Language Selection
Eventi in programma
-
There are no translations available.Read more...
Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
There are no translations available.Read more...
La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
There are no translations available.Read more...
Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
There are no translations available.Read more...
Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
There are no translations available.Read more...
E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro V |
|
|
|
|
There are no translations available. LA MORTE DEL BAMBINO OFELTE Spenta la sete, e saccheggiato e scemo raddoppiano i ripari, e con gli scudi altri copron la nave, ed altri al mare rendono il mare; altri al pugnar s'accingono, ma non stan fermi, e vanno i colpi a vuoto. Noi lanciam aste e dardi, e 'l ferreo nembo col turbine gareggia e colle nubi: volano e sassi e travi, e faci ardenti cadon or su la nave, or dentro l'onde. Scrosciano i tavolati; ed apre i fianchi il tormentato pino. In cotal guisa di grandine iperborea i verdi campi Giove copre talor: armenti e fere cadon oppressi, e non v'ha augel che scampi: s'atterrano le spiche: i fiumi inondano; e d'orribil fragor suonano i monti. Ma poi che Giove fulminò da l'alto, e squarciò il nembo, e rischiaronne il cielo, e chiaro ci mostrò de' grandi eroi la terribil sembianza, a noi di mano cadder l'armi non nostre e 'l folle ardire, e ripigliammo la viltà del sesso. V'erano i figli d'Eaco e d'Anceo, che minacciavan crudelmente i muri; ed Ifitone, che spezzava i scogli con asta noderosa; e sbigottite fra lor vedemmo torreggiare il grande figlio d'Anfitrione, e col suo peso far inclinar or l'una, or l'altra sponda, e ad or ad or star per lanciarsi in mare. Ma veloce Giason (Giasone, ahi lassa! non a me noto ancor) sen va scorrendo per li banchi e pe' remi e sovra 'l dorso de' naviganti afflitti, e chiama e spinge or Talaone, or Ida, ora d'Eneo il magnanimo figlio, ed ora i figli di Tindaro, di spuma aspersi e molli, e con la voce e con i cenni esorta i figli d'Aquilon, ch'erano ascesi nelle paterne nubi, e che all'antenna gían raccogliendo le squarciate vele. Sferzan costoro or con i remi il mare, ora coll'aste fanno a' muri offesa; ma il mar non cede, e l'aste e l'armi indietro ricadono nell'onde o sopra il legno. Lo stesso Tifi impallidito e lasso siede al timone, e lo governa appena. Muta spesso comandi, ed or rivolge la prora a destra, or a sinistra, e i flutti seconda, e schiva i perigliosi scogli. Quando dal bordo dell'estrema nave il figliuolo d'Eson sospese in alto, a Mopso tolto, un ramuscel d'oliva, e (fremendone gli altri) a noi richiede accordo e pace. Le procelle e i venti cen portaron la voce. Allor cessaro le nostre offese, e quasi a un tempo stesso si calmò la tempesta, e 'l Sole apparve pallido ancora e con incerta luce. Gittano il ponte, e baldanzosi a terra, deposte l'ire, e placidi in sembiante, que' cinquanta guerrier scendono insieme, gloria e splendor de' padri; e ci fur noti a le divise lor famose e conte. In cotal guisa scendon giù dall'etra (se il ver narra la fama) i Numi eterni, qualor piacer li prende a parche mense dentro i tugurii de gli Etiopi adusti, abitatori del purpureo mare, seder gustando il villereccio pasto: dan luogo i monti e i fiumi, e sotto l'orme del divin piede si rallegra il suolo, e si riposa dal suo peso Atlante. Era fra questi il gran Teseo superbo del maratonio onore; e li due figli de l'ismaro Aquilon, ch'ambe le tempie aveano armate di purpuree penne; e Admeto, a cui degnò servire Apollo; e