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La Tebaide - Libro XII PDF Print E-mail
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ANTIGONE E ARGIA DEPONGONO LA SALMA
DI POLINICE SUL ROGO DI ETEOCLE.
TESEO CONTRO TEBE - MORTE DI CREONTE.

Non tutte ancor avea del ciel fugate
il mattutin Lucifero le stelle,
e con più tenue corno il dì vicino
mirava Cintia: al fin l'Aurora sorge
e le nubi dilegua, e al Sol nascente
prepara il calle, e il vago cielo indora.
Errando vanno a i vôti alberghi intorno
le tebane falangi, e troppo lenta
loro sembra la notte; e ancor che quelli
sian, dopo l'armi, i primi sonni, e i primi
ozii concessi; pur la pace ancora
debile e inferma il lor riposo turba;
e li fa ricordar de l'aspra guerra
la sanguigna vittoria. Osano appena
muovere il passo, abbandonare il vallo,
e tutte intere disserrar le porte.
Il primiero timore ancor li turba,
e miran con orrore il vôto campo;
e come il peregrin che in terra scese,
dopo che l'agitâr procelle infeste,
crede che il suol vacilli, in simil guisa
stupisce Tebe che guerrier non muova
a rinnovar gli assalti, e ognor paventa
che sorga a nuova guerra il campo estinto.
        Così qualor veggon gl'idalii augelli
salir su la lor torre aureo serpente,
fan ritirare i figli, e de i fecondi
nidi apprestano l'unghie a la difesa,
e dibattendo van le imbelli piume:
e bench'ei cada, l'aer vôto teme
ancor la bianca turba, e al fin se vola,
mira da l'alto con orrore il nido.
        Vanno fra 'l vulgo esangue e le giacenti
reliquie della guerra, ove li mena
ciascuno il comun lutto, o i propri pianti.
Altri l'armi, altri i corpi, alcuni i visi
miran sol degli estinti agli altrui busti
giacere appresso; parte i vôti carri
bagnan di pianto, e co' destrieri privi
del lor signor, poichè null'altro avanza,
fanno querele: altri le immense piaghe
bacia, e si duol del militare ardire.
L'avviluppata strage al fin si stende,
e i cadaveri freddi: allor fur viste
stringer le man recise ancora i ferri,
e nella fronte le saette infisse.
Molti, che la cagion del loro lutto
trovar non san, sovr'ogni corpo estinto
cadono incerti, e stan disposti al pianto.
Ma su i deformi e non ben noti tronchi
nasce flebil contesa, a chi dell'urne
spetti la cura e dell'esequie estreme.
E spesso ancor (tanto scherzò Fortuna)
pianser sovra i nemici, e stiero incerti
qual sangue calpestar lor sia permesso,
qual si convenga rispettar: ma quelli
cui le famiglie non restâr deserte,
nè cagione hanno di privato lutto,
scorrendo van le abbandonate tende
de i fuggitivi Greci, e colle faci
vi destano le fiamme; in varie parti
altri dispersi ricercando vanno
(con quel piacer ch'alle battaglie segue)
ove giaccia Tideo, se alcun vestigio
appaia ancor dell'orrida vorago
ove fu il vate assorto, ove de i Numi
sia l'inimico, e nelle membra enormi
se resti segno del celeste fuoco.
Già tutto il giorno avean passato in pianti,
nè cessaro coll'ombre: agl'infelici
giovano le querele, ed han piacere
in trattenersi su le lor sciagure.
Nè riedono alle case: a i morti intorno
veglia la mesta turba, ed a vicenda
scaccia le fiere ed i rapaci augelli
co i gridi e colle fiamme; al dolce sonno
non cede, e non aggrava i stanchi lumi
il pianto, ch'esce d'inesausta vena.
        Ma già tre volte precorrea l'aurora
il mattutin Lucifero nel cielo,
quando del loro onor spogliati i monti,
scendeva dal Teumesso e dal Citero
gran salmeria di roveri e di pini.
S'alzan le pire, e i lacerati corpi
ardono de i Tebani in mezzo a i roghi.
Godon gli onori dell'esequie estreme
l'ombre d'Ogige: ma la turba mesta
delle greche infelici ombre insepolte
geme, e s'aggira intorno a i fuochi errante.
Arde Eteòcle anch'egli in volgar fiamma,
non con pompa regal: ma Polinice,
come Greco, s'esclude, e va raminga,
dopo la morte ancor, esule l'Ombra.
Formaro a Meneceo sublime rogo
il padre e Tebe, e non di legna vili,
ma di carri, di scudi e d'armi greche
gli alzâr superba e bellicosa pira.
Di pacifico alloro il capo adorno
e delle sacre bende, alto ei sen giace,
qual vincitor, su le cataste ostili.
Tale arse lieto sovra l'Eta Alcide,
quando fra gli astri lo chiamaro i Numi.
Vittime ancor spiranti, in cima al rogo,
il padre uccise i prigionieri argivi,
per suo conforto, e i bellici destrieri.
Stride la fiamma, e li consuma. In fine
le paterne querele uscîr dal petto.
        - O se di troppa lode in te il desio
e un magnanimo ardor non s'accendea,
forte garzon, dell'echionia gente
tu meco, e dopo me terresti il regno.
Ed or le nuove gioie e il dono ingrato
mi rendi amaro del novello scettro.
Tu (chè certo io ne son), benchè su gli astri,
ove t'alzò virtù, sieda fra i Dei,
flebile sempre e lamentevol Nume
a me sarai: ergati altari e tempii
ricordevole Tebe, e sia permesso
onorarti co i pianti al padre solo.
Ed or quai sacrifizi (ahi lasso!) e quali
esequie di te degne offrir ti posso?
Non se dato mi fosse Argo e Micene
ridotte in polve di mandar confuse
colle ceneri tue; non se sopra esse
me stesso anche gettassi, a cui la vita
(oh crudel fatto!) conservò del figlio
il sangue, e fu cagion del regio onore.
Dunque una stessa guerra, un tempo istesso
te, figlio, uccise, e i barbari fratelli?
E il mio dolore a quel d'Edippo è uguale?
Forse, o Giove, piangiam ombre simíli?
Ma tu ricevi, o figlio, i primi doni
del tuo trionfo, e questo scettro accetta,
peso della mia destra, e queste bende,
di cui circondo la superba fronte,
che troppo, ahi troppo, tu acquistasti al padre.
Te vegga Re nel Tartaro profondo,
e se ne roda d'Eteòcle l'ombra. -
Così dicendo la man spoglia e il crine,
e con ira maggiore indi ripiglia:
        - Me chiamin pur crudel; non vo' che teco
i cadaveri argivi ardan su i roghi.
Così dato mi fosse e vita e senso
rendere a i corpi, e discacciar dal Cielo
e dall'Inferno l'anime nemiche;
e dietro me condur fiere ed augelli,
e a le lor fauci ed a i lor rostri i membri
additar degli estinti empii Regnanti.
Ahi lasso, che la terra li ricetta
e li consuma il tempo! Onde di nuovo
comando e voglio ch'a li greci estinti
non sia chi doni l'urna, o il rogo accenda.
