Language Selection
Eventi in programma
-
There are no translations available.Read more...
Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
There are no translations available.Read more...
La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
There are no translations available.Read more...
Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
There are no translations available.Read more...
Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
There are no translations available.Read more...
E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro X |
|
|
|
|
There are no translations available. LE INSIDIE NOTTURNE. Sorse l'umida notte, e il Sole ascose del fulmine al cader, quello del duce commosse il petto, ed in un sol orrore mancârgli e voce e vista, e gelò il sangue; e mentre ei pianger vuol, lo volse in fuga volontario il destriero, e lui seguendo alzaro nuova polve i suoi Tebani. Appena eran costor giunti alle porte di Tebe, quando dal trofeo notturno fatti audaci gli Argivi usciro in campo su l'armi e su le membra a terra sparse. Per cataste di morti, e di mal vivi in mezzo al sangue, e cavalieri e fanti vengon correndo, e con le ferree zampe tritan l'ossa i destrieri, ed alle ruote ritarda il corso il sanguinoso umore. Ma piace a i Greci l'orrido sentiero, e già lor sembra le sidonie case calcar co' piedi e incenerita Tebe; e Capaneo gl'instiga: - Assai (dic'egli) fu, o miei compagni, il valor nostro occulto, ora a me vincer giova: ora che il giorno testimonio è dell'opra. In campo aperto colle grida e coll'armi alla scoperta voi mi seguite, o giovani feroci. Stanno gli augurii anche in man nostra, e il brando, qualor lo stringo, ha i suoi furori anch'egli. - Sì dice: e lieto Adrasto e Polinice vie più gl'infiamman. Privo già del Nume, men baldanzoso vien Tiodamante. E già sono alle mura; ed Anfione narrava ancor la nuova strage; quando poco mancò che non entraron seco nella infelice e desolata terra. Ma Megareo, ch'alla vedetta stava, - Chiudi (gridò), chiudi, guardian, le porte; il nemico c'è sopra. - Anche talora è padre di virtude un gran timore. Tosto tutte son chiuse, e mentre solo Echione a serrar l'Ogigia è lento, v'entra lo stuol di Sparta. In su le prime soglie Panopeo cade: ei sul Taigeto avea il soggiorno; e seco Ebalo forte notator dell'Eurota. E tu cadesti, delle palestre onore e maraviglia, Alcidamante, vincitor felice nell'arena di Neme. A te Polluce adattò i primi cesti; or tu morendo del luminoso tuo maestro miri la risplendente stella, ed ei per doglia la volge altrove, e si nasconde e spegne. Te piangeran l'ebalie selve, e il lido grato tanto alle vergini spartane, e il Fiume ove cantò cigno fallace, e le Ninfe amiclee grate a Dïana, e colei, che a te diè le prime leggi di guerreggiar, che tu poste in oblio l'abbia cotanto, si dorrà la madre. Marte così sul limitar di Tebe incrudelisce; ma il robusto Acrone, e Alimenide in un, quei colle spalle, questi col petto le ferrate porte sforzando a gara, le serraro in fine, non senza pena; in quella guisa appunto che fendon del Pangeo gl'inculti un tempo campi due buoi co' colli bassi e ansanti. L'util fu pari al danno. Entro le mura chiuser molti nemici, e fuor lasciaro molti de' loro; e di già il greco Ormeno in su le porte è ucciso, e mentre stende Amintore le mani, e parla e prega, recisa la cervice a terra cade, e cadon seco le parole e il capo, ed il monile, onde fregiava il collo, lungi balzò su l'inimica arena. E già abbattuto il vallo, e le dimore prendendo a sdegno, de i pedon le schiere erano giunte alle anfionie rocche; ma del fosso in mirare il salto immenso e il precipizio orribile e scosceso, s'arretrano i destrieri, e paventando, hanno stupor ch'altri li spinga innanzi. Talor per gir fann'impeto, e talora rivolti contro il fren, giransi addietro. Altri intanto i steccati, altri i rastrelli e i ferrei claustri dell'eccelse porte tentan spezzare; - altri coll'ariéte muovon