Orfeo, che nulla in sè ritien di Trace; e 'l calidonio Meleagro; e 'l prode genero di Nereo; li due simíli di Tindaro gemelli ivan del pari, de gli occhi inganno: ambi uno stesso manto adorna e copre; ambi hanno un'asta in pugno; ambi nude le spalle, e liscio il volto; e portan ambi un'egual stella in fronte. Colle tenere piante Hila fanciullo osa l'orme seguir del grande Alcide; e benchè tardo il generoso muova i lenti passi, egli, correndo appena è che l'aggiunga; e di scudiero in vece dietro l'armi gli porta; e sudar gode de la faretra sotto il grave peso. Ecco di nuovo ne' feroci petti de le donne di Lenno occulta serpe Venere, e seco il lusinghiero Amore; e le tenta e le infiamma; e Giuno istessa più vaghi a noi dimostra i nuovi visi, gli abiti nuovi e le famose imprese de gli estrani guerrieri. Apriamo a gara i chiusi alberghi, e gli ospiti novelli allegre riceviamo; ardon le fiamme di nuovo in su gli altari, ed i nefandi passati errori ricopriam d'oblio: allor lieti conviti, allor felici sonni godiamo, allor tranquille notti. Nè certo fu senza voler de' Numi, che confessando noi le colpe nostre piacemmo a' Semidei: ma forse, o duci, qual trovi scusa al fallo mio amoroso saper vi giova. In testimonio io chiamo de gli antenati miei le Furie e l'Ombre: non da lascivo amor, non di mio grado corsi a straniere nozze (e ben lo sanno l'eterne Menti); il lusinghier Giasone, pur troppo avvezzo ad ingannar donzelle, me pur deluse: de' suoi finti amori fede può farne il crudel Fasi e Colco. Ma già in sè stesso rientrando l'anno, sciolte le nevi con più lunghi Soli, rendea tepidi il cielo, e gli astri e 'l mondo; e Lenno già di non sperata prole era ripiena, e già s'udian per tutto il gemito e 'l vagir de' nuovi Alunni. Io pur dal nostro non spontaneo letto ebbi due figli ad un medesmo parto; e benchè sposa a barbaro marito, a l'un del mio Toante il nome imposi. Dal dì che li lasciai, qual sia lor sorte dir non saprei; ma se Licaste mia (qual mi promise) ha di lor cura preso, il quarto lustro avran compiuto appena. Ma già calmati i burrascosi venti invita l'Austro i naviganti al mare: la stessa nave par che aborra il porto, e spezzar brami il canape dal lido. Dispongono la fuga i Minii ingrati, e Giasone i compagni affretta e guida. Deh così 'l vento in più remote spiagge sospinto avesse il traditor, cui nulla de' figli calse e de la data fede! Dicesi ch'egli del Monton di Frisso in Grecia abbia portato il vello d'oro. Ma poi che Tifi da le note stelle conobbe, e dal rossor de l'Occidente, sereno il nuovo giorno e la stagione di già fatta sicura: al nuovo albore intimò la partita. Allor fra noi si rinnovaro i pianti, e l'aspra notte fu di nuovo per noi la notte estrema. Appena spuntò il dì, che da la poppa diede Giasone il segno e fe' dal lido scioglier la nave, ed ei primier la fune tagliò d'un colpo. Noi da gli alti scogli e dal monte miriam veloce il pino fender con lungo solco il mar spumante, fin che fur stanchi gli occhi, e la distanza ci fe' parer che 'l mar s'unisse al cielo. Giunge intanto novella che Toante de la fraterna Chio regna sul trono, che fur vani i miei roghi e che innocente sola fra tante fui. Freme l'iniqua turba; e 'l rimorso suo vie più l'inaspra, e del mio non peccar ragion mi chiede, e già fra 'l vulgo il mormorar ne cresce. Costei sola pietosa, e noi crudeli de la strage godemmo? Ah non lo soffra il nume e 'l Fato che su noi presiede! Da cotai voci spaventata io veggio già certa la mia morte, e che non giova a mia salute il regno. Occulta e sola m'involo, e scendo al lido ove già 'l padre fuggì poc'anzi, e in abbandono io lascio