Language Selection
Eventi in programma
-
There are no translations available.Read more...
Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
There are no translations available.Read more...
La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
There are no translations available.Read more...
Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
There are no translations available.Read more...
Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
There are no translations available.Read more...
E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro VII |
|
|
|
|
There are no translations available. L'ASSEDIO DI TEBE. Mentre in tal guisa a vani giuochi intenti cinto da' campi, ove spiegar le tende potean sicuri i capitani argivi, e donde si scoprian le torri ostili tutte d'intorno e le tebane mura. Piacque la sede ed il fedel ricetto, perocchè il monte dolcemente sale e signoreggia il piano, e non lo copre altro monte vicino, e non fa d'uopo di gran sudore a metterlo in difesa; forte natura il fe': le rupi in vallo ergeansi, e in fossi era cavato il piano, e quattro sassi gli cingeano i fianchi fatti dal caso di bastioni in guisa; il rimanente terminâr le schiere, finchè il sol cadde e diè riposo all'opre. Ma chi 'l terror può mai ridir di Tebe, città che attende gli ultimi perigli, cui turba l'atra notte e 'l dì vicino! Corrono per le mura, e in quel terrore nulla lor sembra esser sicuro assai; nè fidan più nelle anfionie rocche. Ferve il tumulto, ed il timore accresce degl'inimici il numero e il valore: veggonsi a fronte i padiglioni ostili e splender su' lor monti estrani fuochi: chi a' tempii corre e a' Numi, e chi le spade e i dardi affina, e de' destrier fa prova: altri si stringe al sen la moglie e i figli, e chiede lor l'estreme esequie e 'l rogo: se alcun le luci in momentaneo sonno chiude, in sogno guerreggia; or la dimora lor sembra avanzo, or han la vita a schivo, ed odian l'ombre ed han timor del giorno. Scorre per ambo i campi ebbra e baccante Tesifone, ed ha in man gemino serpe: mostra un fratello all'altro, e ad ambi il padre. E questi urlando da sue oscure grotte, le Furie invoca e ridomanda il lume. Di già ecclissato avea l'umido corno l'algente luna, e già sparian le stelle a lo spuntar della novella luce, e bollia l'Oceàno al nuovo fuoco del vicin Sole, e quanto vasto è il mare, a' rai cedendo de' destrieri ardenti, spianava i flutti e rosseggiava intorno: ed ecco uscir da le tebane porte Giocasta, il guardo torva, e 'l bianco crine sparsa e incomposta, e pallida le gote, e livida di colpi i bracci e 'l petto, quasi Furia antichissima d'inferno, portando in man cinto di nera benda un ramuscel d'oliva, e accompagnata da la gran maestà di sue sciagure. Le due figlie, più quieto e miglior sesso, le fan di qua, di là debil sostegno, mentr'ella sforza le senili membra e sopra il suo potere i passi affretta. Giunta a' nemici, urta col petto ignuda le sbarre, e chiede con tremante voce interrotta da gli urli essere ammessa; e, - Aprite (grida) il varco, io quella sono dal cui ventre tanta guerra uscío: io son quell'empia, ed ho nel vostro campo anch'io ragione ed esecrabil parte. - Inorridîr le guardie al solo aspetto, molto più a le parole, e di già un messo torna, che fu spedito al Rege Adrasto con ordine che venga: apron le porte, e la fanno passar tra l'armi ignude. Ma come pria de' principi lernei giunse al cospetto, in suo dolor feroce furïosa gridò: - Deh chi mi mostra quel ch'io mi partorii fiero nemico? Qual elmo il cela, o principi? - A tal voce corre di Cadmo il figlio, e fra le braccia l'accoglie, e 'l seno di gioioso pianto le bagna, e la consola, e, - O madre, o madre, - tra' singulti ripete; e le sorelle alternamente or si restringe al seno, or alla madre torna. Allor fra' pianti la fiera vecchia vie più l'ira