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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| Iliade - Libro V v.615 - 1205 |
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There are no translations available. Destâr la forza e il cor d'ogni guerriero queste parole. Sarpedon con aspre rampogne allora rabbuffando Ettorre, Dove andò, gli dicea, l'alto valore che poc'anzi t'avevi? E pur t'udimmo vantarti che tu sol senza l'aita de' collegati, e co' tuoi soli affini e co' fratei bastavi alla difesa della città. Ma niuno io qui ne veggo, niun ne ravviso di costor, ché tutti trepidanti s'arretrano siccome timidi veltri intorno ad un leone: e qui frattanto combattiam noi soli, noi venuti in sussidio. Io che mi sono pur della lega, di lontana al certo parte mi mossi, dalla licia terra, dal vorticoso Xanto, ove la cara moglie ed un figlio pargoletto e molti lasciai di quegli averi a cui sospira l'uomo mai sempre bisognoso. E pure alleato, qual sono, i miei guerrieri esorto alla battaglia, ed io medesmo sto qui pronto a pugnar contra costui, benché qui nulla io m'abbia che il nemico rapir mi possa, né portarlo seco. E tu ozïoso ti ristai? né almeno agli altri accenni di far fronte, e in salvo por le consorti? Guàrdati, che presi, siccome in ragna che ogni cosa involve, non divenghiate del crudel nemico cattura e preda, e ch'ei tra poco al suolo la vostr'alma cittade non adegui. A te tocca l'aver di ciò pensiero e giorno e notte, a te dell'alleanza i capitani supplicar, che fermi resistano al lor posto, e far che niuna cagion più sorga di rampogne acerbe. D'Ettore al cor fu morso amaro il detto di Sarpedonte, sì che tosto a terra saltò dal cocchio in tutto punto, e l'asta scotendo ad animar corse veloce d'ogni parte i Troiani alla battaglia, e destò mischia dolorosa. Allora voltâr la fronte i Teucri, e impetuosi fêrsi incontro agli Achei, che stretti insieme gli aspettâr di piè fermo e senza tema. Come allor che di Zefiro lo spiro disperde per le sacre aie la pula, mentre la bionda Cerere la scevra dal suo frutto gentil, che il buon villano vien ventilando; lo leggier spulezzo tutta imbianca la parte ove del vento lo sospinge il soffiar: così gli Achivi inalbava la polve al cielo alzata dall'ugna de' cavalli entrati allora sotto la sferza degli aurighi in zuffa. Difilati portavano i Troiani il valor delle destre, e furïoso li soccorrea Gradivo discorrendo il campo tutto, e tutta di gran buio la battaglia coprendo. E sì di Febo i precetti adempìa, di Febo Apollo d'aurea spada precinto, che comando dato gli avea d'accendere ne' Teucri l'ardimento guerrier, vista partire l'aiutatrice degli Achei Minerva. Fuori intanto de' pingui aditi sacri Enea messo da Febo, e per lui tutto di gagliardìa ripieno appresentossi a' suoi compagni che gioîr, vedendo vivo e salvo il guerriero e rintegrato delle pristine forze. Ma gravarlo d'alcun dimando il fier nol consentìa lavor dell'armi che dell'arco il divo sire eccitava, e l'omicida Marte, e la Discordia ognor furente e pazza. D'altra parte gli Aiaci e Dïomede e il re dulìchio anch'essi alla battaglia raccendono gli Achei già per sé stessi né la furia tementi né le grida de' Dardani, ma fermi ad aspettarli. Quai nubi che de' monti in su la cima immote arresta di Saturno il figlio quando l'aria è tranquilla e il furor dorme degli Aquiloni o d'altro impetuoso di nubi fugator vento sonoro; di piè fermo così senza veruno pensier di fuga attendono gli Achivi de' Troiani l'assalto. E Agamennóne per le file scorrendo, e molte cose d'ogni parte avvertendo, Amici, ei grida, uomini siate e di cor forte, e ognuno nel calor della pugna il guardo tema del suo compagno. De' guerrier che infiamma generoso pudore, i salvi