuga. Dunque poichè attuffò, purgando il sogno, tre volte il crin nel fiume, e detti aggiunse delle madri a purgare atti le cure, dell'amata Dïana al tempio corse a lo spuntar del giorno, e lieta vide starsi la selva e la sua quercia intatta. Fermossi allor sul limitar del tempio, e in cotai voci pregò il nume invano: - Vergine Dea, c'hai sovra i boschi impero, di cui le forti insegne e gli aspri studi, sdegnando il sesso, oltre il costume greco sovente seguo, nè di me più fidi sono al tuo culto i popoli di Colco, nè delle scite Amazzoni le schiere; non a me i balli ed i profani giuochi piacquer dell'empie notti, e benchè io giacqui contaminata in odïoso letto, trattare i tirsi e la conocchia imbelle ebbi in orrore, e nelle selve ancora restai dopo le nozze, e dopo il parto vergine colla mente e cacciatrice. Nè già mi piacque entro remoti spechi celar il fallo; ma il fanciul tremante a' piè ti posi, e confessai l'errore. Ei non mentì il mio sangue, e nelle selve pargoleggiò fra gli archi, e con i pianti e con le prime voci i dardi chiese. Deh questo a me (che mai la spaventosa notte minaccia e l'inquïeto sonno?) questo, che in te fidato a le battaglie con audace desio pur or sen corse, dammi, o gran Dea, che vincitore io miri tornar dal campo: e se pur troppo io chieggio, dammi almen che io lo veggia, e te seguendo, sudi dell'armi tue sotto l'incarco. Fa vani, o Dea, di mie sciagure i segni. E quale han mai ragion delle tue selve le Menadi inimiche e i Dei tebani? Misera! (ahi sian fallaci i tristi augurii) perchè la quercia tua, perchè il mio sogno in così fiero e infausto senso io spiego? Ma se i presagi miei veri pur sono; per lo dolor materno e per quel lume che dal fratel ricevi, io ti scongiuro, co' dardi tuoi quest'infelice seno trafiggi, o Diva, e pria ch'io la sua morte, permetti ch'egli la mia morte intenda. - Così diss'ella, e lasciò il freno al pianto, e sudar vide il simulacro algente. Lascia Trivia feroce entro il suo tempio l'afflitta madre, che i suoi freddi altari terge col crin disciolto, e addietro lassa velocemente Menalo sublime, ch'alza fra gli astri la frondosa fronte; e per quella del ciel strada più interna, che sol risplende a' Numi, il volo drizza a le mura di Cadmo, e d'alto scorge sotto a' suoi piedi quanto è vasto il mondo. E di già mezzo il suo cammin varcato tra i verdi colli di Parnasso avea, quando incontrò il fratel mesto in sembiante da risplendenti nubi intorno cinto. Facea ritorno da' tebani campi piangendo invano il suo gran vate assorto; all'unïon de' due maggior pianeti rosseggiò il cielo, e a quel divino incontro splendette accesa di più viva luce d'ambo la chioma, e negli alterni amplessi ripercossi suonâr faretre ed archi. Febo parlò primier: - So ben, germana, che all'arcade garzon, che troppo audace le tirie schiere e le feroci pugne tentare osò, brami recar salute: la fida genitrice è che ten prega. Deh così nol vietasse il fato avverso! Ecco che io stesso del fedel mio vate senza riparo (oh mia vergogna eterna!) l'armi e le sacre bende al vuoto Inferno discender vidi, e lui l'avide luci (precipitando) in me tenere immote; nè il carro io gli ritenni, e non gli chiusi la gran vorago. O veramente fiero, e d'esser adorato indegno Nume! Non vedi, o suora, come stanno mesti i nostri spechi e taciturni i tempii? Questo sol dono al mio fedele io rendo. Cessa tu ancor da la tua vana aita, sorella, e non pigliar fatica indarno. Immutabile è il Fato, e già al suo fine tende Partenopeo, nè sono oscuri gli oracoli