E chi 'l farà, del tolto corpo il luogo
ed il numero adempia, e per lui mora.
Così di Meneceo per la grand'Ombra
e per lo Cielo e per li Numi il giuro. -
Disse, e i servi il portâr nel regio tetto.
        Ma le vedove greche in mesta schiera
lascian Argo deserta, e da la fama
guidate van qual prigioniere e serve.
Ha ciascuna il suo lutto; a tutte uguali
sono gli abiti e i pianti: i crini sparsi
ed i seni succinti, e dalle gote
lacerate dall'unghie il sangue piove
a le lagrime misto, e le percosse
livide fanno lor le braccia e il petto.
Regina e duce della bruna turba,
ora cadendo delle serve in grembo,
or risorgendo, e per gran doglia insana
prima sen vien la desolata Argia.
Non la patria rammenta, e non il padre;
ma la fe' coniugale, e fra i singulti
solo di Polinice ha in bocca il nome,
e preferisce ad Argo ed a Micene
Dirce e del fiero Cadmo i tetti infami.
Seconda vien Deifile dolente
non men che la germana, e seco adduce
di calidonie sconsolate donne
miste a le greche numeroso stuolo,
al suo Tideo per dar gli estremi onori.
Ben sapev'ella l'esecrabil fame
del consorte crudel; ma a lui, che giace,
tutto perdona amor. Segue Nealce
acerba in viso e di pietà ben degna;
piange, e piangendo Ippomedonte chiama.
Va dopo lei la crudel moglie avara
dell'Augure a innalzargli un rogo vano:
chiudon la schiera la parrasia madre,
di Dïana seguace, orba del figlio,
e la feroce Evadne: il troppo ardire
quella deplora del garzone audace;
questa del gran marito si ricorda,
e fiera piagne, e contro il Ciel s'adira.
Dal frondoso Liceo mirolle e pianse
Ecate, e pianse la tebana madre
dal sepolcro dell'Istmo, allor che i passi
volsero al doppio lido, e benchè Eleusi
per sè si dolga, accompagnò co i pianti
la nottivaga turba, e rese chiaro
con le mistiche faci il lor cammino.
Giunone istessa per occulte strade
le guida, a fin che il popol d'Argo accorso
non le trattenga o le ritardi, e loro
tolga l'onor d'un memorabil fatto.
Commette ad Iri il conservare intatti
gl'insepolti cadaveri de i Regi.
Essa d'ignoti succhi e del divino
nettare gli cosperge, acciò che interi
e incorrotti così serbinsi a i roghi,
nè si consumin pria d'aver le fiamme.
Ed ecco Onito: avean costui lasciato
in abbandono i fuggitivi Greci;
ed ei pallido in viso il piè movea
per occulto sentier, debole e infermo
per fresca piaga, ed appoggiava il fianco
di rotta lancia al tronco. Egli nel bosco,
poichè sentì il tumulto, e il femminile
stuolo scoprì di già vicino a Lerna,
non chiese lor qual del cammin la meta
fosse, qual la cagion; chè ben si appose
quell'infelice, e favellò primiero:
        - Dove, misere, andate? A i morti duci
sperate voi di dar l'esequie e i roghi?
Veglia un custode a l'Ombre, e gl'insepolti
corpi va numerando al reo tiranno.
Sono inutili i pianti, e da quel luogo
ogni uomo si discaccia: augelli e fiere
sol v'han l'ingresso: il perfido Creonte
credete voi ch'a pietà pieghi, e onori
il vostro lutto? I sanguinosi altari
di Busiride prima, e l'empia fame
de i cavalli di Tracia, e i Dei Sicani
placar potrete. Il suo furor mi è noto:
voi prenderà; nè su gli amati sposi
v'immolerà, ma lungi a l'Ombre amiche.
Chè non fuggite, or che il fuggir v'è dato?
E ritornando in Argo, a i nomi vani
(ciò che solo vi avanza) alzate l'urne;
e l'alme richiamate a i vôti roghi.
O che non gite alla famosa Atene
(dicon che vincitor dal Termodonte
Teseo ritorni) ad implorare aita?
D'uopo è d'armi e di forza a far che rieda
l'empio Creonte ne' costumi umani. -
        Così diss'egli, e per orrore i pianti
si ristagnaro a le infelici, e in esse
stupido restò il moto, e fur nel viso
tutte dipinte d'un egual pallore.
        Così se lungi fremere si sente
digiuna ircana tigre, e ne rimbomba
e se ne turba il campo; alto spavento
occupa le giovenche, e stanno incerte
su qual si lanci, e quali membra sbrani.
        Son divisi i pareri: alcuna a Tebe
vuol che si vada a supplicar Creonte,
l'altre ad Atene ad implorar pietade,
e vendetta e soccorso: a tutte sembra
il ritornar ultima cura e infame.
        Ma non aspira a femminil virtude
Argia dolente, e superando il sesso,
orribil tenta e generosa impresa.
Del periglio la speme il cor le alletta,
e vuole andare, e disprezzar le leggi
del fiero regno, e provocar la morte.
Non l'oserian del Rodope le nuore,
nè del Fasi nevoso aspra Regina
seguíta da le vergini guerriere.
Accorto inganno ordisce, onde abbandoni
l'amica schiera, e prodiga di vita
e per gran fatto audace, a la vendetta
provochi il Re tiranno e i Numi irati;
e ve l'esorta la pietà, la fede,
l'amor pudico: Polinice istesso
l'è sempre avanti in tutti gli atti e modi
ch'essa lo vide, or ospite, ora sposo
a i sacri altari, or facile marito,
ed or già ascoso nel feroce elmetto
mesto abbracciarla, e da l'estreme soglie
rivolgere amoroso in essa il guardo.
Ma niuna immago a lei più torna in mente
che di lui, che sen giace in mezzo al campo
nel sangue involto e nudo, e chiede il rogo.
Da tai cure agitata, essa nel core
sente tormento e pena, e, quel ch'è puro
e castissimo amore, ama il suo lutto;
onde a l'altre si volge, e così dice:
        - Gite voi pure, e l'attiche falangi
e l'armi vincitrici in Maratone
a favor vostro usate, e a i vostri voti
fortuna arrida; e me, sola cagione
di tanto scempio, gir lasciate a Tebe,
penetrar nelle case, e prima l'ire
e le furie soffrir dell'empio regno.
Non fieno al batter mie sorde le porte
della città crudele: entro quei muri
ho suoceri, ho cognate, e non straniera
giungerò a Tebe, e sconosciuta donna.
Non m'arrestate i passi: occulta forza
colà mi tragge, e nel mio petto io chiudo
un grande augurio. - Così dice, e sceglie
per compagno Menete, un tempo a lei
del verginal pudor custode e mastro;
e benchè ignara delle strade, il passo
precipitosa a quella parte muove,
onde pria venne Onito; e quando lungi
da le compagne fu, parlò in tal guisa:
        - Io dunque aspetterò, mentre tu giaci
sul nemico terren, qual sia la mente
e l'incerto consiglio di Teseo?