sono più che gli uccisi; chi rossor di fuga non sente, ha persa coll'onor la forza. Scagliò l'asta, ciò detto, ed un guerriero percosse de' primai, commilitone del magnanimo Enea, Dëicoonte, di Pèrgaso figliuol tenuto in pregio dai Teucri al paro che di Priamo i figli, perché presto a pugnar sempre tra' primi. Colpillo Atride nell'opposto scudo che difesa non fece. Trapassollo tutto la lancia, e per lo cinto all'imo ventre discese. Strepitoso ei cadde, e l'armi rimbombâr sovra il caduto. Enea diè morte di rincontro a due valentissimi, Orsiloco e Cretone, figli a Dïòcle, della ben costrutta città di Fere un ricco abitatore. Scendea costui dal fiume Alfeo che largo la pilia terra di bell'acque inonda: Alfèo produsse Orsiloco di molte genti signore, Orsiloco Dïòcle, e Dïòcle costor, mastri di guerra d'un sol parto acquistati. Aveano entrambi già fatti adulti navigato a Troia per onor degli Atridi, e qui la vita entrambi terminâr. Quai due leoni, cui la madre sul monte entro i recessi d'alto speco educò, fan ruba e guasto delle mandre, de' greggi e delle stalle, finché dal ferro de' pastor raggiunti caggiono anch'essi; e tali allor dall'asta d'Enea percossi caddero costoro col fragor di recisi eccelsi abeti. Strinse pietà dei due caduti il petto del prode Menelao, che tosto innanzi si spinse di lucenti armi vestito l'asta squassando. E Marte, che domarlo per man d'Enea fa stima, il cor gli attizza. Del magnanimo Nestore il buon figlio Antiloco osservollo, e un qualche danno paventando all'Atride, un qualche grave storpio all'impresa degli Achei, processe nell'antiguardo. Già s'aveano incontro abbassate le picche i due campioni pronti a ferir, quando d'Atride al fianco Antiloco comparve: e di due tali viste le forze in un congiunte, Enea, benché prode guerriero, retrocesse. Trassero questi tra gli Achei gli estinti Orsiloco e Cretone, e d'ambedue le miserande spoglie in man deposte degli amici, dier volta, e nella pugna novellamente si mischiâr tra' primi. Fu morto il duce allor de' generosi scudati Paflagoni, il marziale Pilemene. Il ferì d'asta alla spalla l'Atride Menelao. Lo suo sergente ed auriga Midon, gagliardo figlio d'Antimnio, cadde per la man d'Antiloco. Dava questo Midon, per via fuggirsi, la volta al cocchio. Antiloco nel pieno del cubito il ferì con tale un colpo di sasso, che gittògli al suol le belle eburnee briglie. Gli fu tosto sopra il feritor col brando, e su la tempia d'un dritto l'attastò, che giù dal carro lo travolse, e ficcògli nella sabbia testa e spalle. Anelante in quello stato ei restossi gran pezza, ché profondo era il sabbion; finché i destrier del tutto lo riversâr calpesto nella polve. Diè lor di piglio Antiloco, e veloce col flagello li spinse al campo acheo. Com'Ettore di mezzo all'ordinanze vide lor prove, impetuoso mosse con alte grida ad investirli, e dietro de' Teucri si traea le forti squadre cui Marte è duce e la feral Bellona. Bellona in compagnìa vien dell'orrendo tumulto della zuffa; e Marte in pugno palleggia un'asta smisurata, e or dietro or davanti cammina al grande Ettorre. Turbossi a quella vista il bellicoso Tidìde; e quale della strada ignaro vïator che trascorsa un'ampia landa giunge a rapido fiume che mugghiante l'onda del mar devolve, e visto il flutto che freme e spuma, di fuggir s'affretta l'orme sue ricalcando: a questa guisa retrocesse il Tidìde, e al suo drappello volgendo le parole: Amici, ei disse, qual fia stupor se forte d'asta e audace combattente si mostra il duce Ettorre? Sempre al fianco gli viene un qualche iddio che alla morte l'invola; ed or lo stesso Marte in sembianza d'un mortal l'assiste. Non vogliate attaccar dunque co' numi ostinata contesa, e date addietro, ma col viso ognor