inaspra. - Che lagrime, o crudel? Quai nomi fingi, Argivo Re? Perchè m'abbracci, e offendi col ferreo petto l'odïosa madre? Tu quell'esule sei? Tu quel meschino che mendicava albergo? E chi pietade non avrebbe di te? Lassa! ma quante schiere da' cenni tuoi pender vegg'io? Da quante guardie ti rimiro cinto? Misere madri! or qual ti veggio? E pure io piangeva il tuo esilio i dì e le notti. Ma se de' tuoi la voce udir ti degni, se ne ascolti i consigli, or che le trombe taccion ancora, e la pietà sospesa sta in mezzo a l'armi e l'empia guerra aborre, io, genitrice tua prego e comando: vien meco, e i Dei paterni e i patrii tetti mira pria che gl'incenda, e col fratello (che, torci il guardo?), col fratel ragiona, ed il regno gli chiedi, ed io fra voi giudice sederò: che se lo nega, potrai con più ragione usare il brando. Temi tu forse che la madre ancora a le frodi consenta e che t'inganni? Non uscì già da l'infelice casa ogni pietade: il tuo sospetto appena giusto saria se ti guidasse Edippo. Sposa fui, lo confesso, e le mie nozze ahimè fur empie, e fu nefando il parto; pur tali io v'amo, e i furor vostri io scuso; che se ancor tu resisti, ecco io t'appresto volontario trionfo: a tergo lega le pie sorelle, ed incatena e stringi la genitrice afflitta; e se non basta, da le sue grotte ti si meni il padre. Or i miei pianti e le querele io volgo a voi, principi achivi. In abbandono lasciaste pur le dolci spose e i figli, e i vecchi padri, e questi stessi pianti, ch'io spargo, allor versaste. A me rendete, principi, le mie viscere e 'l mio sangue. Se tanto caro nel suo breve esilio a voi si rese (e siavi prego ancora) quale a me sarà poscia e a questo seno? Non dagli Odrisii regi o dagl'Ircani sariano escluse mie preghiere oneste; o s'altri v'ha, che vinca i furor nostri: o 'l concedete, o duci, o fra le braccia spirar io voglio de l'ingrato figlio, pria di veder le scelerate guerre. - Il flebile parlar mosse a pietade avea le irate schiere, e già d'intorno si vedean vacillar elmi e cimieri, e di lagrime pie l'armi cosperse. Quai feroci leon che con il petto hanno atterrati i cacciatori e l'aste: placano l'ira, e sopra i corpi vinti van passeggiando, e certi già del cibo godon di prolungar l'ingorda fame: Così ne' Greci s'ammolliano i cuori e l'insano furor d'armi e di morte, e Polinice stesso ora fra i baci de la canuta madre, or fra gli amplessi de la semplice Ismene, ed or nel seno d'Antigone piangente e che lo prega, sta in sè dubbio e confuso, e 'l regno oblia. Già già d'andar non nega, e non gliel vieta placido Adrasto; ma s'oppon Tideo, che si rimembra il ricevuto scorno. - Me (grida), me piuttosto al fier tiranno, che sì fido provai, prenci, opponete (e non gli era fratello), ancor ne porto la finta pace e l'empia fe' nel petto. Arbitra della fede e della pace, ov'eri, madre allor ch'una sol notte mi diè fra voi così benigno albergo? Ad un sì reo commercio il figlio meni? Menalo prima a quell'infame campo che fuma ancor del vostro sangue e mio. E tu indur vi ti lasci? O troppo mite! Qual sia il furor de' tuoi più non rimembri? Quando sarai da mille spade cinto, basterà forse che la madre pianga, e cesseranno l'armi? Una sol volta ch'ei t'abbia in suo poter, e che ti chiuda in quelle mura a le sue furie esposto, puoi tu sperar che ti rimandi al campo? Prima vedrai quest'asta, il ferro scosso, rifiorire di frondi e di verdura; l'Inaco prima e l'Acheloo vedremo retrogradi tornare a' loro fonti. Ma sol si cerca d'abboccarli insieme, e, se possibil fia, compor le risse: questo campo gli è aperto ed è sicuro. Forse di me si teme? Ecco mi parto, e dono al comun ben le mie ferite. Venga egli pure a le sorelle in mezzo, e 'l riconduca qui la stessa madre. Quindi che speri? Fa che 'l regno ei ceda vinto da' patti: il renderai tu poi? - Dal feroce parlar mosse le