Se i duci (ahi lassa!) e il sacerdote approvi
la nuova guerra? E tu, mio sposo, intanto
mi vai mancando al rogo. E tardo ancora
d'espor per te queste mie membra a i morsi
delle rapaci fiere e degli augelli?
Ed or (s'hai senso), o mio fedel, coll'Ombre
di me ti lagni e con i numi inferni,
e me di lenta e d'inumana accusi.
Ah che o tu sia insepolto, o che di terra
altri t'abbia coperto, è mio delitto,
se l'uno e l'altro il mio tardar condanna.
Temerà dunque il mio dolor la morte,
e la forza e il furor del reo Creonte?
Onito, a l'andar mio tu aggiungi sprone. -
        Così dicendo di Megara i campi
a gran passi divora; e chi l'incontra
il sentiero le addita, e con orrore
ne ammira il manto, e ne rispetta il duolo.
Feroce in vista ella sen corre, e nulla
o che veda o che senta, il cuor le turba:
ne i gran mali sicura, appar più degna
d'esser temuta, che temere altrui.
Siccome avvien nelle troiane notti,
quando a gli urli e al fragore Ida risponde;
la conduttrice dell'insano Coro,
cui Cibele diè il ferro, e il sangue accolse,
e il crin le cinse delle sacre bende,
rapida va del Simoenta a l'acque.
        Già nell'onde d'Esperia avea tuffato
il luminoso Dio l'ardente carro,
per sorger poscia da l'opposto mare.
Ma tanto può in Argia l'estremo lutto,
che non sente fatica o non l'apprezza,
e non s'avvede che già spento è il giorno.
Nulla teme l'orror che i campi adombra,
nè interrompe il cammin; ma va sicura
per sassi aspri e scoscesi, e ferma il passo
sovra tronchi caduti, e varca i boschi
anche di giorno oscuri e i campi sparsi
di cieche fosse, e varca i fiumi, e nulla
teme de' guadi, e intrepida sen passa
a le fiere vicina ed a i covili:
tanto il dolore in lei puote e l'ardire!
Duolsi Menete di seguir più lento,
e dell'imbelle Alunna ammira il corso.
Di quali case non battè a le porte,
modesta nel dolore, ove pastori
soggiornassero, o greggi? Oh quante volte
errò dolente nel cammino, oh quante
l'abbandonò per via spenta la face,
guida e conforto de' suoi lunghi errori,
e dal notturno gel fu vinto il lume!
Ma già di Penteo superato il giogo,
verso Tebe scendean; quando Menete
stanco e anelante favellò in tal guisa:
        - Se del finito nostro aspro cammino
non m'inganna la spene, Argia, non lungi
siamo a Tebe e a i cadaveri insepolti.
Il lezzo sento, e l'aer atro e grave,
ed intorno volar rapaci augelli.
Questo è il suolo crudele, e son vicine
le mura infami: dell'eccelse rocche
non vedi tu, come si stende l'ombra
vasta pe i campi? Come da i veroni
scorgonsi scintillar languide faci?
Certo siam giunti. Poco fa la notte
era più cheta, e non splendean che gli astri. -
        Argia fermossi, e di pietade in atto,
la man tendendo verso Tebe, disse:
        - O desïata un tempo e a me diletta
cittade, or ostil sede, e pur, se rendi
illesa a me del buon consorte l'ombra,
ancor grato terreno. Or mira come
e di quai fregi adorna, e da qual corte
seguíta io tua Regina, e al grand'Edippo
nuora, la prima volta a te ne vengo.
Cose inique non bramo. Ospite io chieggio
che tu m'accolga, e mi permetta i roghi,
e al caro sposo dar l'esequie e i pianti.
Quello esule dal regno, e da la guerra
vinto, e cacciato dal paterno soglio,
deh quello solo per pietà mi rendi.
E tu, o consorte, s'è pur ver che resti
qualche immagine a l'Ombre, e dopo morte
s'aggirin l'alme intorno a i corpi errando;
a me vieni, ti prego, e mi conduci,
e a i funerali tuoi tu mi fa scorta,
se giammai ne fui degna. - E qui si tacque:
e in un vicino albergo di pastori
ravvivò i fuochi moribondi, e corse
precipitosa nel funesto campo.
        Cerer così, poichè l'inferno amante
rapì la figlia, con gran face accesa
negli etnei fuochi splendere facea
di diversi color l'itala spiaggia
e la sicana, seguitando l'orme
del nero rapitore, e per la polve
mirando i solchi del tartareo carro:
a gli urli insani Encelado rimugge,
e vomitando fiamme, a lei le strade
vie più rischiara; e fiumi e selve e mari,
e nembi e cielo suonano d'intorno
Proserpina, Proserpina. Sol tace
del tartareo consorte il regno oscuro,
e il dolce nome asconde, e il furto cela.
        Ma Menete fedel dell'infelice
compagno, a lei, che disperata corre,
rammenta di Creonte il fiero editto,
e la consiglia ad occultare il lume.
Una Regina riverita innanzi
da le greche cittadi, immensa cura
di mille e mille proci, augusta spene
della paterna stirpe, or senza duce
in buia notte fra nemiche genti
sola sen va sull'armi, e calca l'erbe
lubriche di putredine e di sangue.
Non le tenebre teme, e non dell'ombre
la mesta turba, e intorno a le lor membra
l'anime che s'aggirano gemendo.
Spesso ferita da i giacenti ferri
dissimula la piaga, e sol le cale
ogni corpo schivar, mentre ogni corpo
crede che sia il consorte; e attenta osserva
i distesi cadaveri, e li volge
supini, e li riguarda, e si lamenta
che poco in ciel risplendano le stelle.
        Giunone intanto del suo gran marito
toltasi al letto occultamente, giva
per l'ombre sonnacchiose a l'alte mura
del vincitor magnanimo Teseo
a pregar Palla che in Atene accolga
delle supplici greche il mesto volgo.
Ma quando vide per lo campo invano
volgersi Argia, da gran pietà commossa,
verso il carro di Cintia il carro volse,
e sì le disse in placida favella:
        - Deh mi concedi, o Cintia, un picciol dono,
se Giuno è degna pur di qualche onore.
Tu certo un tempo concedesti a Giove
triplice notte a procreare Alcide.
Ma pongansi in oblio le andate cose.
Or luogo è a compensar le offese antiche.
Non vedi tu per qual oscura notte
Argia, fedele al nostro culto, indarno
per quel campo s'aggiri, e le tenébre
le tolgano il trovar l'amato sposo?
E tu pallida splendi infra le nubi?
Rischiara i corni, io te ne prego, e inchina
più verso terra il luminoso carro;
e questo tuo sopor, che prono il guida,
e che ne regge i rugiadosi freni,
negli aonii custodi, o Dea, diffondi. -
        Appena disse, che squarciò le nubi
Cintia, e il gran disco tutto intero apparve.
Temeron l'Ombre, impallidiro gli astri,
e Giuno appena ne sostenne il lume.