di luogo gl'incantati marmi e squarciano le mura. Altri han piacere in rimirar le fiamme a i tetti accese, ch'essi avventaro, ed altri a l'ime parti muovono guerra, e ricoperti e ascosi sotto densa testuggine, a le torri scavano di sotterra i fondamenti. Ma d'altra parte le sidonie genti fanno a i muri corona (unica spene che loro avanza di salute), e aduste travi, e lucidi dardi, e le piombate palle, ch'ardon nell'aria, e i sassi stessi svelti da i muri, sovra i Greci a piombo fanno cadere: orrido e fiero nembo piove da l'alto, e da' forami armati volano mille stridule saette. Come talor pigre procelle mosse da i vicin colli su gl'infami scogli d'Acrocerauno e di Malea sospese fermansi accolte in nembo; indi repente spezzansi, e vanno a flagellar le navi: tal da l'armi tebane eran gli Argivi da ogni parte percossi, e pesti e infranti. Ma l'orribile grandine non piega gli audaci petti, ed i feroci volti sol mirano i ripari, e sol cogli occhi seguono i loro dardi, e della morte non prendon cura. Iva osservando i muri Anteo correndo sul falcato carro, quando d'asta tebana impetuoso e grave colpo lo rovescia al piano. Le redini abbandona, e con un piede (orribile spettacolo di guerra!) pende dal carro, e le due ruote e l'asta forman triplice solco in sul terreno. Va per la polve il capo, e resupini pendon del crin disciolti i lunghi giri. Con strepito feral la tromba intanto Tebe perturba, e con un suono amaro dentro penétra a le rinchiuse porte. Si dividono in schiera i Greci, e ognuna una porta assalisce, e il suo stendardo minaccioso precede, e seco adduce le sue proprie speranze e gli altrui danni. Dell'afflitta città l'orrido aspetto, di Marte stesso avria ammollito il cuore. Dolor, rabbia, timore e fuga infame in luoghi oscuri e ciechi, in varie forme la sbigottita Tebe empie d'orrori. Par che sian dentro gl'inimici: ferve di tumulto ogni rocca, e per le strade s'odon grida confuse, e già davanti veggonsi 'l ferro e 'l fuoco, e nella mente già si figuran servitù e catene. Quanto può mai accader, come presente lor dipinge il timore. E già le case son piene e i tempii, e le piangenti turme circondano gli altari e i Numi ingrati. Questo stesso timor per tutti gli anni passa veloce: i vecchi omai cadenti braman la morte; impallidisce e suda la gioventù robusta, ed ogni albergo s'ode suonar di femminili pianti; e gl'innocenti e teneri bambini piangono anch'essi, e lo perchè non sanno, ma delle madri lor seguon l'esempio. Queste instiga l'amore, e negli estremi casi freno non han più di vergogna. Esse l'armi a i guerrieri, esse il valore somministrano e l'ire, esse con loro van mischiate, e gli esortano, e non cessano d'additar lor le patrie soglie e i figli. Così qualor va per rapire il mele pastore ingordo, e muove l'api a sdegno, ferve l'armata nube, e col stridore s'esortano a ferire, e tutte al viso del rapitor si avventano: ma stanche l'ali nel volo, su le bionde case posansi alfine, e il dolce mel rapito piangono, e al sen stringon le amate cere. Son divisi i parer del dubbio volgo; sorgon moti discordi, e già in palese (non con segreto e tacito susurro) gridan che torni l'esule fratello, che gli si renda il regno. Ogni rispetto, che si aveva del Re, manca e si estingue ne' solleciti petti. - Oramai venga, gridan tumultuando, e l'anno alterno goda, e di Cadmo il naturale albergo, e le paterne tenebre saluti. - Altri a l'incontro: - Questa nostra fede è intempestiva e tarda. Egli, piuttosto che patteggiar, vincer vorrà coll'armi. - Altri piangenti e in supplichevol schiera pregan Tiresia che il futuro sveli, unico in tanti mali a lor conforto. Ma sta ritroso, e tien rinchiusi in seno gli oracoli de' Numi. - È certo (dice) certo che dianzi i miei consigli attese il Re, quand'io vietai l'enorme guerra; ma pur, Tebe infelice, e s'io non parlo già vicina a perir, non fia ch'io senta la tua caduta, e colla vuota fronte sorba le fiamme dell'incendio greco. Vinca