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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro VIII |
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There are no translations available. LA MORTE DI ATI. Poichè fra l'ombre pallide repente mandan tornando a morte. A mezzo il calle scontransi spesso le ferrate travi, e cadon vane a terra; asta con asta concorre a pugna: grandine di sassi scaglian le frombe, e le veloci palle van del fulmin più preste, e le saette volan per l'aria con diverse morti. Nè più v'è luogo ove un sol colpo a terra cada; ma van tutti a ferir ne' corpi. L'un l'altro uccide, e l'uno l'altro abbatte spesso senza saperlo, e di virtude sostien le veci il caso; or questa turma s'avanza e incalza, or si ritira e cede, ed or acquista, or va perdendo il campo. Siccome allor che minaccioso Giove scatena i venti e le procelle irate, e con alterno turbine flagella il basso mondo: nel celeste campo stan due contrarie schiere, ed or più forte è il nembo d'Austro, or d'Aquilon la forza, finchè pugnando i turbini, o quel vince colle sue piogge, o questo col sereno. Ecco, figlio d'Asopo, il grande Ipseo dà principio a la pugna, e le spartane squadre respinge (avea la fiera gente per lo natio valor gonfia e feroce co' scudi aperte le tebane schiere) e primo uccide il duce lor Menalca. Costui per alma e per virtù lacone e dell'Eurota alunno, e che disnore non fece a gli avi, si strappò dal petto per l'ossa e per le viscere squarciate l'asta ch'entrava, acciò che a tergo uscendo non lo macchiasse di vergogna e scorno, e con debile man del proprio sangue tinta al fiero nemico la rimanda. Ei nel morire il suo natio Taigeto Rimembra, e le sue imprese, e quei flagelli cui da fanciullo l'avvezzò la madre. Tende Aminta teban l'arco, e di mira Fedimo prende. O troppo pronta morte! Fedimo sul terren già moribondo langue: nè tace ancor l'arco d'Aminta. Il calidonio Agreo di Fegea tronca la destra mano: essa ancor guizza, e 'l ferro impugna e muove. Tra l'altr'ami sparsa sopra del suolo paventolla Aceste, e benchè tronca la ferì di nuovo. Ifi Atamante, ed il feroce Ipseo Argo distende, e Abante Fereo uccide, ma con diverse morti: è cavaliero Ifi, ed Argo pedone, Abante auriga; uno in gola, un nel fianco e 'l terzo in fronte cadon feriti: due gemelli argivi di Cadmo ucciser due gemelli ascosi sotto gli elmetti chiusi.Oh della guerra ignoranza crudel! Ma poi che scesi li dispogliaro e 'l lor misfatto apparve, mesti, dolenti, afflitti e quasi immoti si miraro i fratelli, e n'ebber doglia. Iön di Pisa abitatore atterra Dafni di Cirra, i suoi destrieri avendo pria spaventati: gli applaudì dall'alto Giove: del suo cirreo sentì pietade, quantunque tardi e inutilmente, Apollo. Ma la fortuna quinci e quindi illustra due forti eroi nel sangue ostil feroci. Emon tebano i Greci urta e flagella, e Tideo preme le dircee falangi. A questo Palla, a quello assiste Alcide. Come scendon da' monti a un tempo istesso due rapidi torrenti, e 'l piano inondano con subita ruina, e par che a gara faccian tra lor chi più rapisca i campi o più soverchi i ponti: ecco una valle lor dà ricetto, e ne confonde l'acque: ma superbo ciascun del proprio corso negano al mar portar unite l'onde. De' combattenti in mezzo Ida d'Enchesto giva scorrendo con accesa face, e colla fiamma disgombrando il calle, e scompigliava e ponea in rotta i Greci: allor che da vicin del gran Tideo l'asta gli spezzò l'elmo e lo trafisse. Cad'ei supino, e molto spazio