A lo schiararsi i campi, Argia conobbe
del buon consorte la pomposa veste,
opera di sua man; benchè il ricamo
sia coperto di sangue, e scolorita
la porpora ne resti: e mentre grida
- Oh numi! - e che di lui null'altro resti
teme quell'infelice, ecco lo scopre:
mancârle a un tempo e spirto e vista e voce,
e il gran dolor le lagrime respinse.
Con tutto il corpo su l'amato viso
cade, e co i baci l'anima raminga
par che ne cerchi: e con il crin, col manto,
per conservarlo ne raccoglie il sangue.
Al fin la voce le ritorna, e dice:
        - Tal dunque ora ti veggio, o caro sposo,
ch'a racquistar l'a te dovuto regno
gisti poc'anzi del potente Adrasto
genero e capitan di tanta impresa?
E tale io stessa a i tuoi trionfi or vegno?
Innalza il volto, e me riguarda: a Tebe
ecco Argia che sen vien. Su via le porgi
la destra, e dentro la città la guida:
mostrale i patrii tetti, e grato rendi
a me l'ospizio; ma che parlo? ahi lassa!
Nudo tu giaci sul terreno, e questo
solo di tanto regno è che ti resta.
Oh guerre! Oh risse! Il tuo fratel non regna.
Dunque de' tuoi nissun ti pianse? Dove,
dov'è la madre, e la famosa tanto
Antigone sorella? Ahi, ch'a me sola
tu giaci, e solo a me sei morto e vinto.
Quante volte ti dissi: E dove corri
sconsigliato? A che cerchi il regno alterno
che ti si niega? Argo ti basti: impera
nella corte del suocero: più lunghi
tu qui godrai gli onori, e non diviso
avrai qui il regno. Ma di chi mi dolgo?
Io la guerra affrettai; io fui che il mesto
padre pregai, misera! Ed a qual fine?
Per abbracciarti in sì crudele stato.
Ma pur sian grazie a i Numi, e a te, o Fortuna:
del mio lungo cammin non fu delusa
la speme: il corpo ho ritrovato intero.
Ahi quanto immensa è mai questa ferita!
E la fece il fratello? E dove giace
quell'infame ladrone? Ah pur ch'il trovi,
vincerò gli avvoltoi; caccerò lungi,
per lacerarlo io sola, e cani e lupi.
Ma forse l'empio ebbe già rogo e tomba?
Tu pur l'avrai, nè il tuo natio terreno
ti vedrà senza fiamme e senza onori.
Arderai; sarai pianto; onor che a' Regi
raro si dona, e la mia fede eterna
serberò al tuo sepolcro, e il picciol figlio
fia testimonio al mio dolore, e a lui
riscalderò le vedovili piume. -
        Ed ecco nuovo pianto e nuova face
portando, a i roghi Antigone sen viene
appena uscita da le chiuse soglie;
perocchè a lei stavan le guardie intorno,
e il Re vuol che s'osservi, onde a vicenda
si cambiavan tra loro e più frequenti
rinnovavano i fuochi: essa co i Numi
e col fratel la sua tardanza scusa.
Ma non sì tosto abbandonârsi al sonno
stanchi i custodi, dalle mura uscío;
come leonza, che la prima volta
senza la madre, e libera correndo,
sfoga l'innata rabbia, e freme e rugge,
e di terror empie le selve e i campi.
Nè tardò molto, chè l'è noto il campo,
e dove il corpo del fratel sen giace.
In vederla venir Menete ha tema,
e fa cessar da le querele Argia.
Ma quando de i suoi pianti il suono estremo
giunse a ferir d'Antigone l'orecchie,
e a lo splendor degli astri e al doppio lume
d'ambe le faci squallida la vide,
e la mirò starsi col crin disciolto
infetto di putredine e di sangue:
        - Quali Ombre (disse) temeraria cerchi
in questa notte mia? - Nulla risponde
quell'infelice, ma col manto copre
il marito e se stessa, il suo dolore
per timor sospendendo. Allor di frode
più Antigone sospetta, e minacciando
la donna a un tempo e il suo compagno incalza.
Ma l'uno e l'altra sta confusa e tace.
Al fine Argia sempre tenendo al seno
stretto il consorte, scoprì il viso, e disse:
        - Se tu qui meco a ricercar pur vieni
un qualche estinto, e se tu pur paventi
l'iniqua legge del crudel Creonte,
ben sicura scoprirmi a te poss'io.
E se infelice sei, qual ti palesa
il tuo pianto e il lamento, amica dammi,
dammi la fede: io son d'Adrasto figlia.
Del caro Polinice alcun non viene,
ahi lassa! al rogo, benchè il Re lo vieti? -
Stupì a quel dir la vergine tebana,
e inorridissi, e l'interruppe: - Adunque
da me ti guardi? (oh troppo cieca sorte!)
Da me compagna delle tue sciagure?
tu le mie membra abbracci, e tu previeni
l'esequie mie? Ti cedo. Oh di sorella
troppo lenta pietade! Oh mia vergogna!
Costei prima sen venne? - E qui sul corpo
caddero a un tempo, e l'abbracciaro insieme,
e confusero insieme i crini e i pianti.
Sel dividon fra loro, ed a vicenda
godonsi il volto con alterni baci.
E mentre una il fratel, l'altra il marito,
e questa Tebe, e quella Argo rimembra,
più da lontan così comincia Argia:
        - Per questo sacro e lagrimoso furto
del comune dolor, e per quest'Ombra
ad ambe grata, e per le pure stelle
che dal ciel ne rimirano, ti giuro:
costui non tanto del perduto regno,
benchè esule e ramingo, o del terreno
a lui nativo, o de la cara madre
si ricordò; quanto di te bramoso
sol d'Antigone aveva in bocca il nome,
e te sola chiamava il dì e la notte.
Minor cura io gli fui, e in abbandono
più facile a lasciar. Ma tu il vedesti
almeno da una torre anzi 'l delitto
guidar le squadre greche, ed ei te vide
dal campo, e con la spada a te i saluti
mandò da lungi, ed inchinò il cimiero.
Noi misere e lontane! ahi qual crudele
Nume li spinse a così estremi sdegni?
Fur vane le tue preci? A te poteo
cos'alcuna negar? - Già cominciava
Antigone a narrare i fatti antichi
dal lor principio; ma il fedel compagno
ambo ammonisce: - La proposta impresa
prima finite: impallidiscon gli astri
e s'avvicina il dì; l'opra avanzate,
e a lagrimar fia tempo: abbia le fiamme
il rogo prima, e piangerete poi. -
        Un roco mormorio senton vicino,
che addita lor non lungi esser l'Ismeno,
che brutto ancor di sangue al mar correa.
Quivi il lacero corpo ambe portaro
congiungendo le destre, e non più forte
il veglio anch'egli vi prestò la mano.
        Così fumante ancor, lavâr Fetonte
dell'Eridano tepido nell'onde
le pie sorelle. Ei fu sepolto appena,
ch'esse, forma cangiando in un momento,
flebili selve fecer ombra al fiume.