schiere mutan consigli, qual se d'improvviso turbasi il cielo, e l'Austro procelloso toglie a Borea del mar tutto l'impero. Si risvegliano l'ire, e pur di nuovo piacciono l'armi ed i furor primieri. Vede Megera il tempo, e pronta il coglie, e sparge a le battaglie il primo seme. Su la sponda dircea givano errando due mansuete tigri, ed eran quelle che 'l carro trionfal da' lidi Eoi trasser di Bacco, ed ei le avea dal giogo libere fatte negli aonii campi, A queste ancor spiranti arabi odori, e che oblïata han la natia fierezza, solevan le Baccanti e la più antica sacerdotessa ornare il collo e 'l petto di pampinosi serti, e 'l maculoso vello intrecciar di fiori e fregiar d'ostro; e di già care erano a' campi e a' colli, e care ancor (chi 'l crederia!) a l'armento; e le giovenche intorno a lor muggendo ardian pascere i prati: ingorda fame non le spinse a le prede, e di chi 'l cibo porgeva lor, lambivano le destre, e aprian le fauci e distendeano i colli a l'infusion del dolce umor di Bacco. Per le selve dormian; ma se talora con pacifico passo entrano in Tebe, fumano in ogni casa, in ogni tempio i sacrifici, e par che Bacco torni. Queste tre volte con viperea sferza batte la Furia, e le rivolge in ira e al furor primo, e dietro sè le mena contro gli Argivi, che non san che sacre sieno ad un Nume: da diverse parti scendon così due folgori dal cielo, solcando l'aria con il crine ardente; non altrimenti rapide e veloci fremendo orribilmente a corso, a salti passano i campi, e l'infelice auriga sbranan d'Anfiarao (presagio infausto al suo signor, di cui guidava al fiume i candidi destrieri), ed Ida appresso di Tenaro, e Acamanta il forte Etólo. Fuggon pei campi e gli uomini e i cavalli; ma Aconteo nel veder cotanta strage (er'Arcade costui e cacciatore) acceso d'ira collo strale in cocca le segue, e scaglia, e replicando i colpi le impiaga nella schiena e nelle coste. Quelle fuggendo, e di sanguigna riga segnando il suol, su le tebane soglie portano le saette, e moribonde gemono in suon di pianto, e a cader vanno dell'amata città sotto le mura. Sembra che i tempii e la cittade a sacco Vada, e sossopra, e le sidonie case ardan le fiamme: tanto e tal s'inalza rumor per tutto: avrian minor dolore, se le cune d'Alcide, o di Semele il talamo fumante, o d'Ermione fossero i tetti in cenere disciolti. Ma del nume ministro il buon Tegeo col brando ignudo Aconteo inerme assale, ch'era già senza dardi, e che godea de la doppia vittoria: il suo periglio miran gli Arcadi, e corrono al soccorso; ma giungon tardi: su le uccise fiere giace a Bacco il meschin pronta vendetta. Dassi a l'armi nel campo, ed il concilio resta disciolto: fra le armate schiere fugge Giocasta, e più non prega, e seco fuggon le figlie, e chi le udì pietoso or le respinge irato e le discaccia. Coglie Tideo l'occasïone, e grida: - Or ite dunque, e fe' sperate e pace; forse ha potuto il perfido tiranno differire il misfatto in fin che torni da noi partendo la canuta madre? - Sì dice, e tratto il brando, i suoi compagni eccita a l'armi. Un rumor fiero e orrendo s'alza d'urli e di strida, e crescon l'ire. Senz'ordin ferve aspra tenzone, e 'l vulgo va insiem co' duci, e non ne cura i cenni, e corron misti i cavalieri e i fanti ed i rapidi carri armati in guerra. Infelice colui che inciampa e cade, chè la turba indistinta il calca e preme: non di sè pon far mostra, o del nemico riconoscer le forze; un furor cieco, una rabbia improvvisa ha di già spinte la greca gioventude e la tebana a meschiarsi co' brandi: insegne e trombe restaro a tergo, e quando diero il segno di guerreggiar, già la battaglia ardea. Da poco sangue tanta guerra uscío? Così 'l vento da prima infra le nubi sue forze accoglie, e lievemente scuote le frondi e i rami; indi robusto e fiero svelle le selve, e d'ombre spoglia i monti. Alme Pierie