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Iliade - Libro VII v.315 - 600 PDF Print E-mail
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Ricovrò l'uno e l'altro il proprio telo,
e all'assalto tornâr come per fame
fieri leoni, o per vigor tremendi
arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll'acuto cerro


colpì, lo scudo ostil, ma senza offesa,
ch'ivi la punta si curvò: di nuovo
trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
dello scudo ferendo, a parte a parte
lo trapassò, gli punse il collo, e vivo


sangue spiccionne. Né per ciò l'attacco
lasciò l'audace Ettorre. Era nel campo
un negro ed aspro enorme sasso: a questo
diè di piglio il Troiano, e contra il Greco
lo fulminò. Percosse il duro scoglio


il colmo dello scudo, e orribilmente
ne rimbombò la ferrea piastra intorno.
Seguì l'esempio il gran Telamonìde,
ed afferrato e sollevato ei pure
un altro più d'assai rude macigno,


con forza immensa lo rotò, lo spinse
contra il nemico. Il molar sasso infranse
l'ettoreo scudo, e di tal colpo offese
lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
con lo scudo sul petto: ma rizzollo


immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
più da vicino si ferìan, se ratti,
messaggieri di Giove e de' mortali,
non accorrean gli araldi, il teucro Idèo,


e l'achivo Taltìbio, ambo lodati
di prudente consiglio. Entrâr costoro
con securtade in mezzo ai combattenti,
ed interposto fra le nude spade
il pacifico scettro, il saggio Idèo


così primiero favellò: Cessate,
diletti figli, la battaglia. Entrambi
siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
ma la notte discende, e giova, o figli,


alla notte obbedir. - Dimandi Ettorre
questa tregua, rispose il fiero Aiace:
primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
Ritirerommi, se l'esempio ei porga.
E l'illustre rival tosto riprese:


Aiace, i numi ti largîr cortesi
pari alla forza ed al valore il senno,
e nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
Abbian riposo le nostr'armi, e cessi
la tenzon. Pugneremo altra fïata
  

finché la Parca ne divida, e intera
all'uno o all'altro la vittoria doni.
Or la notte già cade, e della notte
romper non dêssi la ragion. Tu riedi
dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,


i congiunti, gli amici. Io nella sacra
città rïentro a serenar de' Teucri
le meste fronti e le dardanie donne,
che in lunghi pepli avvolte appiè dell'are
per me si stanno a supplicar. Ma pria


di dipartirci, un mutuo dono attesti
la nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
diran: Costoro duellâr coll'ira
di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria spada


gli presentò d'argentei chiovi adorna
con fulgida vagina ed un pendaglio
di leggiadro lavoro; Aiace a lui
il risplendente suo purpureo cinto.
Così divisi, agli Achei l'uno, ai Teucri


l'altro avvïossi. Esilarârsi i Teucri,
vivo il lor duce ritornar veggendo
dalla forza scampato e dall'invitte
mani d'Aiace; e trepidanti ancora
del passato periglio alla cittade


l'accompagnaro. Dall'opposta parte
della palma superbo il lor campione
guidâr gli Achivi al padiglion d'Atride,
che per tutti onorar tosto al Tonante
un bue quinquenne in sacrificio offerse.


Lo scuoiâr, lo spaccâr, lo fêro in brani
acconciamente, e negli spiedi infisso
l'abbrustolâr con molta cura, e tolto
il tutto al foco, l'apprestâr sul desco,
e banchettando ne cibò ciascuno


a pien talento. Ma l'immenso tergo
del sacro bue donollo Agamennóne
d'onore in segno al vincitor guerriero.
Del cibarsi e del ber spento il desìo,
il buon veglio Nestorre, di cui sempre


ottimo uscìa l'avviso, in questo dire
svolse il suo senno: Atride e duci achei,
questo giorno fatal la vita estinse
di molti prodi, del cui sangue rossa
fe' l'aspro Marte la scamandria riva,


e all'Orco ne passâr l'ombre insepolte.
Al nuovo sole le nostr'armi adunque
si restino tranquille, e noi sul campo
convenendo, imporrem le salme esangui
su le carrette, e muli oprando e buoi,


qui ne faremo il pio trasporto, e al rogo
le darem lungi dalle navi alquanto,
onde al nostro tornar nel patrio suolo
le ceneri portarne ai mesti figli.
E dintorno alla pira una comune


tomba ergeremo, e di muraglia e d'alte
torri, a difesa delle navi e nostra,
con rapido lavor la cingeremo,
e salde vi apriremo e larghe porte
per l'egresso de' cocchi. Indi un'esterna


profonda fossa scaverem che tutta
circondi la muraglia, e de' cavalli
l'impeto affreni e de' pedon, se mai
de' Teucri irrompa l'orgoglioso ardire.
Disse, e tutti annuiro i prenci achei.


Di Prïamo alle soglie in questo mentre
su l'alta iliaca rocca i Teucri anch'essi
tenean confusa e trepida consulta.
Primo il saggio Antenòr sì prese a dire:
Dardanidi, Troiani, e voi venuti


in sussidio di Troia, i sensi udite
che il cor mi porge. Rendasi agli Atridi
con tutto il suo tesor l'argiva Elèna.
Vïolammo noi soli il giuramento,
e quindi inique le nostr'armi sono.


