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La Tebaide - Libro VI PDF Print E-mail
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I GIUOCHI NEMEI

De le greche cittadi era trascorsa
per le parti vicine e per l'estreme
la Fama intanto, divulgando il grido
de' sacri onori che al novello rogo
si preparavan del fanciullo estinto,
e de' bellici giuochi, ove virtude
di sè potea far prova e i cuori eccelsi
tutti infiammar a generose imprese.
Tale de' Greci era il costume: Alcide
pugnò primiero ne' pisani campi
di Pelope in onore, in finto agone,
e 'l polveroso crin cinse d'oliva.
Focide poi del giovanetto Apollo
il valor celebrò co' Pizi giuochi,
in rimembranza del serpente ucciso.
Questa superstizione atra e funesta
serbasi ancor dalla sidonia gente
di Palemone intorno a' sacri altari,
quando nel giorno a lei solenne i pianti
rinnovella Leucotoe, e sulle amiche
spiagge ritorna: d'urli e d'alte strida
da ambedue i corni ne rimbomba l'Istmo,
ed urli e strida a lui rimanda Tebe.
Ed ora i Regi ed i signori Argivi,
che discendon da' Numi ed al cui nome
trema d'Aonia il regno, e dal profondo
petto sospiran le sidonie madri,
corrono alla palestra, e in finte pugne
voglion provar le disarmate forze.
Così qualor s'affida al procelloso
Tirreno o al vasto Egeo novella nave
destinata a solcar il mar profondo:
pria lungo il lido, ov'è tranquilla l'onda,
a volgere il timon la ciurma impara,
e a maneggiar i remi ed a raccorre
le sparse vele; indi poi fatta esperta
scioglie dal lido, e tanto in alto vola,
ch'altro non scorge più che cielo e mare.
        Ma già l'Aurora a' miseri mortali
riconduceva sul dorato carro
le spente cure; e timida la Notte
e 'l pigro Sonno con l'esausto corno
fuggian dinanzi a' lucidi destrieri:
quando per tutto cominciaro i pianti;
d'aspri lamenti l'infelice reggia
mugge e rimbomba: la vicina selva
riceve il suono, e 'l frange, ed in più suoni
moltiplicato lo rimanda indietro.
Senza l'onor delle sacrate bende
siede l'afflitto genitor, di polve
tutto cosperso il crin, la barba e 'l volto.
Ma un più fiero dolor la madre inaspra:
stassi all'incontro e piange, e a pianger seco
invita e spinge le seguaci donne.
Si lancia sopra i lacerati avanzi
del morto figlio, e quindi svelta torna,
ed arder brama su lo stesso rogo.
Licurgo stesso la ritien; ma quando
entraro i Re delle Pelasghe genti
mesti nel viso e al gran dolor conformi,
come se nuova strage e nuova morte
con essi entrasse ed un novello serpe,
con maggior forza da' già stanchi petti
usciron gli urli e 'l batter palma a palma,
ed al nuovo fragor suona la reggia.
Sentiro i Greci che de' nuovi gridi
eran cagione, e si scusâr co' pianti.
Ma se talor la stupefatta gente
cessava gli urli, allor il saggio Adrasto
gía consolando il genitor dolente
con saggi detti, e gli mettea davanti
l'aspre vicende de la vita umana,
l'inevitabil fato e l'empia Parca.
Poi di novella e più felice prole
dava speranza; ma finir nol lascia
la turba, e ricomincia il gran lamento.
Lo stesso Re così l'ascolta o cura,
com'ode il mar de' naviganti i voti,
o la folgore ardente il picciol nembo.
        Intanto il letto e 'l pueril ferétro
destinato alle fiamme è intorno cinto
di meste frondi e di feral cipresso.
Con umil culto la primiera base
fondan su agresti strami; indi s'inalza
l'ordin secondo di gramigna intesto
e di bei serti di dipinti fiori.
Stan sopra il terzo gli odorati incensi,
i cinamomi e gli arabi profumi
e i tesor d'Orïente. Adorna splende
d'oro l'eccelsa cima, ed è coperta
di porpora finissima di Tiro,
fregiata intorno di topazi e perle.
Tessuto è in mezzo fra li fiori e l'erbe
Lino e i suoi cani e la sua acerba morte,
mirabil opra e di gentil lavoro.
Ma come fosse del suo mal presaga,
sempre in orror l'ebbe la madre, e volse
dal tristo augurio in altra parte il guardo.
V'aggiunse poscia de' passati Regi
l'armi e le spoglie, quasi grave peso
al picciolo sepolcro e che sul rogo
si ponesse un gran corpo, e in mezzo al lutto
gir trionfante l'ambizione e 'l fasto.
Ma un vano grido e un'infeconda fama
giova a gli afflitti; e si consola il padre,
che accresca il funeral la picciol'ombra;
e per dar maggior lustro al suo gran pianto
e un misero conforto al suo dolore,
vuol che quei doni gettinsi alle fiamme
che per l'età maggior gli eran serbati:
perocchè 'l padre, prevenendo gli anni,
già gli avea preparati e dardi ed archi
e innocenti saette; ed in suo nome
nudria i destrier dal maggior gregge scelti;
e 'l cinto militar era già pronto,
e l'armi, che attendean membra maggiori.
La madre ancor con immatura speme
avea affrettato all'innocente figlio
le regie insegne ed il purpureo manto
e 'l picciol scettro. Tutto dassi al fuoco;
e 'l genitor v'aggiunge i prezïosi
suoi propri arredi, e in cotal guisa rende
minor il duol, quant'è più grave il danno.
        Da un'altra parte, rimembrando i detti
del saggio Anfiarao, sudan le schiere
ad atterrare il vicin bosco, e quindi
ergon qual monte co' recisi tronchi
un'alta pira, che de l'angue ucciso
purghi 'l delitto, e de l'infausta guerra
dilegui la paura e i tristi auspicii.
Pongon ogni opra in far cadere al piano
e Neme e Tempe ombrosa, e nel più chiuso
de' boschi al Sol van disserrando il varco.
Cade la selva, a cui mai foglia o ramo
non fu reciso, di larghissim'ombra,
che fra' boschi Lircei, fra' boschi d'Argo
alzò 'l capo superbo oltre le stelle:
sacra per anni immensi era già fatta,
e d'uomini non sol diverse etadi
avea vedute; ma più volte ancora
mutate avea le Ninfe e i Dei Silvani.
Ma il giorno irreparabile è omai giunto:
fuggon le fiere, e per timor dal nido
volan gli augelli; cade il faggio eccelso,
e la caonia quercia, ed il ferale
contro il verno sicuro alto cipresso,
e l'orno e l'elce e 'l velenoso tasso,
e 'l frassino che in guerra il sangue beve,
ed il rovere annoso, e quel che sprezza
il mar sonante temerario abete,
e l'odoroso pino, e l'alno amica
de l'onde, e l'olmo de le sacre viti.
        Non con tanto fragor le ismarie selve
cadono a terra, s'Aquilon le abbatte,
rotti i ritegni dell'eolio claustro;
nè sì veloce la notturna fiamma
arde l'aride stoppie, allor che Noto
la spande intorno ed il vigor le accresce.
        Lasciano mesti gli ozi a lor sì cari
l'antica Pale, e de le selve amico
il Dio Silvano, e i Semidei minori:
ne piange il bosco, e le dolenti Ninfe
svellere non si san dalle lor piante.
        Così qualor il capitano in preda
lascia vinta cittade a le sue schiere;
appena è dato il segno, in lei non resta
orma più di città: baccanti scorrono,
uccidono, respingono, rapiscono,
ardon le case, e i sacri tempii abbattono:
non con tanto rumor pugnano in campo.
