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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro VI |
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There are no translations available. I GIUOCHI NEMEI De le greche cittadi era trascorsa e già vicini sono al fin del corso, per te scende nel circo, Anfiarao, Febo, per darti il già promesso onore. Anguicrinito mostro in campo adduce, che minaccia spavento, orrore e morte (o lo trasse d'Inferno, o in un momento d'aria lo finse): senza tema e gelo nol mireria d'Inferno il fier custode, nè l'empie Furie; torneriano indietro i cavalli del Sole e quei di Marte, non che Arïon, che a sì tremendo oggetto arruffò il crine, e su due piè rizzossi, e seco in alto i suoi compagni trasse. Cadde rovescio l'esule tebano, e strascinato per l'arena, alfine sviluppò il braccio da le briglie, e 'l carro senza rettor sen gì vagando intorno. Mentr'ei giacea sul putrido terreno, passaro a volo le tenaree ruote ed il tessalo giogo e 'l forte Euneo vicini sì, che lo schivaro appena. Corser gli amici, e attonito e confuso l'alzâr da terra, ed ei tremante e lasso ritornò non sperato al vecchio Adrasto. Che nobil morte ti negò Megera, misero Polinice! A quante stragi, a quante guerre avresti posto il fine! Tebe e 'l fratello stesso, ed Argo e Neme t'avrebber pianto. Quanti onori e voti Lerna e Larissa t'avrian fatti! fora d'Archemoro maggiore il tuo sepolcro. Ma Anfiarao, che ha la vittoria certa, benchè secondo e che Arïon preceda senza rettor, pur di passarlo agogna: Febo l'assiste, e gli dà forza e lena. Men presto è il vento, e pur allora sembra che da le mosse ei parta; or prega, or sferza Ascherïon veloce e il bianco Cigno: - E adesso almeno (ei grida), or che Arïone sen va ramingo. - Vola il carro, e fuoco gittan le ruote, e fa la polve un nembo: rimbomba il suolo, ed ei minaccia e punge: e forse Cigno avria lasciato indietro il rapido Arïon; ma nol concesse Nettuno; onde restâr con lance eguale al destriero l'onor, la palma al vate. Della vittoria in prezzo a lui portaro due giovanetti una ben sculta tazza, che d'Ercole fu un tempo. Il forte eroe con una sola man l'ergeva in alto, e ridondante di spumoso vino, dopo aver vinti i mostri e le battaglie, la solea tracannar tutta in un fiato. Sonvi scolpiti i fier Centauri, e l'oro risplende di terribili figure: è de' Lapiti qui la strage espressa; volano e faci e dardi ed altre tazze, e si scorgon per tutto orridi aspetti di morti e di feriti: Alcide prende, Alcide istesso il furibondo Hileo per la deforme barba, e a sè lo tragge. In ricompensa de' secondi onori ebbe Admeto un bel manto adorno e pinto di meonio ricamo, e rosseggiante di porpora di Tiro: ivi si scorge Leandro sprezzator del mar d'Abido girsene a nuoto e trasparir per l'onda; sembra muover le mani, ed or le braccia a sè ritrarre, ora allargarle: e tanto l'arte poteo! par ch'abbia molle il crine. Sul lido opposto da un'eccelsa torre Hero dolente mira il mar turbato, e 'l lume amico a' suoi furtivi amori con funesto presagio ecco si spegne. Ebbero i vincitor sì ricchi doni; ma per conforto al genero tebano Adrasto diede una leggiadra ancella. Poscia la gioventù veloce e lieve al corso invita, facile virtude e di pace esercizio, allor che 'l chiede o sacrificio o festa, e non affatto vana in battaglia, se contrario è Marte. De l'olimpica fronda il capo cinto Ida primo comparve, e gli applaudiro l'elee falangi e i giovani Pisani. Venne secondo il sicionio Alcone, e vincitore ne' Corintî giuochi per ben due volte Fedimo leggero, e Dima un tempo di sì