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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| La Tebaide - Libro XII |
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There are no translations available. ANTIGONE E ARGIA DEPONGONO LA SALMA Non tutte ancor avea del ciel fugate caddero appena sul vorace fuoco quei nuovi membri, che tremaro i roghi e da l'esequie l'ospite è respinto; scoppian le fiamme, e s'alzano divise tinte le corna di funerea luce. Così se il torvo regnator d'Averno unì le fiamme di due Furie ultrici, sorgon discordi, ed infra lor disgiunte l'una lungi dall'altra ardere agogna. Gli stessi legni, quasi sentan l'ira, l'un da l'altro si sparte, e il peso scuote. - Ahi! (gridò allor la vergine tebana) Misere! Gli odi antichi e l'ire spente noi rinnovammo. Era il fratel costui. Chi altro che il fratel l'Ombra straniera respinto avria? Del semiadusto cinto mira gli avanzi, e dell'infranto scudo; vedi come la fiamma si divide, e poi di nuovo si raccozza e pugna! Vivono gli odii ancor: non fu bastante la guerra a terminarli. Ah sfortunati! Voi contrastaste, e il fier Creonte ha vinto. Per voi più non v'è regno. Ahi qual furore! E di che contendete? Omai cessate da le minacce: e tu primiero cedi, esule sempre, e ognor dal giusto escluso. La consorte ven prega e la sorella; o in mezzo a voi ci getterem su i fuochi. - Sì disse appena, e dal profondo centro tremò la terra, e vacillâr le mura, e dier muggiti le discordi fiamme del biforcuto rogo. A quel rumore si destaro i custodi, a i quali il sonno pingea l'immago de i vicini mali. Tosto corrono armati e minacciosi, e ricercando van per tutto il campo. Temè in vederli il solo veglio: al rogo stanno le donne intrepide e sicure; e poi che il corpo è in cenere disciolto, palesano co i pianti e colle strida la disprezzata legge di Creonte, e il pietoso lor furto: insiem contesa hanno di morte, e di morir la spene ambe infuria ed accende. - Io del fratello, io del marito (or l'una, or l'altra grida) arse ho le membra. Io tolsi 'l corpo: i fuochi io fui che accesi: me pietà, me amore a ciò sospinse; - e provocando a gara offrono l'innocenti invitte destre: quella che dianzi ne i lor detti apparve riverenza ed amore, ora rassembra furore ed ira; tanto ferve e cresce d'ambe il contrasto e il grido. Intanto i servi le conducon legate al Re crudele. Ma da altra parte avea Giunon condotto (consentendol Minerva) entro le mura d'Atene il mesto attonito drappello delle vedove argive: essa l'affetto lor del popolo acquista. Essa a i lor pianti pietà concilia e onore; essa lor porge di supplichevol benda i rami cinti, e insegna loro a ricoprir col manto il volto e gli occhi, ed a mostrar dolenti delle ceneri vôte in mano l'urne. Fuor dell'attiche case escono a prova d'ogni età, d'ogni sesso, e già le strade sono ripiene, e son coperti i tetti. Onde vien questa turba? E da qual parte tante misere insieme? Ancor non sanno la cagion che le mena e i lor disastri, e già tutti ne piangono. La Dea tra i drappelli si mesce, e il tutto narra: la patria, la cagion de i loro pianti; che bramino in Atene; ed esse ancora in varie parti accusano, fremendo, l'empia legge di Tebe e il fier Creonte. Non con tanto rumor le rondinelle narran con tronchi accenti a i tetti amici del lascivo Tereo lo stupro infame, il doppio letto e la crudel vendetta. Nel mezzo a la città sorgeva un tempio non dedicato a i più possenti Numi, ma eretto in sede a la Clemenza, e sacro fatto l'aveva miserabil gente. Ognor supplici nuovi, e ognor le preci sono esaudite. Ognun s'ascolta: aperto è il dì e la notte, e a mitigar la Dea bastano solo le querele e i pianti. Parco n'è il culto: non l'incenso, o il sangue delle vittime pingui ivi s'adopra. Son di lagrime aspersi i miti altari, pendono in voto le recise chiome e le vesti da i miseri lasciate, che a fortuna miglior condusse il Nume. Placida selva il