        Già due pire e due altari eran costrutti
del pari a' Numi ed al fanciullo estinto:
quando con grave suon ritorto corno,
qual è de' Frigi lagrimevol uso
nell'esequie de' teneri bambini,
diè segno al pianto. Pelope primiero
insegnò 'l sacro rito e 'l mesto carme,
che giova e piace alle più picciol'ombre,
quando mirò da gemina saetta
Niobe distrutti i figli, e sette e sette
in Sipilo condusse urne lugubri.
Portano i doni prezïosi e rari
destinati a l'esequie e al pio Vulcano
i duci argivi, e sotto i lor stendardi
gareggian tutti ne' pietosi uffizi:
vien alfin il ferétro in su le spalle
di quattro scelti giovani robusti,
con gran rumor di gemiti e di strida.
Stanno d'intorno i Proceri Lernei
al gran Licurgo; e dal più molle sesso
è la misera madre accompagnata.
Nè già vien sola Isifile dolente:
fanno le grate schiere a lei corona;
la sostengono i figli, ed han piacere
ch'essa piangendo il suo dolor consoli.
Ma poi che uscì da l'infelice tetto
l'orba Euridice, il bianco sen discinto,
pria di gemiti e d'urli il cielo assorda;
e infin prorompe in cotai note amare:
        - Io già non mi credea seguirti, o figlio,
con sì lugubre e sì funesta pompa
fra' mesti cori de le greche madri;
nè un tal destino a la tua nuova etade
presagivan miei voti. E chi poteva
per te giammai temer che sul primiero
confin del viver tuo la guerra e Tebe
fossero a te fatali? Ahi qual crudele
Nume, qual Fato con il sangue nostro
ebbe il piacer di cominciar le pugne?
e chi fu mai che diè funesti auspicii
con sì atroce delitto alle nostr'armi?
Son pur fin ora di mestizia privi
di Cadmo i tetti, e la tebana plebe
non piange ancora alcun fanciullo estinto.
Io sola, ahi lassa! le primizie pago
di lagrime e di stragi a l'altrui risse,
pria de le trombe e del rumor de l'armi;
mentre credula troppo a l'altrui fede
e a l'altrui seno il dolce pegno affido.
Ma chi creduto non le avria? Da morte
liberò il padre con pietoso inganno,
e dal sangue serbò monde le mani.
Ecco colei che 'l sacrificio infame
ebbe sola in orror; colei che sola
non fu fra l'altre da le Furie invasa.
Dopo un tanto delitto ancor si crede
insigne per pietade? In abbandono
lasciò non il suo re, nè 'l suo signore,
che pur sarebbe inescusabil colpa,
ma l'altrui figlio a la sua fe' commesso:
basti sol tanto: de l'infame selva
ella gittò nel periglioso varco
un tenero fanciul, cui l'aura sola,
e le commosse frondi e un van timore,
non che 'l crudel serpente, eran bastanti
a recar morte. Ah che cotanta mole
di fato uopo non era al picciol corpo!
Nè già di voi mi dolgo, o duci Achei.
Già da gran tempo con sì rea nutrice
questo acerbo destin m'era prefisso.
E forse che non facea vezzi a lei
più che a me stessa, e conoscea lei sola
me non curando? Ah che nessun piacere
ebbe di te la madre! Essa raccolse
le tue querele, e misti al pianto i risi
vide, e ascoltò le tue primiere voci.
Essa, fin che vivesti, a te fu madre;
or la madre son io; nè m'è concesso,
misera! di punir sì gran delitto?
A che gittar sul rogo, o duci Achei,
cotanti doni e sacrifici in vano?
Lei lei l'ombra vi chiede, ed è contenta.
Deh la rendete, o duci, a l'orba madre,
e al cenere innocente; io ve ne prego
per questo auspicio della vostra guerra,
ch'io stessa partorii: così felici
sian vostre spade; e a' lor ferétri intorno
gemano al par di me le Tirie donne. -
        Qui straccia i crini, e pur di nuovo grida:
- Deh la rendete; nè di sangue ingorda
o crudel mi chiamate. Io, pur che appaghi
gli occhi col di lei scempio, io non ricuso
di morir seco, e ch'una stessa fiamma
arda la madre e l'infedel nutrice. -
        Mentre così la misera si duole,
rivolge gli occhi e Isifile rimira,
che al par di lei si straccia i crini e 'l petto;
e sdegna averla nel dolor compagna.
E, - Questo (grida), questo almeno, o duci,
e tu, buon rege, a cui dal sangue nostro
vien tanto onor, si tolga empio delitto:
tolgasi l'odïosa a' mesti roghi.
E che ha che far il suo col mio dolore?
Perchè sta meco nelle mie sciagure?
Ed a che piange, se i suoi figli abbraccia? -
Sì disse, e cadde; e su l'esangue labbro
tronche a mezzo restâr l'aspre querele.
Qual vacca, cui sia da le poppe tolto
il tenero vitel, che sol dal latte
traeva il sangue e si reggeva appena,
lacerato dal lupo, o dal pastore
svenato in su gli altari; essa commuove
or le valli, or i fiumi, ora gli armenti
co' suoi muggiti, e del suo figlio chiede
a' muti campi: ultima al prato viene;
ultima torna a l'odïate stalle,
bassa la fronte, a passo tardo e lento;
e 'l puro fonte le dispiace e l'erba.
        Ma 'l genitore l'onorato scettro
e l'infula e le bende al rogo dona;
e parte taglia del suo lungo crine,
e sul fanciul lo sparge, e piange e dice:
        - Io con patto miglior, perfido Giove,
t'avea votato il crin, se a' tempii tuoi
la lanugin libar m'era concesso
de l'infelice figlio; ma non furo
le preci intese e 'l sacerdote accetto:
abbiasel or l'Ombra, che n'è più degna. -
        Già stride il fuoco nelle prime frondi
de l'alte pire acceso. Alzasi un grido;
ma 'l ritenere i genitor furenti,
questa è l'opra maggior: stendonsi i Greci
tra essi e 'l rogo, qual pria furo istrutti,
alto tenendo i scudi, e a la lor vista
van celando in tal guisa il mesto oggetto.
Cresce la fiamma, e in alcun tempo mai
non fu più ricco e prezïoso fuoco.
Stilla l'argento, stridono le gemme,
e l'oro piove da' ricami ardenti:
fuman le travi d'odorato cedro
umide e asperse de gli assirii succhi,
ed ardon seco il dolce mele e 'l croco,
e 'l vino e l'atro sangue e 'l puro latte.
Poi sette squadre di guerrieri eletti,
cento per squadra, i sette Regi in giro
da la sinistra man guidan del rogo
coll'alte insegne rovesciate al piano;
e 'l calpestio de' fervidi destrieri
fa colla polve declinar la fiamma.
Tre volte il circondaro, e i dardi e l'aste
suonâr tre volte ripercossi insieme;
e quattro volte uscì da l'armi un suono
orrendo, e quattro volte i molli petti
si percosser con man le meste ancelle.
Ma l'altra pira ha le svenate agnelle
e i semivivi armenti. Il vate allora
(benchè sia certo del destin nemico)
vuole che il lutto si cancelli, e torni
il tristo augurio in lieto, e fa le schiere
volger in giro a destra, alte vibrando
l'aste, e gittando nell'ardenti fiamme
tolti dall'armi proprie i vari doni:
chi gitta al fuoco li dorati freni,
chi 'l cinto militar, chi gitta il dardo,
chi del cimier le tremolanti penne;
e in tanto un rauco suono i campi assorda
di mesti canti e strepitose trombe.
Con eguale rumor svelgon le insegne
al noto suon de' bellici oricalchi
le schiere accinte a la campal tenzone:
non ancor ardon l'ire, ancor le spade
non son tinte nel sangue, e de la guerra
bello in sì bella vista anch'è l'orrore;
e Marte da le nubi in giù mirando,
in dubbio tiene il suo favor sospeso.