lievi piante, che lasciò indietro i corridori in corso, ed or più tardo per l'età li siegue. Quindi molt'altri di diverse genti, che lungo fora annoverar; ma il circo mormora, e chiama l'arcade garzone, cui la rapida madre accresce fama. Chi d'Atalanta il sommo pregio ignora, che tanti Proci superò nel corso? Il valor de la madre è al figlio impegno, ed è sprone ed esempio, e già famoso era per molte prove: i cervi avea raggiunti in corso; indi scoccando l'arco, avea 'l dardo ripreso a mezzo il volo. Questo sol chiama il comun grido e aspetta desïando la turba, ed ei d'un salto s'erge sopra le schiere e sbalza in campo. Scioglie l'aurate fibbie e 'l manto spoglia, e nuda mostra la leggiadra e vaga armonia delle membra, e l'ampie spalle, e 'l bianco petto molle al par del viso, che quasi perde in paragon del corpo. Egli non cura la natia beltade, nè chi l'ammira e adorator la loda; ma nell'arte di Pallade maestro di pingue oliva le sue membra infosca. Lo stesso fêro Ida e Dimante, e quanti erano accinti al corso. In cotal guisa quando è sereno il ciel, tranquillo il mare, l'immagine degli astri in mar riflette lucida e pura; ma di maggior lume Espero irradia, e quale e quanto è in cielo tutto risplende ne' cerulei flutti. Prossimo di bellezza e di speranza Ida si scorge, ma d'età maggiore: il primo pelo gli spuntava appena; ma 'l frequente liquor de la palestra e 'l lungo crine lo nasconde e cela. Così posti a le mosse, ognun le membra snoda con vari moti al vicin corso, e prova fa delle veloci piante. Or piegan le ginocchia, or con le palme fan risuonare i petti, or breve fuga tentan correndo e al posto lor ritornano. Ma come pria rimossa fu da i stalli l'invidïosa corda e 'l campo aperto: tutti a un tempo partiro, e per l'arena splendeano ai rai del sole i corpi ignudi. Non sì veloci da le mosse usciro pur ora i velocissimi destrieri. Sembran da cretic'arco o pur da parto da tergo uscite rapide saette. Così qualor senton ruggir da lungi (o sembra loro) aspro leon feroce, fuggono i cervi timidi e confusi, e insiem ristretti, chè 'l timor gli aduna; e fan miste le corna alto fragore. Fugge da gli occhi più legger del vento il menalio garzon: Ida lo segue, e lo scalda col fiato, e già coll'ombra gli preme il tergo. Fedimo e Dimante van gareggiando insieme, ed il veloce Alcon gl'incalza, e di passarli ha speme. Al bel Partenopeo scendea sul dorso il non tosato crin, ch'egli serbava fin da' più teneri anni a Trivia in dono; e s'ei tornava vincitor da Tebe, avea promesso con inutil voto reciso offrirlo sovra i patrii altari. Ed or sciolto da' nodi al vento ondeggia, che seco scherza e lo respinge indietro, e fa ritardo al corso, e svolazzante l'offre al nemico che l'incalza e segue; Ida l'offerta occasïon di frode abbraccia tosto, e ne conosce il tempo. Già già Partenopeo giunge a la meta: ei per lo crine il prende e indietro il tira, e innanzi passa, e pria di lui la tocca. Fremon gli Arcadi irati armi e vendetta, e coll'armi punir voglion la frode, o che si renda al loro Re la palma e 'l meritato onore, e furibondi s'eran già mossi per uscir dal circo. E d'Ida a molti ancor piace l'inganno. Ma 'l leggiadro garzon lorda di polve il crine e 'l volto, e si querela e piange, e grazia accresce a sua beltade il pianto, e l'innocente petto e 'l dolce viso squarcia coll'unghie e la colpevol chioma. Freme discorde e in sè diviso il vulgo; e sta sospeso in suo giudizio Adrasto. Alfin risolve, e dice: - Ogni contesa, giovani, fra voi cessi, e di virtude accingetevi a far novella prova, ma per sentier diverso: Ida da