in noi la pietà. Vergine, poni, poni gli altari, e consultiamo i Dei. - Essa eseguisce, e con sagace sguardo mira le punte della fiamma tinte di sanguigno colore, e in due diviso ergersi 'l fuoco su gli altari, e in mezzo chiara e serena sfavillar la fiamma; indi per l'aria raggirarsi in guisa di tortuosa serpe in vari modi, e mancare il rossore: il vede e il narra al genitor dubbioso, e le paterne tenebre illustra. Ed ei già buona pezza tiene abbracciati i coronati altari, e con la faccia rosseggiante e accesa va bevendo il fatidico vapore. Le sue dimesse e scompigliate chiome s'ergono in alto, e l'agitato e insano crine solleva le tremanti bende. Par che gli occhi rïapra, e che sul volto di giovanezza il primo fior ritorni. Alfin lo strabocchevole furore così esalò da l'infiammato petto: - Quale tremendo sacrifizio estremo chiedano i Numi, empii Tebani, udite: verrà per aspra via l'alma salute. Ma di Marte il Dragon da noi richiede vittima umana, umano sangue: cada chi l'ultimo fra noi scese da l'angue. Solo a tal patto Tebe avrà vittoria. Oh lui felice, che darà la vita a sì gran prezzo d'immortale onore! - Del fatidico vate al fiero altare era vicin Creonte ansio e dolente del patrio suol per lo comun periglio. Quando, come da fulmine percosso, o da ritorto dardo il sen trafitto, semivivo sentì chiedersi a morte Meneceo il figlio, e glielo fa palese e gliel mostra il timor; stupido resta, e intorno al cuor se gli restringe il sangue. Così percossi di Trinacria i lidi sono dal mar, se contro d'essi il spinge Austro talor da l'affricana arena. Del crudel vate, che di Febo ha colmo il vasto seno, le ginocchia abbraccia supplichevole in atto, e lo scongiura a por silenzio al vaticinio orrendo; ma invan lo prega, e già la fama vola con le sacrate voci, e tutta Tebe risuona già della febea risposta. Or chi aggiungesse generosi sproni e d'onorata morte almo desio nel giovane feroce (un cotal dono non scende a noi senza favor de' Numi) or tu rimembra, o Clio. Tu, che conservi ognor vivaci le memorie antiche e i secoli vetusti, e del Tonante assisti al trono, onde sì raro in terra scender suol la Virtude, o sia che Giove la doni a i suoi più cari, o ch'ella scelga anime generose e di sè degne: siccome allor da le celesti piagge lieta e bella discese! Al suo passaggio dier luogo gli astri e quelle stesse faci che di sua mano ella innalzò fra loro. E di già è in terra, e pur l'eccelsa fronte s'avvicina a le sfere. Il grande aspetto però mutar le piace, e la sembianza di Manto prende; onde più presto a i detti Meneceo porga e a i vaticini fede. Così mutata per celar l'inganno, sparver da gli occhi l'orridezza e il fuoco; ma il primiero decoro e più soave la maestà ritien; deposto il ferro, l'augural verga impugna; a terra il manto lascia cadere, e le confuse chiome attorciglia di bende, e lascia il lauro ch'era suo fregio; ma il feroce aspetto la palesa per Nume, e il passo altiero. Tale già si ridea del fiero Alcide Onfale, allor che in femminili spoglie deposto del leon l'ispido vello, squarciava e manti e gonne; e colla mano troppo grave rompea cembali e fusi. Te forte Meneceo trovò la Dea non di lascive fogge adorno e molle; ma qual conviensi al sacrifizio, e degno del grande onor dell'immortal comando. Della torre dircea schiuse le porte, facea strage de' Greci, e seco Emone; ma quantunque d'un sangue ambi e fratelli, Meneceo lo precede: a lui d'intorno stan cumoli di morti e di malvivi. Ogni dardo colpisce, ed ogni colpo seco porta la morte, e non ancora presente è la virtù. La mano, il cuore non trovan posa, e il sitibondo brando non cessa: sembra che la Sfinge stessa, che sta in guardia dell'elmo, in rabbia monti, e visto il sangue, l'animata immago fiammeggi e splenda, ed ei n'ha l'armi asperse. Quando a lui, che combatte, il braccio arresta la Diva e il brando, indi così favella: - Generoso garzon, di cui maggiore Marte non vide fra il guerriero seme di