fraterni, e non t'inganno. - - Ma di gloria colmar quell'infelice (rispose allor la vergine turbata) e dar alcun sollievo alla sua morte mi fia permesso. Le dovute pene non fuggirà il crudel che l'empia mano profanerà nell'innocente sangue. Anche a' miei dardi incrudelire è dato. - Parte, ciò detto, ed al fratel le gote più scarsa porge, e a Tebe irata vola. Intanto più crudel ferve la pugna per li due regi estinti, e la vendetta maggior furor d'ambe le parti accende. Piangono Ipseo i Tebani; e maggior duolo a' Greci apporta Ippomedonte estinto; vengono a stretta pugna; un solo ardore i cuori accende: uccidere o morire, e trar l'ostile o dare il proprio sangue. Non si arretran d'un passo, e corpo a corpo s'azzuffano rabbiosi, ed a la fuga antepongon la morte. In su la cima del gran monte Dirceo fermossi allora Cintia discesa per la via de' venti. La sentirono i colli, e tremò il bosco in riveder la conosciuta Dea, che in mezzo a le sue piante, ignuda il petto, con saette crudeli a la feconda Niobe spense la prole, e stancò l'arco. Scorreva intanto per le schiere ostili Partenopeo per poche stragi altero su cacciator destriero, a le battaglie non uso e appena a' primi freni avvezzo, cui ricopriva il maculoso vello di tigre ircana e colle zampe aurate flagellava le spalle: il collo in arco curvo e sottile, e la superba chioma ristretta in nodi, e gli pendean sul petto bianchi monili di ritorti denti (trofeo de' boschi) dell'uccise fiere. Ei con nodo legger succinto il fianco del manto d'ostro doppiamente tinto, e della ricca d'ôr lucida veste (unico della madre almo lavoro), pender lasciava dal sinistro arcione il forte scudo, e del suo grave brando con aurea fibbia alleggeriva il peso. Che grato udir lo strepito con cui la vagina, il pendaglio e la faretra eco fanno al fragor delle catene, che, del collo a difesa, in su le spalle gli cadon da la cima dell'elmetto! Baldanzoso scuoteva egli talora le piume del cimier di gemme adorno. Ma quando, stanco di pugnar, dal volto di sudor molle la celata scioglie e fa vedersi col bel capo ignudo, dolce allora il veder scherzar col vento la bionda chioma, e di più viva luce sfolgoreggiare le pupille accese e le guance di rose, in cui non spunta (bench'ei sen dolga) il primo pelo ancora. Egli di sua beltà sprezza le lodi, e il volto inaspra; ma nel vago aspetto leggiadra è l'ira, e venustà gli accresce. Cedongli volontari, e altrove i dardi in lui drizzati volgono i Tebani, rimembrando i lor figli, ed egli ingrato li tenta, e l'aste vibra, e ognor più fiero contro chi gli perdona incrudelisce. Mentr'ei combatte e più leggiadro appare tra la polve e il sudor, da' vicin colli lui vagheggiando le sidonie Ninfe lodanlo a prova, e co' sospiri interni van traendo del cor le occulte brame. Mentre Cintia ciò vede, e in sen le serpe pietoso duolo, le virginee gote contamina di pianto, e così dice: - E qual poss'io da la vicina morte, tuo fido Nume, ritrovarti scampo? Oh troppo audace e misero fanciullo! Tu pur volesti della madre in onta gire a sì crude guerre? In te cotanto poteo virtù immatura e ardente brama di glorïoso e memorabil fine? A te i menali dunque ombrosi boschi d'anni tenero ancor parvero angusti? Tu, che senza la madre infra i covili delle fiere sicuro andavi appena, nè forza avevi a maneggiarne l'arco e le agresti saette; or che si lagna la misera, e rinfaccia i sordi Numi, e stanca i nostri tempii e i muti altari: tu godi altero infra le trombe e i gridi delle battaglie, e mentre te non curi, tu morrai solo a