ingombra; tien l'asta in fronte, e la caduta fiamma gli circonda le tempie; allor l'insulta il vincitore: - Non chiamar crudeli gli Argivi, no; noi ti doniamo il rogo colle tue faci e col tuo fuoco: or ardi. - Indi qual tigre che nel primo sangue la rabbia accese e a tutto il gregge anela, Aone con un sasso, e colla spada Folo e Cromi ferisce; indi coll'asta i due fratelli Elicaoni uccide, che già da Mera, dell'egea Ciprigna sacerdotessa, della diva in onta fur generati di furtivo amplesso. Miseri, voi giacete! E i fieri altari circonda ancor la supplichevol madre. Con non minor furor l'erculeo Emone sitibondo è di sangue, e mille schiere col brando insazïabile trascorre. I fieri Calidonii urta e fracassa; turba quei di Pelene, e della mesta Pleurone abbatte i giovani feroci; finchè già rintuzzato il brando e l'asta, l'ollenio Buti, che le schiere affrena e lor vieta la fuga, aggiunge e assalta. Era giovine Buti, e 'l fean palese le intatte guance e 'l non tosato crine, quando improvvisa a lui su l'elmo scese la tebana bipenne. Ambe le tempie cadon partite, e la divisa chioma di qua, di là sovra le spalle pende, e a lui, che non attende e non sen guarda, innanzi tempo il vital filo tronca. Poscia il biondo Polite, Ipari il biondo (l'uno a Febo nudriva il molle viso, e l'altro a Bacco la lasciva chioma) del pari uccide. O troppo ingrati Numi! Appresso a questi Iperion distende, e Damaso, che in fuga era rivolto, ma l'asta del guerrier lo coglie a tergo, e per l'usbergo passa, e nello scudo si caccia, e lungi su la punta il porta. Strage maggior nelle lernee falangi farebbe Emon: perocchè Alcide i dardi gli drizza, e a lui dà forza; ma Tideo Palla gli oppone, e già si stanno a fronte co' tutelari Numi; allora Alcide parlò primier, ma placido in sembianza: - Fida germana, qual error di guerra, qual sorte insieme a battagliar ne guida? Forse un sì reo misfatto ordisce Giuno? Pria mi vedrà (benchè nefanda ed empia impresa fora) al fulmine trisulco opporre il petto, e contrastar feroce col mio gran padre. Dal mio ceppo scende Emon; ma se tu l'odii, io lo ricuso: nè se contro Ila e contro Anfitrione (qualor tornasse in vita) il tuo Tideo vibrasse l'asta, a lor farei riparo. Ben mi sovvien, nè fia ch'unqua l'obblii, quanto per me questa tua destra invitta sudasse, e questo tuo gorgoneo scudo, allor che tutto andai vagando il mondo servo infelice in duri casi involto: ita saresti meco anche a gli abissi; ma i Dei superni non ammette Averno. Tu il ciel, tu il padre a me donasti. A tante grazie qual mai potrò donar mercede? Se vuoi Tebe appianar, io l'abbandono, e cedo al tuo volere e perdon chieggio. - Sì disse, e già partia: l'altera Dea placossi al suono del parlar gentile, e serenò 'l sembiante, e su 'l Gorgone sgonfiando i colli, si posâr le serpi. Sente partirsi il nume, e già più lenti i dardi vibra l'infelice Emone, e ne' languidi colpi il vigor primo non riconosce, nè l'usata destra. In lui manca l'ardire, e 'l timor cresce, nè si vergogna ritirarsi: allora più feroce Tideo l'incalza e preme, e maneggevol solo alla sua mano libra un'asta ferrata, e a certo segno la drizza, e al sommo dello scudo mira, ove confina la goletta e 'l colpo è più mortale; nè ingannollo il braccio. Già portava la morte il crudo cerro, ma nol permette, e l'omero sinistro sol gli lascia lambir con lieve piaga grata al fratello la tritonia Dea: più non sta fermo Emon, nè più s'appressa al gran nemico, e non ne soffre il volto, e virtude e speranza in lui vien