Cadmo, lascia queste pugne umíli: non son degne di te vulgari imprese. Te chiaman gli astri (a maggior cose aspira) e renderai al Ciel l'anima grande. Questo sol grida, a i lieti altari intorno, il genitor; questo le fibre e i fuochi mostrano; questo sol richiede Apollo: ch'uno de i figli della Terra il sangue dia per la patria. Vola intorno il grido; Tebe n'esulta, e in tuo valor si affida. Rapisci i Numi colla mente; afferra il gran Destino, va, corri, t'affretta pria che t'involi un tanto onore Emone. - Disse; e di lui, che tarda e sta sospeso, il petto molce colla destra, e tutta in lui s'infonde, e di sè gli empie il cuore. Non così ratta la celeste fiamma serpe da le radici a l'alte cime di cipresso dal fulmine percosso; come il garzon, pieno del Nume, i sensi a gloria eresse, e s'invaghì di morte. Ma poi che vide della finta Manto le vesti e il portamento, e che da terra s'alza sovra le nubi, inorridissi. - O chiunque tu sia, Dea, che mi chiami (disse), io ti seguo, e ad ubbidir non tardo. - Parte, e partendo Agrio di Pilo uccide, che ardito l'incalzava: in su le braccia lo riportaro estinto i suoi scudieri. Dovunque passa, la festosa turba lieta gli applaude, e autor di pace il chiama; liberatore e Nume, e sproni aggiunge, e di fiamma d'onor tutto l'accende. Già con ansante corso a l'alte mura era egli giunto, ed in suo cuor godea d'aver schivato i genitori afflitti; quando ecco il padre (ambi restaro immoti ed ambi muti, ed abbassâr le fronti); ma il padre in fine lo prevenne, e disse: - Qual nuovo caso le difese soglie fa che tu lasci? E qual impresa tenti della guerra peggior? Onde, ti prego, nasce il turbato ciglio? Onde il pallore? Perchè non alzi al genitore il guardo? Ah veggio ben che la fatal risposta, figlio, a te giunse; il veggio certo: ah figlio! Per gli anni miei, pe' tuoi, figlio, ti prego, e per lo sen dell'infelice madre, non prestar fede al vate. Adunque i Numi si degneranno nel profano petto scender d'un veglio che nel vuoto viso mostra il furore, e delle luci privo, a l'empio Edippo è nella pena eguale? Forse chi sa? Queste son frodi ordite dal crudo Re, che nell'estrema sorte teme di noi, del nostro sangue, e teme il tuo valor, che sovra ogni altro duce ti distingue e t'innalza. E questi detti non son de' Numi (qual Tiresia vanta), ma del tiranno. Deh ritieni a freno l'animo ardente, e breve indugio accorda, breve dimora al genitor che prega. Ogni bel fatto l'impeto corrompe: così tu ancora a la canizie arrivi; tu pur sii padre, e questa stessa tema provi, che per te provo. I miei Penati non far orbi di te. Dunque cotanto de' genitori altrui, degli altrui pegni senti pietà? Se te vergogna muove, sentila pria de' tuoi. Questa è pietade, questo è onor vero. Ivi è sol gloria vana, e un inutile nome, e nella morte un vano fregio che si asconde e cela: nè già codardo padre è che ti prega. Va, pugna misto fra le argive schiere, il petto opponi a l'aste e a l'armi ignude, io non tel vieto: a l'infelice padre almen si dia le glorïose e belle piaghe lavarti, o figlio, e con i pianti tergerne il sangue, e rimandarti in guerra. Questo è quel che da te la patria chiede. - Così dicendo, dell'amato figlio tien colle braccia e mani e collo avvinti; ma il giovane, che a i Dei s'è offerto in voto, non cede a i pianti e a le querele, e un nuovo ispirato da i Numi ordisce inganno, con cui dal suo timore il padre affida. - In error sei, buon padre, e di mia tema la verace cagione ancor t'è ignota. Me non muovon gli Oracoli, o i clamori de i furibondi vati, o l'ombre vane. Canti le fole sue Tiresia astuto a sè e a la figlia: non se Apollo istesso, le fatidiche grotte disserrando, col suo furore m'agitasse il petto; ma dentro la città mi riconduce dell'amato fratello il caso acerbo. Langue ferito Emon da strale greco; a fatica l'abbiam pur or ritolto, fra l'uno e l'altro esercito, dal campo, ov'ei giaceva, e da le mani ostili: ma il tempo io perdo. Vanne, o