vòlto all'inimico. Mentr'egli sì dicea, scagliârsi i Teucri addosso alla sua schiera. E quivi Ettorre a morte mise due guerrier, nell'armi assai valenti e in un sol cocchio ascesi, Anchïalo e Meneste. Ebbe di loro pietade il grande Telamonio Aiace, e féssi avanti e stette, e la lucente asta lanciando, Anfio colpì, che figlio di Selago tenea suo seggio in Peso ricco d'ampie campagne. Ma la nera Parca ad Ilio il menò confederato del re troiano e de' suoi figli. Il colse sul cinto il lungo telamonio ferro, e nell'imo del ventre si confisse. Diè cadendo un rimbombo, e a dispogliarlo corse l'illustre vincitor; ma un nembo i Troiani piovean di frecce acute che d'irta selva gli coprîr lo scudo. Ben egli al morto avvicinossi, e il petto calcandogli col piè, la fulgid'asta ne sferrò, ma dall'omero le belle armi rapirgli non poteo: sì densa la grandine il premea delle saette. E temendo l'eroe nol circuisse de' Troiani la piena, che ristretti erano e molti e poderosi, e tutti con armi d'ogni guisa e d'ogni tiro ad incalzarlo, a repulsarlo intesi, ei benché forte e di gran corpo e d'alto ardir diè volta, e si ritrasse addietro. Mentre questi alle mani in questa parte si travaglian così, nemico fato contra l'illustre Sarpedon sospinse l'Eraclide Tlepòlemo, guerriero di gran persona e di gran possa. Or come a fronte si trovâr quinci il nepote e quindi il figlio del Tonante Iddio, Tlepòlemo primiero così disse: Duce de' Licii Sarpedon, qual uopo rozzo in guerra a tremar qua ti condusse? È mentitor chi dell'Egìoco Giove germe ti dice. Dal valor dei forti, che nell'andata età nacquer di lui, troppo lungi se' tu. Ben altro egli era il mio gran genitor, forza divina, cuor di leone. Qua venuto un giorno a via menar del re Laomedonte i promessi destrieri, egli con sole sei navi e pochi armati Ilio distrusse, e vedovate ne lasciò le vie. Tu sei codardo, tu a perir qui traggi i tuoi soldati, tu veruna aita, col tuo venir di Licia, non darai alla dardania gente; e quando pure un gagliardo ti fossi, il braccio mio qui stenderatti e spingeratti a Pluto. E di rimando a lui de' Licii il duce: Tlepòlemo, le sacre iliache mura Ercole, è ver, distrusse, e la scempiezza del frigio sire il meritò, che ingrato al beneficio con acerbi detti oltraggiollo; e i destrieri, alta cagione di sua venuta, gli negò. Ma i vanti paterni non torran che la mia lancia qui non ti prostri. Tu morrai: son io che tel predìco, e a me l'onor qui tosto darai della vittoria, e l'alma a Pluto. Ciò detto appena, sollevaro in alto i ferrati lor cerri ambo i guerrieri, ed ambo a un tempo gli scagliâr. Percosse Sarpedonte il nemico a mezzo il collo, sì che tutto il passò l'asta crudele, e a lui gli occhi coperse eterna notte. Ma il telo uscito nel medesmo istante dalla man di Tlepòlemo la manca coscia ferì di Sarpedon. Passolla infino all'osso la fulminea punta, ma non diè morte, ché vietollo il padre. Accorsero gli amici, e dal tumulto sottrassero l'eroe che del confitto telo di molto si dolea, né mente v'avea posto verun, né s'avvisava di sconficcarlo dalla coscia offesa, onde espedirne il camminar: tant'era del salvarlo la fretta e la faccenda. Dall'altra parte i coturnati Achei di Tlepòlemo anch'essi dalla pugna ritraggono la salma. Al doloroso spettacolo la forte alma d'Ulisse si commosse altamente; e in suo pensiero divisando ne vien s'ei prima insegua di Giove il figlio, o più gli torni il darsi alla strage de' Licii. Alla sua lancia non concedean le Parche il porre a morte del gran Tonante il valoroso seme. Scagliasi ei dunque da Minerva spinto nella folta dei Licii, e quivi uccide l'un sovra l'altro Alastore, Cerano, Cromio, Pritani, Alcandro, e Noemone ed Alio: e più n'avrìa di lor prostrati il divino