questa, Partenopeo da quella parte muova; lungi sieno da voi frodi ed inganni. - Quelli ubbidîr; ma l'arcade garzone tacito prega la triforme Dea con voci supplichevoli, e l'adora: - O Diva, o de le selve alma Regina, a te questo mio crine era promesso, e tua l'ingiuria fu; s'a te pur grata è la mia genitrice, e se pur degno di te mi resi in seguitar le fiere; deh non voler che con augurio infausto io vada a Tebe, e di sì grave scorno me stesso macchi e la mia gente invitta. - Il favor della Dea mostrossi aperto: corre leggero sì che appena il sente il campo, e fra 'l terreno e fra le piante l'aria trapassa, e su l'intatta polve rare si veggon le vestigie impresse. Partì, corse, tornò fra liete grida, e vincitore lo raccolse Adrasto. Ed ecco i premii: un fervido destriere ebb'egli in dono, e l'ingannevol Ida un grave scudo, e gli altri una faretra. Fa quinci il Re quelli invitare al disco che de le forze lor voglion far prova. Pterela, a cui fu imposto, in campo porta lo sferico metallo, e benchè tutto incurvi il fianco, poco lungi il gitta. Attonite ammiraro il grave peso le greche turbe di sì vasta mole, e pur molti s'offriro al gran cimento; tre Corintii, due Achei, uno Pisano, un d'Acarnania e molti più di Nisa. Ma il grido universale applaude e chiama Ippomedonte, ed ei sen viene altero, sotto il braccio portando un altro disco del primiero maggior, e: - Questo (grida), giovani forti, o voi che a Tebe andate, per atterrar co' sassi argini e mura, questo s'adopri: e qual sì frale mano l'altro non lancerebbe? - Allor lo prende quasi scherzando, indi lontan lo scaglia. Attoniti restaro i più gagliardi, e si trasser indietro, e al grave pondo si confessâr minori; e Flegia solo e Menesteo, da gran vergogna punti, e da' natali illustri, a l'ardua impresa offrîr le mani e dimostrâr la fronte. Partiron gli altri inonorati e vili. Tale si mostra ne' bistonii campi il gran scudo di Marte, allor che fere Pangeo di mesta luce e 'l sol spaventa; e se coll'asta il dio guerrier lo batte, fuor n'esce un suono di muggito in guisa. Flegia il giuoco comincia, e tutti in lui sono de' spettator rivolti gli occhi, e a le nodose esercitate membra. Prima il disco e la man di polve inaspra; poi la polve ne scuote; e l'alza, e prova ove meglio a le dita, ove a la palma via più s'adatti: esperïenza ed arte in lui si scorge, e quanto ei sia maestro in cotal gioco, onde sua patria è illustre. Spesso il lanciò, dov'ha più largo il corso il vasto Alfeo, da l'una a l'altra sponda, e lo passò, nè mai cadeo nell'acque. Ed or pien di fidanza ei non agogna a misurare il campo, e verso il cielo la mira prende, e le ginocchia inarca e le forze raccoglie, e sovra 'l capo lo ruota in giro, indi lo scaglia in alto. Sale il disco a le nubi; e quando incurva il volo e par che di cader minacci, più d'aria acquista e si solleva: alfine tratto dal peso lento in giù ritorna, e cade su 'l terreno e vi s'immerge. Tal la germana del lucente Dio, svelta da gli astri attoniti e tremanti, cade dal ciel de' tracii carmi al suono: fanno co' bronzi strepito le genti; ma vincitrice la possente Maga ride in vederne vacillare il carro. Fer plauso i Greci, e Ippomedonte solo, vedendo il colpo, di pallor si tinse. Pur di ruotar per fianco il grave disco Flegia sperò con più robusta mano; ma la Fortuna, che i disegni nostri tronca nel mezzo e lo sperar soverchio, nol secondò: che puote umana forza contro il voler de' Numi? Ei già misura cogli occhi immenso spazio, e indietro tira il collo e 'l braccio, e tutto piega il fianco: quando il disco gli fugge e a piè gli