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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro XI |
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There are no translations available. IL DUELLO A MORTE Poichè tutto il furor d'empia virtude furtiva si sottragge, e non l'arresta il verginal pudor: quasi Baccante vola e non corre, e l'alte mura ascende. La segue il vecchio suo compagno Attorre. Ma per l'età non può eguagliarne i passi, nè giunger de i ripari a l'alte cime. Fermossi ella pensosa; e pria d'intorno rivolse il guardo, e ricercò fra l'armi il nemico fratello, e poi ch'al fine lo riconobbe (oh sceleranza!) e il vide batter coll'asta i muri e colla voce minacciar morte, il ciel di pianti assorda e di querele; indi da l'alte mura par che voglia gettarsi, e così parla: - Raffrena l'armi, e a questa torre alquanto mira, o germano, e il minaccioso elmetto nel mio volto rivolgi: i tuoi nemici conosci tu? La fede e l'anno alterno così domandi, e i patti, e ti quereli? Così la causa del modesto esilio miglior tu rendi? Per gli Argivi Numi (giacchè i Tirii non curi) io ti scongiuro, e per quel che ami, se pur ami, in Argo, fratel, l'ira deponi: ecco ten prega l'un campo e l'altro e le nemiche schiere. Antigone ten prega a i vostri errori vittima destinata, e per tuo amore al Re sospetta, e sol di te sorella. Mostrami almeno il volto, e l'elmo sciogli. Fa ch'io vagheggi almen l'amata faccia forse l'ultima volta, e fa' ch'io veggia se piangi a i miei lamenti: il tuo fratello già placato ha la madre, e già depone il crudel brando, e tu resisti ancora? A me resisti, che il tuo esilio piango la notte e il giorno, e i tuoi raminghi errori? Se tu nol sai, io t'avea fatto amico il fiero padre. E perchè purghi e lavi d'ogni colpa il germano? Egli la fede, egli corruppe i patti; egli è nocente; egli crudele a i suoi: sì; ma non scende da te chiamato a scelerata pugna. - Malgrado di Tesifone, già l'ira in lui languisce, e già la mano abbassa l'asta, e più lento il destrier muove, e tace. Già il pianto sgorga, e più nol cela l'elmo. Torpe lo sdegno, e sente egual vergogna d'esser venuto e di partirsi reo. Ma respinta la madre, e da l'Erinni cacciato, esce di Tebe il Re crudele, e grida: - Io vengo, e questo sol mi duole, che primier mi chiamasti; e s'io tardai non m'accusar: mi ritenea la madre. O Patria, o fra due Regi incerto regno, oggi il tuo Re nel vincitore avrai. - Nè più placido l'altro: - Alfin (rispose) la fe' conosci, al fin consenti al giusto. O da gran tempo ricercato invano, or fratel mi ti mostri: a l'armi dunque; meco combatti: questa sola legge, questo è il sol patto che riman fra noi. - Sì dice, e in lui volge nemico il guardo, e invidia il rode in rimirarlo cinto da turba di seguaci, e su la fronte portar elmo regale, e il gran destriero d'ostro coperto, e fiammeggiar lo scudo di fulgid'oro: ancor ch'ei pur non vile splenda nell'armi, e se ne vada adorno di nobil manto, che con frigi modi gli avea tessuto di sua mano Argia, fregiando il bisso con aurate fila. Ma già son scesi al militare arringo sospinti dalle Furie: al suo campione ciascuna assiste, e l'ire desta e il guida. Esse reggono i freni, esse con mano ne tergon l'armi, e de i destrieri i crini rendon più folti d'intrecciate serpi. Vedesi con orrore in mezzo al campo consanguineo delitto, enorme guerra d'un solo ventre uscita, e sotto gli elmi pugnar due pari e somiglianti aspetti. Negâr