guerrier, se il grande Ettorre di lui non s'accorgea. Tra i primi ei dunque processe di corrusche armi splendente, e portante il terror ne' petti argivi. Come il vide vicin fe' lieto il core Sarpedonte, e con voce lamentosa: Generoso Prïamide, dicea, non lasciarmi giacer preda al nemico: mi soccorri, e la vita m'abbandoni nella vostra città, poiché m'è tolto il tornarmi al natìo dolce terreno, e d'allegrezza spargere la mia diletta moglie e il pargoletto figlio. Non rispose l'eroe; ma desïoso di vendicarlo e ricacciar gli Achivi colla strage di molti, oltre si spinse. In questo mezzo la pietosa cura de' compagni adagiò sotto un bel faggio a Giove sacro Sarpedonte, e il telo dalla piaga gli svelse il valoroso diletto amico Pelagon. Nell'opra svenne il ferito, e s'annebbiò la vista; ma l'aura boreal, che fresca intorno ventavagli, tornò ne' primi uffici della vita gli spirti; e nell'anelo petto affannoso ricreògli il core. Da Marte intanto e dall'ardente Ettorre assaliti gli Achei né paurosi verso le navi si fuggìan, né arditi farsi innanzi sapean. Ma quando il grido corse tra lor che Marte era co' Teucri, indietro si piegâr sempre cedendo. Or chi prima, chi poi fu l'abbattuto dal ferreo Marte e dall'audace Ettorre? Teutrante che sembianza avea d'un Dio, l'agitatore di cavalli Oreste, il vibrator di lancia Etolio Treco, e l'Enopide Elèno, ed Enomào, e d'armi adorno di color diverso Oresbio che a far d'oro alte conserve posto il pensier, tenea suo seggio in Ila appo il lago Cefisio ov'altri assai opulenti Beozi avean soggiorno. Tale e tanta d'Achivi occisïone Giuno mirando, a Pallade si volse, e con preste parole: Ohimè! le disse, invitta figlia dell'Egìoco Giove, se libera lasciam dell'omicida Marte la furia, indarno a Menelao noi promettemmo dell'iliache torri la caduta, e felice il suo ritorno. Or via, scendiamo, e di valor noi pure facciam prova laggiù. Disse, e Minerva tenne l'invito. Allor la veneranda Saturnia Giuno ad allestir veloce corse i d'oro bardati almi destrieri. Immantinente al cocchio Ebe le curve ruote innesta. Un ventaglio apre ciascuna d'otto raggi di bronzo, e si rivolve sovra l'asse di ferro. Il giro è tutto d'incorruttibil oro, ma di bronzo le salde lame de' lor cerchi estremi. Maraviglia a veder! Son puro argento i rotondi lor mozzi, e vergolate d'argento e d'ôr del cocchio anco le cinghie con ambedue dell'orbe i semicerchi, a cui sospese consegnar le guide. Si dispicca da questo e scorre avanti pur d'argento il timone, in cima a cui Ebe attacca il bel giogo e le leggiadre pettiere; e queste parimenti e quello d'auro sono contesti. Desïosa Giuno di zuffe e del rumor di guerra, gli alipedi veloci al giogo adduce. Né Minerva s'indugia. Ella diffuso il suo peplo immortal sul pavimento delle sale paterne, effigïato peplo, stupendo di sua man lavoro, e vestita di Giove la corazza, di tutto punto al lagrimoso ballo armasi. Intorno agli omeri divini pon la ricca di fiocchi Egida orrenda, che il Terror d'ogn'intorno incoronava. Ivi era la Contesa, ivi la Forza, ivi l'atroce Inseguimento, e il diro Gorgonio capo, orribile prodigio dell'Egìoco signore. Indi alla fronte l'aurea celata impone irta di quattro eccelsi coni, a ricoprir bastante eserciti e città. Tale la Diva monta il fulgido cocchio, e l'asta impugna pesante, immensa, poderosa, ond'ella intere degli eroi le squadre atterra irata figlia di potente iddio. Giuno, al governo delle briglie, affretta col flagello i corsieri. Cigolando per sé stesse s'aprîr l'eteree porte custodite dall'Ore a cui commessa del gran cielo è la cura e dell'Olimpo, onde serrare e disserrar la densa nube che asconde degli Dei la sede. Per queste porte dirizzâr le Dive i docili cavalli, e ritrovaro scevro