meno. Qual setoso cinghial, cui nella fronte con non felice man confisse il ferro il cacciator, nè al cerebro pervenne: l'ire esercita in fianco, e più non osa gir contro l'asta che provò sì fiera. Ecco vede Tideo Proteo tebano, condottier d'una squadra, i Greci suoi mandar con certi colpi a certa morte. S'accende ad ira; vibra il pino, e lui d'un colpo solo e 'l suo caval trafigge. Cade il destrier sul cavaliero, e mentre cerca ei la briglia, su la faccia l'elmo gli calca, e sopra il sen preme lo scudo, sin che col sangue il fren gli esce di bocca, e morto cade al suo signore accanto. Così talora avviticchiati insieme cadon dal monte Gauro, e a doppio danno del povero cultor, l'olmo e la vite miseri al par; ma più scontento l'olmo, che i tronchi rami suoi non piange tanto, quanto della compagna i tralci amati e l'uve amiche, suo mal grado infrante. Prese avea l'armi contro il campo greco Corebo d'Elicona, amico un tempo e compagno a le Muse. Il dì fatale, conscia de' stami inferni, e dalle stelle pria conosciuto, a lui predetto aveva Urania, e pur l'armi e le guerre agogna (e forse per cantarle) il garzon folle. Ei cade, e nel cader degno si rende ch'altri lo canti; ma le afflitte Muse mute restaro, e l'onorâr co' pianti. Fin da' più teneri anni era promessa ad Ati Ismene, e non venía straniero, benchè di Cirra, il giovane gentile a questa guerra, e non avea in orrore in suo favor de' suoceri le colpe: la fa il casto pallor a lui più grata, e le accresce beltà l'indegno lutto. Era anch'egli leggiadro, e non nudria la vergine da lui diverse voglie; e l'un dell'altro, se fortuna a mezzo non troncava i disegni, erano amanti. Ma la guerra crudel vieta le nozze; quinci di maggior ira acceso il seno vien furïando, e le lernee falangi ora pedon col ferro urta e scompiglia, ora sovra un corsier, quasi dall'alto il rimirasse Ismene, i Greci assalta. Di triplicata porpora coperte le spalle ancor crescenti e 'l molle petto gli avea la madre, e del destrier gli arnesi e l'elmo e le saette erano d'oro, e le maniche e 'l cinto, e su 'l cimiero (perch'ei non gisse men d'Ismene adorno) l'oro increspato svolazzava al vento. Misero! ei vano de' pomposi fregi osa i Greci sfidare, e fatta strage nelle men forti squadre, a' suoi sen riede colle acquistate spoglie, ed or uccide un guerrier, or ritorna al suo drappello. Qual giovane leon ne' boschi ircani nudo ancora di pelo, e non tremendo per l'onor delle giube, e non ancora avvezzo a ber de' generosi il sangue, poco lungi a le stalle il vile armento, quando è il pastor lontano, ardito assalta, e d'un tenero agnel pasce la fame. Tale Ati, a cui noto non è il valore, nè l'armi di Tideo; ma lo misura solo dal corpo, nol paventa, e ardisce con debil dardo, mentre quei minaccia gli altri e gl'incalza, di tentarlo. Al fine gli occhi il fiero rivolge a' colpi frali, e amaramente ride: e, - Ben m'avveggio, temerario garzon, (dice) che aspiri a glorïosa morte. - Indi sdegnando usar contro un fanciul la spada e l'asta, apre appena le dita, e lieve strale sfuggir ne lascia, che qual fosse un grave acuto cerro e con vigor scagliato gli passa l'anguinaglia e 'l fere a morte. Sdegna Tideo spogliarlo: e, - Non fia mai (grida) che sì vil dono abbia la Madre, o che a te, Palla, tali spoglie appenda. Me lo vieta il rossore; e se nel campo qui Deifile fosse, appena a lei per suo trastullo le porrei davanti. - Dice, e a gloria maggior pugnando aspira. Così leon per molte stragi altero sdegna i molli vitelli e 'l