le trombe il segno, e restâr muti del fiero Marte i bellici strumenti. Ma ben d'Abisso l'avido tiranno tuonò tre volte, e ben tre volte scosse da l'imo centro il vacillante suolo. Fuggîr dell'armi i Numi, e la Virtude non fu presente; le sue faci spense Bellona, e Marte spaventato volse altrove il carro, e del crudel Gorgone Palla coperse il formidabil teschio, e si arrossîr le stesse Furie in volto. Sta lagrimoso il miserabil vulgo sparso su i tetti, ed ogni rocca suona di querele e di pianti: i vecchi han doglia, che visser tanto: stan le madri afflitte ignude il seno, e di mirare a i figli vietan la sceleraggine fraterna. Lo stesso Re del Tartaro profondo apre le porte inferne, e vuol che l'Ombre Tebane a rimirar l'empio duello e l'opre de i nipoti, escano al giorno. Siedon su i patrii colli in mesto giro, e turbano la luce, ed han piacere in veder superati i lor furori. Ma poi che intese il venerando Adrasto che con odii palesi erano a fronte, nè dal delitto gli ritien vergogna; vola, e col carro si frappon tra loro. Per età, per impero egli è ben degno di riverenza: ma che attender puote da due cuor sì feroci e sì superbi, che al proprio sangue lor non han riguardo? E pur li prega: - Mirerem noi dunque o Tirii, o Greci, un sì nefando errore? E dov'è il dritto? Dove sono i Dei? Dove ragion di guerra? I cuor feroci non indurate: te nemico io prego (benchè, se l'ira non t'acceca, teco son pur congiunto); a te l'impongo, e il voglio, genero; e se pur hai tanta vaghezza d'impero e scettro, ecco che il regio manto mi spoglio, e ten fo dono; or vanne, e solo e Lerna ed Argo a tuo piacer governa. - Ma nulla più muove il parlar soave negli odii lor quell'anime ostinate, che lo scitico mar con tutte l'onde a i monti Cïanei vieti l'urtarsi. E poi che invano le preghiere sparse, e vide i corridor già mossi al corso, e i furibondi aver già l'aste in mano, fugge, tutto lasciando in abbandono, il genero, le schiere, e Tebe e il campo, e colla sferza stimola Arïone, che addietro guarda, e che il destin prevede. Tale il rettor dell'Ombre e del diviso mondo l'ultimo erede impallidio per la contraria sorte, e il nero carro spinse sdegnoso nel tartareo centro, dal cielo escluso e da le pure stelle. Non così presto consentì Fortuna a l'empie voglie, ma sospese alquanto lo scelerato barbaro delitto. Mancâr due volte d'incontrarsi in corso: due volte i buon destrieri uscîr d'arringo con lodevole errore, ed altrettante, senza ferire, andâr le lance a vôto. Volgono i freni, e cogli acuti sproni danno a i destrier non meritata pena. Il prodigio de i Numi ambe le schiere commosse, e sorse un mormorare alterno, un bisbigliar, che si riprendan l'armi, che si muovano i campi, e al lor furore tutto s'opponga della guerra il nerbo. Sprezzata da i mortali e da i Celesti stava del cielo in solitaria parte dolente la Pietà; non con quel manto onde pria giva adorna, o col sembiante sereno e lieto, ma discinta il seno, e senza serto, scapigliata i crini, e pure allor, come sorella e madre, piangea le pugne ed i furor fraterni; e il crudel Giove e l'inumane Parche accusando, minaccia ir negli abissi e preferire al ciel le stigie case. - Ed a che mi creasti (essa dicea) o delle cose madre, alma Natura, perchè degli animali io l'ire affreni, e sovente de i Numi? Omai di noi non v'ha chi prenda cura e ne rispetti. Oh seme umano! Oh furor empii! Oh Dire! Oh di Prometeo inique opre nefande! Quanto