la funesta città; ma non già allora Bacco a me venne: una crudel masnada di corsari rapimmi, e in questi regni al re Licurgo mi vendè per serva. - Mentre in tal guisa con gli argivi duci Isifile rinnova i propri affanni ed inganna il dolor con lungo pianto, posto in obblio (così volendo i Fati) l'Alunno, che lasciò tra' fiori e l'erba: ei dopo aver pargoleggiato assai, sul fiorito terren posa le membra e gli occhi gravi in dolce sonno chiude: ha una man sotto 'l capo, e l'altra, stesa sul prato, carpe leggermente l'erba. Quand'ecco che sen viene orribil angue, nato dal suolo, sacro orror del bosco, che dispiegando le ritorte squamme, del corpo enorme parte innanzi spinge, parte addietro ne lascia, ed in se stesso ora rientra e si raccoglie, or n'esce: ha di livida fiamma i lumi accesi, e di verde velen spuman le fauci: ha tre schiere di denti, e vibrar sembra tre lingue, e d'aurea cresta ha 'l capo adorno. Disser gli agricoltor che al loro Giove sacro era il drago, e ne guardava il luogo e i boscherecci altari e 'l parco culto. Ei con lubrici giri or ne circonda il tempio, or nel passar la selva scuote, or co' suoi nodi i pini atterra e gli olmi. Sovente avvien che nel varcare i fiumi, posa col capo su una sponda, e l'altra colla coda ancor preme, e da le squamme l'onda divisa ne gorgoglia e bolle. Ma poi che per voler del Dio Tebano seccârsi l'acque, e l'assetate Ninfe si nascoser negli antri, ei più feroce di qua, di là con tortuosi giri si tragge e volge, e si dibatte e smania per lo calor de l'arido suo tosco: serpe per stagni e laghi, e cerca i fonti, e gli arsi letti de gli asciutti fiumi; e di sè incerto colle fauci aperte or l'umid'aria attragge, ora solcando lo squallido terren, cerca fra l'erbe, se di segreto umor fossero pregne; ma da qualunque parte il capo ei volga, il pestifero fiato ogni erba strugge; e al sibilar muoion d'intorno i campi. Tale divide il ciel con dritta riga da l'Artico gelato al Mezzogiorno il celeste Dragon da polo a polo: tale, o Febo, fu quel che 'l tuo Parnaso attorcigliando, fe' crollar più volte, finchè da cento e più piaghe trafitto portò una selva de' tuoi strali addosso. Qual Dio, picciol fanciul, ti diede in sorte morir oppresso da sì grave fato? E perchè mai ne gli anni tuoi primieri da sì grande avversario estinto giaci? Forse per far alle pelasghe genti sacro il tuo nome? E la tua picciol'ombra render più degna di sì illustre avello? Passa il serpente, e coll'estrema coda, senza mirare, il tocca e sì l'uccide. Si risente il meschino, e gli occhi aprendo l'ultima volta, li riserra in morte: qual uom che sogna e parla in tronchi accenti, ma non può intera proferir parola, mise un vagito, ed in eterno tacque. Isifile sentillo, e semiviva e tremante se stessa al corso affretta: già del suo mal presaga il guardo gira per tutto e 'l cerca, e coll'usate voci invan lo chiama. Il reo velen consunto l'avea così che non ne appar vestigio. Vede il serpente, che gran tratto ingombra il prato intorno, ancor che in sè ristretto e in mille giri avvolto, e sotto il ventre tenga celato il capo: inorridisce la misera, e d'un lungo acuto strido tutta fa risuonar l'ampia foresta. Ei, come nulla fosse, immoto giace. L'udiro i Greci, e l'arcade garzone al comandar del Re vola, e ritorna, e 'l caso espone; e muovon tutti insieme. Al balenar de l'armi, e de' guerrieri al fremito e al rumor la sozza belva si scuote, spiega il dorso e gonfia il collo. Corre il feroce Ippomedonte, e un sasso svelle (meta de' campi), e l'alza e 'l vibra contro il dragon crudel con quella forza che macchina mural l'avria sospinto; ma torce il collo la