cade, e fa suonar la cava palma a vuoto. Dispiacque a' Greci tutti il caso acerbo, e pochi lo mirâr con lieto ciglio. Ma Menesteo, che a l'altrui spese impara, sen vien più cauto, e pria di Maia il figlio co' preghi invoca; indi di molt'arena il disco irruvidisce, e si assicura che non gli cada. Esce da tutto il braccio la grave sfera, e con più lieta sorte gran tratto varca de l'immenso campo, e ruinando alfin cade e si posa. Suonâr gli applausi e i gridi, e con un dardo corsero a porre, ove fermossi, il segno. Ippomedonte al gran cimento viene a passo grave e lento, in sè volgendo di Flegia la sciagura e del secondo l'avventuroso colpo. Il disco ei prende ben noto a la sua mano, e l'alza e 'l libra e 'l tien sospeso, ed il robusto braccio consulta e prova, e 'l muscoloso tergo: indi da sè con tutto il nerbo il lancia, e col corpo lo segue: il globo a volo s'inalza, e benchè lungi, ancor rimembra la destra e tutta ne ritien la forza. Nè già di poco o con incerta meta del vinto Menesteo trapassa il segno, ma di gran tratto il varca, e i verdi colli, che fan cerchio al teatro, urta e flagella e fa tremarli: qual se giù cadesse d'immensa mole altissima ruina. Tale d'Etna fumante un sasso svelse Polifemo con man di luce priva, e sebben cieco, ove sentì 'l rumore de la nave de' Greci, ivi lanciollo, e vicin cadde all'inimico Ulisse. Il figlio allor di Talaone in dono fe' dare al vincitor fregiata pelle di maculosa tigre, a cui l'estreme unghie da l'oro eran coperte intorno. Di cretic'arco e cretiche saette fu Menesteo contento. A Flegia poi compassionando si rivolse Adrasto: ed - A te (disse), cui lasciò la sorte deluso; in dono ecco ti porgo un brando, che del nostro Pelasgo un tempo fue ornamento e difesa, e non dispiaccia l'atto cortese a Ippomedonte invitto. Ma tempo è omai che gli animi feroci scendan de' cesti a la crudel contesa, c'hanno più d'armi e di tenzon sembianza, che di giuoco e di scherzo. - Ed ecco in campo Capaneo sorge, e mentre intorno cinge d'aspro e ruvido cuoio, e per lo piombo livido e nero, la robusta mano ed il braccio non men ruvidi e duri: - Datemi (grida) fra cotante schiere un uomo sol che possa starmi a fronte: ed oh foss'egli de l'aonia gente, onde il mandassi a morte, e monda e pura fosse del civil sangue oggi mia destra. - Attoniti restaro, ed il timore silenzio impose, e ognun si trasse indietro: quando repente appresentossi in campo Alcidamante; e ne stupiro i Regi. Ma i suoi Lacon son di fidanza pieni, a' quali è noto com'ei l'arte apprese dal gran Polluce, ed indurò le membra nelle sacre palestre. Il nume istesso (invaghito di lui) la mano e 'l braccio gli addestrò a' cesti, e se lo pose a fronte, e vedendolo star con pari sdegno se ne compiacque, e se lo strinse al petto. Ma Capaneo lo sdegna e se ne ride (mentre quegli lo sfida), e n'ha pietade, e un altro chiede. Alfin dal fier Lacone provocato si ferma, e gonfia il collo per molto sdegno. Ambo su' piedi eretti tengon sospese di ferir in atto le fulminanti destre, e i capi indietro sottraggono a l'offese, e con i cesti si fan riparo contro i colpi e schermo. L'uno a Tizio è simíl, se pur tal volta l'augel lo lascia, e da' soggetti campi le immense membra e le grand'ossa estolle. L'altro è quasi fanciul; ma in lui la forza gli anni prevenne, e molto più promette nell'età più matura: il circo a prova in suo favore inclina, e vincitore il brama, e teme che 'l crudel nol fera. Pria si squadrâr cogli occhi, e stero alquanto l'un de l'altro aspettando il primo assalto, nè s'affrettaro a le percosse e a l'ira: ciascuno e spera