        Ma va mancando il rogo, e già la fiamma
in cenere si scioglie, e con molt'onda
spengon del busto l'ultime faville;
nè da l'opra cessâr, che 'l dì fu spento,
ed appena coll'ombre ebber riposo.
        Già nove volte avea dal ciel fugate
Lucifero le stelle, ed altrettante
lo splendore di Cintia avea precorso,
destrier mutando; e non inganna gli astri,
che lo mirano alterno in su le porte
de la chiar'alba e de l'oscura sera;
quando si vide alto sublime tempio,
mirabil opra e non credibil quasi,
eretto a l'Ombra, e v'era sculto in marmo
l'acerbo caso e del fanciul la morte.
Qui mostra il fiume a gli assetati Argivi
Isifile, e colà il fanciul per l'erba
sen va carpone, e qui s'adagia e dorme.
Circonda l'orlo de l'eccelsa tomba
lo squammoso serpente, e l'asta annoda
co' suoi lubrici giri, e par sì vero
che tu n'aspetti i velenosi fischi.
        Concorsa intanto era infinita gente
da le greche cittadi e da le ville
a mirar gli spettacoli novelli:
vengono i vecchi infermi ed i fanciulli,
cui suol tener dentro i paterni lari
la troppo antica e troppo fresca etade;
e quelli ancor a cui non giunse unquanco
lo strepito e l'orror del fiero Marte:
non tante turbe mai de l'Istmo i giuochi
furo a mirar, o pur d'Enomao il corso.
        Siede nel mezzo d'un'antica selva,
cinta di colli di boschetti adorni,
quasi teatro, deliziosa valle;
s'alzan più addietro alti scoscesi monti,
e 'l doppio varco de l'uscita è chiuso
da rilevati tumuli d'arena:
piana è nel mezzo per gran tratto, e adorna
di bei cespugli e di ridenti erbette,
e dolcemente nell'estremo giro
sen va salendo e si congiunge a' colli.
        Qui poi che 'l Sol ebbe indorati i campi,
si radunâr gli alti guerrieri eletti
a l'amichevol pugna e al finto agone.
Siedon le turbe in un confuse e miste
di varie genti, ed han piacer mirando
il numero, gli aspetti e le divise
de' combattenti, e le innocenti pugne,
lieto presagio a la vicina impresa.
Fur pria condotti del più forte armento
cento gran tori più che pece neri,
e cento nere madri e cento figli.
Seguivan poi le immagini de gli avi,
che parevano spirar ne' sculti bronzi.
Ercole è il primo, che al suo petto stringe
il fier leone, e lo soffoca e ancide.
Lo miran con timor le greche squadre,
benchè sia loro onor, benchè sia finto.
Inaco segue: ei sul sinistro lato
stassi appoggiato a la palustre sponda,
e versa l'urna e ne diffonde un fiume,
e guarda mesto l'infelice figlia
mutata in vacca, e 'l vigile custode
che dorme e veglia con cent'occhi in fronte;
ma Giove alfin mosso a pietà le rende
il primo aspetto, e di già fatta è Dea,
e l'adorano i regni de l'Aurora.
Tantalo segue poi, non già quell'empio,
da cui fuggon del pari i pomi e l'acque,
ma 'l pio che siede col Tonante a mensa.
Da l'altra parte Pelope si vede
co' destrier di Nettun vincer nel corso
le false ruote e l'infedel Mirtillo.
Indi Acrisio severo, e 'l gran Corebo,
e Danae che nel sen l'oro riceve,
e la mesta Amimone intorno al fonte,
e Alcmena del suo Ercole superba,
che di triplice luna il crin circonda.
Dansi le destre d'amistade in segno
di Belo i figli; Egisto mostra il volto
sereno e lieto, ma nel torvo aspetto
di Danao vedi la mentita pace,
e l'empietà de la vicina notte:
poscia mill'altri simulacri eccelsi.
Saziati alfin di sì leggiadra vista,
a li premi d'onor chiama virtude
i greci eroi. Primi a sudar nel campo
furo i destrieri fervidi e spumanti.
        Or tu de' duci e de' cavalli i nomi
mi narra, o Febo; in nessun tempo mai
più pronti corridor mossero al corso.
Men veloci gli augei batton le penne,
se contendon nel volo, e andrian più tardi
i venti, se il lor Re tutti da un lido
gli sciogliesse ad un tempo. Ecco primiero
viene Arïon, noto al purpureo pelo.
Ei nacque di Nettun (se il ver ci narra
l'antica fama); e fu Nettun che al freno
prima avvezzollo, e lo sospinse al corso
per l'arenoso lido, e tenne ascosa
la sferza: chè il destriero avea tal lena,
che gareggiar potea col mar fremente.
Dicesi che fra quei che in mar son nati
guidasse il carro del ceruleo padre
per l'immenso Oceàno in varie spiagge:
stupîr le nubi, i nembi e le procelle,
ed Euro e Noto, che restaro indietro:
poscia imprimendo co' gran piè l'arena,
portò sul dorso il valoroso Alcide,
che gía spegnendo della terra i mostri
per comando del rigido Euristeo,
mal ubbidiente ancor a sì gran mano.
Ma poi che domo fu l'ardor degli anni,
ebbelo Adrasto in dono, e lo reggea
con dolce freno, con destrezza ed arte,
ed or lo presta al genero tebano.
Gli addita i modi onde il destrier s'inaspra,
e quelli ancora onde si molce e placa:
- Nol batter (dice), e sii del freno avaro;
pungi pur gli altri e sferza: egli è nel corso
veloce sì, che tu 'l vorresti meno. -
In cotal guisa lagrimando Apollo,
prima che desse al troppo audace figlio
la sferza e i freni e 'l risplendente carro,
gl'insegnò quali stelle egli dovea
schivar, e quali zone, e 'l luminoso
sentiero gli additò, che fende il cielo
con spazio egual fra l'uno e l'altro polo:
ma 'l Fato già maturo e l'empie Parche
quel superbo garzon fatto avean sordo.
        Appo Arïon Anfiarao conduce
i laconi destrier, prossima speme
di vincere nel corso; e son tuoi figli,
Cillaro, nati di furtivo amore,
mentre Castor solcando il tracio mare,
cambiò i freni amiclei co' remi d'Argo.
Bianchi erano i destrier, bianch'era il manto
del sommo vate, e bianch'eran le penne
del gran cimiero e l'infula e le bende.
        Poi da' tessali campi il buon Admeto
sue sterili giumente al corso mena,
seme de' fier Centauri, e son rubelle
al sesso, e in loro l'amoroso caldo
vinto e represso si converte in forza:
son d'un color simíle al dì e a la notte,
di macchie tinte biancheggianti e nere.
Tal era forse il pegaseo cavallo,
che d'Apollo in sentire il dolce suono
tutto allegrossi, e sprezzò il fieno e l'erba.
        Ed ecco i figli di Giason, novella
gioia e onor della madre, entro l'arringo
su' lor carri mostrarsi. Il primo avea
de l'avo il nome, e detto era Toante,
e l'altro Euneo con più felice auspicio.
Simili in tutto son; simili i volti,
i carri, li cavalli e gli ornamenti:
ognun di vincer brama, e se pur vinto
ha da restar, che 'l suo fratel lo vinca.
        Viene Ippodamo poi d'Enomao figlio,
e Cromi nato del famoso Alcide;
nè sai ben dir qual con più destra mano
i freni regga de' destrier feroci.
Guida il secondo quei che 'l padre tolse
a Dïomede, ed il primiero affrena
quelli che fur del genitor crudele:
ed hanno ancora l'uno e l'altro i carri
di putrefatto sangue aspersi e tinti.