vile armento, e sol de' generosi il sangue anela, e al toro condottier del gregge agogna star su l'alta cervice e farne scempio. Dal flebile clamor Meneceo accorto del caso d'Ati, i suoi destrieri e 'l carro là volge a tutto corso, e in terra sbalza. Già del Taigeto i giovani feroci stavan su lui, che giace: in abbandono lo lasciavano i Tirii. Alto rampogna Meneceo i vili: - O voi da Cadmo scesi, che da' solchi guerrier vantate i padri, e 'l valor ne mentite; ove ne andate, ove fuggite? Oh eterna infamia! Oh scorno! Dunque meglio per noi Ati sen giace? Ati stranier, che non aveva in Tebe cui vendicar che la diletta sposa, e questa ancor non sua? Noi tanti nostri pegni, le mogli, i figli, i tempii, i tetti tradirem dunque? - Da vergogna punte fermârsi allor le schiere, e 'l patrio amore tornò ne' petti, e rivoltâr la fronte. Stavano intanto in solitaria cella del regio albergo le innocenti figlie di Edippo amabil coppia e di costumi dal genitor diversa e da' germani, rammentando tra lor gli acerbi casi, e de' vicini e de' primieri tempi; della madre le nozze una, e del padre l'altra gli occhi rammenta; or questa piange il fratello che regna; or il ramingo quella mesta deplora: ambe le guerre. Quindi più grave a loro è la tardanza degl'infelici e non ben certi voti. Sospese stan qual vincitor, qual vinto bramin veder nel barbaro duello, ma nell'interno l'esule prevale. Così il garrulo augel di Pandïone qualor ritorna al suo fidato albergo, onde cacciollo il verno, e sovra il nido va svolazzando, le sciagure antiche a' tetti narra e al vento, ed il confuso flebile mormorio crede parole, e ben rassembra a le parole il canto. Dopo un lungo silenzio e dopo i pianti parlò di nuovo alla sorella Ismene: - Qual error turba i miseri mortali? Qual ingannevol fede? In mezzo al sonno veglian le cure, e alla sopita mente tornan distinti e simulacri e larve? Ecco io, che appena, se profonda pace godesse il regno, i talami e le nozze volgerei nella mente (io mi vergogno, sorella, a dirlo), nella buia notte vidi le tede nuzïali: ahi come questo folle sopor mostrommi in sogno lo sposo appena visto! Una sol volta e involontaria in questa reggia il vidi, mentre non so quai patti alle mie nozze stabilivan fra loro. A me parea tutto turbarsi d'improvviso, e spente mancar le faci, e la rabbiosa madre con urli e strida seguitarmi, ed Ati ridomandarmi. E quale annunzio infausto è mai questo di strage? E pur non temo, se staran queste mura, e se lontane andran le greche schiere, e tra' fratelli s'avremo tempo di compor la pace. - Così dicean tra lor: quand'improvviso mesto clamor la taciturna reggia turba e spaventa, ed ecco Ati, ritolto con gran fatica a le nemiche genti, mal vivo si riporta e senza sangue; ha la man su la piaga, e dallo scudo pende languido il capo, e su la fronte scomposto ha il crin; prima Giocasta il vede, e pallida e tremante Ismene chiama. Questa sol chiede con languente voce il moribondo genero; sol questo nome sta ancor su le gelate labbia. Alzan le ancelle i gridi, e l'infelice vergin portava già le mani al crine, ma vergogna l'affrena: al fin costretta colà si porta: questo estremo dono Giocasta accorda al genero che spira, e a lui la mostra e l'offre. Al dolce nome ben quattro volte su' confin di morte girò gli occhi ecclissati, e a è fe' forza, e alzò il volto cadente, e ne' suoi lumi mirando sol, del ciel la luce ha a schivo; nè può saziarsi dell'amata vista. Ma poi che lungi era la madre, e morto con miglior sorte era