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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| Iliade - Libro II v.520 - 1170 |
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There are no translations available. Qualunque io poscia scorgerò che lungi dalla pugna si resti appo le navi neghittoso, non fia chi salvo il mandi dalla fame de' cani e degli augelli. Così disse, e al finir di sue parole mandâr gli Achivi un altissimo grido somigliante al muggir d'onda spezzata all'alto lido ove il soffiar la caccia di furioso Noto incontro ai fianchi di prominente scoglio, flagellato da tutti i venti e da perpetue spume. Si levâr frettolosi, si dispersero per le navi, destâr per tutto il lido globi di fumo, ed imbandîr le mense. Chi a questo dio sacrifica, chi a quello, al suo ciascun si raccomanda, e il prega di camparlo da morte nella pugna. Ma il re de' prodi Agamennóne un pingue toro quinquenne al più possente nume sagrifica, e convita i più prestanti: Nestore primamente e Idomenèo, quindi entrambi gli Aiaci, e di Tidèo l'inclito figlio, e sesto il divo Ulisse. Spontaneo venne Menelao, cui noto era il travaglio del fratello. E questi fêr di sé stessi una corona intorno alla vittima, e preso il salso farro nel mezzo Agamennóne orando disse: Glorioso de' nembi adunatore Massimo Giove abitator dell'etra, pria che il sole tramonti e l'aria imbruni, fa che fumanti al suol di Priamo io getti gli alti palagi, e d'ostil fiamma avvampi le regie porte; fa che la mia lancia squarci l'usbergo dell'ettòreo petto, e che dintorno a lui molti suoi fidi boccon distesi mordano la polve. Disse; ed il nume l'olocausto accolse, ma non il voto, e a lui più lutto ancora preparando venìa. Finito il prego e sparso il farro, ed incurvato all'ara della vittima il collo, la scannaro, la discuoiaro, ne squartâr le cosce, le rivestîr di doppio zirbo, e sopra poservi i crudi brani. Indi la fiamma d'aride schegge alimentando, a quella cocean gli entragni nello spiedo infissi. Adusti i fianchi, e fatto delle sacre viscere il saggio, lo restante in pezzi negli schidon confissero, ed acconcia- -mente arrostito ne levaro il tutto. Finita l'opra, apparecchiâr le mense, e a suo talento vivandò ciascuno. Di cibo sazi e di bevanda, prese a così dire il cavalier Nestorre: Re delle genti glorioso Atride Agamennón, si tolga ogni dimora all'impresa che in pugno il Dio ne pone. Degli araldi la voce alla rassegna chiami sul lido i loricati Achei, e noi scorriamo le raccolte squadre, e di Marte destiam l'ira e il desìo. Assentì pronto il sire, ed al suo cenno l'acuto grido degli araldi diede della pugna agli Achivi il fiero invito. Corsero quelli frettolosi; e i regi di Giove alunni, che seguìan l'Atride, li ponean ratti in ordinanza. Errava Minerva in mezzo, e le splendea sul petto incorrotta, immortal la prezïosa Egida da cui cento eran sospese frange conteste di finissim'oro, e valea cento tauri ogni gherone. In quest'arme la Diva folgorando concitava gli Achivi, ed accendea l'ardir ne' petti, e li facea gagliardi a pugnar fieramente e senza posa. Allor la guerra si fe' dolce al core più che il volger le vele al patrio nido. Siccome quando la vorace vampa sulla montagna una gran selva incende, sorge splendor che lungi si propaga; così al marciar delle falangi achive mandan l'armi un chiaror che tutto intorno di tremuli baleni il cielo infiamma. E qual d'oche o di gru volanti eserciti ovver di cigni che snodati il tenue collo van d'Asio ne' bei verdi a pascere lungo il Caïstro, e vagolando esultano su le larghe ale, e nel calar s'incalzano con tale un rombo che ne suona il prato; così le genti achee da navi e tende si diffondono in frotte alla pianura del divino Scamandro, e il suol rimbomba sotto il piè de' guerrieri e de' cavalli terribilmente. Nelle verdi lande del fiume s'arrestâr gremìti e spessi come le foglie e i fior di primavera. Conti lo sciame dell'impronte mosche che ronzano in april nella capanna, quando di latte sgorgano le secchie, chi contar degli Achei desìa le torme anelanti