cinge, in cui verdeggia il sacro lauro e il supplicante olivo. Ma non v'è simulacro, e della Dea nessuna immago in vivo bronzo espressa: le menti e i cori d'abitar sol gode. Sempre di meste turbe e bisognose e supplicanti è pieno il luogo, e solo a i fortunati è quell'altare ignoto. Fam'è che i figli dell'invitto Alcide, poi ch'arse in Eta e al cielo ascese il padre cangiato in Dio, dall'attiche falangi contro Euristeo difesi, alla Pietade ergesser l'ara; ma minor del vero è questa fama; e più credibil sembra che i Numi stessi, a cui diè albergo e sede ospite Atene, come a quella diero leggi e costumi, sacrifizi e l'arte di coltivare e seminar la terra, che fu poi sparsa in peregrine piagge: così sacrasser quivi a gl'infelici un asilo sicuro; onde lontane fosser ire e minacce, e i regni iniqui, e dal quel giusto altare andasse in bando la malvagia Fortuna e i Fati avversi. Ad ogni gente è di già noto il tempio; e i vinti in guerra e gli esuli, e dal trono i Re scacciati, e quei che per errore, non per rea volontà commiser fallo, vi concorreano a gara, e chiedean pace. L'ospital sede avea poc'anzi accolto Edippo, e sciolto da sue furie antiche; e dall'eccidio preservata Olinto; e dalla madre liberato Oreste. Ivi, additando lor l'attica plebe il tempio, entrâr le sconsolate Argive, e dieron luogo le primiere turbe degl'infelici. Appena entrate furo, che ne i lor petti si calmâr gli affanni. Così cacciate dal natio Aquilone dal freddo Polo a più soave clima, in discoprir le gru l'amata Faro, stendon per l'aria la volante nube, e di lieti clamori empiono il cielo. Dolce è loro sprezzar nel caldo Egitto le fredde nevi, e l'importuno gelo scior del tepido Nilo in su le sponde. Ma gli applausi festivi, e della plebe le grida, che feriscono le stelle, e il lieto suon delle guerriere trombe annunzio dàn che di già vinte e dome le fiere Scite, vincitor ritorni sul carro trionfale il gran Teseo. Precedono le spoglie, e pria l'immago del fiero Marte; indi i falcati carri e i destrier privi delle lor guerriere, e le bipenni infrante, onde le donne troncar le selve ed ispezzare il ghiaccio solean della meotica palude; e salmerie d'elmi, di piume e d'archi, e le lievi faretre; e risplendenti di varie gemme i militari cinti, e scudi aspersi del femmineo sangue. Seguono poi le Amazzoni sicure, ancorchè vinte; nè si mostran donne, nè quai donne si lagnano; e a le preci sdegnano di piegarsi, e cercan solo della vergine Palla il culto e il tempio. Ma il più gradito oggetto era Teseo su carro eccelso, cui traean superbi quattro destrier vie più che neve bianchi: nè Ippolita è minor vaghezza e spene del popolo, già placida in sembiante e al dolce nodo maritale avvezza. Ne mormoran fra lor l'attiche donne, e torve la rimirano fremendo ch'essa i patrii costumi in abbandono lasci, e le chiome adorni, i membri copra con lungo manto, e nella grande Atene entri vinta in trionfo, e al vincitore consorte a partorir d'Egeo nel letto. S'allontanaro allor dal sacro altare alcuni passi le dolenti greche, e in ammirare e l'ordine e le spoglie del superbo trionfo, i vinti sposi (crudele oggetto!) a lor tornaro in mente. Ma poi che il carro soffermossi, ed alto richiese la cagion di lor querele il vincitore, e a le preghiere porse favorevole orecchio, a parlar prese di Capaneo la valorosa moglie: - Magnanimo figliuol del grande Egeo, cui da le nostre stragi esce improvvisa occasïon d'eterna lode e fama; noi non venghiamo a te turba straniera, nè rea d'alcun misfatto: Argo la culla ci diede, e furon Regi i nostri sposi; così non fosser stati audaci tanto! Perchè, a qual pro muover ben sette campi, per castigar d'Agenore i nipoti? Nè però ci dogliam della lor morte: queste di guerra son leggi e vicende. Ma quelli che cadêr, non fur Ciclopi mostri prodotti nell'etnee caverne, e non biformi abitator dell'Ossa: taccio la stirpe e i generosi padri. Uomini fur, magnanimo