        Stava di meta in guisa a l'un de' lati
d'annosa arida quercia un nudo tronco:
da l'altra un sasso, termine de' campi;
ed eran fra di lor tanto distanti,
quanto tre volte può tirar un arco,
o quattro volte da robusta mano
lanciarsi un dardo: or questo spazio assegna
Adrasto al corso de' destrier veloci.
        Ma Febo intanto su l'eccelsa cima
del suo Parnaso fra le caste Muse
dolce cantava al suon de l'aureo plettro
l'opre dei Numi, e risguardava il mondo.
Già Flegra e Giove, e 'l fier Pitone ucciso,
e de' fratelli suoi le glorie e i vanti
narrato avea, e allor seguia spiegando
come il fulmin si formi, e quale avvivi
spirito gli astri e li conduca in giro:
ond'abbian vita i fiumi, e d'onde i venti
ricevan moto, e come il mar profondo
immenso si mantenga e mai non scemi;
qual sia il cammin del sol, qual de la notte:
se stia la terra nel suo proprio centro
librata in mezzo, o pur nell'ima parte:
se diansi ignoti mondi e terre ignote.
Finito aveva, e de le Muse pronte
e desïose di cantare a prova
per allor differendo i bei concenti,
appesi aveva ad un vicino alloro
la cetra, il serto e 'l ricamato cinto.
Quando al rumor che del famoso Alcide
nella valle sentì, gli occhi rivolse,
e vide i corridor starsi a le mosse:
li riconosce, e vede a caso giunti
Admeto e Anfiarao starsi del pari,
e così seco stesso egli ragiona:
        - Qual nume avverso a la tenzone adduce
due Regi a me sì cari ambi e sì pii?
Nè so ben dir cui del mio amor più onori.
Il primo, allor che per voler di Giove
e de le Parche ne' Peliaci campi
a lui fui servo, m'onorò qual Nume,
nè mai soffrì ch'io fossi a lui minore:
è de' tripodi miei l'altro compagno,
ed ha di mia virtù ricolmo il petto.
Ha maggior merto il primo, ma 'l secondo
tende al suo fine ed ha ripieno il fuso.
Giungerà quegli a la canuta etade;
ma per te nulla gioia, e ben lo sai,
misero! E tel mostraro i nostri augelli:
Tebe è vicina, e la fatal vorago. -
Sì disse; e 'l volto ognor sereno e lieto
quasi rigò di pianto, e in un baleno
in Neme scese più veloce e presto
del fulmine di Giove e de' suoi dardi,
lasciando l'aria e 'l ciel col lungo solco,
dove passò, di suo splendore impressi.
        E di già Proto tratte avea da un elmo
le sorti de' guerrieri, e già ciascuno
stava al suo luogo per diritta riga.
Bello il veder gli eroi, bello i destrieri
tutti scesi da' Numi, onor del mondo,
impazïenti ad aspettar le mosse.
Speme, audacia, timor ne' forti petti
fanno battaglia e pallida fidanza:
incerte hanno le menti, e 'l segno or bramano
de la partenza, or di partir paventano,
e scorre loro un freddo ardir per l'ossa.
Nè più tranquilli o desïosi meno
stanno i destrier, spiran dagli occhi fuoco,
mordono i fren, gli smaltano di spume,
non trovan loco, urtan co' larghi petti
le sbarre e i claustri, e da le nari fumano
sdegno e furor; fanno e disfan mill'orme
in sul terreno, e la ferrata zampa
minacciar sembra di lontano il campo.
Son lor d'intorno i fidi amici, e i crini
sviluppan de' cavalli, e gli altri arnesi
che far potriano intoppo; e a' combattenti
inspirano coraggio e dan consigli.
        Quando odesi la tromba: e tutti a un tempo
da le mosse partîr. Qual vela in mare?
qual nube in ciel? quale mai dardo in guerra
va sì veloce? Con minor ruina
scendon da' monti i rapidi torrenti;
non tanta forza ha il fuoco, e non sì preste
cadon le stelle, e l'orrida tempesta
più lenta piomba, e 'l fulmine è più tardo.
Quando partîr, fur noti i carri, i duci;
ma tale alzossi un turbine di polve,
che quasi nube in sè gli ascose, e appena
a le voci, al rumor in quel tumulto
si conoscon fra lor: van prima uniti,
e poi ciascun o meno o più veloce
avanza o resta, e già si son divisi.
L'orme dal primo impresse annulla e strugge
chi vien secondo: ora con tutto il petto
s'inchinano sul giogo, e i freni allentano;
or fermi su' ginocchi a sè ritirano
le redini, e i cavalli e i carri volgono:
gonfiano questi il collo, e a l'aria scherzano
gli svolazzanti crini, e 'l campo rigano
di nobile sudor. Rimbomba il suolo
al grave calpestar de' gran corsieri,
ed al molle girar de l'alte ruote.
Non stan ferme le mani, e stride e fischia
in spessi colpi l'agitata sferza.
Non più frequente esce dal gelid'Arto
la grandin procellosa, e in minor copia
versa il corno amalteo le piogge e i nembi.
        Già presago Arïon conosce e sente
a le mal rette briglie il signor nuovo,
ed ha in orror de l'empio Edippo il figlio:
vien furïando e abominando il peso,
più dell'usato indomito e feroce;
credono i Greci ch'al trionfo aspiri;
ma l'auriga egli fugge, e lo minaccia,
e l'antico signor con gli occhi cerca:
pur tuttavia gli altri gran tratto avanza.
Vien, benchè lungi, Anfiarao secondo,
e seco al par va gareggiando Admeto.
Seguono i due Gemelli, ed or Toante
è innanzi, ed or Euneo: or l'uno vince,
or l'altro cede, e ambizïon d'onore
non mai giunge a turbar l'alme concordi.
Veggonsi estremi Ippodamo feroce
ed il feroce Cromi: ambo nell'arte
esperti; ma i destrieri han gravi e lenti.
Ippodamo è primier, ma di sì poco
che de' destrier di Cromi a tergo sente
le teste, e l'anelare e 'l caldo fiato.
Sperò l'augure argivo (allor che vide
Arïone vagar con vari giri
e fuor di mano) i suoi destrier volgendo
su la sinistra, ov'è la meta, il corso
anticipar, ed essere primiero.
Admeto anch'ei s'affretta, ed ha gran speme
d'esser, se non primiero, almen secondo.
E di già le lor brame eran contente:
quando Arïon stanco da' lunghi errori
si fu rivolto, e più leggier del vento
si mosse, gli arrivò, lasciolli addietro.
Vanno i gridi alle stelle, e 'l ciel rimbomba,
e da le sedie lor s'alza la turba.
Ma Polinice omai pallido e lasso
più il fren non regge o lo scudiscio adopra
come nocchier, che già confuso e stanco
precipita ne' flutti e contro i scogli;
nè più guarda a le stelle, e di già vinta
l'arte, la nave lascia in preda a' venti.
        Avean già data la primiera volta,
e ricorrean lo stadio in vari solchi.
Qui s'accozzan di nuovo, e qui si sente
asse con asse urtar, ruota con ruota.
Nulla pace è fra lor, nullo riguardo:
sarian men fieri in guerra, e ben rassembra
questa esser pugna fra nemiche schiere.
Dassi lode al furor; han tema e speme;
minaccian morte, e l'uno all'altro il calle
tronca e ritarda, e tal desio gl'infiamma,
che non bastano lor stimoli e sferze,
ma incitan con la voce i lor corsieri.
Admeto chiama a nome or Foloe, or Joi,
or lo scapolo Toe; nè Anfiarao
sgrida Ascherone meno, o il bianco Cigno
di cotal nome degno. I gridi sente
Strimòne Erculeo del feroce Cromi;
e quei d'Euneo sente Etïon focoso;
Ippodamo minaccia il suo Cidone,
e 'l suo Podarce maculoso e lento
prega Toante ad affrettar il corso.