dagli altri Sempiterni e solo su l'alta vetta dell'Olimpo assiso di Saturno il gran figlio. Ivi i destrieri sostò la Diva dalle bianche braccia, e il supremo de' numi interrogando: Giove padre, gli disse, e non ti prende sdegno de' fatti di Gradivo atroci? Non vedi quanta e quale il furibondo strage non giusta degli Achei commette? Io ne son dolorosa: e queti intanto si letiziano Apollo e Citerea, essi che questo d'ogni legge schivo forsennato aizzâr. Padre, s'io scendo a rintuzzar l'audace, a discacciarlo dalla pugna, n'andrai tu meco in ira? Va, le rispose delle nubi il sire, spingi contra costui la predatrice Minerva, a farlo assai dolente usata. Di ciò lieta la Dea fe' su le groppe de' corsieri sonar la sferza; e quelli infra la terra e lo stellato cielo desïosi volaro; e quanto vede d'aereo spazio un uom che in alto assiso stende il guardo sul mar, tanto d'un salto ne varcâr delle Dive i tempestosi destrier. Là giunte dove l'onde amiche confondono davanti all'alta Troia Simoenta e Scamandro, ivi rattenne Giuno i cavalli, gli staccò dal cocchio, e di nebbia li cinse. Il Simoenta loro un pasco fornì d'ambrosie erbette. Tacite allora, e col leggiero incesso di timide colombe ambe le Dive appropinquârsi al campo acheo, bramose di dar soccorso a' combattenti. E quando arrivâr dove molti e valorosi, come stuol di cinghiali o di lïoni, si stavano ristretti intorno al forte figliuolo di Tidèo, presa la forma di Stèntore che voce avea di ferro, e pareggiava di cinquanta il grido, Giuno sclamò: Vituperati Argivi, mere apparenze di valor, vergogna! Finché mostrossi in campo la divina fronte d'Achille, non fur osi i Teucri scostarsi mai dalle dardanie porte; cotanto di sua lancia era il terrore. Or lungi dalle mura insino al mare vengono audaci a cimentar la pugna. Sì dicendo svegliò di ciascheduno e la forza e l'ardir. Sorgiunse in questa la cerula Minerva a Dïomede ch'appo il carro la piaga, onde l'offese di Pandaro lo stral, refrigerava; e colla stanca destra sollevando dello scudo la soga tutta molle di molesto sudor, tergea del negro sangue la tabe. Colla man posata sul giogo de' corsier la Dea sì disse: Tidèo per certo generossi un figlio che poco lo somiglia. Era Tidèo picciol di corpo, ma guerriero; e quando io gli vietava di pugnar, fremea. E quando senza compagnìa venuto ambasciatore a Tebe io co' Tebani ne' regii alberghi a banchettar l'astrinsi, non depose egli, no, la bellicosa alma di prima, ma sfidando il fiore de' giovani Cadmei, tutti li vinse agevolmente col mio nume al fianco. E al tuo fianco del pari io qui ne vegno, e ti guardo e t'esorto e ti comando di pugnar co' Troiani arditamente. Ma te per certo o la fatica oppresse, o qualche tema agghiaccia, e tu non sei più, no, la prole del pugnace Enìde. Ti riconosco, o Dea (tosto rispose il valoroso eroe), ti riconosco, figlia di Giove, e di buon grado e netta mia ragione dirò. Né vil timore né ignavia mi rattien, ma il tuo comando. Non se' tu quella che pugnar poc'anzi mi vietasti co' numi? E se la figlia di Giove Citerea nel campo entrava, non mi dicesti di ferirla? Il feci. Ed or recedo, e agli altri Achivi imposi d'accogliersi qui tutti, ora che Marte, ben lo conosco, de' Troiani è il duce. E a lui la Diva dalle luci azzurre: Diletto Dïomede, alcuna tema di questo Marte non aver, né d'altro qualunque iddio, se tua difesa io sono. Sorgi, e drizza in costui gl'impetuosi tuoi corridori, e stringilo e il percuoti, né riguardo t'arresti né rispetto di questo insano ad ogni mal parato e ad ogni parteggiar, che a me pur dianzi e a Giuno promettea che contra i Teucri a pro de' Greci avrìa pugnato; ed ora immemore de' Greci i Teucri aiuta. Sì dicendo afferrò colla possente destra il figliuol di