Teseo (basti sol tanto), e d'uman seme nati, ed ebbero con voi comune il cielo, la patria e l'alme e gli alimenti stessi color che esclude da gli estremi fuochi l'empio Creonte e da le stigie porte; (come s'ei fosse il torbido Acheronte, onde nacquer l'Eumenidi spietate, o il reo nocchier dell'infernal palude) e fa gir l'Ombre vagabonde e incerte tra l'Erebo e le stelle. O delle cose produttrice Natura, e tu il consenti? E dove sono i Numi? E dell'ingiusto fulmine vibrator l'iniquo Giove? Atene, e dove sei? Già sette volte sorgendo in cielo, volse altrove il carro spaventata l'Aurora, e oscurò il lume, e con orror li rimirâr le stelle: e già il putrido cibo odian le fiere, e gli avoltoi, e quell'infame campo, che lezzo spira e l'aer puro aggrava. Siane permesso almeno arderne l'ossa e il putridume: e che di lor più resta? Su, Cecropii, affrettatevi; a voi tocca questa vendetta: pria che mossi a sdegno vengan gli Emazi ed i feroci Traci, e quanti son ch'usan d'esequie e fiamme dopo la morte aver gli estremi onori. Perchè a l'incrudelir qual fia prescritto termine o meta? Noi pugnammo, è vero; ma morîr colla morte e gli odii e l'ire. Tu pur (chè ancor a noi delle tue imprese la fama giunse) non lasciasti a i mostri Sini e Cercione, e con dolor mirasti il barbaro Sciron privo di rogo; e ancor la Tana, onde cotante spoglie ora riporti, certa son che vide delle Amazzoni sue fumar le pire. Deh questo ancora a i tuoi trïonfi aggiungi, sol questa impresa al mondo, al cielo, a Dite, questa sol opra intrepido concedi. Se d'ogni tema Maraton sciogliesti, se del Mostro biforme il Laberinto tu superasti, se non pianse invano l'ospite vecchia; così teco ognora sia Minerva in battaglia, e non invidii, già fatto Dio, l'emule imprese Alcide: e sempre in carro trionfal ti veggia la genitrice, e sempre invitta Atene mai non senta un dolor simile al nostro. - Disse; e l'altre approvare, e fra le strida supplichevoli a lui teser le mani. Prima arrossì Teseo mosso da i pianti; indi di giusto sdegno il cuore acceso così esclamò: - Qual nuova Furia a i regni insegnò tai costumi? Io non lasciai così barbari i Greci, allor ch'a i Sciti, varcando il freddo Eusino, il cammin volsi. D'onde il nuovo furor? Forse, Creonte, credevi tu che più Teseo non fosse? Eccomi, e non ancor sazio di sangue. Del sangue de i tiranni è sitibonda ognor quest'asta. Ma che indugio? Sprona a quella parte, o fido Fegeo, e giunto alle anfionie rocche altero intíma o il rogo a i Greci, o mortal guerra a Tebe. - Sì dice; e delle pugne e del cammino scordato, i suoi conforta; e per un poco l'affaticato esercito ristora. Siccome toro che pur or l'amata e il pasco antico vincitore ottenne, e ne gode tranquillo e si riposa; se ode lungi muggir nuovo nemico, quantunque ancor grondino il collo e il petto di fresco sangue, rinnovella l'ire, cela il dolor, sparge col piè l'arena, e le ferite sue copre di polve. Lo scudo scosse, onde si copre il petto, Pallade istessa; e l'orrido Gorgone, e gli angui, che le fan crine e corona, gonfiaro i colli e rimiraron Tebe: nè ancor movevan l'attiche falangi, e già Dirce temea le trombe ostili. Non sol la gioventude a l'armi avvezza, che a parte fu del scitico trionfo, segue l'eccelse vincitrici insegne del duce invitto; ma v'accorron pronti e volontari i popoli vicini. Vengono quei che di Munichio i colli e il gelido Braurona apron co i solchi; e quei che sul Pireo, fido ricetto a i nocchieri e a le navi, hanno la sede: nè ancor famosa per le palme Eoe, sua gente al campo Maratone invia: e le case d'Icario e di Celeo, ospiti amiche a i Genïali Dei; e le verdi Melene; e d'ombre e boschi Egalo pieno, e delle sacre viti abbondevole Parne, e Licabesso stimabil più per le feconde olive. Vengono i fieri Illei, ed i cultori d'Imetto lascian gli odorosi favi; e Acarne, che di verde edera veste i rozzi tirsi; e Sunïone altiera, che da le prore Eoe lungi si