l'infelice madre. - Ciò detto, cinta di purpurea nube (per non essere almen discesa indarno ad onorar del giovane la morte) ov'è lo stuol più folto ella si mesce; ma pria da la faretra i lievi dardi toglie al folle garzone, e la rïempie di celesti infallibili saette. Quindi il cavallo e 'l cavaliero asperge d'ambrosia, e vuol che sino al punto estremo a' colpi ostili impenetrabil resti, e i sacri carmi e i mormorii vi aggiunge ben noti a lei, che ne' notturni tempi entro le grotte a le profane Maghe gl'insegna, e addita lor l'erbe nocive. Allor Partenopeo, tendendo l'arco scorre per tutto, nè ragion l'affrena: già la patria, la madre, e già se stesso posto ha in oblio; ma più feroce e ardito usa soverchio de' celesti dardi. Qual tenero leon, cui nella grotta la madre arreca il sanguinoso pasto, appena sente svolazzar la giubba su l'altera cervice e torvo mira di novell'unghia il fiero piede armato, sdegna d'esser nudrito, e per li campi libero scorre, e gli antri angusti oblia. Chi potrà raccontar, giovine ardito, color che da' tuoi strali ebbero morte? Corebo tanagreo cadde primiero, passando il dardo per angusta via tra l'orlo dello scudo e 'l fin dell'elmo; gli sgorga da la gola a rivi il sangue, e il volto acceso ha del divin veleno. Più crudelmente ad Etion trafigge tripartita saetta il manco ciglio: ei fuor la tragge insiem coll'occhio, e corre contro del feritore a far vendetta. Ma che non pon l'armi celesti? Un nuovo strale vola per l'aure, e l'altra luce colpisce, e tutto se gli oscura il giorno; egli pur segue furïoso, dove il nemico rimembra, infin che d'Ida nel cadavere urtando, inciampa e cade. Qui fra le stragi il misero si giace palpitando e fremendo, e a dargli morte e i suoi Tebani e gl'inimici invoca. D'Abante i figli a questi aggiunge; il biondo Argo chiomato, e di lascivo amor il bel Cidon dalla sorella amato. Ferì del primo il ventre, e del secondo con colpo obliquo penetrò le tempie. Là passò il ferro, e qua restâr le penne, e da due parti il caldo sangue uscío. Chi da quei dardi può fuggir la morte? Non Lamo la beltà, Ligdo le bende, nè l'età giovanile Eolo difese: nell'anguinaglia Ligdo, in volto Lamo, Eolo è ferito nella bianca fronte. Un la scoscesa Eubea, l'altro produsse Tisbe nudrice di colombe; e il terzo voi più non rivedrete, o verdi Amicle. Colpo in fallo non vibra, e senza piaga strale non parte, nè la man si stanca; ma il primo fischio d'un volante dardo segue il secondo. E chi mai creder puote che tanto faccia una sol destra, un arco? Or per lo dritto fere, ora inquïeto a destra ed a sinistra i colpi alterna. Fugge talor, ma chi l'incalza mira solo coll'arco, e i dardi a tergo scocca: e già maravigliando e mossi a sdegno s'univano i Tebani, ed Anfione, che il sangue tragge dal Rettor de' Numi, cui fino allora erano state ignote le stragi onde il garzon rïempie i campi, primo a lui si fa incontro, e lo minaccia: - E fino a quando differir la morte speri, o fanciul, che déi lasciare in pianto e di te privi i genitori afflitti? Tanto l'ardire in te cresce e l'orgoglio, quanto fra tanti un sol guerrier non degna, teco (perchè minor) provarsi in guerra, e sei dell'ire nostre indegno oggetto. Torna in Arcadia, e in fanciullesche guerre scherza co' tuoi compagni: in questa arena Marte ferve davvero, e non da giuoco. Che se pur brami di funesta fama ornare il tuo sepolcro e il cener freddo, ti fia concesso. Morirai da forte. - Da stimoli più gravi il sen trafitto già buona pezza d'Atalanta il figlio ardea di maggior ira, ed al