de' Teucri alla rovina. Ma quale è de' caprai la maestrìa nel divider le greggie, allor che il pasco le confonde e le mesce, a questa guisa in ordinate squadre i capitani schieravano gli Achivi alla battaglia. Agamennón qual tauro era nel mezzo, che nobile e sovrana alza la fronte sovra tutto l'armento e lo conduce: e tal fra tanti eroi Giove gl'infonde e garbo e maestà, che Marte al cinto, Nettunno al petto, e il Folgorante istesso negli sguardi somiglia e nella testa. Muse dell'alto Olimpo abitatrici, or voi ne dite (ché voi tutte, o Dive, riguardate le cose e le sapete: a noi nessuna è conta, e ne susurra di fuggitiva fama un'aura appena), dite voi degli Achivi i condottieri. Della turba infinita io né parole farò né nome, ché bastanti a questo non dieci lingue mi sarìan né dieci bocche, né voce pur di ferreo petto. Di tutta l'oste ad Ilio navigata divisar la memoria altri non puote che l'alme figlie dell'Egìoco Giove. Sol dunque i duci, e sol le navi io canto. Erano de' Beozi i capitani Arcesilao, Leìto e Penelèo e Protenore e Clonio, e traean seco d'Iria i coloni e d'Aulide petrosa, con quei di Scheno e Scolo, e quei dell'erta Eteono e di Tespia, e quei che manda la spazïosa Micalesso e Grea; e quei che d'Arma la contrada edùca, ed Ilesio ed Erìtre ed Eleone e Peteone ed Ila ed Ocalèa. Seguono i prodi della ben costrutta Medeone e di Cope, e gli abitanti d'Eutresi e Tisbe di colombe altrice. Di Coronèa vien dopo e dell'erbosa Alïarto e di Glissa e di Platèa e d'Ipotebe dalle salde mura una gran torma: ed altri abbandonaro le sacrate a Nettunno inclite selve d'Onchesto, e d'Arne i pampinosi colli; altri il pian di Midèa; altri di Nisa gli almi boschetti, e gli ultimi confini d'Antèdone. Di questi eran cinquanta le navi, e ognuna cento prodi e venti, fior di beozia gioventù, portava. Dell'Orcomèno Minïèo gli eletti, misti a quei d'Aspledóne, hanno a lor duci Ascalafo e Ialmeno, ambo di Marte egregia prole. Ne' secreti alberghi d'Attore Azìde partorilli Astioche vereconda fanciulla, alle superne stanze salita, e al forte iddio commista in amplesso furtivo. Eran di questi trenta le navi che schierârsi al lido. Regge la squadra de' Focensi il cenno di Schedio e d'Epistròfo, incliti figli del generoso Naubolìde Ifìto. Invìa questi guerrier la discoscesa balza di Pito, e Ciparisso e Crissa, gentil paese, e Daulide e Panope. D'Anemoria e di Jampoli van seco gli abitatori, e quei che del Cefiso beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa domano i gioghi alle cefisie fonti. Son quaranta le prore al mar fidate da questi prodi, e tutte in ordinanza de' Beozî disposte al manco lato. Di Locride guidava i valorosi Aiace d'Oïlèo, veloce al corso. Di tutta la persona egli è minore del Telamonio, né minor di poco; ma picciolo quantunque e non coperto che di lino torace, ei tutti avanza e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta. Di Cino, di Callïaro e d'Opunte lo seguono i deletti, e quei di Bessa, e quei che i colti dell'amena Augèe e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa ai duri agresti, e quei di Tronio a cui il Boagrio torrente i campi allaga. Venti e venti il seguìan preste carene della locrese gioventù venuta di là dai fini della sacra Eubèa. Ma gl'incoli d'Eubèa gli arditi Abanti, Eretrïensi, Calcidensi, e quelli dell'aprica vitifera Istïea, e di Cerinto e in una i marinari, e i montanari dell'alpestre Dio, e quei di Stira e di Caristo han duce il bellicoso Elefenòr, figliuolo di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti. Snellissimi di piè portan costoro fiocchi di chiome su la nuca, egregi combattitori, a maraviglia sperti nell'abbassar la lancia, e sul nemico petto smagliati fracassar gli usberghi. E quaranta di questi eran le vele. Della splendida Atene ecco gli eroi, popolo del magnanimo Erettèo cui l'alma terra partorì. Nudrillo ed in Atene il collocò Minerva alla sant'ombra de' suoi pingui altari, ove l'attica gente a statuito giro di soli con agnelli e tauri placa la Diva. Guidator di questi era il Petìde Menestèo. Non vede pari il mondo a costui nella scïenza di squadronar cavalli e fanti. Il solo Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince. Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a queste sei altre e sei di Salamina uscite, al Telamonio Aiace obbedienti. Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo mandava la pianura e la superba d'ardue mura Tirinto e le di cupo golfo custodi Ermïone ed Asìne. Con essi di Trezene e della lieta di pampini Epidauro e d'Eïone venìa la squadra; e dopo questa un fiero di giovani drappello che d'Egina lasciò gli scogli e di Masete. A questi tre sono i duci, il marzio Dïomede, Stènelo dell'altero Capanèo diletta prole, e il somigliante a nume Eurïalo figliuol di Mecistèo Talaionide. Ma del corpo tutto condottiero supremo è Dïomede. E sono ottanta di costor le antenne. Ma ben cento son quelle a cui comanda il regnatore Agamennóne Atride. Sua seguace è la gente che gl'invìa la regale Micene e l'opulenta Corinto, e quella della ben costrutta Cleone e quella che d'Ornee discende, e dall'amena Aretirèa. Né scarsa fu de' suoi Sicïon, seggio primiero d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte le marittime prode, e tutta intorno d'Elice la campagna impoverîrsi d'abitatori. E questa truppa è fiore di gagliardi, e la più di quante allora schierârsi in campo. D'arme rilucenti iva il duce vestito, ed esultava in suo segreto del vedersi il primo fra tanti eroi; e veramente egli era il maggior di que' regi, e conducea il maggior nerbo delle forze achive. Il concavo di balze incoronato lacedemonio suol Sparta e Brisèe, e Fari e Messa di colombe altrice, e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada, Etila ed Elo al mar giacente e Laa, queste tutte spedîr sovra sessanta prore i lor figli; e Menelao li guida aïtante guerrier. Disgiunta ei tiene dalla fraterna la sua schiera, e forte del suo proprio valor la sprona all'armi, di vendicar su i Teucri impazïente l'onta e i sospir della rapita Elèna. Di novanta navigli capitano veniva il veglio cavalier Nestorre. Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo, e della ben fondata Epi, con quelli a cui Ciparissente e Anfigenìa sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio, Dorio famosa per l'acerbo scontro che col tracio Tamiri ebber le Muse il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi dell'ecaliese Eurìto ei fea ritorno. Millantava costui che vinte avrìa al paragon del canto anco le Muse, le Muse figlie dell'Egìoco Giove. Adirate le dive al burbanzoso tolser la luce e il dolce canto e l'arte delle corde dilette animatrice. Seguìa l'arcade schiera dalle falde del Cillene discesa e dai contorni del tumulo d'Epìto, esperta gente nel ferir da vicino. Uscìa con essa di campestri garzoni una caterva, che del Fenèo li paschi e il pecoroso Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe e di Strazia i coloni e di Tegèa, e quei d'Enispe tempestosa, e quelli cui dell'amena Mantinèa nutrisce l'opima gleba e la stinfalia valle e la parrasia selva. Avean costoro spiegate al vento di cinquanta e dieci navi le vele, che a varcar le negre onde lor diè lo stesso rege Atride Agamennóne; perocché di studi marinareschi all'Arcade non cale. D'intrepidi nell'arme e sperti petti iva carca ciascuna, e la reggea d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre. La squadra che consegue, e si divide quadripartita, ha quattro duci, e ognuno a dieci navi accenna. Le montaro molti Epèi valorosi, e gli abitanti di Buprasio e del sacro elèo paese, e di tutto il terren che tra il confine di Mirsino ed Irmino si racchiude, e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio. Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco guida il primo squadron, Talpio il secondo egregio seme dell'Eurìto Attòride; Dïore il terzo, generosa prole d'Amarincèo. Del quarto è correttore il simigliante a nume Polisseno, germe dell'Augeïade Agastene. Ai forti di Dulichio e delle sacre Echinadi isolette, che rimpetto alle contrade elèe rompon l'opposto pelago, a questi è condottier Megete, di sembiante guerrier pari a Gradivo. Il generò Filèo diletto a Giove, buon cavalier che dai paterni un giorno odii sospinto alla dulichia terra migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio quaranta prore ad Ilïon guidava. Dei prodi Cefaleni, abitatori d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso, di Crocilèa, di Samo e di Zacinto e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto continente, di tutti è duce Ulisse vero senno di Giove; e lo seguièno dodici navi di vermiglio pinte. Ne spinge in mar quaranta il capitano degli Etoli Toante, a cui fu padre Andrèmone; e traea seco le torme di Pleurone, d'Oleno e di Pilene, quelle dell'aspra Calidone e quelle di Calcide. E raccolta era in Toante degli Etòli la somma signorìa da che la Parca i figli ebbe percosso del magnanimo Enèo, posto col biondo Meleagro infelice ei pur sotterra. Il gran mastro di lancia Idomenèo guida i Cretesi che di Gnosso usciro, di Litto, di Mileto e della forte Gortina e dalla candida Licasto e di Festo e di Rizio, inclite tutte popolose contrade, ed altri molti dell'alma Creta abitator, di Creta che di cento città porta ghirlanda. Di questi tutti Idomenèo divide col marzio Merïon la glorïosa capitananza; e ottanta navi han seco. Nove da Rodi ne varâr gli alteri Rodïani per l'isola partiti in triplice tribù: Lindo, Jaliso, e il biancheggiante di terren Camiro. L'Eraclide Tlepòlemo è lor duce, grande e robusto battaglier che al forte Ercole un giorno Astïochèa produsse, cui d'Efira e dal fiume Selleente seco addusse l'eroe, poiché distrutto v'ebbe molte cittadi e molta insieme gioventù generosa. Entro i paterni fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto di subitaneo colpo a morte mise Licinnio, al padre avuncolo diletto, e canuto guerrier. Ratto costrusse alquante navi l'uccisore, e accolti molti compagni, si fuggì per l'onde, l'ira vitando e il minacciar degli altri figli e nipoti dell'erculeo seme. Dopo error molti e stenti i fuggitivi toccâr di Rodi il lido, e qui divisi tutti in tre parti posero la stanza: e il gran re de' mortali e degli Dei li dilesse, e su lor piovve la piena d'infinita mirabile ricchezza. Nirèo tre navi conducea da Sima, Nirèo d'Aglaia figlio e di Caropo, Nirèo di quanti navigaro a Troia il più vago, il più bel, dopo il Pelìde beltà perfetta. Ma un imbelle egli era; e turba lo seguìa di pochi oscuri. Quei che tenean Nisiro e Caso e Cràpato e Coo seggio d'Euripilo, e le prode dell'isole Calidne, il cenno regge d'Antifo e di Fidippo, ambo figliuoli di Tessalo Eraclìde. E trenta navi aravano a costor l'onda marina. Ditene adesso, o Dive, i valorosi d'Alo e d'Alope e del pelasgic'Argo e di Trachine; né di Ftia né d'Ellade, di bellissime donne educatrice, gli eroi tacete, Mirmidon chiamati, ed Elleni ed Achei. Sopra cinquanta prore a costoro è capitano Achille. Ma di guerra in que' cor tace il pensiero, ch'ei più non hanno chi a pugnar li guidi. Il divino Pelìde appo le navi neghittoso si giace, e della tolta Briseide l'ira si smaltisce in petto, bella di belle chiome alma fanciulla che in Lirnesso ei s'avea con molto affanno conquistata per mezzo alla ruïna di Lirnesso e di Tebe, a morte spinti del bellicoso Eveno ambo i figliuoli Epistrofo e Minete. Per costei languìa nell'ozio il mesto eroe; ma il giorno del suo destarsi all'armi era vicino. Quei che Filàce e la fiorita Pìrraso, terra a Cerere sacra, e la feconda di molto gregge Itóne, e quei che manda la marittima Antrone e di Ptelèo l'erboso suol, reggea, mentre che visse, il marzïal Protesilao. Ma lui la negra terra allor chiudea nel seno, e la moglie in Filàce derelitta le belle gote lacerava, e tutta vedova del suo re piangea la casa. Primo ei balzossi dalle navi, e primo trafitto cadde dal dardanio ferro: ma senza duce non restò sua schiera, ché Podarce or la guida, esimio figlio del Filacide Ificlo, che di pingui lanose torme avea molta ricchezza. Del magnanimo ucciso era Podarce minor germano; ma perché quel grande non pur