scorge; onde ingannato da le false vele Egeo sen cadde, e diè suo nome al mare. E Salamina, e a Cerere divota la sacra Eleusi, le campagne inculte lasciando, spingon le lor genti in guerra; e quelli ancor che nove volte intorno Calliroe cinge con girevol onda, e quei che bevon dell'Iliso l'acque; d'Iliso consapevole del furto della vaga Orizía, e che cortese diede al tracio amatore occulto asilo. Resta deserto ancor l'ameno colle, ov'ebber lite i Dei, finchè repente il pacifico olivo uscì da i sassi, e fe' coll'ombra ritirare il mare. Ippolita anco l'iperboree schiere a le mura di Cadmo avria condotte; ma la ritarda la sicura spene del ventre grave, e il vincitor la prega che di Marte si scordi, e che consacri al letto d'Imeneo faretra ed arco. Ma poi ch'ei vide intorno a sè raccolti i popoli feroci, e chieder guerra, e respirar sol l'armi, e dare in fretta furtivi abbracci a le consorti e a i figli; da l'alto carro favellò in tal guisa: - O valorose schiere, accinte meco del mondo i patti e delle genti il dritto a vendicare; i generosi cuori mostrate degni di sì giusta impresa. Pugneranno per noi uomini e Dei; ne fia scorta Natura; e fian con noi gli stessi abitator del muto Inferno. Condurran contro Tebe in ordinanza esercito di pene e di tormenti l'anguicrinite Eumenidi spietate. Gitene lieti, e con sicura spene per sì giusta cagion d'aver vittoria. - Sì disse, e lanciò l'asta, e il campo mosse. Così qualor la prima bruma e il gelo sciolse da l'Arto nuvoloso Giove, e irrigidiron gli astri; Eolo le porte disserra a i Venti: e impazïente il verno di più lungo riposo acquista forze, e soffian gli Aquiloni. Allora i monti fremono e il mare; allor spezzate e rotte pugnan le nubi; allora i tuoni in cielo scorrendo vanno, e i fulmini volanti. Al muover dell'esercito possente trema lungi la terra; e i verdi campi tritati e pesti de i destrier feroci da l'unghie gravi, e le campagne intorno, ove passâr di fanti e di cavalli le immense schiere, son ridotte in polve. Nè però basta ad occultare il lume dell'armi; e in mezzo a quella densa nube si veggon balenar corazze ed aste. Vanno correndo il dì, nè li ritarda l'ombra notturna e il placido riposo. Han contesa tra lor, chi più veloce l'altro preceda, e chi primier discopra da lungi Tebe, e nell'Ogigie mura chi primo vibri il dardo o l'asta affigga. Ma nel lucido scudo impresse porta il sommo duce sue famose imprese, e delle glorie sue principio e fonte Creta, cento cittadi e il Laberinto. Lui stesso vedi nel confuso albergo torcer l'ispido collo al Minotauro, e in fiera lotta le robuste braccia legargli a tergo, e l'una e l'altra mano; E dal cozzare delle insane corna ritrarre il volto ed ischivarne i colpi. Quand'egli entra in battaglia e lungi mostra l'enorme belva, alto spavento ingombra le nemiche falangi in rimirarlo due volte aver le man di sangue tinte, la prima nello scudo, e l'altra in guerra. E s'ei talora vi rivolge il guardo, vede presenti il memorabil fatto, il drappel de i compagni, e l'aspre porte del formidabil tetto, ed Arïanna mesta temer che a lui non manchi il filo. Mandava intanto il fier Creonte a morte, legate di durissime catene, Antigone, e la vedova di Tebe, figlia del grande Adrasto. Ambe contente, e per gran voglia di morir superbe, offron la gola al ferro, e del tiranno deludono la spene e sprezzan l'ire; quand'ecco giunge il messagger d'Atene: porta egli in mano il ramuscel d'oliva segno di pace; ma fremendo e audace, in virtù di chi 'l manda, armi minaccia, e guerra intíma; e che Teseo è vicino, grida, e già ingombra colle schiere i campi. Restò sospeso fra contrarii nembi di diversi pensier l'empio tiranno, e mitigò l'orgoglio e le minacce. Pur si rinfranca, e simulando il riso ed il volto infingendo, al fin rispose: - Non basta dunque il memorando esempio d'aver pur or vinte Micene ed Argo, che nuova gente ad insultarci muove? Venga; ma vinta poi non si