e teme, e col consiglio tempra il furor: solo le braccia in giro ruotan al vento e fan de' cesti prova. Alcidamante nel giuocar maestro non profonde le forze, e le conserva al maggior uopo, e l'avvenir paventa. Ma Capaneo solo a ferire aspira, nulla di sè curante, e s'abbandona tutto col corpo, e senza legge od arte stanca le mani, e su due piè' si leva, e freme e infuria e fa a se stesso impaccio. Va guardingo il Lacon, che tutti apprese de la sua patria i modi, ed ora i colpi ribatte ed or gli sfugge; or la cervice volubil piega, e con la man respinge gli ostili cesti: spesso il passo avanza e ritira la faccia, e spesso ancora (cotanto ha in sè d'esperïenza e d'arte) a lui sottentra e l'abbarbaglia; ed alto con forza disugual l'assale e tenta. Siccome sale impetuoso il flutto sovr'erto scoglio, e rotto indietro torna; così 'l Lacon quel furibondo espugna. Alza la destra, e dar gli accenna a' fianchi, or lo minaccia a gli occhi, e mentre accorre confuso a le difese, ei fra le mani gli passa il cesto e lo percuote in fronte: n'esce tepido il sangue e riga il volto; e Capaneo nol sente, ed ha stupore del repentino mormorar del circo. Ma poi che a caso la già stanca mano si pone al volto, e tinta esser la vede d'alquante stille e rosseggiarne il cesto, non Massile leone o tigre Ircana ferita in caccia in maggior rabbia monta. Segue 'l giovin, che cede, e 'l preme e 'l caccia per tutto 'l campo, e l'urta e lo sospinge con tal furor, che 'l fa piegar supino: freme co' denti orribilmente, e ruota ambe le mani, e 'l vento e l'aria fere, e vanno i colpi a vuoto o sopra i cesti. Ma con agili moti e col veloce piede schiva il Lacon ben mille morti che si vede piombar sovra del capo; e benchè si ritiri, ei non oblia di schermir l'arte, e non rivolge il tergo, e ribatte fuggendo i colpi ostili. Eran ambo già stanchi, e già più lenti l'un segue e l'altro fugge, ed anelanti non han più fiato, e lor vacilla il piede, ed ambo si fermaro e preser lena. Così dopo solcato immenso mare posa la ciurma, e tien sospesi i remi: ma poco sta chè 'l capitan la chiama col fischio noto a flagellare i flutti. Tornano a le contese, e pur di nuovo il provido Lacone il tempo aspetta, e pur di nuovo il gran nemico inganna; e mentre quegli sovra lui si scaglia colle gran braccia, egli s'inchina, e 'l capo nelle spalle restringe, e fugge e passa; quel dal suo peso tratto in giù ruina; ei torna, e mentre si rialza, il fere, e del felice colpo ei stesso teme. Non da' venti percossi o lidi o selve fanno tanto fragor, come risuona d'applausi il circo e di festose grida. Ma quando Adrasto il fier gigante vide sorgere furibondo, alzar le mani ed aspri minacciar colpi mortali: - Ite (disse), o compagni, ite, opponete le destre al suo furor: ei smania e freme: affrettatevi, amici, e gli portate la palma e i premii: ei non avrà mai posa, per fin che 'l capo, le cervella e l'ossa non ne franga e confonda: itene pronti, e l'infelice sottraete a morte. - Rupper gl'indugi, e Ippomedonte corre e Tideo seco, ed ambo insieme uniti possono appena a lui frenar le mani. - Hai vinto: basta (or l'uno, or l'altro dice): tua maggior gloria è dar la vita al vinto: questi è pur nostro, ed è compagno in guerra. - Ma non si placa il cuor feroce, e sdegna gli offerti doni, e colla man respinge il militare arnese, e infuria e grida: - Io dunque non potrò macchiar di sangue e di polvere immonda il vago viso de l'imbelle mezz'uom, che piace tanto, e merita il favor del vulgo sciocco? non deformarne il corpo? ed al sepolcro mandarlo? o (perchè 'l pianga) al suo Polluce? - Sì