poc'anzi il padre, di chiudergli le luci il mesto uffizio dassi a l'afflitta ed infelice sposa, che quando restò sola, allentò il freno a' gemiti, a' singulti, e gli cosperse di pie lagrime amare il morto viso. Mentre ciò fassi in Tebe, Enío crudele di nuove serpi e nuove faci armata la battaglia rinforza. Ognuno l'armi brama, come se allora il primo assalto fosse della tenzone, e ch'ogni brando splendesse ancor al sol lucido e terso. Ma sopra tutti il gran figliuol d'Eneo si distingue quel giorno, ancor che molto Partenopeo da l'infallibil arco scocchi dardi sicuri, e Ippomedonte col feroce destrier calpesti i volti de' nemici abbattuti e moribondi, e Capaneo vibri l'acuto pino pur troppo noto a le sidonie squadre. Di Tideo solo è quell'orribil giorno, lui sol si teme e da lui sol si fugge, e vien egli gridando: - Ove fuggite? Perchè il tergo volgete? Ora, ora è il tempo di vendicar vostri compagni uccisi, e compensar quell'infelice notte. Io son colui che cinquant'alme spinsi con brando ancor non sazio in grembo a Dite. Vengan cinquanta, e cinquant'altri insieme, che io qui gli attendo. Quei che dianzi uccisi non han dunque fra voi padri o fratelli vindici di lor morte? Onde proviene questo sì vile oblio de' vostri lutti? Io mi vergogno riveder Micene e star contento della prima strage. Tali guerrier restano a Tebe? Queste son le forze del Re? Ma dove mai, dove s'asconde questo invitto duce? - Ed ecco il vede nel sinistro corno animando le schiere, e lo distingue a lo splendor della superba fronte. Non sì veloce piomba il grande augello, portatore de' fulmini di Giove, su bianco cigno, e cogl'immensi vanni tutto l'adombra; come allor Tideo contro del Re si scaglia e lo rampogna: - O giusto Re della sidonia gente, vuoi tu venir a manifesta guerra, e meco alfin provar del pari il brando? O sol ti fidi nell'amica notte, e le tenebre aspetti? - Ei non risponde, ma di risposta invece a lui rimanda stridente dardo. L'etolo campione con leggera percossa il colpo torse, quando a lui fu vicino e al fin del volo. Indi con tutto il braccio, e dell'usato con maggior forza avidamente vibra contro il crudel tiranno asta maggiore. Giva la ferrea trave, e ponea fine al fier düello, e l'applaudian dall'alto de' Greci e de' Sidonii i Numi amici; ma vi si oppone la spietata Erinni, ed Eteòcle al reo fratel riserba. Andò il ferro a piagar Flegia scudiero, ove più ardea la pugna. Allor Tideo il brando stringe, e più feroce corre contro il Re, che già cede e si ritira, e lo copron co' scudi i suoi Tebani. Come vorace lupo in buia notte, ch'abbia assalito tenero giovenco, s'è de' pastor da folto stuol respinto, in rabbia monta, e disprezzando i dardi, a lor rivolge l'affamato dente, e in quel, per cui già venne, il torvo sguardo fiso tenendo, contro lui s'avventa, sempre fermo in desio di farne preda. Così Tideo sdegna le opposte schiere e la turba minore, e i colpi affrena. Pure a Toante nel passare il viso, a Deiloco il petto, a Ctonio il fianco, e ad Ippodamo truce il tergo fere. Sovente a' corpi le lor membra rende, e manda a l'aria le celate piene. E già fatto a se stesso argine e cerchio ha di corpi e di spoglie, ed in lui solo si consuma la guerra, e contro lui drizzansi tutti i dardi. Altri a la pelle giungono a vuoto, cadon altri a terra: altri Palla ne svelle, e già lo scudo sostien d'aste e di dardi orrida selva. Ei d'ogni parte è cinto, e già da tergo squarciato pende il calidonio vello, e con funesto augurio a terra cade Marte, gloria ed