quereli, se avrà co i Greci una medesma legge. - Tacque, e vide repente immensa polve velare il giorno, ed adombrare i monti. Impallidisce, e frettoloso impone che s'armi il vulgo, e l'armatura ei veste. Ma tra fantasmi e larve entro la reggia vede baccar le Furie, e Meneceo torvo e piangente, e su i vietati roghi ardere i Greci, e festeggiarne l'Ombre. Quale fu mai quel giorno in cui la pace compra con tanto sangue e nata appena sparì da Tebe? Timidi e confusi rapiscon l'armi a i patrii Numi appese, e co i laceri scudi il petto coprono. Staccano gli elmi d'ogni fregio ignudi, e le saette ancor di sangue lorde. Non v'è chi si distingua, o chi risplenda per gemmata faretra o terso brando, o per destriero d'ostro e d'or guernito. Non si fidan nel vallo; in mille lati son le mura squarciate, e delle porte cercan le ferree spranghe, e l'opra è vana; chè le spezzaro i Greci; e torri e merli abbattè Capaneo: pigra ed esangue la gioventù non dà gli usati amplessi a le consorti, e i dolci baci a i figli, nè san quai voti far gli antichi padri. Ma poi che vide il capitan d'Atene spezzar le nubi e rischiarare il mondo il nuovo sole, e lampeggiar su l'armi; scende nel campo, ove stan l'Ombre inulte e giacciono i cadaveri insepolti; e in respirare, dentro il chiuso elmetto, delle fracide membra il grave olezzo, intenerissi e pianse, e in lui lo sdegno vie più forte s'accese alla vendetta. Da l'altra parte quest'onore almeno concesse a i Greci il perfido Creonte, che al nuovo Marte non guidò le schiere su i corpi estinti: della prima strage forse per conservar gli ultimi avanzi, e a bere il sangue un altro campo scelse. Ma già condotte avea le genti a fronte la disugual Bellona: un grido istesso non è d'ambe le parti, e delle trombe non è simile il suono. Inferma e lenta quindi sen vien la gioventù tebana co i brandi chini, e strascinando l'aste, e cedendo il terren, co i scudi a tergo mostran grondanti ancor le prime piaghe. E già i Cecropii stessi il primo ardore vanno perdendo, e cessan le minacce, e langue la virtù senza contrasto. Così minor è l'impeto de i venti, se non s'oppone al lor furor la selva; e se non frange a i lidi, il mar non freme. Ma poi che l'asta maratonia in alto alzò il figlio d'Egeo, la cui grand'ombra stese l'orror su l'inimiche schiere, e il balenar del ferro ingombrò il campo; qual se da l'Emo i corridori traci Marte sospinga, e seco in carro porti e morte e fuga; le agenoree schiere pallide danno il tergo e in rotta vanno: fassi della vil plebe aspro governo dagli altri tutti; ma Teseo non degna contro chi fugge usar la forza e l'armi. Così l'esangue ed abbattuta preda a i cani piace ed a i codardi lupi; ma si pasce il leon di nobil ira. E pure Olenio abbatte, e il fier Tamiro; l'uno scegliea da la faretra i dardi, l'altro alzava da terra un sasso immenso. Quindi i figli d'Alceo, c'hanno fidanza nella triplice union, con tre grand'aste tutti da lungi un dopo l'altro uccide: a Fileo il petto, ad Elope la gola, e nella spalla Japige trafisse. Poi con quattro destrier su carro eccelso Emone ei scorge, e orribil asta vibra. Quegli i destrieri timidi rivolge in fianco, e cede; lungo tratto vola la ferrea trave, e due cavalli uccide, ed il terzo fería; ma vi si oppose il timone, ed in sè ritenne il colpo. Ma gli altri non curando il gran Teseo, solo brama co i voti e colle grida il fier Creonte, e lui sol cerca e chiama. Ed ecco il vede dall'opposto corno esortar le sue schiere, e con minacce spingerle, lor malgrado, a la battaglia. Al comandar del duce, indietro il passo ritirano i Cecropii, e il lascian solo, affidati ne i Numi e in suo valore; ma l'altro i suoi ritiene, e li rappella e poi che vide che egualmente in ira era a i nemici ed a le proprie squadre, tutto raccolse il suo furore estremo, e infurïando disperatamente, lo fe' più audace la vicina morte. - Queste non son le verginali destre (dice) con cui