        Mondo che fu di sangue, e che sul viso
tornò di morte il natural pallore,
gli dier gli ultimi baci, e d'ogni parte
cercâr le fiamme; ma gelati e spenti
nelle putride fosse erano i fuochi,
ed ogni rogo in cenere consunto.
O fosse caso, o pur voler de i Numi,
un solo ne restava, ove le membra
d'Eteocle crudele arser poc'anzi:
o nuovi mostri disponea Fortuna,
o l'empia Furia lo mantenne acceso,
perchè si dividessero le fiamme.
Splendere fra i carboni un picciol lume
con flebile piacer mirâr le donne,
nè san qual busto su quel rogo ardesse.
Ma qualunque egli sia, pregando il vanno
che mite al cener suo compagno accolga
quell'infelice, e insiem confondan l'Ombre.

Ecco di nuovo in campo i rei fratelli:
caddero appena sul vorace fuoco
quei nuovi membri, che tremaro i roghi
e da l'esequie l'ospite è respinto;
scoppian le fiamme, e s'alzano divise
tinte le corna di funerea luce.
Così se il torvo regnator d'Averno
unì le fiamme di due Furie ultrici,
sorgon discordi, ed infra lor disgiunte
l'una lungi dall'altra ardere agogna.
Gli stessi legni, quasi sentan l'ira,
l'un da l'altro si sparte, e il peso scuote.
- Ahi! (gridò allor la vergine tebana)
Misere! Gli odi antichi e l'ire spente
noi rinnovammo. Era il fratel costui.
Chi altro che il fratel l'Ombra straniera
respinto avria? Del semiadusto cinto
mira gli avanzi, e dell'infranto scudo;
vedi come la fiamma si divide,
e poi di nuovo si raccozza e pugna!
Vivono gli odii ancor: non fu bastante
la guerra a terminarli. Ah sfortunati!
Voi contrastaste, e il fier Creonte ha vinto.
Per voi più non v'è regno. Ahi qual furore!
E di che contendete? Omai cessate
da le minacce: e tu primiero cedi,
esule sempre, e ognor dal giusto escluso.
La consorte ven prega e la sorella;
o in mezzo a voi ci getterem su i fuochi. -
        Sì disse appena, e dal profondo centro
tremò la terra, e vacillâr le mura,
e dier muggiti le discordi fiamme
del biforcuto rogo. A quel rumore
si destaro i custodi, a i quali il sonno
pingea l'immago de i vicini mali.
Tosto corrono armati e minacciosi,
e ricercando van per tutto il campo.
Temè in vederli il solo veglio: al rogo
stanno le donne intrepide e sicure;
e poi che il corpo è in cenere disciolto,
palesano co i pianti e colle strida
la disprezzata legge di Creonte,
e il pietoso lor furto: insiem contesa
hanno di morte, e di morir la spene
ambe infuria ed accende. - Io del fratello,
io del marito (or l'una, or l'altra grida)
arse ho le membra. Io tolsi 'l corpo: i fuochi
io fui che accesi: me pietà, me amore
a ciò sospinse; - e provocando a gara
offrono l'innocenti invitte destre:
quella che dianzi ne i lor detti apparve
riverenza ed amore, ora rassembra
furore ed ira; tanto ferve e cresce
d'ambe il contrasto e il grido. Intanto i servi
le conducon legate al Re crudele.
        Ma da altra parte avea Giunon condotto
(consentendol Minerva) entro le mura
d'Atene il mesto attonito drappello
delle vedove argive: essa l'affetto
lor del popolo acquista. Essa a i lor pianti
pietà concilia e onore; essa lor porge
di supplichevol benda i rami cinti,
e insegna loro a ricoprir col manto
il volto e gli occhi, ed a mostrar dolenti
delle ceneri vôte in mano l'urne.
Fuor dell'attiche case escono a prova
d'ogni età, d'ogni sesso, e già le strade
sono ripiene, e son coperti i tetti.
Onde vien questa turba? E da qual parte
tante misere insieme? Ancor non sanno
la cagion che le mena e i lor disastri,
e già tutti ne piangono. La Dea
tra i drappelli si mesce, e il tutto narra:
la patria, la cagion de i loro pianti;
che bramino in Atene; ed esse ancora
in varie parti accusano, fremendo,
l'empia legge di Tebe e il fier Creonte.
Non con tanto rumor le rondinelle
narran con tronchi accenti a i tetti amici
del lascivo Tereo lo stupro infame,
il doppio letto e la crudel vendetta.
Nel mezzo a la città sorgeva un tempio
non dedicato a i più possenti Numi,
ma eretto in sede a la Clemenza, e sacro
fatto l'aveva miserabil gente.
Ognor supplici nuovi, e ognor le preci
sono esaudite. Ognun s'ascolta: aperto
è il dì e la notte, e a mitigar la Dea
bastano solo le querele e i pianti.
Parco n'è il culto: non l'incenso, o il sangue
delle vittime pingui ivi s'adopra.
Son di lagrime aspersi i miti altari,
pendono in voto le recise chiome
e le vesti da i miseri lasciate,
che a fortuna miglior condusse il Nume.
Placida selva il cinge, in cui verdeggia
il sacro lauro e il supplicante olivo.
Ma non v'è simulacro, e della Dea
nessuna immago in vivo bronzo espressa:
le menti e i cori d'abitar sol gode.
Sempre di meste turbe e bisognose
e supplicanti è pieno il luogo, e solo
a i fortunati è quell'altare ignoto.
Fam'è che i figli dell'invitto Alcide,
poi ch'arse in Eta e al cielo ascese il padre
cangiato in Dio, dall'attiche falangi
contro Euristeo difesi, alla Pietade
ergesser l'ara; ma minor del vero
è questa fama; e più credibil sembra
che i Numi stessi, a cui diè albergo e sede
ospite Atene, come a quella diero
leggi e costumi, sacrifizi e l'arte
di coltivare e seminar la terra,
che fu poi sparsa in peregrine piagge:
così sacrasser quivi a gl'infelici
un asilo sicuro; onde lontane
fosser ire e minacce, e i regni iniqui,
e dal quel giusto altare andasse in bando
la malvagia Fortuna e i Fati avversi.
Ad ogni gente è di già noto il tempio;
e i vinti in guerra e gli esuli, e dal trono
i Re scacciati, e quei che per errore,
non per rea volontà commiser fallo,
vi concorreano a gara, e chiedean pace.
L'ospital sede avea poc'anzi accolto
Edippo, e sciolto da sue furie antiche;
e dall'eccidio preservata Olinto;
e dalla madre liberato Oreste.
Ivi, additando lor l'attica plebe
il tempio, entrâr le sconsolate Argive,
e dieron luogo le primiere turbe
degl'infelici. Appena entrate furo,
che ne i lor petti si calmâr gli affanni.
        Così cacciate dal natio Aquilone
dal freddo Polo a più soave clima,
in discoprir le gru l'amata Faro,
stendon per l'aria la volante nube,
e di lieti clamori empiono il cielo.
Dolce è loro sprezzar nel caldo Egitto
le fredde nevi, e l'importuno gelo
scior del tepido Nilo in su le sponde.