d'anni il vincea, ma di prodezza, l'egregio estinto duce era pur sempre di sua schiera il desìo. Di questa squadra son quaranta le navi in ordinanza. Gli abitator di Fere, appo il bebèo stagno, e quelli di Bebe e di Glafira e dell'alta Jaolco avean salpato con undici navigli. Eumelo è duce, germe caro d'Admeto, e la divina in fra le donne Alcesti il partorìo, delle figlie di Pelia la più bella. Di Metone, Taumacia e Melibèa e dell'aspra Olizone era venuto con sette prore un fier drappello, e carca di cinquanta gagliardi era ciascuna, sperti di remo e d'arco e di battaglia. Famoso arciero li reggea da prima Filottete; ma questi egro d'acuti spasmi ora giace nella sacra Lenno, ove da tetra di pestifer angue piaga offeso gli Achei l'abbandonaro. Ma dell'afflitto eroe gl'ingrati Argivi ricorderansi, e in breve. Intanto il fido suo stuol si strugge del desìo di lui, ma non va senza duce. Lo governa Medon cui spurio figlio ad Oïlèo eversor di città Rena produsse. Que' poi che Tricca e la scoscesa Itome ed Ecalia tenean seggio d'Eurito, han capitani d'Esculapio i figli, della paterna medic'arte entrambi sperti assai, Podalirio e Macaone. Fan trenta navi di costor la schiera. Ormenio, Asterio e l'iperèe fontane, e del Titano le candenti cime i lor prodi mandâr sotto il comando del chiaro figlio d'Evemone Eurìpilo da quaranta carene accompagnato. D'Argissa e di Girton, d'Orte e d'Elona e della bianca Oloossona i figli procedono suggetti al fermo e forte Polipete, figliuol di Piritòo, del sempiterno Giove inclito seme; e generollo a Piritòo l'illustre Ippodamìa quel dì che dei bimembri irti Centauri ei fe' l'alta vendetta, e li cacciò dal Pelio, e agli Eticesi li confinò. Né solo è Polipete, ma seco è Leontèo, marzio germoglio del Cenìde magnanimo Corone. e questa è squadra di quaranta antenne. Venti da Cifo e due Gunèo ne guida d'Enïeni onerose e di Perebi, franchi soldati, e di color che intorno alla fredda Dodona avean la stanza, e di quelli che solcano gli ameni campi cui l'onda titaresia irriga, rivo gentil che nel Penèo devolve le sue bell'acque, né però le mesce con gli argenti penèi, ma vi galleggia come liquida oliva; ché di Stige (giuramento tremendo) egli è ruscello. Ultimo vien di Tentredone il figlio il veloce Protòo, duce ai Magneti dal bel Penèo mandati e dal frondoso Pelio. Il seguìan quaranta navi. E questi fur dell'achiva armata i capitani. Dimmi or, Musa, chi fosse il più valente di tanti duci e de' cavalli insieme che gli Atridi seguîr. Prestanti assai eran le ferezïadi puledre ch'Eumèlo maneggiava, agili e ratte come penna d'augello, ambe d'un pelo, d'età pari e di dosso a dritto filo. Il vibrator del curvo arco d'argento Febo educolle ne' pïerii prati, e portavan di Marte la paura nelle battaglie. Degli eroi primiero era l'Aiace Telamonio, mentre perseverò nell'ira il grande Achille, il più forte di tutti; e innanzi a tutti ivan di pregio i corridor portanti l'incomparabil Tessalo. Ma questi nelle ricurve navi si giacea inoperoso, e sempre spirante ira contro l'Atride Agamennóne. Intanto lunghesso il mare al disco, all'asta, all'arco i suoi guerrieri si prendean diletto. Ozïosi i cavalli appo i lor cocchi pasceano l'apio paludoso e il loto, e i cocchi si giacean coperti e muti nelle tende dei duci, e i duci istessi, del bellicoso eroe desiderosi, givan pel campo vagabondi e inerti. Movean le schiere intanto in vista eguali a un mar di foco inondator, che tutta divorasse la terra; ed alla pesta de' trascorrenti piedi il suol s'udìa rimbombar. Come quando il fulminante irato Giove Inarime flagella duro letto a Tifèo, siccome è grido; così de' passi al suon gemea la terra. Mentre il campo traversano veloci gli Achei, col piè che i venti adegua, ai Teucri Iri discese di feral novella apportatrice, e la spedìa di Giove un comando. Tenean questi consiglio giovani e vecchi, congregati tutti ne' regali vestiboli. Mischiossi tra lor la Diva, di Polìte assunta l'apparenza e la voce. Era Polìte di Priamo un figlio che, del piè fidando nella prestezza, stavasi