Capanèo, dal carro traendolo; né quegli a dar fu tardo un salto a terra; ed ella stessa ascese sovra il cocchio da canto a Dïomede infiammata di sdegno. Orrendamente l'asse al gran pondo cigolò, ché carco d'una gran Diva egli era e d'un gran prode. Al sonoro flagello ed alle briglie diè di piglio Minerva, e senza indugio contra Marte sospinse i generosi cornipedi. Lo giunse appunto in quella che atterrato l'enorme Perifante (un fortissimo Etòlo, egregio figlio d'Ochesio), il Dio crudel lordo di sangue lo trucidava. In arrivar si pose Minerva di Pluton l'elmo alla fronte, onde celarsi di quel fero al guardo. Come il nume omicida ebbe veduto l'illustre Dïomede, al suol disteso lasciò l'immenso Perifante, e dritto ad investir si spinse il cavaliero. E tosto giunti l'un dell'altro a fronte, Marte il primo scagliò l'asta di sopra al giogo de' corsier lungo le briglie, di rapirgli la vita desïoso: ma prese colla man l'asta volante la Dea Minerva e la stornò dal carro, e vano il colpo riuscì. Secondo spinse l'asta il Tidìde a tutta forza. La diresse Minerva, e al Dio l'infisse sotto il cinto nell'epa, e vulnerollo, e lacerata la divina cute l'asta ritrasse. Mugolò il ferito nume, e ruppe in un tuon pari di nove o dieci mila combattenti al grido quando appiccan la zuffa. I Troi l'udiro, l'udîr gli Achivi, e ne tremâr: sì forte fu di Marte il muggito. E quale pel grave vento che spira dalla calda terra si fa di nubi tenebroso il cielo; tal parve il ferreo Marte a Dïomede, mentre avvolto di nugoli alle sfere dolorando salìa. Giunto alla sede degli Dei su l'Olimpo, accanto a Giove mesto s'assise, discoperse il sangue immortal che scorrea dalla ferita, e in suono di lamento: O padre, ei disse, e non t'adiri a cotal vista, a fatti sì nequitosi? Esizïosa sempre a noi Divi tornò la mutua gara di gratuir l'umana stirpe; e intanto di nostre liti la cagion tu sei, tu che una figlia generasti insana, e di sterminii e di malvage imprese invaghita mai sempre. Obbedïenti hai quanti alberga Sempiterni il cielo; tutti inchiniamo a te. Sola costei né con fatti frenar né con parole tu sai per anco, connivente padre di pestifera furia. Ella pur dianzi stimolò di Tidèo l'audace figlio a pazzamente guerreggiar co' numi; ella a ferir Ciprigna; ella a scagliarsi contra me stesso, e pareggiarsi a un Dio. E se più tardo il piè fuggìa, sarei steso rimasto fra quei tanti uccisi in lunghe pene, né morir potendo m'avrìa de' colpi infranto la tempesta. Bieco il guatò l'adunator de' nembi Giove, e rispose: Querimonie e lai non mi far qui seduto al fianco mio, fazïoso incostante, e a me fra tutti i Celesti odïoso. E risse e zuffe e discordie e battaglie, ecco le care tue delizie. Trasfuso in te conosco di tua madre Giunon l'intollerando inflessibile spirto, a cui mal posso pur colle dolci riparar; né certo d'altronde io penso che il tuo danno or scenda, che dal suo torto consigliar. Non io vo' per questo patir che tu sostegna più lungo duolo: mi sei figlio, e caro la Dea tua madre a me ti partorìa. Se malvagio, qual sei, d'altro qualunque nume nascevi, da gran tempo avresti sorte incorsa peggior degli Uranìdi. Così detto, a Peon comando ei fece di risanarlo. La ferita ei sparse di lenitivo medicame, e tolto ogni dolore, il tornò sano al tutto, ché mortale ei non era. E come il latte per lo gaglio sbattuto si rappiglia, e perde il suo fluir sotto la mano del presto mescitor; presta del pari la peonia virtù Marte guarìa. Ebe poscia lavollo, e di leggiadre vesti l'avvolse; ed egli accanto a Giove dell'alto onor superbo si ripose. Repressa del crudel Marte la strage, tornâr contente alla magion del padre Giuno Argiva e Minerva Alalcomènia.
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