        Ma gli applausi festivi, e della plebe
le grida, che feriscono le stelle,
e il lieto suon delle guerriere trombe
annunzio dàn che di già vinte e dome
le fiere Scite, vincitor ritorni
sul carro trionfale il gran Teseo.
Precedono le spoglie, e pria l'immago
del fiero Marte; indi i falcati carri
e i destrier privi delle lor guerriere,
e le bipenni infrante, onde le donne
troncar le selve ed ispezzare il ghiaccio
solean della meotica palude;
e salmerie d'elmi, di piume e d'archi,
e le lievi faretre; e risplendenti
di varie gemme i militari cinti,
e scudi aspersi del femmineo sangue.
Seguono poi le Amazzoni sicure,
ancorchè vinte; nè si mostran donne,
nè quai donne si lagnano; e a le preci
sdegnano di piegarsi, e cercan solo
della vergine Palla il culto e il tempio.
Ma il più gradito oggetto era Teseo
su carro eccelso, cui traean superbi
quattro destrier vie più che neve bianchi:
nè Ippolita è minor vaghezza e spene
del popolo, già placida in sembiante
e al dolce nodo maritale avvezza.
Ne mormoran fra lor l'attiche donne,
e torve la rimirano fremendo
ch'essa i patrii costumi in abbandono
lasci, e le chiome adorni, i membri copra
con lungo manto, e nella grande Atene
entri vinta in trionfo, e al vincitore
consorte a partorir d'Egeo nel letto.
S'allontanaro allor dal sacro altare
alcuni passi le dolenti greche,
e in ammirare e l'ordine e le spoglie
del superbo trionfo, i vinti sposi
(crudele oggetto!) a lor tornaro in mente.
Ma poi che il carro soffermossi, ed alto
richiese la cagion di lor querele
il vincitore, e a le preghiere porse
favorevole orecchio, a parlar prese
di Capaneo la valorosa moglie:
        - Magnanimo figliuol del grande Egeo,
cui da le nostre stragi esce improvvisa
occasïon d'eterna lode e fama;
noi non venghiamo a te turba straniera,
nè rea d'alcun misfatto: Argo la culla
ci diede, e furon Regi i nostri sposi;
così non fosser stati audaci tanto!
Perchè, a qual pro muover ben sette campi,
per castigar d'Agenore i nipoti?
Nè però ci dogliam della lor morte:
queste di guerra son leggi e vicende.
Ma quelli che cadêr, non fur Ciclopi
mostri prodotti nell'etnee caverne,
e non biformi abitator dell'Ossa:
taccio la stirpe e i generosi padri.
Uomini fur, magnanimo Teseo
(basti sol tanto), e d'uman seme nati,
ed ebbero con voi comune il cielo,
la patria e l'alme e gli alimenti stessi
color che esclude da gli estremi fuochi
l'empio Creonte e da le stigie porte;
(come s'ei fosse il torbido Acheronte,
onde nacquer l'Eumenidi spietate,
o il reo nocchier dell'infernal palude)
e fa gir l'Ombre vagabonde e incerte
tra l'Erebo e le stelle. O delle cose
produttrice Natura, e tu il consenti?
E dove sono i Numi? E dell'ingiusto
fulmine vibrator l'iniquo Giove?
Atene, e dove sei? Già sette volte
sorgendo in cielo, volse altrove il carro
spaventata l'Aurora, e oscurò il lume,
e con orror li rimirâr le stelle:
e già il putrido cibo odian le fiere,
e gli avoltoi, e quell'infame campo,
che lezzo spira e l'aer puro aggrava.
Siane permesso almeno arderne l'ossa
e il putridume: e che di lor più resta?
Su, Cecropii, affrettatevi; a voi tocca
questa vendetta: pria che mossi a sdegno
vengan gli Emazi ed i feroci Traci,
e quanti son ch'usan d'esequie e fiamme
dopo la morte aver gli estremi onori.
Perchè a l'incrudelir qual fia prescritto
termine o meta? Noi pugnammo, è vero;
ma morîr colla morte e gli odii e l'ire.
Tu pur (chè ancor a noi delle tue imprese
la fama giunse) non lasciasti a i mostri
Sini e Cercione, e con dolor mirasti
il barbaro Sciron privo di rogo;
e ancor la Tana, onde cotante spoglie
ora riporti, certa son che vide
delle Amazzoni sue fumar le pire.
Deh questo ancora a i tuoi trïonfi aggiungi,
sol questa impresa al mondo, al cielo, a Dite,
questa sol opra intrepido concedi.
Se d'ogni tema Maraton sciogliesti,
se del Mostro biforme il Laberinto
tu superasti, se non pianse invano
l'ospite vecchia; così teco ognora
sia Minerva in battaglia, e non invidii,
già fatto Dio, l'emule imprese Alcide:
e sempre in carro trionfal ti veggia
la genitrice, e sempre invitta Atene
mai non senta un dolor simile al nostro. -
        Disse; e l'altre approvare, e fra le strida
supplichevoli a lui teser le mani.
Prima arrossì Teseo mosso da i pianti;
indi di giusto sdegno il cuore acceso
così esclamò: - Qual nuova Furia a i regni
insegnò tai costumi? Io non lasciai
così barbari i Greci, allor ch'a i Sciti,
varcando il freddo Eusino, il cammin volsi.
D'onde il nuovo furor? Forse, Creonte,
credevi tu che più Teseo non fosse?
Eccomi, e non ancor sazio di sangue.
Del sangue de i tiranni è sitibonda
ognor quest'asta. Ma che indugio? Sprona
a quella parte, o fido Fegeo, e giunto
alle anfionie rocche altero intíma
o il rogo a i Greci, o mortal guerra a Tebe. -
Sì dice; e delle pugne e del cammino
scordato, i suoi conforta; e per un poco
l'affaticato esercito ristora.
        Siccome toro che pur or l'amata
e il pasco antico vincitore ottenne,
e ne gode tranquillo e si riposa;
se ode lungi muggir nuovo nemico,
quantunque ancor grondino il collo e il petto
di fresco sangue, rinnovella l'ire,
cela il dolor, sparge col piè l'arena,
e le ferite sue copre di polve.
        Lo scudo scosse, onde si copre il petto,
Pallade istessa; e l'orrido Gorgone,
e gli angui, che le fan crine e corona,
gonfiaro i colli e rimiraron Tebe:
nè ancor movevan l'attiche falangi,
e già Dirce temea le trombe ostili.
Non sol la gioventude a l'armi avvezza,
che a parte fu del scitico trionfo,
segue l'eccelse vincitrici insegne
del duce invitto; ma v'accorron pronti
e volontari i popoli vicini.
Vengono quei che di Munichio i colli
e il gelido Braurona apron co i solchi;
e quei che sul Pireo, fido ricetto
a i nocchieri e a le navi, hanno la sede:
nè ancor famosa per le palme Eoe,
sua gente al campo Maratone invia:
e le case d'Icario e di Celeo,
ospiti amiche a i Genïali Dei;
e le verdi Melene; e d'ombre e boschi
Egalo pieno, e delle sacre viti
abbondevole Parne, e Licabesso
stimabil più per le feconde olive.