padre, e prendi di lui tu cura, e di' che mollemente la turba de i sergenti addietro il porti. Io corro in traccia d'Etïone esperto le piaghe a risanar, stagnare il sangue. - Qui tronca i detti, e fugge. Un altro orrore ingombra allor la mente, e i sensi turba dell'incerto Creonte: errando a caso va la pietà fra i due timor discordi. Ma la Parca lo sforza, e fa che il creda. Intanto Capaneo torbido e audace i Tirii assale da le porte usciti in campo aperto a guerreggiar co' Greci. Ora le corna de' cavalli, ed ora le squadre de i pedoni urta e scompiglia: gli aurighi abbatte, e mette in fuga i carri che passan sopra i condottier giacenti: or l'alte torri indebolisce e scuote lanciando spessa grandine di sassi: fuma nel sangue, e gli ordini perturba: lancia piombi volanti, e nuove piaghe piove sopra i Tebani; or vibra in alto con tutto il braccio fulminando i dardi. A la cima de i muri asta non giunge ch'uom non abbatta, e non ricada al suolo di fresca strage sanguinosa e tinta. Nè già più sembra a la falange argiva che Tideo manchi loro, o Ippomedonte, o il prisco vate o l'arcade garzone. Ma par che in lui tutte sien l'alme accolte di tanti eroi: così per tutti adempie. Non età, non splendor, non vago aspetto muovono il fiero cuor: del pari ei fere chi combatte e chi prega. Alcun non osa di stargli a fronte e di tentar la sorte; ma temon di lontan del furibondo l'armi, le creste e l'orrido cimiero. In parte eletta delle patrie mura fermossi intanto Meneceo pietoso già sacro nell'aspetto e venerando, ed in sembianza, oltre l'usato, augusto; qual se da gli astri pur allor scendesse. E già deposto l'elmo e a tutti noto, d'alto mirando le guerriere squadre, mise uno strido, e in sè rivolse il campo, e tregua impose a la battaglia, e disse: - Numi dell'armi, e tu, che a me concedi cader di sì gran morte, amico Apollo, quelle che patteggiai, gioia e riposo, e che comprai con tutto il sangue mio, donate a Tebe. Rivolgete indietro l'orrida guerra, e le reliquie infami. Lerna vinta ne accolga, ed il superbo Inaco abborra i figli indegni, il tergo impressi di bruttissime ferite. Ma case, campi, tempii, e moglie e figli date a i Tebani di mia morte in prezzo. Se ubbidïente vittima a voi piacqui, se del gran vate le risposte accolsi con intrepido orecchio, e l'eseguii, Tebe non lo credendo; al patrio suolo per me rendete la mercè ch'io chieggio, e mi placate il genitor deluso. - Sì disse, e l'alma generosa, e schiva già di sua spoglia e di più star rinchiusa, impazïente in libertà ripose con il lucido acciaro al primo colpo. Di sangue asperse i muri e l'alte torri, e si lanciò fra i combattenti in guisa che andò a cader su gli odïati Argivi: ma pietà, ma virtude alto su l'ali portaro il corpo, e lo posaro in terra; e già lo spirto sta di Giove al trono, ed ha fra gli astri la primiera sede. Senza contesa si riporta in Tebe il magnanimo eroe: cedero i Greci, venerando il gran fatto. A lunghe file vien ricondotto su gli altieri colli de i giovani più scelti. Il vulgo applaude, e fra gl'inni e fra i canti e i lieti gridi maggior di Cadmo e d'Anfion l'appella. Altri l'ornan di serti, altri di fiori spargon le membra; e l'onorato corpo ripongono degli avi entro la tomba. Dato fine a le lodi, in guerra riedono. Ma il miserabil genitor, che l'ira conversa ha in lutto, piange, ed a la madre è dato al fine il piangere e il dolersi: - Io dunque ti nudrii, garzone invitto, quasi madre vulgar, vittima a Tebe e capo sacro a la comun salute? E che mai feci? E perchè i Numi in ira m'hanno cotanto? Io già d'impure fiamme non arsi, o al figlio partorii nepoti. Ma che mi giova, se Giocasta i suoi parti ancor mira e capitani e Regi? Noi diam l'ostie a la guerra (e tu l'approvi, crudo Tonante), perchè i rei fratelli seme d'Edippo cangin serto e regno. Ma perchè i Numi incolpo? Ah che a la madre tu affrettasti il morir, figlio crudele. E d'onde in te questo desio di morte? Qual, Meneceo, diro furor