Dee, le vostre schiere a noi cantate con più gravi carmi, e di Beozia vostra i casi atroci. Non vi chieggiam cose straniere e ignote. Voi le miraste d'Elicona, e mute restâr le vostre cetre, e inorridiro al rimbombo di Marte e delle trombe. Venía Pterela, un giovane tebano, rapito dal destrier, che sprezza il freno, e di sè donno fra le schiere e l'armi a suo talento il porta: ecco Tideo l'astra gli vibra nel sinistro arcione, e 'l cavalier, ch'è per cader di sella, nell'anguinaglia al palafreno inchioda: fugge il caval col suo signor sul dorso, che non più ritien l'armi o regge il freno, come Centauro, che d'un'alma privo, sulla schiena abbandona il busto umano. Ferve la crudel pugna, ed a vicenda Ippomedonte Sibari distende; e Perifanto è da Meneceo ucciso, e da Partenopeo Iti trafitto: un di colpo di spada, un di saetta. Dell'inachio Ceneo l'alta cervice tronca Emone feroce: il capo cade, e ad occhi aperti il tronco busto cerca, e cerca il capo l'alma intorno errante. Abante corre ad ispogliarlo, e un dardo vien d'arco greco, e glie lo stende a canto, e 'l suo gli fa lasciare e l'altrui scudo. Qual consiglio fu il tuo, semplice Euneo, lasciar di Bacco il culto e i sacri boschi, onde uscir è vietato al sacerdote? Chi di Lieo 'l furore in quel di Marte ti fe' cangiar? Chi d'atterrir presumi? Porta lo scudo fral d'edera intesto, e di frondi di vite: il pampinoso tirso candida fascia intorno cinge; ondeggia il crin sul tergo, e 'l primo pelo adombra il viso, e la lorica imbelle copre un manto di porpora di Tiro. Fra le maniche i bracci, ed i calzari fregiati e pinti, e sottil velo il seno copre, e s'allaccia la tenaria veste con fibbie aurate e con smeraldi ardenti: suonangli a tergo l'arco e cento strali dentro lo spoglio di dorata lince. Costui dal Nume invaso infra le schiere venía gridando: - Omai cessate l'armi: con lieti auspici queste nostre mura col misterioso Bue mostronne Apollo. Cessate, dico; volontari i marmi ne cinsero d'intorno. E noi siam gente a' Numi sacra, e della nostra Tebe genero è Giove e suocero Gradivo, ed esser nostro cittadin si degna il gran Libero padre e il grande Alcide. - Mentr'ei così ragiona, a lui s'oppone crollando l'asta Capaneo feroce. Qual digiuno leon cui sul mattino sveglia la fame, se da l'antro scorge timida cerva o tenero giovenco mal atto ancor a guerreggiar col corno, lieto corre fremendo, e non curante lo stuol de' cacciatori e l'aste e i dardi, vede la preda, e le ferite sprezza, tal Capaneo nell'inegual cimento vien baldanzoso alta brandendo l'asta. Ma pria lo sgrida: - O tu che a morte corri, perchè vuoi spaventar l'alme guerriere con femminili strida? Oh qui pur fosse teco quel Dio del cui furor sei pieno! Or va, racconta a le tebane madri coteste fole: - dice, e l'asta scaglia, che, quasi nulla la ritenga, appena tocca lo scudo, che gli passa a tergo. Cadongli di man l'armi, e 'l manto d'oro che 'l sen gli cinge; ne' singulti estremi ondeggia e geme, e fuor ne sbocca il sangue. Tu cadi, audace giovanetto, un tempo dolce cura di Bacco, ora dolore: te l'Ismaro ognor ebbro, infranti i tirsi, e te pianse il Timòlo, e la ferace Nisa, e cara a Teseo l'ondosa Nasso, e 'l Gange, che per tema a gli orgii sacri di Bacco sottopose i flutti altieri. Non men feroce le lernee falangi Eteocle distrugge; assai più lento vien Polinice, e 'l civil sangue abborre. Ma sopra gli altri Anfiarao si mostra sul carro eccelso, e a tutto corso spinge i suoi destrier presaghi e paurosi per l'infame terren, ch'omai ricusa portarlo in mezzo a un turbine di polve. L'assiste Apollo, e al suo fedele appresta un vano grido, e a la vicina morte intesse fregi di caduco onore. Ei risplender gli fe' lo scudo e l'elmo di nuova luce, di cometa in guisa. Nè tu, Gradivo, al tuo fratel contendi che da mani terrene il suo ministro illeso