Vengono i fieri Illei, ed i cultori
d'Imetto lascian gli odorosi favi;
e Acarne, che di verde edera veste
i rozzi tirsi; e Sunïone altiera,
che da le prore Eoe lungi si scorge;
onde ingannato da le false vele
Egeo sen cadde, e diè suo nome al mare.
E Salamina, e a Cerere divota
la sacra Eleusi, le campagne inculte
lasciando, spingon le lor genti in guerra;
e quelli ancor che nove volte intorno
Calliroe cinge con girevol onda,
e quei che bevon dell'Iliso l'acque;
d'Iliso consapevole del furto
della vaga Orizía, e che cortese
diede al tracio amatore occulto asilo.
Resta deserto ancor l'ameno colle,
ov'ebber lite i Dei, finchè repente
il pacifico olivo uscì da i sassi,
e fe' coll'ombra ritirare il mare.
Ippolita anco l'iperboree schiere
a le mura di Cadmo avria condotte;
ma la ritarda la sicura spene
del ventre grave, e il vincitor la prega
che di Marte si scordi, e che consacri
al letto d'Imeneo faretra ed arco.
Ma poi ch'ei vide intorno a sè raccolti
i popoli feroci, e chieder guerra,
e respirar sol l'armi, e dare in fretta
furtivi abbracci a le consorti e a i figli;
da l'alto carro favellò in tal guisa:
        - O valorose schiere, accinte meco
del mondo i patti e delle genti il dritto
a vendicare; i generosi cuori
mostrate degni di sì giusta impresa.
Pugneranno per noi uomini e Dei;
ne fia scorta Natura; e fian con noi
gli stessi abitator del muto Inferno.
Condurran contro Tebe in ordinanza
esercito di pene e di tormenti
l'anguicrinite Eumenidi spietate.
Gitene lieti, e con sicura spene
per sì giusta cagion d'aver vittoria. -
Sì disse, e lanciò l'asta, e il campo mosse.
        Così qualor la prima bruma e il gelo
sciolse da l'Arto nuvoloso Giove,
e irrigidiron gli astri; Eolo le porte
disserra a i Venti: e impazïente il verno
di più lungo riposo acquista forze,
e soffian gli Aquiloni. Allora i monti
fremono e il mare; allor spezzate e rotte
pugnan le nubi; allora i tuoni in cielo
scorrendo vanno, e i fulmini volanti.
        Al muover dell'esercito possente
trema lungi la terra; e i verdi campi
tritati e pesti de i destrier feroci
da l'unghie gravi, e le campagne intorno,
ove passâr di fanti e di cavalli
le immense schiere, son ridotte in polve.
Nè però basta ad occultare il lume
dell'armi; e in mezzo a quella densa nube
si veggon balenar corazze ed aste.
Vanno correndo il dì, nè li ritarda
l'ombra notturna e il placido riposo.
Han contesa tra lor, chi più veloce
l'altro preceda, e chi primier discopra
da lungi Tebe, e nell'Ogigie mura
chi primo vibri il dardo o l'asta affigga.
Ma nel lucido scudo impresse porta
il sommo duce sue famose imprese,
e delle glorie sue principio e fonte
Creta, cento cittadi e il Laberinto.
Lui stesso vedi nel confuso albergo
torcer l'ispido collo al Minotauro,
e in fiera lotta le robuste braccia
legargli a tergo, e l'una e l'altra mano;
E dal cozzare delle insane corna
ritrarre il volto ed ischivarne i colpi.
Quand'egli entra in battaglia e lungi mostra
l'enorme belva, alto spavento ingombra
le nemiche falangi in rimirarlo
due volte aver le man di sangue tinte,
la prima nello scudo, e l'altra in guerra.
E s'ei talora vi rivolge il guardo,
vede presenti il memorabil fatto,
il drappel de i compagni, e l'aspre porte
del formidabil tetto, ed Arïanna
mesta temer che a lui non manchi il filo.
        Mandava intanto il fier Creonte a morte,
legate di durissime catene,
Antigone, e la vedova di Tebe,
figlia del grande Adrasto. Ambe contente,
e per gran voglia di morir superbe,
offron la gola al ferro, e del tiranno
deludono la spene e sprezzan l'ire;
quand'ecco giunge il messagger d'Atene:
porta egli in mano il ramuscel d'oliva
segno di pace; ma fremendo e audace,
in virtù di chi 'l manda, armi minaccia,
e guerra intíma; e che Teseo è vicino,
grida, e già ingombra colle schiere i campi.
Restò sospeso fra contrarii nembi
di diversi pensier l'empio tiranno,
e mitigò l'orgoglio e le minacce.
Pur si rinfranca, e simulando il riso
ed il volto infingendo, al fin rispose:
        - Non basta dunque il memorando esempio
d'aver pur or vinte Micene ed Argo,
che nuova gente ad insultarci muove?
Venga; ma vinta poi non si quereli,
se avrà co i Greci una medesma legge. -
Tacque, e vide repente immensa polve
velare il giorno, ed adombrare i monti.
Impallidisce, e frettoloso impone
che s'armi il vulgo, e l'armatura ei veste.
Ma tra fantasmi e larve entro la reggia
vede baccar le Furie, e Meneceo
torvo e piangente, e su i vietati roghi
ardere i Greci, e festeggiarne l'Ombre.
Quale fu mai quel giorno in cui la pace
compra con tanto sangue e nata appena
sparì da Tebe? Timidi e confusi
rapiscon l'armi a i patrii Numi appese,
e co i laceri scudi il petto coprono.
Staccano gli elmi d'ogni fregio ignudi,
e le saette ancor di sangue lorde.
Non v'è chi si distingua, o chi risplenda
per gemmata faretra o terso brando,
o per destriero d'ostro e d'or guernito.
Non si fidan nel vallo; in mille lati
son le mura squarciate, e delle porte
cercan le ferree spranghe, e l'opra è vana;
chè le spezzaro i Greci; e torri e merli
abbattè Capaneo: pigra ed esangue
la gioventù non dà gli usati amplessi
a le consorti, e i dolci baci a i figli,
nè san quai voti far gli antichi padri.
Ma poi che vide il capitan d'Atene
spezzar le nubi e rischiarare il mondo
il nuovo sole, e lampeggiar su l'armi;
scende nel campo, ove stan l'Ombre inulte
e giacciono i cadaveri insepolti;
e in respirare, dentro il chiuso elmetto,
delle fracide membra il grave olezzo,
intenerissi e pianse, e in lui lo sdegno
vie più forte s'accese alla vendetta.
Da l'altra parte quest'onore almeno
concesse a i Greci il perfido Creonte,
che al nuovo Marte non guidò le schiere
su i corpi estinti: della prima strage
forse per conservar gli ultimi avanzi,
e a bere il sangue un altro campo scelse.
        Ma già condotte avea le genti a fronte
la disugual Bellona: un grido istesso
non è d'ambe le parti, e delle trombe
non è simile il suono. Inferma e lenta
quindi sen vien la gioventù tebana
co i brandi chini, e strascinando l'aste,
e cedendo il terren, co i scudi a tergo
mostran grondanti ancor le prime piaghe.