era meglio che lasciasse vôto Pirra d'abitatori il mondo infame! Ecco quai genti da le pietre usciro. - Tacque, e il tempo osservando, - Andiamo (disse) tentiamo, ancor che invan, turbar la pugna. - Scese dal cielo, e benchè mesta scenda, segna il sentier di luminosa riga. Al giunger suo, nuovo di pace amore nelle schiere s'accese, e del delitto, quant'era, allor tutto l'orrore apparve. D'ogni parte si piange, ed un occulto ribrezzo al cuor de i due germani serpe: prende d'uomo sembianza, e d'armi cinta or questo, or quel rampogna: - E che tardate? Su v'opponete a le lor furie, o voi, a cui fratelli diè natura e figli. Non veggiam noi che n'han pietade i Numi? - Lor cadon l'aste: stan ritrosi e fermi i corridori, e vi si oppon Fortuna. E già i sospesi cuori avea commossi la Dea; ma se ne avvide, e il nuovo inganno Tesifone conobbe, e vi si oppose più del fulmine presta, e così disse: - C'hai tu che far nelle guerriere imprese, codardo Nume, e sol di pace amica? Cedi: è mio questo campo e questo giorno. Tardi di Tebe la difesa prendi. Dov'eri tu quando ne i sacri riti Bacco a l'armi movea le madri insane? Dov'allor che bevea l'iniquo stagno il serpente di Marte? Allor che i solchi apriva Cadmo? Allor che Sfinge cadde? Dove quando d'Edippo a i piè chiedea la vita il padre? O quando al letto infame Giocasta andò di nostre faci al lume? - In tai detti la sgrida; e lei, che abborre l'orrido aspetto e ne ritira il volto, incalza con i serpi e colla face. Coprissi allor la mesta Dea col manto, e andò a farne querele innanzi a Giove. Al suo partir sorgon più ardenti l'ire, e piaccion l'armi, e le nemiche schiere si fermano a mirar l'empio duello. E già i fratelli a rinnovar la pugna si sono accinti, e primo il Re crudele appresta i dardi, e primier l'asta vibra. Vola la feral trave, e per lo scudo cerca al petto varcar: ma si ritiene nell'oro e nell'acciaio, e asciutta cade. L'esule allor sottentra alto gridando con funesta preghiera: - O non indarno Numi invocati dal mio cieco padre, approvate il delitto! Io non vi faccio ingiusti voti: purgherò la mano nel proprio sangue, e questo ferro istesso m'immergerò nel sen: sol ch'ei morendo, collo scettro mi veggia, e questo duolo porti seco a l'inferno Ombra minore. Vola l'asta veloce, e tra l'arcione Passa, e la coscia del nemico, e al fianco (per dar due morti a un colpo) il destrier fere. Ma il cavaliero le ginocchia stende, e schiva la ferita. Il ferro acuto resta a le coste del cavallo infisso. Fugge questo, e non prezza il freno, e in giro segna il suo mal col sangue in su l'arena: n'esulta Polinice, e del fratello lo stima, ed Eteòcle anch'ei sel crede per soverchio timor; l'esule allora tutto il freno rallenta, e forsennato corre ad urtare il corridor ferito. Meschiansi insieme e freni e braccia e dardi, e s'implican co' piedi, onde in un fascio precipitaro avviluppati a terra. Come due navi, cui confuse il vento nel fosco orror di procellosa notte, spezzano i remi, e mutan vele e sarte, e dopo lungo e disugual contrasto co i tenebrosi nembi e con se stesse nel profondo del mar cadon sommerse: tal della pugna enorme era l'aspetto. Va in bando ogni arte, ogni avvertenza, e invece l'ira e il furor combatte, e fuor degli elmi fiammeggian gli odii accesi; e i visi irati ricercando si van con bieco sguardo. Spazio non resta in mezzo, e insiem ristrette sono mano con man, brando con brando; s'ode un fremer di denti, un mormorio