pugnasti, e qui non sono di lievi targhe le guerriere armate. Qui pugnerai co i forti: e noi siam quelli per le cui mani il gran Tideo sen giace. Noi uccidemmo Ippomedonte altero, e noi mandammo Capaneo fra l'Ombre; e qual follia ti spinse a farne guerra? Mira color che a vendicare aspiri, come deformi giacciano e insepolti. - Così diss'egli, e lanciò l'asta indarno, chè lo scudo toccando, a terra cadde. Sorrise amaramente il fiero Egide, e disprezzando le minacce e il braccio, ferrata trave innalza, e il colpo libra; ma pria lo sgrida con parlar superbo: - Ombre argive insepolte, a cui consacro questa vittima infame in olocausto, spalancate l'Inferno, e preparate le Furie ultrici, ecco sen vien Creonte. - Vola la fatal asta, e l'aria fende, e le anella del giaco, ond'ei raddoppia, sotto l'usbergo, le difese al petto, smaglia e fracassa, e fuor per cento vie della rotta lorica il sangue sgorga. Cad'egli, e in morte gli occhi erranti scioglie. Teseo gli è sopra, e col gran pie' lo preme, e dell'armi lo spoglia, e lo rampogna: - Crudel, ti piace ancor le giuste fiamme dare agli estinti, e gl'infelici Greci coprir di terra? Or vanne, ove t'aspetta il dovuto supplizio; e va sicuro che il corpo tuo non mancherà d'avello. - Morto il tiranno, l'uno e l'altro campo mesce le insegne, e porgonsi le destre, e germoglia la pace in mezzo all'armi; ed ospite è Teseo, non più nemico. Lo pregano che il piede entro le mura ponga, ed onori i lor paterni alberghi; e lor compiace il vincitor cortese. Tutto va in festa, e con piacer l'accoglie la turba delle madri e delle spose. Così già domi i popoli del Gange, ebri e giulivi e 'l crin di fronde cinti, lodâr di Bacco i sacrifizi insani. Quando di grida e di femminei pianti suonâr le opposte selve, e giù da i colli sceser di Dirce le pelasghe madri e le vedove afflitte; in quella guisa che van talor le furïose Menadi chiamate al suon de i timpani e de' cimbali, che par, cotanto son feroci e tumide, che fuggan dal delitto, o che vi corrano. Godono ne i lamenti, e trionfando vanno fra i pianti: un impeto, un tumulto nasce fra lor; se prima al gran Teseo corrano a rendere i dovuti onori, o a incrudelire nel tiranno ucciso, o ad accender le fiamme a i corpi amati: vedovanza e pietà le guida a i corpi. Non io, sebben mi fecondasse il petto con cento voci alcun benigno Nume, dell'umil volgo e de i sublimi Regi cotanti roghi e tanti pianti insieme con degno carme raccontar potrei: come l'audace Evadne in mezzo al fuoco si lanciasse a cercar, del gran consorte per entro il seno, il fulmine celeste: come distesa su le fiere membra Deifile fra i baci il suo Tideo scolpando vada; come Argia racconti il furor de i custodi a la germana: con quali strida la parrasia madre chiami Partenopeo; Partenopeo, che serba ancor beltà nel volto esangue; Partenopeo, cui piansero ambi i campi. Non novello furor, novello Apollo tante cose potria stringer cantando. E già rotte ho le vele, e i remi stanchi, e già la nave mia domanda il porto. Ma tu, cara Tebaide, al cui lavoro sudai due stati sotto 'l Sirio ardente ed altrettanti verni infra le brume alsi e gelai, dopo la morte nostra avrai tu vita e fama? E fia che alcuno in questo nuovo stil ti legga e onori? Certo, so ben, tra i più sublimi ingegni, che te videro ancora incolta e rozza, molti vi son che me ne dan speranza. Vivi felice: e come l'altra un tempo l'orme seguì del gran Cantor di Manto, che innalzò al ciel con sì famosa tromba il figliuolo d'Anchise e della Diva; così tu ancor di nuovi fregi adorna nell'etrusca dolcissima favella l'armi pietose e 'l Capitan rispetta; e se ben nata su le stesse sponde, da lungi adora il Ferrarese Omero. E se avverrà che te l'invidia adombri, dileguerassi: e la futura etade ti darà forse i meritati onori; posciachè dal suo fral mio spirto sciolto, onde partì, ritornerà fra gli astri.
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