resti. Venerabil ombra ed ostia intatta si riserba a Dite: ed ei, che certo il suo morir prevede, va più feroce infra le squadre ostili, e la disperazion forza gli accresce. Già più che d'uom son le sue membra e 'l volto; nè mai più lieto giorno a lui rifulse, nè mai più certa ebbe del Ciel contezza: se la virtù, che già s'appressa al fine, tutto a sè nol chiamasse. Avvampa ed arde tutto di Marte, e del suo braccio gode, e va de' colpi suoi l'alma superba. Questi, che a raddolcir le umane cure era dianzi sì pronto, e che sovente solea scemar di lor ragione i Fati, quanto or diverso appar da quel che i lauri seguia d'Apollo e i tripodi loquaci, e che, invocato il Nume, in ogni nube de' volanti intendea volo e favella. Non tanta strage apporta il Sirio ardente ed il pestifer anno e l'aria grave, quante vite egli miete e manda all'Orco vittime uccise alla sua nobil ombra. Col dardo Flegia, e con il dardo uccide il superbo Fileo; quinci col carro di falci armato a le ginocchia tronca Cromi, e Cremetaon fermo e vicino; indi coll'asta uccide Ifinoo e Sage, e Gía chiomato, e Licoréo, che a Febo è sacerdote; e con dolor mirollo il buon augure argivo, allor che l'asta vibrata contro lui gli spinse a terra il cimiero, e la sacra infula apparve. Indi Alcatoo d'un sasso in capo fere, che lungo i stagni di Caristo avea la moglie, il patrio albergo e i dolci figli usi a scherzar su le palustri sponde. Povero pescator visse contento; ma l'ingannò la terra: egli morendo s'augura i flutti e l'onde ed i perigli delle tempeste, che provò men fiere. Vede d'Asòpo il figlio, il grande Ipseo, cotanta strage e fuga, ed in sè brama con generoso ardir volger la pugna. Non men feroce anch'ei venía sul carro strage facendo delle squadre greche; ma visto il paragon d'Anfiarao, sdegna ignobil trofeo di sangue umíle. A lui coll'armi e colla mente aspira, lui solo cerca; ma s'oppon la turba, e l'impedisce: ond'ei sdegnoso allora un'asta svelta dal paterno fiume impugna, e prega: - O delle aonie linfe copioso donator, che ancor superbo vai de' fulmini stessi e delle fiamme che uccisero i Giganti; o Asopo, o padre, tuo nume ispira a questa destra: il figlio è che ten prega, e l'asta istessa un tempo germe delle tue sponde; e se tu osasti pugnar con Giove, al figlio almen concedi svenar il vate e non temer d'Apollo, e le vedove bende e l'armi vuote giuro dar in tributo al tuo gran fiume. - Udillo il padre, e consentì; ma Febo s'oppose, e torse il colpo, e l'asta il petto d'Herse trafisse condottier del carro. Cade morto il meschin; ma il Nume stesso, sotto sembianza di Aliamone, il freno prende e succede a l'infelice auriga. Al vivo sfolgorar del Nume ardente fuggon confusi i cavalieri e i fanti; il sol timor li caccia, e senza piaghe muoion d'imbelle morte i fuggitivi. Dubbio rimane se più aggravi il carro il divin peso, o a' corridor dia lena. Come qualor precipitosa cade svelta da gli anni, o da rio nembo scossa d'alpestre monte discoscesa parte; per diversi sentier uomini, alberghi, selve ed armenti in sua ruina involge, sinchè cessando l'impeto, si spiana in cupa valle, o il corso arresta a' fiumi: non altrimenti il formidabil carro, che porta il grand'eroe, porta il gran Nume, ferve nel sangue. Delio stesso i dardi vibra, e guida i destrieri, ed egli al vate dirizza i colpi, e in altra parte volge e rende vane l'aste e i dardi ostili. Cadono a terra Menala pedone, e dal gran corsier coperto invano Antifo, ed Etïon, che d'una ninfa d'Elicona era nato: e per l'ucciso fratel Polite infame, e Lampo audace, ch'osò tentar la purità di Manto diletta a Febo e di sue bende cinta. Contro il profano le saette sante scoccò egli stesso, e vendicò l'oltraggio. Ma già su' corpi estinti e su' mal vivi gli anelanti destrier cercano indarno il coperto terreno, e duro solco s'apron su membra lacerate