dice, e sbuffa, e d'aver vinto nega; ma tanto fero i duo guerrier, che al fine pur lo placaro e lo tirâr da parte. Ma gli Spartan del Nume lor l'alunno colman d'applausi, e sorridendo, a scherno prendon del fiero le minacce e i vanti. Già buona pezza il suon dell'altrui lodi e la propria virtù stimola e accende il magnanimo cuor del gran Tideo. Agil era nel corso e al disco esperto, nè meno forte a guerreggiar co' cesti; ma nel lottar non avea pari al mondo. Quest'era il suo piacer: così di Marte gli ozi ingannava, e trattenea lottando gli spirti bellicosi, e contro i forti esercitava l'ire in su le sponde dell'Acheloo, ond'ei già l'arte apprese d'essere vincitor nella palestra. Dunque or che in campo i lottatori adduce desio di gloria, egli dal tergo spoglia l'orrido manto e 'l calidonio vello. Gli vien contro Agileo, che va superbo del sangue Cleoneo, di quel d'Alcide; nè per grandezza egli è minor del padre. Erge l'ardua cervice e l'ampie spalle e 'l largo petto, e 'l suo nemico adombra; ma non è pari a la paterna forza: ha languide le membra, e in tanta mole diffuso il sangue intorpidisce e manca. Quindi nasce in Tideo fidanza e speme di vincerlo al cimento, e bench'ei sia picciol di mole, ha muscolose spalle e forti membra ed indurate in guerra: non tant'animo mai, tanto vigore chiuse natura entro sì picciol corpo. Poichè fur unti, s'incontrâr nel mezzo ambi del circo, e si coprîr d'arena, e per fermar le man, su l'altrui membra gittâr pugni di polve, e fermi a fronte si restrinsero i colli entro le spalle, ed allargaro ed incurvâr le braccia. Il sagace Tideo chinando il tergo e le ginocchia a terra, il suo nemico sforza a piegarsi, e se lo rende eguale. Come su monte eccelso alto cipresso, re de le piante, flagellato e scosso dal torbid'Austro, la cervice a terra inclina e piega, e da le sue radici sembra che svelto in giù ruini e cada; ma più superbo poi risorge in alto: volontario così le immense membra piega Agileo gemendo, e si raddoppia sovra il picciol nemico, e l'urta e 'l preme: e già sono alle prese, ed a vicenda premonsi il collo, il petto, il dorso, i fianchi, e l'uno a l'altro fa col piede inciampo: avviticchian le braccia, ed or sospesi tengonsi in alto, or sciolgonsi da' nodi. Non con tanto furor cozzano insieme due fieri tori conduttor del gregge: la candida giovenca in mezzo al prato timida stassi e 'l vincitore aspetta; squarciansi il petto: amor li sferza e punge; e amor fa le ferite, amor le salda: pugnan così colle ritorte zanne due fier cinghiali, e con i rozzi amplessi fan ispide battaglie orsi feroci. Ma tutte ancor mantien le forze intere l'invincibil Tideo, cui sol, nè polve reser mai stanco; e ruvida ha la pelle, e le membra indurate a la fatica. Non è l'altro sì forte, ed anelante già batte i fianchi e può trar fiato appena: corre il sudore, ed il gran corpo spoglia de la vestita arena, ed ei di furto dal campo la riprende e sen riveste. Tideo nol lascia riposar, e finge ghermirlo al collo, e per le cosce il prende; ma le picciole mani al gran disegno non furo eguali, e suonâr vuote al vento. Quegli allor su Tideo colla gran mole tutto s'appoggia, e sotto sè l'asconde. Come colui che là ne' monti Iberi per sotterranee vie l'oro cercando penetra, e indietro lascia l'aria e 'l giorno; se sopra lui vacilla il suolo e cade con gran fragor di subita ruina, oppresso resta deformato e infranto, e rende non al Ciel l'alma sdegnosa. Ma se cede di corpo, a lui sovrasta Tideo di forza e di valor, nè teme; anzi 'l vigor rinfranca, e da' suoi nodi e dal suo peso si sottragge, e