Sol Polinice sbigottito e mesto
se ne va errando, e non ardisce il labbro
aprir, e quanto può si tien segreto.
        Appena da le mosse eran partiti,
che già la quarta polve alzan sul campo,
e già ne' corridor manca la lena,
e vengon men veloci ed anelanti.
Sta la Fortuna in mezzo incerta ancora,
a cui doni l'onor d'esser primiero.
Mentre Toante a pareggiare aspira
il re d'Anfriso, si rovescia e cade;
nè il buon fratello può recargli aiuto,
perchè mentr'ei v'accorre, a lui s'oppone
Ippodamo col carro, e l'attraversa.
Ma Cromi giunge, e con erculeo braccio
e col vigor del padre il carro piglia
d'Ippodamo, e lo ferma: invano i colli
stendono e i petti i buon cavalli, e invano
il crudele signor li punge e sferza.
Così talor fra la corrente e 'l vento
stan nel siculo mar ferme le navi.
Già rotto il carro e 'l cavalier caduto,
passava Cromi vincitore innanzi:
quando i tracii destrier, che 'l vider steso,
rinnovandosi in lor l'antica fame,
gli si avventâr co' morsi; allora Cromi
i freni torse, ed oblïò la palma,
e vinto si partì colmo di lode.

Mentre sta ancora la vittoria in forse,
e già vicini sono al fin del corso,
per te scende nel circo, Anfiarao,
Febo, per darti il già promesso onore.
Anguicrinito mostro in campo adduce,
che minaccia spavento, orrore e morte
(o lo trasse d'Inferno, o in un momento
d'aria lo finse): senza tema e gelo
nol mireria d'Inferno il fier custode,
nè l'empie Furie; torneriano indietro
i cavalli del Sole e quei di Marte,
non che Arïon, che a sì tremendo oggetto
arruffò il crine, e su due piè rizzossi,
e seco in alto i suoi compagni trasse.
Cadde rovescio l'esule tebano,
e strascinato per l'arena, alfine
sviluppò il braccio da le briglie, e 'l carro
senza rettor sen gì vagando intorno.
Mentr'ei giacea sul putrido terreno,
passaro a volo le tenaree ruote
ed il tessalo giogo e 'l forte Euneo
vicini sì, che lo schivaro appena.
Corser gli amici, e attonito e confuso
l'alzâr da terra, ed ei tremante e lasso
ritornò non sperato al vecchio Adrasto.
        Che nobil morte ti negò Megera,
misero Polinice! A quante stragi,
a quante guerre avresti posto il fine!
Tebe e 'l fratello stesso, ed Argo e Neme
t'avrebber pianto. Quanti onori e voti
Lerna e Larissa t'avrian fatti! fora
d'Archemoro maggiore il tuo sepolcro.
        Ma Anfiarao, che ha la vittoria certa,
benchè secondo e che Arïon preceda
senza rettor, pur di passarlo agogna:
Febo l'assiste, e gli dà forza e lena.
Men presto è il vento, e pur allora sembra
che da le mosse ei parta; or prega, or sferza
Ascherïon veloce e il bianco Cigno:
- E adesso almeno (ei grida), or che Arïone
sen va ramingo. - Vola il carro, e fuoco
gittan le ruote, e fa la polve un nembo:
rimbomba il suolo, ed ei minaccia e punge:
e forse Cigno avria lasciato indietro
il rapido Arïon; ma nol concesse
Nettuno; onde restâr con lance eguale
al destriero l'onor, la palma al vate.
        Della vittoria in prezzo a lui portaro
due giovanetti una ben sculta tazza,
che d'Ercole fu un tempo. Il forte eroe
con una sola man l'ergeva in alto,
e ridondante di spumoso vino,
dopo aver vinti i mostri e le battaglie,
la solea tracannar tutta in un fiato.
Sonvi scolpiti i fier Centauri, e l'oro
risplende di terribili figure:
è de' Lapiti qui la strage espressa;
volano e faci e dardi ed altre tazze,
e si scorgon per tutto orridi aspetti
di morti e di feriti: Alcide prende,
Alcide istesso il furibondo Hileo
per la deforme barba, e a sè lo tragge.
        In ricompensa de' secondi onori
ebbe Admeto un bel manto adorno e pinto
di meonio ricamo, e rosseggiante
di porpora di Tiro: ivi si scorge
Leandro sprezzator del mar d'Abido
girsene a nuoto e trasparir per l'onda;
sembra muover le mani, ed or le braccia
a sè ritrarre, ora allargarle: e tanto
l'arte poteo! par ch'abbia molle il crine.
Sul lido opposto da un'eccelsa torre
Hero dolente mira il mar turbato,
e 'l lume amico a' suoi furtivi amori
con funesto presagio ecco si spegne.
        Ebbero i vincitor sì ricchi doni;
ma per conforto al genero tebano
Adrasto diede una leggiadra ancella.
        Poscia la gioventù veloce e lieve
al corso invita, facile virtude
e di pace esercizio, allor che 'l chiede
o sacrificio o festa, e non affatto
vana in battaglia, se contrario è Marte.
De l'olimpica fronda il capo cinto
Ida primo comparve, e gli applaudiro
l'elee falangi e i giovani Pisani.
Venne secondo il sicionio Alcone,
e vincitore ne' Corintî giuochi
per ben due volte Fedimo leggero,
e Dima un tempo di sì lievi piante,
che lasciò indietro i corridori in corso,
ed or più tardo per l'età li siegue.
Quindi molt'altri di diverse genti,
che lungo fora annoverar; ma il circo
mormora, e chiama l'arcade garzone,
cui la rapida madre accresce fama.
Chi d'Atalanta il sommo pregio ignora,
che tanti Proci superò nel corso?
Il valor de la madre è al figlio impegno,
ed è sprone ed esempio, e già famoso
era per molte prove: i cervi avea
raggiunti in corso; indi scoccando l'arco,
avea 'l dardo ripreso a mezzo il volo.
Questo sol chiama il comun grido e aspetta
desïando la turba, ed ei d'un salto
s'erge sopra le schiere e sbalza in campo.
Scioglie l'aurate fibbie e 'l manto spoglia,
e nuda mostra la leggiadra e vaga
armonia delle membra, e l'ampie spalle,
e 'l bianco petto molle al par del viso,
che quasi perde in paragon del corpo.
Egli non cura la natia beltade,
nè chi l'ammira e adorator la loda;
ma nell'arte di Pallade maestro
di pingue oliva le sue membra infosca.
Lo stesso fêro Ida e Dimante, e quanti
erano accinti al corso. In cotal guisa
quando è sereno il ciel, tranquillo il mare,
l'immagine degli astri in mar riflette
lucida e pura; ma di maggior lume
Espero irradia, e quale e quanto è in cielo
tutto risplende ne' cerulei flutti.
Prossimo di bellezza e di speranza
Ida si scorge, ma d'età maggiore:
il primo pelo gli spuntava appena;
ma 'l frequente liquor de la palestra
e 'l lungo crine lo nasconde e cela.
        Così posti a le mosse, ognun le membra
snoda con vari moti al vicin corso,
e prova fa delle veloci piante.
Or piegan le ginocchia, or con le palme
fan risuonare i petti, or breve fuga
tentan correndo e al posto lor ritornano.
Ma come pria rimossa fu da i stalli
l'invidïosa corda e 'l campo aperto:
tutti a un tempo partiro, e per l'arena
splendeano ai rai del sole i corpi ignudi.
Non sì veloci da le mosse usciro
pur ora i velocissimi destrieri.
Sembran da cretic'arco o pur da parto
da tergo uscite rapide saette.