volubil fera, e cade il colpo a vuoto: il suol ne trema, e vanno in schegge della selva i rami. Ma Capaneo colla ferrata trave innanzi passa, e se gli ferma a fronte, e, - Tu non fuggirai (grida) i miei colpi, immane belva, o che del sacro bosco tu sia custode, o che agli Dei sii caro. Ed oh fossi tu pur diletto a' Numi? Non se sul dorso tuo stesse un gigante a tua difesa. - Vola l'asta, ed entra per l'anelante bocca, e la trisulca lingua recide, e l'arruffate squamme penetra sì, che tra l'altera cresta del rilucente capo il ferro uscendo, s'immerge entro il terreno infra le immonde cervella e l'atro sangue; in sì gran mole tardi si sparse della piaga il duolo. Ei l'asta annoda co' suoi giri e svelle; e corre al tempio, e a piè de' sacri altari vendetta chiede, e spira l'alma e 'l tosco. Voi lo piangeste, perchè forse trasse, laghi Lernei, dalla vostr'Idra il sangue; voi che di fior l'incoronaste, o Ninfe; e tu, campo Nemeo, per cui strisciando sen giva; e infrante le sonore canne lo pianser vosco i Fauni e i Dei Silvani. E Giove stesso il fulmine avea chiesto; e già correano e turbini e procelle; pur per allor frenò lo sdegno, e l'ira ritenne, e riserbollo a maggior dardo. Ma dal fulmine scosso un lampo scese, che le creste lambìgli in su l'elmetto. Poi che il mostro fuggissi, allor di Lenno fatta sicura l'infelice Donna pallida cerca il caro pegno, e giunta a quel cespuglio ove lasciollo, il vede porporeggiar di sanguinose stille: corre trafitta dal dolore, e certa scopre la sua sciagura. Ella sen cade qual da fulmin percossa in su l'infame terreno, e della strage al primo aspetto resta senza aver voce e senza pianto; sol bacia i mesti avanzi, e par che voglia l'anima intorno errante in sè raccorre: più non si scorge in lui d'uomo sembianza; il viso 'l petto deformati, l'ossa di carni ignude, le compagi e i nervi sudan di nuovo inusitato sangue, e fatto è il corpo suo tutta una piaga. Così poichè sovra d'un'elce ombrosa salì un serpente, e gli augelletti e 'l nido desertò, divorò: torna la madre, e in non sentir del suo loquace albergo il solito garrir sospesa resta, e si libra in su l'ali, e 'l cibo lascia cader di bocca; e fuor che sangue e piume da che null'altro scorge, e geme e plora. Ma quando l'infelice in grembo accolse le misere reliquie, e le coperse col biondo crin disciolto, alfin concesse libero il varco a' gemiti e a' lamenti: - O dolce immago de' lasciati figli, Archemoro, e del mio perduto regno e di mia povertà solo conforto, gioia ed onor del mio servile stato, unica mia delizia e mio contento; qual crudel Nume mi ti ha tolto? Ahi lassa! Io pur qui ti lasciai ridente e lieto brancolante su l'erba: or qual ti trovo? Ove il bel volto? Ove la dolce voce e i tronchi accenti? Ov'è il vezzoso riso, e 'l balbettare da me sola inteso? O quante volte a te di Lenno e d'Argo cantando i casi in placido riposo ti chiusi gli occhi! In guisa tal sovente consolava i miei danni; e già qual madre ti porgeva le poppe. Or a chi serbo questo mio latte, che ridonda e stilla su le ferite tue misto al mio pianto? Conosco i Numi infesti, e i duri sogni del ver presaghi: non apparve indarno a l'attonita mente in mezzo all'ombre Venere minaccevole e sdegnosa. Ma perchè i Numi incolpo? E già sicura della vicina morte il vero adombro? Qual follia mi sedusse? E qual mi prese oblio di tanto prezïoso pegno? Io mentre troppo ambizïosa narro l'origin nostra e i femminil furori, io quella fui che allor t'esposi a morte. Quest'è la mia pietà? quest'è l'amore? Or sei pur paga, o Lenno: o duci, o Regi, se a voi fu caro il beneficio mio, ch'or sovra me ricade; e s'a' miei