fiero, che serve lor per segno e tromba. Quali da sdegno e da grand'odio mossi due gran cinghiali ad azzuffar si vanno con torti grifi e rabbuffato pelo: treman gli occhi sanguigni, e i curvi denti suonan fremendo: il cacciator da l'alto li mira, e accenna al fido can che taccia: tali pugnano insieme. Ancor mortali non son le piaghe: ma già il sangue è sparso, il delitto è compiuto, e delle Furie più non han d'uopo. Attonite e lodando quelle si stanno, ed hanno invidia e scorno che vinca i lor furori odio mortale. Ciascun di loro del fratello al sangue aspira furïoso, e il suo non sente. L'esule in fine, in cui più forte è l'ira e più giusto il misfatto, il passo avanza, la sua destra animando; e il ferro spinge laddove mal difende il basso ventre l'estremo usbergo e la pendente maglia, ed Eteocle impiaga. Egli 'l dolore sì tosto non sentì; ma della spada inorridillo il gelo, e si restrinse, e tutto si coprì sotto lo scudo. Vie più s'accorge Polinice, e gode che il fratello è ferito, e impazïente vie più l'incalza, il preme, e lo rampogna: - Dove, o fratello, il piè ritiri e cedi? Oh fra i sonni avvilito in molli piume, fra gli agi e gli ozii e dell'impero all'ombra! Tu vedi un corpo a duro esilio avvezzo ed a i disastri: a soffrir l'armi impara, e non fidarti nelle cose liete. - Tale fra gl'infelici era la pugna. Restava ancor qualche di vita avanzo al duce infame, e star poteva ancora: ma volontario cadde, e nella morte ordì l'estremo inganno. I gridi in alto salgono, e Citeron rimbomba intorno. Crede aver vinto Polinice, e al cielo le mani innalza, ed esclamando dice: - Bene sta, che non spesi i voti indarno: veggio gli occhi ecclissati, e il volto esangue tutto dipinto di color di morte. Su tosto alcun lo scettro e il regal serto, fin ch'ei vede, m'arrechi. - In questi detti il passo avanza, e appender pensa in voto, e quasi opime spoglie, a i patrii tempii l'armi fraterne, ed a rapirle aspira; ma il crudel, che ancor vive, e che ritiene l'anima fuggitiva a la vendetta, quando sopra gli fu, tutto nel petto gl'immerse il ferro, e le reliquie estreme supplì coll'ira della vita, e lieto sotto il cuor del fratel lasciò il coltello. - Oh - disse Polinice - ancor tu vivi? Ancora dopo te dura il furore, perfido e indegno di tranquilla sede? Meco scendi a l'Inferno: il regno e il patto ivi ti chiederò, se pur Minosse più muove l'urna, e gli empii Re castiga. - Cadde, ciò detto, ed il germano estinto con tutto il peso del suo corpo oppresse. Andate, alme feroci. Il morir vostro contamini l'Inferno, e tutte in voi si consumin dell'Erebo le pene. E voi, Tartaree Dee, cessate omai dal tormentare i miseri mortali. Un'età sola, un solo giorno vegga, dovunque è Mondo, un sì crudel delitto. La memoria sen perda, e per esempio sen rammentino solo i Re tiranni. Ma poi che il fine del crudel misfatto e degli empii suoi figli intese Edippo, da le profonde tenebre sorgendo, fuori portò la sua imperfetta morte. D'un antico squallore infetta e lorda la canizie del capo e della barba mostra, e nel sangue l'indurata chioma il volto spaventevole gli adombra; scarme ha le guance, e della vôta fronte appaion brutti i sanguinosi fori. Antigone il sostenta al lato manco, ed al baston la destra mano appoggia. Qual se il nocchier dell'infernal palude abbandonando il legno, ed omai stanco di varcar Ombre, esce a l'aperto giorno, e turba il Sole e gli astri; anch'egli offeso e impazïente del