t'invase? Qual io mi partorii per mia sciagura figli da me diversi, e appunto scesi dal Dragone di Marte e da la Terra, onde uscì l'avo di nuov'armi adorno! Quinci l'alma feroce e il troppo ardire, che racchiudevi in sen: tu da la madre nulla traesti. A volontaria morte ecco tu corri, e delle Parche in onta scendi immaturo infra le pallid'Ombre. Io per te ben temea gli Argivi, e l'armi di Capaneo; ma questa stessa mano, lo stesso ferro che a te, folle, io diedi, questi eran da temer: misera! come l'hai fino a l'elsa nella gola immerso! Non t'avrebbe il più barbaro tra i Greci di più profonda piaga il seno aperto. - Non dava fine a le querele, a i pianti quell'infelice, onde assordava il cielo. Ma le amiche e le ancelle il suo dolore van consolando, e suo malgrado al fine la riconducon nel rinchiuso ostello. A terra siede, lacerando il volto, nè ascolta i detti, e non riguarda il giorno, ma i lumi tiene affissi al suolo e immoti. Tale in scitica grotta immane tigre, cui furò i figli il cacciatore alpestre, giace lambendo il tepido covile, e l'ire scorda e il natural furore, e la rabbia e la fame; armenti e greggi passan sicuri: essa sel vede, e stassi. E a chi colmar di nuovo latte il seno? A chi portar la conquistata preda? D'armi, d'aste, di trombe e di ferite basti fin qui: di Capaneo il valore or conviensi innalzar sino a le stelle: non basta a tanta impresa il plettro usato. Uopo è di maggior suono, e che in me spiri nuov'aura, nuovo spirto e maggior fuoco da le selve d'Aonia, e il sen m'accenda. Su, tutte, o voi caste canore Dee, su, tutte, meco osate, e al gran soggetto uniam le trombe, e solleviamo il canto. O quel furor dal cupo centro uscío del baratro profondo, e contro Giove, di Capaneo seguendo il gran vessillo, rapiron l'armi le tartaree suore; o la virtù trapassò il segno, o il spinse gloria precipitosa, o colla morte prezzo mercò d'immortal fama e grande: o che lieti principii hanno i disastri; o lusinghiere son l'ire de i Numi. Sdegna il feroce omai terrene imprese, nausea l'immensa strage: e già consunte l'aste greche e le sue, lo sguardo innalza torvo, e con stanca mano il Ciel minaccia. Indi aereo cammin di cento e cento gradi fra due gran piante affissi e immoti alto sostenta, onde varcar de i venti osa gli spazi e penetrare in Tebe. Squadra con gli occhi da la cima al fondo l'eccelse torri, e orribile in sembianza di secca quercia accesa face scuote. Ne rosseggiano l'armi, e nello scudo ripercossa la fiamma, acquista lume. - Questo è, grida, il sentier per cui mi sforza la virtude a salir: là, 've del sangue di Meneceo son l'alte mura sparse; ora vedrem se a lor salute giovi il sacrifizio, o sia fallace Apollo. - Sì dice, e sale, e su i ripari vinti trionfante passeggia. In cotal guisa gl'immani figli d'Aloo tremendo Giove mirò, quando a far guerra a i Numi sovra sè stessa s'innalzò la Terra: nè Pelia era ancor giunto, e già toccava le timorose sfere Ossa sublime. Nell'estremo periglio delle cose, attoniti i Tebani e timorosi, qual se l'ultimo eccidio, e se Bellona, la man di face armata, entrasse in Tebe abbattendo e struggendo altari e tempii; piovon sopra di lui da i tetti a gara immense travi e smisurate pietre e ferrei globi da le frombe usciti. (Perocchè, quale nel vicin conflitto puot'esser luogo a le saette e a i dardi?) Impazïenti d'atterrarlo, in giuso versan l'intere moli e le guerriere macchine istesse. Egli sicuro vassi, e di colpi percosso il tergo e il petto, ei non s'arresta; ma per l'aere ascende sicuro sì, qual se posasse in terra, ed entra al fine con ruina estrema. Tal con assidui flutti a ponte antico assalto muove impetuoso fiume; treman le travi, e svelti i sassi cadono, ed ei con maggior impeto l'incalza, e preme e scuote: alfin l'inferma mole svelle, e seco la tragge, e vincitore respira, e corre più spedito al mare. Ma poi che torreggiò sull'alte mura, e sotto i piedi rimirossi Tebe, e tutta oppresse la città dolente