E già i Cecropii stessi il primo ardore
vanno perdendo, e cessan le minacce,
e langue la virtù senza contrasto.
Così minor è l'impeto de i venti,
se non s'oppone al lor furor la selva;
e se non frange a i lidi, il mar non freme.
Ma poi che l'asta maratonia in alto
alzò il figlio d'Egeo, la cui grand'ombra
stese l'orror su l'inimiche schiere,
e il balenar del ferro ingombrò il campo;
qual se da l'Emo i corridori traci
Marte sospinga, e seco in carro porti
e morte e fuga; le agenoree schiere
pallide danno il tergo e in rotta vanno:
fassi della vil plebe aspro governo
dagli altri tutti; ma Teseo non degna
contro chi fugge usar la forza e l'armi.
        Così l'esangue ed abbattuta preda
a i cani piace ed a i codardi lupi;
ma si pasce il leon di nobil ira.
        E pure Olenio abbatte, e il fier Tamiro;
l'uno scegliea da la faretra i dardi,
l'altro alzava da terra un sasso immenso.
Quindi i figli d'Alceo, c'hanno fidanza
nella triplice union, con tre grand'aste
tutti da lungi un dopo l'altro uccide:
a Fileo il petto, ad Elope la gola,
e nella spalla Japige trafisse.
Poi con quattro destrier su carro eccelso
Emone ei scorge, e orribil asta vibra.
Quegli i destrieri timidi rivolge
in fianco, e cede; lungo tratto vola
la ferrea trave, e due cavalli uccide,
ed il terzo fería; ma vi si oppose
il timone, ed in sè ritenne il colpo.
Ma gli altri non curando il gran Teseo,
solo brama co i voti e colle grida
il fier Creonte, e lui sol cerca e chiama.
Ed ecco il vede dall'opposto corno
esortar le sue schiere, e con minacce
spingerle, lor malgrado, a la battaglia.
Al comandar del duce, indietro il passo
ritirano i Cecropii, e il lascian solo,
affidati ne i Numi e in suo valore;
ma l'altro i suoi ritiene, e li rappella
e poi che vide che egualmente in ira
era a i nemici ed a le proprie squadre,
tutto raccolse il suo furore estremo,
e infurïando disperatamente,
lo fe' più audace la vicina morte.
        - Queste non son le verginali destre
(dice) con cui pugnasti, e qui non sono
di lievi targhe le guerriere armate.
Qui pugnerai co i forti: e noi siam quelli
per le cui mani il gran Tideo sen giace.
Noi uccidemmo Ippomedonte altero,
e noi mandammo Capaneo fra l'Ombre;
e qual follia ti spinse a farne guerra?
Mira color che a vendicare aspiri,
come deformi giacciano e insepolti. -
Così diss'egli, e lanciò l'asta indarno,
chè lo scudo toccando, a terra cadde.
Sorrise amaramente il fiero Egide,
e disprezzando le minacce e il braccio,
ferrata trave innalza, e il colpo libra;
ma pria lo sgrida con parlar superbo:
        - Ombre argive insepolte, a cui consacro
questa vittima infame in olocausto,
spalancate l'Inferno, e preparate
le Furie ultrici, ecco sen vien Creonte. -
Vola la fatal asta, e l'aria fende,
e le anella del giaco, ond'ei raddoppia,
sotto l'usbergo, le difese al petto,
smaglia e fracassa, e fuor per cento vie
della rotta lorica il sangue sgorga.
        Cad'egli, e in morte gli occhi erranti scioglie.
Teseo gli è sopra, e col gran pie' lo preme,
e dell'armi lo spoglia, e lo rampogna:
        - Crudel, ti piace ancor le giuste fiamme
dare agli estinti, e gl'infelici Greci
coprir di terra? Or vanne, ove t'aspetta
il dovuto supplizio; e va sicuro
che il corpo tuo non mancherà d'avello. -
        Morto il tiranno, l'uno e l'altro campo
mesce le insegne, e porgonsi le destre,
e germoglia la pace in mezzo all'armi;
ed ospite è Teseo, non più nemico.
Lo pregano che il piede entro le mura
ponga, ed onori i lor paterni alberghi;
e lor compiace il vincitor cortese.
Tutto va in festa, e con piacer l'accoglie
la turba delle madri e delle spose.
Così già domi i popoli del Gange,
ebri e giulivi e 'l crin di fronde cinti,
lodâr di Bacco i sacrifizi insani.
        Quando di grida e di femminei pianti
suonâr le opposte selve, e giù da i colli
sceser di Dirce le pelasghe madri
e le vedove afflitte; in quella guisa
che van talor le furïose Menadi
chiamate al suon de i timpani e de' cimbali,
che par, cotanto son feroci e tumide,
che fuggan dal delitto, o che vi corrano.
Godono ne i lamenti, e trionfando
vanno fra i pianti: un impeto, un tumulto
nasce fra lor; se prima al gran Teseo
corrano a rendere i dovuti onori,
o a incrudelire nel tiranno ucciso,
o ad accender le fiamme a i corpi amati:
vedovanza e pietà le guida a i corpi.

        Non io, sebben mi fecondasse il petto
con cento voci alcun benigno Nume,
dell'umil volgo e de i sublimi Regi
cotanti roghi e tanti pianti insieme
con degno carme raccontar potrei:
come l'audace Evadne in mezzo al fuoco
si lanciasse a cercar, del gran consorte
per entro il seno, il fulmine celeste:
come distesa su le fiere membra
Deifile fra i baci il suo Tideo
scolpando vada; come Argia racconti
il furor de i custodi a la germana:
con quali strida la parrasia madre
chiami Partenopeo; Partenopeo,
che serba ancor beltà nel volto esangue;
Partenopeo, cui piansero ambi i campi.
Non novello furor, novello Apollo
tante cose potria stringer cantando.
E già rotte ho le vele, e i remi stanchi,
e già la nave mia domanda il porto.

        Ma tu, cara Tebaide, al cui lavoro
sudai due stati sotto 'l Sirio ardente
ed altrettanti verni infra le brume
alsi e gelai, dopo la morte nostra
avrai tu vita e fama? E fia che alcuno
in questo nuovo stil ti legga e onori?
Certo, so ben, tra i più sublimi ingegni,
che te videro ancora incolta e rozza,
molti vi son che me ne dan speranza.
Vivi felice: e come l'altra un tempo
l'orme seguì del gran Cantor di Manto,
che innalzò al ciel con sì famosa tromba
il figliuolo d'Anchise e della Diva;
così tu ancor di nuovi fregi adorna
nell'etrusca dolcissima favella
l'armi pietose e 'l Capitan rispetta;
e se ben nata su le stesse sponde,
da lungi adora il Ferrarese Omero.
E se avverrà che te l'invidia adombri,
dileguerassi: e la futura etade
ti darà forse i meritati onori;
posciachè dal suo fral mio spirto sciolto,
onde partì, ritornerà fra gli astri.