soverchio lume, mentr'ei sta lunge da la barca, e cresce il popolo de i morti, e su le ripe stanno aspettando i secoli già spenti: tal Edippo si mostra, e a la sua duce, che seco piange: - Mi conduci (esclama) dove giacciono i figli, e sovra loro tepidi ancora il fiero padre getta. - Sta la giovin sospesa, e dubbia teme di ciò ch'ei volga in mente: e l'armi e i carri e i cadaveri insiem confusi e misti attraversan le strade, e il senil passo lubrico va su tanta strage, e suda la miserabil vergine che il guida. Ma poi ch'al di lei pianto egli s'accorse dove giaceano i figli, abbandonossi con tutto il corpo su le fredde membra. Senza voci rimane, e giace e mugge su le profonde piaghe, e parlar tenta; ma per dolor non può formar parola. Mentr'egli tratta gli elmi, ed i nascosi visi ricerca, furibondo il varco apre a i chiusi sospiri, e così dice: - Tarda, pietà, tu pur tormenti e muovi, dopo tant'anni, la mia fiera mente! Può dunque in questo cuore avere albergo pietade umana? Hai vinto, alma Natura, hai vinto alfin quest'infelice padre. Ecco ch'io pur sospiro, e per le secche piaghe degli occhi miei scorre già il pianto, e la man, che mi squarcia il viso e il seno, lo segue e lo seconda. Or ricevete, oh miei crudeli figli, oh troppo miei! l'estreme esequie d'esecrabil morte. Misero! di vederli ancor mi è tolto, e favellar con essi. E quale abbraccio? Dimmi, vergin, ti prego? A le vostr'ombre qual renderò funerea pompa, o figli? Oh tornassero in me le spente luci, e svellerle di nuovo, e un'altra volta contro il mio capo incrudelir potessi! Oh duolo! Oh inique preci! Oh più del giusto voti esauditi d'un feroce padre! Qual Nume fu che al mio pregar presente mi rapì i detti, e li diè in guardia a i Fati? Ah che a me li dettò l'immonda Erinni, la madre, il genitore, il regno, e gli occhi svelti di fronte, e non fur miei quei detti: per Dite, per le a me grate tenébre, per questa mia duce innocente il giuro, così con degna morte a l'Orco io scenda, nè Laio da me fugga ombra sdegnosa. Ahi che ferite! Che fraterni amplessi misero io tratto! Le inimiche mani allentate, o miei figli, e gl'importuni nodi sciogliete, e questa volta almeno date tra voi al genitore un luogo. - Così mentr'ei si lagna, a poco a poco desio di morte in lui si desta, e il ferro occultamente ricercando giva. Ma lo vietò la vergine, e le spade con casta man sottrasse. Il vecchio allora furibondo esclamò: - Dove spariro l'armi e i ferri omicidi? O Furie, o Dire! Son dunque tutti in questi corpi ascosi? - Mentr'ei così ragiona, indi 'l rimuove la sconsolata vergine, e il suo duolo reprime e tace, e si consola in parte in rimirar che il fiero padre pianga. Ma quando giunse alla regina il grido dell'impreso duello, il brando trasse, che riserbava nel più interno albergo, brando di Laio lagrimevol spoglia: e poi che molto si lagnò co i Numi, col talamo nefando, e colle Furie degli empii figli, e del primier consorte con l'ombra: contrastò col debil braccio, e inclinata sul ferro appena, in petto al fin l'immerse, e sotto il cuor l'ascose; e lacerate le senili vene, purgò col proprio sangue il letto impuro. Su la ferita, che gorgoglia e stride, sen cadde Ismene, e la lavò co i pianti e la terse col crine. In cotal guisa Erigone dolente entro le selve di Maratone al padre ucciso intorno, dopo aver tutti consumati i pianti, disciolse il cinto, ed a morir disposta giva scegliendo i più robusti rami. Ma già lieto