coll'ombra immensa del feroce corpo, così rampogna gli atterriti cuori: - Son dunque, sono le anfionie rocche deboli tanto? Oh vostra infamia eterna! Son dunque queste le incantate pietre che menâr danze al suon d'imbelle canto? Son questi i vostri favolosi muri? Che grande impresa è l'atterrar ripari, di fragil lira a l'armonia contesti! - Così insultando il passo avanza, e abbatte e moli e tavolati e ponti, e scioglie le compagi de' tetti, e i tetti atterra; i macigni ne prende, e li rilancia contro i sublimi tempii e l'alte torri, e Tebe pur con Tebe appiana e strugge. Fremon fra lor discordi intorno a Giove intanto i Dei Tebani e i Numi d'Argo. Già son vicini a l'ire; a tutti eguale, li mira il sommo Padre, ed egli solo li tiene a freno. Geme Bacco e duolsi. La madrigna l'osserva, e torva guata il tonante marito. - Ov'è (dic'egli) tua mano onnipotente? Ove le fiamme delle mie cune e il fulmine ritorto? Il fulmine dov'è? - Si lagna Apollo che cadan da sè eretti e tempii e case; stassi coll'arco teso incerto Alcide tra Lerna e Tebe da qual parte scocchi; l'alato cavalier d'Argo materna sente pietade; Venere deplora d'Harmonia il sangue, e sta in disparte e teme il geloso consorte, e l'ira ascosa palesa a Marte con furtivi sguardi: sgrida gli Aonii Dei Tritonia audace: Giunon sta cheta; ma il silenzio amaro scopre il furore che nel sen racchiude. Gli sdegni lor, le lor contese a Giove non giungono a turbar l'eterna pace; e già tacean le risse, allor ch'al cielo giunse di Capaneo l'orribil voce: - Nume (dicea) non v'ha che la difesa della città tremante in cura prenda? E dove siete, dell'infame Terra, Bacco ed Alcide, cittadin codardi? Ma perchè i Dei minori a guerra sfido? Vieni tu stesso, o Giove: e chi più degno è di pugnar con noi? Vedi, io già premo di Semele le ceneri e l'avello. Or ti risenti, e contro me fa pruova delle tue fiamme. O in atterrir donzelle solo sei forte, e in penetrar di Cadmo, suocero indegno, il vïolato albergo? - Avvampâr d'ira i Numi; udillo Giove, e sorridendo crollò il capo, e disse: - Dopo lo scempio de' Giganti in Flegra, cotanto orgoglio in mortal petto vive? È dunque d'uopo fulminar te ancora? - Stangli d'intorno i Dei sdegnosi, e lento lo chiaman tutti, e le saette ultrici chiedono a prova: non ardisce Giuno confusa e mesta al crudel fato opporsi. Senza il segno aspettare, il ciel turbato lampeggia e tuona, e già le nubi insieme vanno a trovarsi, e non le spinge il vento; e già i nembi s'addensano. Diresti le tartaree catene avere infrante Iäpeto, ed alzar contro le stelle Inarime già vinta il capo altero, ed Etna vomitar turbini ardenti. Si vergognano i Dei del lor timore. Ma in cotanta vertigine del mondo, vedendo un uom pieno d'orgoglio e d'ira star contro loro e disfidarli a guerra, maravigliando stan taciti e mesti, nè dello stesso fulmine han fidanza. Già sordamente su l'Ogigia torre muggiva il cielo, e stava involto il Sole entro cieca caligine profonda; ma non teme il feroce, e afferra e scuote le mura che non vede, e quando i lampi squarcian le nubi e il fulmine discende; - Questi (grida) son ben fuochi più degni per arder Tebe, e di mia stanca face per rinforzar la furibonda fiamma: - Giove allora tuonò da tutto il cielo, e scagliò il fatal fulmine trisulco. Primo lungi volò l'alto cimiero; poi lo scudo abbronzato a terra cadde, e l'indomito corpo è tutto fuoco. Ritiransi i guerrieri, e da qual parte cada, non sanno, e con le ardenti membra quai schiere opprima. La celeste fiamma sent'ei che gli arde il petto, e l'elmo e il crine. Con disdegnosa man sveller l'usbergo tenta, e sol trova cenere e faville; e pur sta ancora, e il viso ergendo in alto, spira contro del Ciel l'alma sdegnosa: per non cadere, a l'odïate mura appoggia il petto e le fumanti membra; ma queste membra alfin disciolte in polve lasciano in libertà lo spirto immane. "Poco più che a cader tardato avesse, meritato avria il fulmine secondo".
|