detti fede prestaste e onore: ah mi guidate al crudel drago, o colle vostre spade qui m'uccidete, anzi che 'l mesto aspetto de' miei signori io veggia, e la dolente per mia sola cagion orba Euridice, quantunque il suo dolor sia pari al mio. Quest'empio dono io recherò alla madre? Ah pria s'apra la terra, e nel suo centro viva m'ingoi. - Così dicendo il volto lorda d'arena e sangue, e a' mesti duci co' suoi sospir par che rinfacci l'onde. Ma già più nunzi col funesto avviso erano giunti in corte, e in grave lutto l'aveano immersa, e 'l buon Licurgo in pianto: ei pure allor scendea dal sacro giogo d'Afasanto sublime: ivi su l'are aveva offerti sacrifici a Giove, mal graditi dal Nume; e in sè volgendo le minacciose viscere, tornava turbato e mesto e dimenando il capo. Ei sol fra cotant'armi inerme e queto stava, non già perchè gli manchi ardire, ma 'l ritengon gli oracoli e gli altari: le risposte de' Numi e le minacce de le profonde grotte ha fisse in mente: "Farà Licurgo alla tebana guerra le prime esequie". Ei per fuggire il fato sen sta guardingo, ma 'l vicino Marte e de le trombe il suono il turba e l'ange, e songl'in odio le infelici schiere. Ma chi fugge 'l destino? Ecco sen viene la figlia di Toante in mezzo a' Greci, mesta portando del bambino estinto i lacerati avanzi: e furibonda le va incontro la madre, e accompagnata da la femminea schiera ed urla e geme. Ma la pietà non è ozïosa e vile nel generoso padre, anzi più forte vien ne' disastri, e in lui lo sdegno ardente ristagna il pianto. Egli 'l cammin divora a lunghi passi alto gridando: - E dove, dov'è la scelerata, a cui non cale del nostro sangue e del mio mal s'allegra? Viv'ella ancora? Ite veloci e pronti, o miei seguaci, e la guidate presa. Io farò sì che le usciran di mente le favole di Lenno, e di sua stirpe l'origin menzognera e i finti Numi. - Dice; e già tratto il ferro, irato corre per darle morte; ma Tideo feroce col grave scudo lo respinge, e grida: - O tu, chiunque sei, ferma o t'uccido. - E Capaneo v'accorre, e Ippomedonte non resta addietro, e l'Arcade garzone tien alto il brando; onde riman conquiso quel Re infelice di tant'armi al lampo. Ma d'altre parti in sua difesa viene stuol di villani: il buon Adrasto allora e Anfiarao, che le sacrate bende del Re rispetta e di sua vita teme, vengon gridando: - Ah non si faccia: il ferro riponete, o guerrieri: un sangue siamo, siamo tutti una gente; ah cessin l'ire; e tu cedi primiero: - Allor Tideo, sdegnoso ancor, così a Licurgo parla: - E pensi tu che soffrirem che cada, per vendicare d'un fanciul la morte, su gli occhi nostri e di cotante schiere, la nostra duce e redentrice nostra vittima indegna su l'altrui sepolcro? La figlia di Toante, e di Niseo la gran nipote? Anima vile, forse poco ti par che mentre corre all'armi la Grecia tutta, fra cotante trombe, stai neghittoso in ozio infame e lento? Goditi pur la pace, e le vittrici squadre trovinti ancor al lor ritorno piangente stare a le tue esequie accanto. - Disse, e quel Re fatto più mite e l'ira pur raffrenando, a lui così rispose: - Io già non mi credea che mentre a Tebe ven gite a vendicar le giuste offese, veniste a me nemici. Orsù finite la vostra impresa, e me compagno vostro, me qui svenate; e se cotanta sete è in voi di sangue, su versate il nostro, e de la nostra gente; e questi tempii di Giove a me nemico abbian le fiamme. Tutto lice al furor: io mi pensai come Rege e signor nella mia serva per sì giusta cagione aver impero; ma Dio se 'l vede, e benchè tardi giunga, pur vien la pena a' gran misfatti eguale. - Così dicendo, ode rumor, e 'l guardo alla sua reggia