Così qualor senton ruggir da lungi
(o sembra loro) aspro leon feroce,
fuggono i cervi timidi e confusi,
e insiem ristretti, chè 'l timor gli aduna;
e fan miste le corna alto fragore.
        Fugge da gli occhi più legger del vento
il menalio garzon: Ida lo segue,
e lo scalda col fiato, e già coll'ombra
gli preme il tergo. Fedimo e Dimante
van gareggiando insieme, ed il veloce
Alcon gl'incalza, e di passarli ha speme.
        Al bel Partenopeo scendea sul dorso
il non tosato crin, ch'egli serbava
fin da' più teneri anni a Trivia in dono;
e s'ei tornava vincitor da Tebe,
avea promesso con inutil voto
reciso offrirlo sovra i patrii altari.
Ed or sciolto da' nodi al vento ondeggia,
che seco scherza e lo respinge indietro,
e fa ritardo al corso, e svolazzante
l'offre al nemico che l'incalza e segue;
Ida l'offerta occasïon di frode
abbraccia tosto, e ne conosce il tempo.
Già già Partenopeo giunge a la meta:
ei per lo crine il prende e indietro il tira,
e innanzi passa, e pria di lui la tocca.
        Fremon gli Arcadi irati armi e vendetta,
e coll'armi punir voglion la frode,
o che si renda al loro Re la palma
e 'l meritato onore, e furibondi
s'eran già mossi per uscir dal circo.
E d'Ida a molti ancor piace l'inganno.
Ma 'l leggiadro garzon lorda di polve
il crine e 'l volto, e si querela e piange,
e grazia accresce a sua beltade il pianto,
e l'innocente petto e 'l dolce viso
squarcia coll'unghie e la colpevol chioma.
Freme discorde e in sè diviso il vulgo;
e sta sospeso in suo giudizio Adrasto.
Alfin risolve, e dice: - Ogni contesa,
giovani, fra voi cessi, e di virtude
accingetevi a far novella prova,
ma per sentier diverso: Ida da questa,
Partenopeo da quella parte muova;
lungi sieno da voi frodi ed inganni. -
Quelli ubbidîr; ma l'arcade garzone
tacito prega la triforme Dea
con voci supplichevoli, e l'adora:
        - O Diva, o de le selve alma Regina,
a te questo mio crine era promesso,
e tua l'ingiuria fu; s'a te pur grata
è la mia genitrice, e se pur degno
di te mi resi in seguitar le fiere;
deh non voler che con augurio infausto
io vada a Tebe, e di sì grave scorno
me stesso macchi e la mia gente invitta. -
Il favor della Dea mostrossi aperto:
corre leggero sì che appena il sente
il campo, e fra 'l terreno e fra le piante
l'aria trapassa, e su l'intatta polve
rare si veggon le vestigie impresse.
Partì, corse, tornò fra liete grida,
e vincitore lo raccolse Adrasto.
Ed ecco i premii: un fervido destriere
ebb'egli in dono, e l'ingannevol Ida
un grave scudo, e gli altri una faretra.
        Fa quinci il Re quelli invitare al disco
che de le forze lor voglion far prova.
Pterela, a cui fu imposto, in campo porta
lo sferico metallo, e benchè tutto
incurvi il fianco, poco lungi il gitta.
Attonite ammiraro il grave peso
le greche turbe di sì vasta mole,
e pur molti s'offriro al gran cimento;
tre Corintii, due Achei, uno Pisano,
un d'Acarnania e molti più di Nisa.
Ma il grido universale applaude e chiama
Ippomedonte, ed ei sen viene altero,
sotto il braccio portando un altro disco
del primiero maggior, e: - Questo (grida),
giovani forti, o voi che a Tebe andate,
per atterrar co' sassi argini e mura,
questo s'adopri: e qual sì frale mano
l'altro non lancerebbe? - Allor lo prende
quasi scherzando, indi lontan lo scaglia.
Attoniti restaro i più gagliardi,
e si trasser indietro, e al grave pondo
si confessâr minori; e Flegia solo
e Menesteo, da gran vergogna punti,
e da' natali illustri, a l'ardua impresa
offrîr le mani e dimostrâr la fronte.
Partiron gli altri inonorati e vili.
        Tale si mostra ne' bistonii campi
il gran scudo di Marte, allor che fere
Pangeo di mesta luce e 'l sol spaventa;
e se coll'asta il dio guerrier lo batte,
fuor n'esce un suono di muggito in guisa.
Flegia il giuoco comincia, e tutti in lui
sono de' spettator rivolti gli occhi,
e a le nodose esercitate membra.
Prima il disco e la man di polve inaspra;
poi la polve ne scuote; e l'alza, e prova
ove meglio a le dita, ove a la palma
via più s'adatti: esperïenza ed arte
in lui si scorge, e quanto ei sia maestro
in cotal gioco, onde sua patria è illustre.
Spesso il lanciò, dov'ha più largo il corso
il vasto Alfeo, da l'una a l'altra sponda,
e lo passò, nè mai cadeo nell'acque.
Ed or pien di fidanza ei non agogna
a misurare il campo, e verso il cielo
la mira prende, e le ginocchia inarca
e le forze raccoglie, e sovra 'l capo
lo ruota in giro, indi lo scaglia in alto.
Sale il disco a le nubi; e quando incurva
il volo e par che di cader minacci,
più d'aria acquista e si solleva: alfine
tratto dal peso lento in giù ritorna,
e cade su 'l terreno e vi s'immerge.
        Tal la germana del lucente Dio,
svelta da gli astri attoniti e tremanti,
cade dal ciel de' tracii carmi al suono:
fanno co' bronzi strepito le genti;
ma vincitrice la possente Maga
ride in vederne vacillare il carro.
Fer plauso i Greci, e Ippomedonte solo,
vedendo il colpo, di pallor si tinse.
Pur di ruotar per fianco il grave disco
Flegia sperò con più robusta mano;
ma la Fortuna, che i disegni nostri
tronca nel mezzo e lo sperar soverchio,
nol secondò: che puote umana forza
contro il voler de' Numi? Ei già misura
cogli occhi immenso spazio, e indietro tira
il collo e 'l braccio, e tutto piega il fianco:
quando il disco gli fugge e a piè gli cade,
e fa suonar la cava palma a vuoto.
Dispiacque a' Greci tutti il caso acerbo,
e pochi lo mirâr con lieto ciglio.
        Ma Menesteo, che a l'altrui spese impara,
sen vien più cauto, e pria di Maia il figlio
co' preghi invoca; indi di molt'arena
il disco irruvidisce, e si assicura
che non gli cada. Esce da tutto il braccio
la grave sfera, e con più lieta sorte
gran tratto varca de l'immenso campo,
e ruinando alfin cade e si posa.
Suonâr gli applausi e i gridi, e con un dardo
corsero a porre, ove fermossi, il segno.
        Ippomedonte al gran cimento viene
a passo grave e lento, in sè volgendo
di Flegia la sciagura e del secondo
l'avventuroso colpo. Il disco ei prende
ben noto a la sua mano, e l'alza e 'l libra
e 'l tien sospeso, ed il robusto braccio
consulta e prova, e 'l muscoloso tergo:
indi da sè con tutto il nerbo il lancia,
e col corpo lo segue: il globo a volo
s'inalza, e benchè lungi, ancor rimembra
la destra e tutta ne ritien la forza.
Nè già di poco o con incerta meta
del vinto Menesteo trapassa il segno,
ma di gran tratto il varca, e i verdi colli,
che fan cerchio al teatro, urta e flagella
e fa tremarli: qual se giù cadesse
d'immensa mole altissima ruina.
        Tale d'Etna fumante un sasso svelse
Polifemo con man di luce priva,
e sebben cieco, ove sentì 'l rumore
de la nave de' Greci, ivi lanciollo,
e vicin cadde all'inimico Ulisse.