Tebano, che non taceva ancor, fiero rispose: - Troppo anche tardi a Tebe l'armi io porto contro sì vili schiere. E chi è cotanto fanciul, che contro voi pugnar non possa? Non i Tebani tuoi, ma in noi tu vedi la gran stirpe d'Arcadia e il fiero seme di valorosa infatigabil gente. Ne i taciti silenzi della notte me già non partorì ministra a Bacco madre profana: di lascive mitre noi non orniamo il crin; nè con infame destra vibriamo i pampinosi tirsi. Io pe' fiumi gelati a gir carpone fanciullo appresi, e delle immani belve osai entrar negli orridi covili. Che più? La madre mia di ferro e d'arco va sempre armata. I genitor fra voi solo sanno suonar timpani e bossi. - Più non soffrì Anfion, ma grave dardo vibrògli al viso: al balenar del ferro spaventato il destrier lanciossi in fianco, e sè da morte e il suo signor sottrasse, e cadde a vuoto il sitibondo colpo. Quindi Anfion vie più sdegnoso il ferro ignudo stringe, ed al garzon si avventa; ma Cintia allor svelatamente in campo si fe' vedere, e al suo furor s'oppose. Tra i seguaci dell'arcade garzone stava Dorcèo menalio, e n'era amante, ma di pudico amore, a cui la madre le guerre, i suoi timori e gli anni audaci dati avea in cura dell'amato figlio. Sotto sembianza di costui la Dea così parlò: - Partenopeo, ti basti turbate aver sin qui le tirie schiere; assai per te si è fatto: a la dolente madre perdona e a' tutelari numi. - Non piegossi il garzone, e a lei rispose: - Lascia, fido Dorceo (nè più ti chieggio) deh lascia almen che costui solo abbatta, ch'emula co' suoi dardi i dardi miei, che come me s'adorna, e sul destriero alto s'asside e scuote il fren suonante. Mie fien le briglie, e le acquistate spoglie saranno appese di Dïana al tempio, e la faretra donerò alla madre. - Malgrado del suo duol Cintia sorrise al semplice parlar del giovanetto. La vide Citerea, che allor del cielo in parte più remota e più segreta tenea fra le sue braccia il Dio guerriero, e rammentava al suo feroce amante i nipoti d'Harmonia e Cadmo e Tebe. Prende scaltra il suo tempo, ed opportuna l'interno duol, che dentro il cuor si cela, in cotai detti fra gli amplessi esprime: - Vedi, Marte, costei fatta orgogliosa per sua verginità, che ne' tuoi campi tra i guerrieri si mesce; osserva come e le schiere e le insegne ordina e regge. Nè contenta di ciò, di nostra gente ve' quanti manda innanzi tempo a morte. A costei la virtù dunque è concessa? A costei è il furor? A te sol resta ferir co' dardi le silvestri damme. - Da sì giusti lamenti il fiero Nume mosso a l'armi sen corre, e mentr'ei scende per lo vano del cielo, ha sola al fianco l'Ira: gli altri Furor sudano in guerra. Appena giunto, minaccioso sgrida la sconsolata Dea: - Non a te Giove diede le guerre, temeraria; e tosto, se tu non parti dal sanguigno campo, vedrai che a questo braccio e a questa destra Bellona stessa non può dirsi eguale. - Or che farà? Quinci di Marte il brando, quindi già colmo del fanciul lo stame la preme, e il volto del Tonante irato. Cede essa al fin da la vergogna vinta, e Marte allora infra le schiere sceglie l'orribile Driante a la vendetta. Dal torbido Orion nacque costui, e del gran genitor l'innato sdegno contro i seguaci di Dïana serba: questo è del suo furor prima cagione; quinci gli Arcadi turba, e i loro duci dell'armi spoglia: cade a lunghe file il popol di Cilene, e dell'opaca Tegea gli abitatori; e i capitani fuggon d'Epiro e le fenee falangi. Spera Partenopeo mandare a morte anche costui, e pur la destra ha stanca, nè più le forze intere; e