passa, ed improvviso l'assalisce a tergo e gli avviticchia e stringe i lombi e 'l petto; indi 'l ginocchio col ginocchio preme, e mentre quegli si dibatte e tenta prender Tideo nel fianco (oh meraviglia!), questi l'alza da terra, e tien sospeso, orribile a veder, l'immane pondo. Tale il libico Anteo fra le robuste braccia sudò d'Alcide; allor che 'l forte di sua frode s'accorse, e 'l tenne in alto sospeso, e di cader tolta ogni speme, non gli lasciò co' piè toccar la madre. Applaudì 'l campo e rimbombaro i monti. Allor Tideo lo tien un pezzo in alto, poscia in fianco lo piega, e colla mano lo spinge, e a terra il fa cader disteso, e sovra lui, che giace, egli si gitta, e colla destra la cervice, e 'l ventre colle ginocchia a lui conculca e preme. Oppresso ei langue, e se resiste ancora, per vergogna resiste: alfin confitto colla faccia e col ventre in sul terreno, tardo e dolente indi risorge, e lascia l'impronta vergognosa in su l'arena. Con una man la vincitrice palma, l'armatura coll'altra alto sostiene, premii del suo valore, il gran Tideo. Ed, - Oh che fora (dice), e ben v'è noto, se l'ostile terren del nostro sangue tanto in sè non avesse, onde nel petto porto impressa la fe' del rio tiranno? - Cotal si vanta, e a' suoi compagni porge le conquistate spoglie: ebbe Agileo di negletta lorica un umil dono. Coll'armi ignude l'epidaurio Agreo discende in campo e l'esule tebano al suo destino non maturo ancora, e si sfidan fra loro a far battaglia; ma lo scettro interpone Adrasto, e 'l vieta: - Non mancheranno, o giovani feroci (dice), l'occasïon d'oneste morti. A miglior tempo riserbate l'ire ed il desio dell'inimico sangue. E tu, per cui lasciammo in abbandono i patrii campi, e desolate e vuote le dilette cittadi, anzi le pugne non provocar la sorte, e gli empii voti (così li rendan vani i numi eterni) non prevenir del tuo fratello iniquo. - Dice, e un elmo dorato ad ambi dona. Indi per far che senza onor non resti il genero tebano, il crin gli cinge di regal serto, e a tutto il campo in faccia il fa gridare vincitor di Tebe. Ma gli augurii deluse il crudel Fato. Finiti i giuochi, i principi lernei stanno intorno ad Adrasto, acciò che degni di qualche colpo le festive pugne, e quest'onore al funerale aggiunga. E perchè un sol trionfo a un sol de' duci non manchi, il pregan che le nubi fenda lanciando l'asta in alto, o che da l'arco scocchi gli strali ad un prefisso segno. Lieto ei consente, e dal suo verde trono scende cinto da' proceri e da' Regi, e da la scelta gioventù del campo: portagli dietro l'arco e la faretra il suo fido scudiero, ed ei bersaglio sceglie a le sue saette un orno antico che in fondo sorge de l'opposto circo. Chi negherà che da cagioni occulte vengan gli augurii? Manifesti e chiari mostransi i fati. Sia pigrezza o sonno, l'uom non gli osserva, e quindi avvien che pera de l'avvenir la fede e i certi segni: tutto si dona al caso, e la fortuna maggior possanza a' danni nostri acquista. Il campo varca la fatal saetta e l'orno tocca, e ripercossa indietro (orribil vista) per le stesse vie, per l'aure stesse, in cui passò, rivola, e a la faretra sua cade vicina. Lo strano caso in molti errori involse i Greci duci: altri a le nebbie, ed altri n'assegnâr la cagione a' venti opposti; altri a la dura scorza, onde quell'orno fu al colpo impenetrabile e 'l respinse. Nessuno accerta, e resta a tutti ignoto il grand'evento e il mostrüoso arcano, che volea dir: che di cotanti duci Adrasto solo tornerebbe in Argo con infelice e tragico ritorno.
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