        Il figlio allor di Talaone in dono
fe' dare al vincitor fregiata pelle
di maculosa tigre, a cui l'estreme
unghie da l'oro eran coperte intorno.
Di cretic'arco e cretiche saette
fu Menesteo contento. A Flegia poi
compassionando si rivolse Adrasto:
ed - A te (disse), cui lasciò la sorte
deluso; in dono ecco ti porgo un brando,
che del nostro Pelasgo un tempo fue
ornamento e difesa, e non dispiaccia
l'atto cortese a Ippomedonte invitto.
Ma tempo è omai che gli animi feroci
scendan de' cesti a la crudel contesa,
c'hanno più d'armi e di tenzon sembianza,
che di giuoco e di scherzo. - Ed ecco in campo
Capaneo sorge, e mentre intorno cinge
d'aspro e ruvido cuoio, e per lo piombo
livido e nero, la robusta mano
ed il braccio non men ruvidi e duri:
- Datemi (grida) fra cotante schiere
un uomo sol che possa starmi a fronte:
ed oh foss'egli de l'aonia gente,
onde il mandassi a morte, e monda e pura
fosse del civil sangue oggi mia destra. -
Attoniti restaro, ed il timore
silenzio impose, e ognun si trasse indietro:
quando repente appresentossi in campo
Alcidamante; e ne stupiro i Regi.
Ma i suoi Lacon son di fidanza pieni,
a' quali è noto com'ei l'arte apprese
dal gran Polluce, ed indurò le membra
nelle sacre palestre. Il nume istesso
(invaghito di lui) la mano e 'l braccio
gli addestrò a' cesti, e se lo pose a fronte,
e vedendolo star con pari sdegno
se ne compiacque, e se lo strinse al petto.
Ma Capaneo lo sdegna e se ne ride
(mentre quegli lo sfida), e n'ha pietade,
e un altro chiede. Alfin dal fier Lacone
provocato si ferma, e gonfia il collo
per molto sdegno. Ambo su' piedi eretti
tengon sospese di ferir in atto
le fulminanti destre, e i capi indietro
sottraggono a l'offese, e con i cesti
si fan riparo contro i colpi e schermo.
L'uno a Tizio è simíl, se pur tal volta
l'augel lo lascia, e da' soggetti campi
le immense membra e le grand'ossa estolle.
L'altro è quasi fanciul; ma in lui la forza
gli anni prevenne, e molto più promette
nell'età più matura: il circo a prova
in suo favore inclina, e vincitore
il brama, e teme che 'l crudel nol fera.
        Pria si squadrâr cogli occhi, e stero alquanto
l'un de l'altro aspettando il primo assalto,
nè s'affrettaro a le percosse e a l'ira:
ciascuno e spera e teme, e col consiglio
tempra il furor: solo le braccia in giro
ruotan al vento e fan de' cesti prova.
        Alcidamante nel giuocar maestro
non profonde le forze, e le conserva
al maggior uopo, e l'avvenir paventa.
Ma Capaneo solo a ferire aspira,
nulla di sè curante, e s'abbandona
tutto col corpo, e senza legge od arte
stanca le mani, e su due piè' si leva,
e freme e infuria e fa a se stesso impaccio.
Va guardingo il Lacon, che tutti apprese
de la sua patria i modi, ed ora i colpi
ribatte ed or gli sfugge; or la cervice
volubil piega, e con la man respinge
gli ostili cesti: spesso il passo avanza
e ritira la faccia, e spesso ancora
(cotanto ha in sè d'esperïenza e d'arte)
a lui sottentra e l'abbarbaglia; ed alto
con forza disugual l'assale e tenta.
Siccome sale impetuoso il flutto
sovr'erto scoglio, e rotto indietro torna;
così 'l Lacon quel furibondo espugna.
Alza la destra, e dar gli accenna a' fianchi,
or lo minaccia a gli occhi, e mentre accorre
confuso a le difese, ei fra le mani
gli passa il cesto e lo percuote in fronte:
n'esce tepido il sangue e riga il volto;
e Capaneo nol sente, ed ha stupore
del repentino mormorar del circo.
Ma poi che a caso la già stanca mano
si pone al volto, e tinta esser la vede
d'alquante stille e rosseggiarne il cesto,
non Massile leone o tigre Ircana
ferita in caccia in maggior rabbia monta.
Segue 'l giovin, che cede, e 'l preme e 'l caccia
per tutto 'l campo, e l'urta e lo sospinge
con tal furor, che 'l fa piegar supino:
freme co' denti orribilmente, e ruota
ambe le mani, e 'l vento e l'aria fere,
e vanno i colpi a vuoto o sopra i cesti.
Ma con agili moti e col veloce
piede schiva il Lacon ben mille morti
che si vede piombar sovra del capo;
e benchè si ritiri, ei non oblia
di schermir l'arte, e non rivolge il tergo,
e ribatte fuggendo i colpi ostili.
Eran ambo già stanchi, e già più lenti
l'un segue e l'altro fugge, ed anelanti
non han più fiato, e lor vacilla il piede,
ed ambo si fermaro e preser lena.
        Così dopo solcato immenso mare
posa la ciurma, e tien sospesi i remi:
ma poco sta chè 'l capitan la chiama
col fischio noto a flagellare i flutti.
Tornano a le contese, e pur di nuovo
il provido Lacone il tempo aspetta,
e pur di nuovo il gran nemico inganna;
e mentre quegli sovra lui si scaglia
colle gran braccia, egli s'inchina, e 'l capo
nelle spalle restringe, e fugge e passa;
quel dal suo peso tratto in giù ruina;
ei torna, e mentre si rialza, il fere,
e del felice colpo ei stesso teme.
Non da' venti percossi o lidi o selve
fanno tanto fragor, come risuona
d'applausi il circo e di festose grida.
        Ma quando Adrasto il fier gigante vide
sorgere furibondo, alzar le mani
ed aspri minacciar colpi mortali:
- Ite (disse), o compagni, ite, opponete
le destre al suo furor: ei smania e freme:
affrettatevi, amici, e gli portate
la palma e i premii: ei non avrà mai posa,
per fin che 'l capo, le cervella e l'ossa
non ne franga e confonda: itene pronti,
e l'infelice sottraete a morte. -
Rupper gl'indugi, e Ippomedonte corre
e Tideo seco, ed ambo insieme uniti
possono appena a lui frenar le mani.
- Hai vinto: basta (or l'uno, or l'altro dice):
tua maggior gloria è dar la vita al vinto:
questi è pur nostro, ed è compagno in guerra. -
Ma non si placa il cuor feroce, e sdegna
gli offerti doni, e colla man respinge
il militare arnese, e infuria e grida:
- Io dunque non potrò macchiar di sangue
e di polvere immonda il vago viso
de l'imbelle mezz'uom, che piace tanto,
e merita il favor del vulgo sciocco?
non deformarne il corpo? ed al sepolcro
mandarlo? o (perchè 'l pianga) al suo Polluce? -
Sì dice, e sbuffa, e d'aver vinto nega;
ma tanto fero i duo guerrier, che al fine
pur lo placaro e lo tirâr da parte.
Ma gli Spartan del Nume lor l'alunno
colman d'applausi, e sorridendo, a scherno
prendon del fiero le minacce e i vanti.
        Già buona pezza il suon dell'altrui lodi
e la propria virtù stimola e accende
il magnanimo cuor del gran Tideo.
Agil era nel corso e al disco esperto,
nè meno forte a guerreggiar co' cesti;
ma nel lottar non avea pari al mondo.
Quest'era il suo piacer: così di Marte
gli ozi ingannava, e trattenea lottando
gli spirti bellicosi, e contro i forti
esercitava l'ire in su le sponde
dell'Acheloo, ond'ei già l'arte apprese
d'essere vincitor nella palestra.