il Destin d'aver delusa de' miseri fratelli la speranza, avea con empia man dato ad un terzo il regno d'Anfione; e già di Cadmo sedea sul trono tumido Creonte. Misero fin di scelerata guerra! Per lui pugnaro i miseri fratelli; e Re l'acclama il bellicoso seme del serpente di Marte; e il sangue sparso da Meneceo per le tebane mura de' popoli l'affetto in lui rivolge: sovra il soglio fatal sale il tiranno dell'Aonia infelice. Oh di comando lusinghevol potere! Oh mal sicuro e infido consigliero, amor di regno! Quando sarà che da i passati esempi prendan norma i nipoti? Al fier Creonte ecco già piace star sul trono assiso, ed impugnare il sanguinoso scettro. E che non puote in noi lieta fortuna? Di già il padre ammollisce, e il nuovo impero gli fa scordar di Meneceo la morte. Gonfio e corrotto dal crudel costume dell'empia corte, un fier presagio diede, un'aspra prova del superbo cuore. Vietò le fiamme a i Greci e i roghi estremi, e al cielo aperto abbandonò gli avanzi della guerra infelice; e l'Ombre meste sen gîr prive di sede intorno erranti. Quinci tornando vêr l'Ogigia porta, in Edippo scontrossi: a prima vista restò sospeso, e nel suo sè minore si riconobbe, e raffrenò lo sdegno; poi ripigliando il regio fasto, il cieco suo nemico sgridò con detti acerbi: - Parti, vattene lungi, a i vincitori funesto augurio, e le tue Furie porta, crudele, altrove, e le anfionie mura purga col tuo partir. Tuoi lunghi voti già s'adempiêr; su via parti, t'invola. Son morti i figli, e che bramar ti resta? - Per subito furore inorridissi il fiero veglio, e la tremante faccia, quasi il mirasse, gli fissò nel volto: ed oblïando la vecchiezza e gli anni lascia il bastone a cui s'appoggia, e lascia la fida scorta, ed appoggiato a l'ira, queste voci esalò dal gonfio petto: - E puoi sì presto incrudelir, Creonte? Appena usurpi scelerato regno (misero!) e prendi il nostro luogo, calchi già le ruine de i passati Regi? Di rogo i vinti, e delle mura privi i cittadini? Or segui, o veramente degno di Tebe sostener lo scettro. Questo del tuo regnare è il dì primiero. Perchè freni il potere, e il regio onore perchè in sì angusti limiti rinserri? tu m'intími l'esilio? Oh troppo vile crudeltà di chi regna! E che non stringi piuttosto il ferro del mio sangue ingordo? A me dà fede: il puoi. Su fa che venga il carnefice pronto, e mi recida, senza timor, l'impavida cervice. Ardisci: speri tu che supplicante tenda le mani, e tue ginocchia abbracci? Fingi ch'io il voglia: il soffrirai? Qual pena puoi minacciarmi? E che temer m'avanza? Tu vuoi ch'io lasci il patrio suolo? Io prima volontario lasciai la terra e il cielo, e questa man vendicatrice volsi, e nissun mi spingea, contro il mio volto. Or quale impor mi puoi pena maggiore, inimico tiranno? Io parto, io fuggo da queste sedi infami. E che rileva dovunque io tragga la mia lunga morte e le infelici tenebre? A mie preci qual gente negherà tanto di terra, quant'io n'occupo in Tebe, ove riposi? Ma dolce è il suol natio: certo più chiaro per me qui sorge il Sole, e più sereni mi splendono sul volto il cielo e gli astri; ed ho qui ancor la genitrice e i figli. Tua sia pur Tebe, e la governa e reggi con quegli auspicii con cui Cadmo e Laio ed io stesso la ressi; abbi tu ancora eguali nozze e sì pietosi figli; ma non abbia virtù che di tua mano sottrarti ardisca di fortuna a l'onte, ma misero e depresso ami la luce. Questi sono i miei voti. Or tu mi guida