benchè lasso, or questa turma, ora quell'altra infesta. Mille presagi del vicino fato e una tetra caligine di morte gli si presenta. Già più raro e scemo scorge suo stuolo, e il vero Dorceo vede. Sente che a poco a poco il vigor manca, e la faretra omai di dardi ha vuota; può l'armi appena sostenere, e tardi si conosce fanciul: ma quando a lui l'orribile Driante appresentossi col risplendente scudo, un tremor freddo pel volto e per le viscere gli scorse. Qual bianco cigno, che venir si vede sovra del capo il grande augel che a Giove le folgori ministra; entro le sponde vorria celarsi di Strimon sotterra, ed i timidi vanni al petto stringe. Tal di Driante in rimirar la mole l'Arcade d'ira non s'accende, e sente un insolito orror nunzio di morte. Pur l'armi appresta pallido, ed invano i Numi e Cintia invoca, e l'arco tende sordo e impotente, e la saetta appresta: tira indietro la destra, e la sinistra innanzi spinge, e le due corna unisce, e colla corda a sè già tocca il petto. Ma più veloce del Tebano il dardo vola contro il nemico, e del sonoro nervo recide l'incurvato nodo, e rende vano il colpo; e indebolite le mani, e l'arco rilassato, a terra cadono inutilmente le saette. Lascia quell'infelice e il freno e l'armi, impazïente dell'acerba piaga che nell'omero destro lo trafisse. Ed ecco nuovo stral giunge, e trapassa la delicata pelle, e le ginocchia tronca al destriero, ed il fuggir gli toglie. Ma nello stesso tempo (oh maraviglia!) cade Driante, e l'uccisore è ignoto; ma son note le cause, e gli odii antichi. Riportan mesti il lor signor ferito fra le braccia i compagni, ed ei si duole (oh semplicetta età!) più del destriero che di se stesso: sciolto l'elmo, cade, qual fior reciso, il suo leggiadro volto, e ne' languidi lumi e moribondi spira la venustade e manca il riso. Tre volte e quattro sollevargli il capo tentâr gli amici, ed altrettante il collo ricusò sostenerlo. Il bianco petto sgorga purpureo sangue, anche a' Tebani lagrimevol spettacolo e funesto. Tai voci infine dall'esangui labbra mandò interrotte da' singulti estremi: - Noi già manchiam; vanne, Dorceo, e l'afflitta madre consola. Certo io so (se il vero predicono le cure) essa nel sonno, già la mia morte, o fra gli augurii intese. Ma vanne cauto, e con pietoso inganno la tien sospesa, nè affrettarti, e tosto non darle il tristo annunzio, e quando parli, guarda che l'armi essa non tenga in mano. Ma quando al fine vi sarai costretto, così parla in mio nome a l'infelice: "Madre, del mio fallir pago le pene, chè rapii l'armi ancor fanciullo, e sordo a' tuoi consigli fui, nè mi ritenni; nè a mia salute ebbi per te riguardo, nè perdonai al tuo dolor. Tu vivi, vivi, e piuttosto il nostro ardire a sdegno muovati che a pietade, e omai deponi il superfluo timore. Invan da i colli di Liceo miri se da lungi scorga il mio drappello alzar la polve, o il suono se senta almen delle guerriere trombe. Io giaccio freddo al terren nudo in braccio; nè tu chiudermi i lumi, e almen gli estremi spirti raccor colle tue labbra puoi. Pur questo crine (ed a tagliar l'offerse), questo mio crine che tu ornar solevi contro mia voglia, o genitrice, avrai del corpo invece. A questo dona il rogo. Ma nell'esequie mie deh ti ricorda che con mano inesperta altri non osi spuntar le mie saette, ed i diletti miei cani alcun più non adopri in caccia. Quest'armi infauste nella prima guerra abbian le fiamme, o, se ti piace, in dono dell'ingrata Dïana appendi al tempio". -
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