de' Teucri esploratore al monumento in cima dell'antico Esïeta, e vi spïava degli Achivi la mossa. In queste forme trasse innanzi la Diva, e al re conversa, Padre, disse, che fai? Sempre a te piace il molto sermonar come ne' giorni della pace; né pensi alla ruina che ne sovrasta. Molte pugne io vidi, ma tali e tante non vid'io giammai ordinate falangi. Numerose al pari delle foglie e dell'arene procedono nel campo a dar battaglia sotto Troia. Tu dunque primamente, Ettore, ascolta un mio consiglio, e il poni ad effetto. Nel sen di questa grande città diversi di diverse lingue abbiam guerrieri di soccorso. Ognuno de' lor duci si ponga alla lor testa, e tutti in punto di pugnar li metta. Conobbe Ettorre della Dea la voce, e di subito sciolse il parlamento. Corresi all'armi, si spalancan tutte le porte, e folti sboccano in tumulto fanti e cavalli. Alla città rimpetto solitario nel piano ergesi un colle a cui s'ascende d'ogni parte. È detto da' mortai Batïèa, dagl'immortali tomba dell'agilissima Mirinna; ivi i Teucri schierârsi e i collegati. Capitan de' Troiani è il grande Ettorre, d'eccelso elmetto agitator. Lo segue de' più forti guerrier schiera infinita coll'aste in pugno di ferir bramose. Ai Dardani comanda il valoroso figliuol d'Anchise Enea cui la divina Venere in Ida partorì, commista Diva immortale ad un mortal; ned egli solo comanda, ma ben anco i due Antenòridi Archìloco e Acamante in tutte guise di battaglia esperti. Quei che dell'Ida alle radici estreme hanno stanza in Zelèa ricchi Troiani la profonda beventi acqua d'Asepo, Pandaro guida, licaonio figlio, cui fe' dono dell'arco Apollo istesso. Della città d'Apesio e d'Adrastèa, di Pitïèa la gente e dell'eccelsa ferèa montagna han duci Adrasto ed Anfio corazzato di lino, ambo rampolli di Merope Percosio. Era costui divinator famoso, ed a' suoi figli non consentìa l'andata all'omicida guerra. Ma i figli non l'udir; ché nero a morir li traea fato crudele. Mandâr Percote e Prazio e Sesto e Abido e la nobile Arisba i lor guerrieri, ed Asio li conduce, Asio figliuolo d'Irtaco, e prence che d'Arisba venne da fervidi portato alti cavalli alla riviera sellentèa nudriti. Dalla pingue Larissa i furibondi lanciatori pelasghi Ippòtoo mena con Pilèo, bellicosi ambo germogli del pelasgico Leto Teutamìde. Acamante e l'eroe duce Piròo i Traci conducean quanti ne serra l'estuoso Ellesponto; ed i Cicòni del giavellotto vibratori, Eufemo del Ceade Trezeno alto nipote; poi Pirecme i Peòni a cui sul tergo suonan gli archi ricurvi, e gli spedisce la rimota Amidone, e l'Assio, fiume di larga correntìa, l'Assio di cui non si spande ne' campi onda più bella. Dall'èneto paese ov'è la razza dell'indomite mule, conducea di Pilemene l'animoso petto i Paflagoni, di Citoro e Sèsamo e di splendide case abitatori lungo le rive del Partenio fiume, e d'Egiàlo e di Cromna e dell'eccelse balze eritine. Li seguìa la squadra degli Alizoni d'Alibe discesi, d'Alibe ricca dell'argentea vena. Duci a questi eran Hodio ed Epistròfo, e Cromi ai Misii e l'indovino Ennòmo. Ma con gli augurii il misero non seppe schivar la Parca. Sotto l'asta ei cadde del Pelìde, quel dì che di nemica strage vermiglio lo Scamandro ei fece. Forci ed Ascanio dëiforme al campo dall'Ascania traean le frigie torme di commetter battaglia impazïenti. Di Pilemene i figli Antifo e Mestle, alla gigèa palude partoriti, ai Meonii eran duci, a quelli ancora che alla falda del Tmolo ebber la vita. Quindi i Carii di barbara favella di Mileto abitanti e del frondoso monte de' Ftiri e del meandrio fiume e dell'erte di Mìcale pendici. Anfimaco a costor con Naste impera, figli di Nomïon, Naste un prudente, Anfimaco un insano. Iva alla pugna carco d'oro costui come fanciulla: stolto! ché l'oro allontanar non seppe l'atra morte che il giunse allo Scamandro. Ivi il ferro achilleo lo stese, e l'oro preda del forte vincitor rimase. Venìan di Licia alfine, e dai rimoti gorghi del Xanto i Licii, e li guidava l'incolpabile Glauco e Sarpedonte.
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