volge, e nuovo scopre tumulto d'armi. La veloce Fama era arrivata a' cavalieri argivi col periglio d'Isifile: altri narra che la menano a morte; altri, ch'è morta colei che a loro fu cagion di vita. Tosto si crede, e 'l fren si lascia a l'ira. Corron con faci e dardi, e la cittade sveller dal fondo, incatenar Licurgo, e trasportare altrove il Nume e 'l culto minacciano in vendetta: i regii tetti di femminili gemiti rimbombano, e 'l primiero dolor fatto è spavento. Ma il buon Adrasto i suoi destrieri al corso in giro affretta; ed ei sul carro in alto tien Isifile in braccio, e dove bolle più la tenzon, la mostra a' cuor feroci. ed, - Oh cessate (grida), ecco colei che v'additò le salutifer'onde; nulla di mal è occorso, e 'l buon Licurgo non merita da voi cotanto scempio. - Così qualora in varie parti è tratto fra contrarie procelle il mar commosso quinci da l'Euro e da Aquilon, e quindi dal torbid'Austro, il chiaro dì s'imbruna, e 'l fiero verno in grandine si scioglie: se sublime sen vien su regia conca co' squammosi destrieri il gran Nettuno, e 'l gemino Triton precede il carro, e pace intíma d'ogn'intorno a l'onde; tosto spianansi i flutti, e di già i scogli scopron la cima, e già veggonsi i lidi. Ma qual propizio Nume i lunghi pianti d'Isifile pagò d'immenso bene, e la colmò di non sperata gioia? Tu de la stirpe sua principio e fonte, tu fosti, o Bacco, che da Lenno a Neme guidasti i due gemelli, e di tua mano disponesti il mirabile destino. Givano in traccia de la madre, e giunti eran pur or negli ospitali tetti del buon Licurgo, quando a lui pervenne de l'estinta sua prole il duro avviso; e lo seguiano a la vendetta: (o sorte! o de' mortali mal presaghe menti!) favorivano il Re; ma quando intorno sentiron risuonar Lenno e Toante, tra l'inimiche e tra l'amiche schiere, e tra le faci e i dardi apronsi il varco; e giunti ov'è la madre, a lei d'amplessi cingon il collo e i fianchi, ed a vicenda piangendo di piacer, le porgon baci. Essa di sasso in guisa immobil resta, nè sa fidarsi de gli avversi Numi. Ma poi che riconobbe entro i lor volti l'immagine del padre, e ne' lor brandi l'impresa d'Argo incisa, e su' lor manti le cifre di Giason da lei conteste, cessaro i lutti; e 'l subito contento l'oppresse sì che semiviva cadde, e di pianto miglior rigò le gote. Applaudì 'l Cielo; e fra le nubi udîrsi i timpani del Nume, i bossi, i cimbali percossi risuonar di lieto strepito. Allor d'Ocleo il venerabil figlio, poichè d'intorno a sè tacite e attente vide le schiere, e già placati i sdegni: - Udite (dice), o re di Nemea, e voi gran duci Argivi, ciò che Apollo impone e a me 'l rivela. Questo a l'armi nostre dolor già da gran tempo era dovuto, e cel guidâr per ordine le Parche: i fiumi asciutti, l'aspra sete, e 'l fiero serpente, ed il fanciul poc'anzi ucciso detto Archémoro (ohimè), da' nostri fati, tutto su noi da le superne menti de' Numi scese. Deponete l'ire e l'aste e i dardi; e di perpetui onori coroniamo il fanciul, che n'è ben degno; e la nostra virtude a la sant'Ombra porga doni leggiadri ed immortali. Ed oh così Febo sovente intessa nuove tardanze; e nuovi casi ognora differiscan le pugne; e da noi sempre più s'allontani la funesta Tebe. E voi felici, genitori, a cui fu dato superar d'ogni altro padre la gloria e 'l fato; e 'l di cui nome eterno fia sin che duri la Lernea palude, e che l'Inaco corra, e la Nemea selva con tremol'ombra i campi fera; non turbate co' lutti i sacrifici; nè piangete gli Dei, chè questi è un Dio, nè cambiería con la nestorea etade, o di Titon con gli anni il suo destino. - Disse; e stese la notte il fosco velo.
|