altrove, o figlia. Ma perchè compagna te scelgo al lutto ed a l'esilio? Dammi, dammi, o gran Re, chi mi conduca altrove. - Antigone temè che la lasciasse il padre sola, e si rivolse a i preghi: - Per lo novello tuo felice regno, e del tuo Meneceo per la sant'Ombra, venerabil Creonte, io ti scongiuro, perdona ad un afflitto i detti altieri. Tale lo fêr le lunghe sue querele. Nè teco sol, ma col Destin, co i Numi così ragiona, e ben sovente meco non è più mite: tanto il duol l'inaspra. Questa infelice libertà gli ferve, già buona pezza, nel feroce petto, e insaziabil desio di cruda morte. Non vedi con quant'arte egli procura muoverti a sdegno e provocar le pene? Ma tu (così fortuna ognor t'accresca impero e onor) non conculcar chi giace, e de i passati Re l'urne rispetta. Anche costui sublime in trono e cinto d'armi e d'armati, un tempo, a gl'infelici aita porse, e a tutti eguale, il giusto diede a chi 'l chiese; e pur di tanto stuolo una sola compagna a lui rimase, e non ancora era cacciato in bando. E questi può turbar la tua fortuna? Dunque contro costui tutti gli sdegni, tutte le forze del tuo regno impieghi? Costui mandi in esilio? Forse temi che strida alle tue porte, e a te d'intorno con augurio funesto ognor s'aggiri? Non dubitare: il menerò lontano dalle tue soglie a lamentarsi, e il fiero animo ammollirò, tanto che impari ad ubbidirti. Io lo terrò diviso da ogni commercio in chiusa cella ascoso. Questo sarà il suo esilio: e quale estrana terra vuoi tu che l'infelice accetti? Vuoi tu che vada in Argo, o alla nemica Micene errando squallido ed afflitto? O del già vinto Adrasto in su le porte canti le Furie dell'aonio regno? Vuoi tu che dal Re d'Argo un Re di Tebe mendichi il vitto? Dell'afflitta gente e che mai giova divulgar gli errori, e le nostre vergogne e i nostri scorni? Deh celati li tieni, io te ne prego, nè già molto ti chieggio: abbi pietade di questo vecchio ed infelice padre. Permetti sol che poca terra il copra, che qui deponga il mortal velo: lice seppellire i Tebani. - In cotal guisa pregando, sul terren si volge, e piange. Ma il fiero padre indi la svelle, e sdegna chieder perdono, e minaccioso freme. Come leon che nella verde etade fu de i monti terrore e delle selve, rotto dagli anni, e di già pigro e lento sen sta giacendo sotto eccelsa rupe, ma pur conserva l'orrido sembiante, e terribile è ancor nella vecchiezza: se lungi ode mugghiar giovenche e tori, alza le inferme orecchie, e di se stesso e del primo vigor ei si rammenta, e geme e duolsi che più forti belve, de i campi suoi, tengano allor l'impero. Si piega a i pianti il Re crudele, e parte concede, e parte nega: - Al natio suolo non andrai lungi (dice); a me sol basta che non profani coll'infausto aspetto i sacri tempii e i cittadini alberghi. Delle fiere i covili e il tuo Citero stanza degna saran de la tua notte, e i campi ove già fur l'aspre battaglie, ove nel comun sangue involta giace e l'una e l'altra gente. - Ei così parla, e tumido ritorna al regio albergo fra i finti applausi e il simulato assenso de i cortigiani e de l'afflitto vulgo. Lasciano intanto l'infelice campo furtivamente gli avviliti Greci. Nissun segue le insegne o il proprio duce, ma fuggon sparsi; e d'un'indegna vita prendon più cura e d'un ritorno infame, che d'una illustre e glorïosa morte. Li seconda la notte, e li ricopre col grato orror di sue benefich'ombre.
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