e infrante, e ne rosseggian le girevol ruote. Calca il carro crudel gli esangui busti e già di senso privi; e chi ferito, languendo giace, sul suo capo il vede ratto venir, nè di schivarlo ha speme. E già lordo il timon, lubrici i freni son di putrido sangue; un denso limo di teschi infranti e di midolle invischia le ruote sì, che le fa lente al moto, e l'ossa de' cadaveri insepolti a' già stanchi destrier servon d'inciampo. Il vate ognor più fiero i dardi svelle nelle ferite infissi, e li rilancia, e fa nuove ferite e nuove morti, e gemon l'alme sciolte al carro intorno. Alfine il Nume al servo suo fedele si scopre, e dice: - Usa tua forza, e lascia d'immortal fama il tuo gran nome eterno, or ch'io son teco, e l'implacabil Morte sospende ancor l'irrevocabil punto. Omai siam vinti, e la severa Parca sai ben che a nullo unqua ritorse il filo. Vanne, o promesso, ed aspettato un tempo, gioia ed onore degli Elisii campi; vanne senza temer del reo Creonte le dure leggi, e di mancar d'avello. - Egli da l'armi respirando, al Nume così risponde: - O gran Padre Cirreo, io te dianzi conobbi, e men diè segno l'asse sotto il maggior peso tremante; ma perchè tant'onore a un infelice, che tu ne regga il periglioso carro destinato a l'Inferno? E sino a quando terrai sospeso il mio destin maturo? Già sento l'onda rapida di Stige, e i neri fiumi dell'orrenda Dite, e l'orrido latrar delle tre gole del tartareo custode; omai ripiglia l'a me commesso onor delle tue bende, e 'l sacro allòr, cui profanar non lice, portandolo nell'Erebo profondo. Ma se pur del tuo vate udir l'estreme voci non sdegni, e i giusti voti suoi; io ti ricordo l'ingannata casa, ed il castigo dell'infame moglie, e del mio figlio il nobile furore. - Mesto allor scese Apollo, e celò il pianto, e restò afflitto il carro, e i buon destrieri si dolser privi del celeste auriga. Così vede sicuro il suo naufragio nave agitata da notturno Coro, cui lo splendor della maligna stella d'Elena infesta minaccioso guarda, posti già in fuga Castore e Polluce. Il suol, che tosto s'aprirà in vorago, a vacillar comincia, e scuote il dorso, e s'alza maggior turbine di polve: mugge sotto l'Inferno; i combattenti credon che sia il rumor della battaglia, e si spingono innanzi: il tremor cresce, e fa l'armi ondeggiare ed i guerrieri e i trepidi cavalli. I colli intorno piegan le cime ombrose, e l'alte mura già crollano di Tebe. Inalza i flutti gonfio l'Ismeno, e le campagne inonda. Cessano l'ire: ogni guerriero i dardi in terra affigge, e a l'aste vacillanti il corpo appoggia, e nel pallore alterno conoscendo il reciproco timore, confuso si ritira a le sue insegne. Qual se talor sprezzando il mar profondo a stretta pugna le gran navi accozza Bellona irata, fervon l'ire e l'armi; ma se opportuna alta tempesta sorge, ciascun pensa al suo scampo, e nuovo aspetto di nuova morte fa deporre i brandi, ed il timor fa germogliar la pace: tal l'ondeggiante guerra era in quel campo. O che la terra, un turbine concetto, affaticata sprigionò de' venti la chiusa rabbia e 'l prigionier furore: o che dall'onde sotterranee rôsa in quella parte ruinando cadde; o quivi in suo girar con l'ampia mole si posò il cielo, o col fatal tridente Nettun la scosse, e con più gravi flutti appoggiò il mar sovra l'estreme sponde: o il suolo istesso minacciò i fratelli; ecco aprirsi voragine profonda. Vider l'ombre la luce, e gli astri l'ombre, ed ebber vicendevole timore. L'immane speco nell'immenso vôto assorbì l'Indovino e i suoi corsieri, che per passarlo avean già preso il salto. Non lasciò il sacerdote o l'armi o i freni, ma qual era sul carro al cupo fondo ritto discese riguardando il cielo. E gemè quando riserrarsi il suolo sopra si vide, e un più legger tremore rimarginar i fessi campi, e 'l giorno celar di nuovo al tenebroso Averno.
|