        Dunque or che in campo i lottatori adduce
desio di gloria, egli dal tergo spoglia
l'orrido manto e 'l calidonio vello.
Gli vien contro Agileo, che va superbo
del sangue Cleoneo, di quel d'Alcide;
nè per grandezza egli è minor del padre.
Erge l'ardua cervice e l'ampie spalle
e 'l largo petto, e 'l suo nemico adombra;
ma non è pari a la paterna forza:
ha languide le membra, e in tanta mole
diffuso il sangue intorpidisce e manca.
Quindi nasce in Tideo fidanza e speme
di vincerlo al cimento, e bench'ei sia
picciol di mole, ha muscolose spalle
e forti membra ed indurate in guerra:
non tant'animo mai, tanto vigore
chiuse natura entro sì picciol corpo.
Poichè fur unti, s'incontrâr nel mezzo
ambi del circo, e si coprîr d'arena,
e per fermar le man, su l'altrui membra
gittâr pugni di polve, e fermi a fronte
si restrinsero i colli entro le spalle,
ed allargaro ed incurvâr le braccia.
Il sagace Tideo chinando il tergo
e le ginocchia a terra, il suo nemico
sforza a piegarsi, e se lo rende eguale.
        Come su monte eccelso alto cipresso,
re de le piante, flagellato e scosso
dal torbid'Austro, la cervice a terra
inclina e piega, e da le sue radici
sembra che svelto in giù ruini e cada;
ma più superbo poi risorge in alto:
volontario così le immense membra
piega Agileo gemendo, e si raddoppia
sovra il picciol nemico, e l'urta e 'l preme:
e già sono alle prese, ed a vicenda
premonsi il collo, il petto, il dorso, i fianchi,
e l'uno a l'altro fa col piede inciampo:
avviticchian le braccia, ed or sospesi
tengonsi in alto, or sciolgonsi da' nodi.
        Non con tanto furor cozzano insieme
due fieri tori conduttor del gregge:
la candida giovenca in mezzo al prato
timida stassi e 'l vincitore aspetta;
squarciansi il petto: amor li sferza e punge;
e amor fa le ferite, amor le salda:
pugnan così colle ritorte zanne
due fier cinghiali, e con i rozzi amplessi
fan ispide battaglie orsi feroci.
        Ma tutte ancor mantien le forze intere
l'invincibil Tideo, cui sol, nè polve
reser mai stanco; e ruvida ha la pelle,
e le membra indurate a la fatica.
Non è l'altro sì forte, ed anelante
già batte i fianchi e può trar fiato appena:
corre il sudore, ed il gran corpo spoglia
de la vestita arena, ed ei di furto
dal campo la riprende e sen riveste.
Tideo nol lascia riposar, e finge
ghermirlo al collo, e per le cosce il prende;
ma le picciole mani al gran disegno
non furo eguali, e suonâr vuote al vento.
Quegli allor su Tideo colla gran mole
tutto s'appoggia, e sotto sè l'asconde.
        Come colui che là ne' monti Iberi
per sotterranee vie l'oro cercando
penetra, e indietro lascia l'aria e 'l giorno;
se sopra lui vacilla il suolo e cade
con gran fragor di subita ruina,
oppresso resta deformato e infranto,
e rende non al Ciel l'alma sdegnosa.
        Ma se cede di corpo, a lui sovrasta
Tideo di forza e di valor, nè teme;
anzi 'l vigor rinfranca, e da' suoi nodi
e dal suo peso si sottragge, e passa,
ed improvviso l'assalisce a tergo
e gli avviticchia e stringe i lombi e 'l petto;
indi 'l ginocchio col ginocchio preme,
e mentre quegli si dibatte e tenta
prender Tideo nel fianco (oh meraviglia!),
questi l'alza da terra, e tien sospeso,
orribile a veder, l'immane pondo.
        Tale il libico Anteo fra le robuste
braccia sudò d'Alcide; allor che 'l forte
di sua frode s'accorse, e 'l tenne in alto
sospeso, e di cader tolta ogni speme,
non gli lasciò co' piè toccar la madre.
        Applaudì 'l campo e rimbombaro i monti.
Allor Tideo lo tien un pezzo in alto,
poscia in fianco lo piega, e colla mano
lo spinge, e a terra il fa cader disteso,
e sovra lui, che giace, egli si gitta,
e colla destra la cervice, e 'l ventre
colle ginocchia a lui conculca e preme.
Oppresso ei langue, e se resiste ancora,
per vergogna resiste: alfin confitto
colla faccia e col ventre in sul terreno,
tardo e dolente indi risorge, e lascia
l'impronta vergognosa in su l'arena.
        Con una man la vincitrice palma,
l'armatura coll'altra alto sostiene,
premii del suo valore, il gran Tideo.
Ed, - Oh che fora (dice), e ben v'è noto,
se l'ostile terren del nostro sangue
tanto in sè non avesse, onde nel petto
porto impressa la fe' del rio tiranno? -
Cotal si vanta, e a' suoi compagni porge
le conquistate spoglie: ebbe Agileo
di negletta lorica un umil dono.
Coll'armi ignude l'epidaurio Agreo
discende in campo e l'esule tebano
al suo destino non maturo ancora,
e si sfidan fra loro a far battaglia;
ma lo scettro interpone Adrasto, e 'l vieta:
        - Non mancheranno, o giovani feroci
(dice), l'occasïon d'oneste morti.
A miglior tempo riserbate l'ire
ed il desio dell'inimico sangue.
E tu, per cui lasciammo in abbandono
i patrii campi, e desolate e vuote
le dilette cittadi, anzi le pugne
non provocar la sorte, e gli empii voti
(così li rendan vani i numi eterni)
non prevenir del tuo fratello iniquo. -
Dice, e un elmo dorato ad ambi dona.
Indi per far che senza onor non resti
il genero tebano, il crin gli cinge
di regal serto, e a tutto il campo in faccia
il fa gridare vincitor di Tebe.
Ma gli augurii deluse il crudel Fato.
        Finiti i giuochi, i principi lernei
stanno intorno ad Adrasto, acciò che degni
di qualche colpo le festive pugne,
e quest'onore al funerale aggiunga.
E perchè un sol trionfo a un sol de' duci
non manchi, il pregan che le nubi fenda
lanciando l'asta in alto, o che da l'arco
scocchi gli strali ad un prefisso segno.
Lieto ei consente, e dal suo verde trono
scende cinto da' proceri e da' Regi,
e da la scelta gioventù del campo:
portagli dietro l'arco e la faretra
il suo fido scudiero, ed ei bersaglio
sceglie a le sue saette un orno antico
che in fondo sorge de l'opposto circo.
        Chi negherà che da cagioni occulte
vengan gli augurii? Manifesti e chiari
mostransi i fati. Sia pigrezza o sonno,
l'uom non gli osserva, e quindi avvien che pera
de l'avvenir la fede e i certi segni:
tutto si dona al caso, e la fortuna
maggior possanza a' danni nostri acquista.
        Il campo varca la fatal saetta
e l'orno tocca, e ripercossa indietro
(orribil vista) per le stesse vie,
per l'aure stesse, in cui passò, rivola,
e a la faretra sua cade vicina.
Lo strano caso in molti errori involse
i Greci duci: altri a le nebbie, ed altri
n'assegnâr la cagione a' venti opposti;
altri a la dura scorza, onde quell'orno
fu al colpo impenetrabile e 'l respinse.
Nessuno accerta, e resta a tutti ignoto
il grand'evento e il mostrüoso arcano,
che volea dir: che di cotanti duci
Adrasto solo tornerebbe in Argo
con infelice e tragico ritorno.