onor del suo cimiero: già d'ogni fregio nudo in su le tempie posa l'elmo infiammato, e ripercosso da sassi e travi orribilmente suona. Gli scorre per la fronte e per lo petto di sangue e di sudor tepido rio. Ode i suoi che l'esortano a ritrarsi, e lungi vede la sua fida duce collo scudo coprirsi il mesto volto. Essa prendendo verso il cielo il volo giva a placar col pianto il genitore. Ed ecco fende il vento immensa trave, che gran destino e gran vendetta porta, e l'autor non è noto, e non si scopre. Menalippo uom vulgar d'Astaco figlio fu colui che fe' il colpo, e non sen vanta, e quanto può cerca occultar la mano, ma il clamor delle turme il fa palese; poichè al colpo mortal si piegò in dorso Tideo ferito, ed allentò lo scudo, e tutto il fianco gli restò scoperto. Alzan le grida allor le aonie schiere, e piangono i Pelasghi, e co' lor petti a lui, che freme, fan riparo e schermo. Egli a traverso le dircee falangi cerca coll'occhio il suo nemico, e tutte le reliquie dell'anima raccoglie, e un'asta, che a lui porse Opleo vicino, contro gli scaglia, e per lo sforzo estremo l'ultimo sangue dalle vene uscío. Allor gli Etoli mesti il lor signore, che ancor combatter brama e l'aste chiede (ahi qual furor?) e della morte in braccio di morir nega, riportaro indietro, e le languide membra e 'l corpo frale adagiâr su uno scudo, e lo posaro su 'l margine del campo, e fra' singulti gli fer sperar di rimandarlo in guerra. Ed ei, che al fin vede mancarsi il giorno, e nel gelo mortal sente le membra sciogliersi e già fuggir l'alma superba, s'alza qual può su 'l debil braccio, e dice: - Pietà vi prenda del mio caso acerbo, Greci; non già che questa inutil salma in Argo si riporti od a Pleurone, chè l'esequie io non curo, e sempre odiai queste caduche membra, e 'l debil uso del corpo frale, e peregrina spoglia che presto manca ed abbandona l'alma; ma se fia che 'l tuo capo alcun mi porti, solo il tuo capo, o Menalippo! e certo so che tu mordi il suolo, e che gli estremi sforzi non m'ingannâr di mia virtude. Va, Ippomedonte, se in te ferve il sangue d'Atreo; vanne, garzon, d'Arcadia onore e già famoso nelle prime guerre; e tu fra tutti i Greci il più sublime, muoviti, o Capaneo. - Corsero a gara; ma Capaneo giunge primiero, e trova Menalippo spirante, e se lo getta su la sinistra spalla, ancor che il sangue, che dall'aperta piaga esce a torrenti, gli lordi il largo tergo e 'l ferreo arnese. Dall'arcadico speco in cotal guisa il predato cinghial riportò Alcide a' desiosi ed acclamanti Argivi. Tideo s'alza di nuovo, e al suo nemico corre incontro col guardo, e poi che 'l vede gir boccheggiando ne' singulti estremi, e colle luci languide ed erranti, e la sua morte riconosce in lui: d'allegrezza e di sdegno ebbro e furente vuol che 'l capo sen tronchi e se gli porga. Il prende, e torvo il guarda, e si compiace in rimirarlo, ancor che tronco, in giro rivolger gli occhi torbidi e tremanti. Tanto bastava al misero: ma chiede maggior misfatto l'empia Furia ultrice. E già scendea dal ciel (placato il padre) Pallade non più mesta, e a l'infelice dell'immortalità portava il dono. Ma quando il vide di cervella e sangue ancor fumante satollar le labbra, nè poterlo staccar dal fiero pasto inorriditi i Greci: in su 'l Gorgone si drizzaro le serpi, e della Dea velâr la faccia, ed essa abbominando il capo torse, e pria di gire a gli astri, purgò la vista con il sacro fuoco, e dell'Eliso si purgò nell'onda.
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