Se non si rende, non avrem che danno.
Così detto, s'assise. E surto in piedi
il bel marito della bella Argiva
così Pari rispose: Al cor m'è grave,
Antenore, il tuo detto, e so che porti


una miglior sentenza in tuo segreto.
Ché se parli davver, davvero i numi
ti han tolto il senno. Ma ben io qui schietti
i miei sensi aprirò. La donna io mai
non renderò, giammai. Quanto alle ricche


spoglie che d'Argo a queste rive addussi,
tutte render le voglio, ed altre ancora
aggiungeronne di mio proprio dritto.
Tacque, e sul seggio si raccolse. Allora
in sembianza d'un Dio levossi in mezzo


il Dardanide Prïamo, ed, Udite,
Teucri, ei disse, e alleati, il mio pensiero,
quale il cor lo significa. Pel campo
del consueto cibo si ristauri
ognuno, e attenda alla sua scolta, e vegli.


Col nuovo sole alle nemiche navi
Idèo sen vada, e ad ambedue gli Atridi
di Paride, cagion della contesa,
riferisca la mente, e una discreta
proposta aggiunga di cessar la guerra,


finché il rogo consunte abbia le morte
salme de' nostri, per pugnar di poi
finché la Parca ne spartisca, e agli uni
conceda o agli altri la vittoria intégra.
Tutti assentiro riverenti al detto:


indi pel campo procurâr le cene
in divisi drappelli. Il dì novello
alle navi s'avvìa l'araldo Idèo,
e raccolti ritrova a parlamento
i bellicosi Achei davanti all'alta


agamennònia poppa. Appresentossi
tosto il canoro banditore, e disse:
Atridi e duci achei, mi diè comando
Priamo e di Troia gli ottimati insieme
di sporvi, se vi fia grato l'udirla,


di Paride, cagion di questa guerra,
una proferta. Le ricchezze tutte
ch'ei d'Argo addusse (oh pria perito ei fosse!)
ei tutte le vi rende, ed altre ancora
di sua ragion n'aggiungerà. Ma quanto


alla gentil tua donna, o Menelao,
di questa ei niega il rendimento, e indarno
l'esortano i Troiani. E un'altra io reco
di lor proposta: Se quetar vi piaccia
della guerra il furor, finché de' morti


le care spoglie il foco abbia combuste,
per indi razzuffarci infin che piena
tra noi decida la vittoria il fato.
Disse, e tutti ammutîr. Sciolse il Tidìde
alfin la voce; e, Niun di Pari, ei grida,


l'offerta accetti, né la stessa pure
rapita donna. Ai Dardani sovrasta,
un fanciullo il vedrìa, l'esizio estremo.
Plausero tutti al suo parlar gli Achivi
con alte grida, e n'ammiraro il senno.


Indi vòlto all'araldo il grande Atride:
Idèo, diss'egli, per te stesso udisti
degli Achei la risposta, e in un la mia.
Quanto agli estinti, di buon grado assento
che siano incesi; ché non dêssi avaro


esser di rogo a chi di vita è privo,
né porre indugio a consolarne l'ombra
coll'officio pietoso. Il fulminante
sposo di Giuno il nostro giuro ascolti.
Così dicendo alzò lo scettro al cielo,


e l'araldo tornossi entro la sacra
cittade ai Teucri, già del suo ritorno
impazïenti e in pien consesso accolti.
Giunse, e intromesso la risposta espose.
Si sparsero allor ratti, altri al carreggio


de' cadaveri intenti, altri al funèbre
taglio de' boschi. Dall'opposta parte
un cuor medesmo, una medesma cura
occupava gli Achivi. E già dal queto
grembo del mare al ciel montando il sole


co' rugiadosi lucidi suoi strali
le campagne ferìa, quando nell'atra
pianura si scontrâr Teucri ed Achei
ognuno in cerca de' suoi morti, a tale
dal sangue sfigurati e dalla polve,


che mal se ne potea, senza lavarli,
ravvisar le sembianze. Alfin trovati
e conosciuti li ponean su i mesti
plaustri piangendo. Ma di Priamo il senno
non consentìa del pianto a' suoi lo sfogo:


quindi afflitti, ma muti, al rogo i Teucri
diero a mucchi le salme; ed arse tutte,
col cuor serrato alla città tornaro.
D'un medesmo dolor rotti gli Achei
i lor morti ammassâr sovra la pira,


e come gli ebbe la funerea fiamma
consumati, del mar preser la via.
Non biancheggiava ancor l'alba novella,
ma il barlume soltanto antelucano,
quando d'Achei dintorno all'alto rogo


scelto stuolo affollossi. E primamente
alzâr dappresso a quello una comune
tomba agli estinti, ed alla tomba accanto
una muraglia a edificar si diero
d'alti torrazzi ghirlandata, a schermo


delle navi e di sé: porte vi fêro
di salda imposta, e di gran varco al volo
de' bellicosi cocchi: indi lunghesso
l'esterno muro una profonda e vasta
fossa scavâr di pali irta e gremita.


Degli Achei la stupenda opra tal era.
La contemplâr maravigliando i numi
seduti intorno al Dio de' tuoni, e irato
sì prese a dir l'Enosigèo Nettunno:
Giove padre, chi fia più tra' mortali,


che gl'Immortali in avvenir consulti,
e n'implori il favor? Vedi tu quale
e quanto muro gli orgogliosi Achei
innanti alle lor navi abbian costrutto
e circondato d'un'immensa fossa


senza offerir solenni ostie agli Dei?
Di cotant'opra andrà certo la fama
ovunque giunge la divina luce,
e il grido morirà delle sacrate
mura che al re Laomedonte un tempo


intorno ad Ilïone Apollo ed io
edificammo con assai fatica.
Che dicesti? sdegnoso gli rispose
l'adunator de' numbi: altro qualunque
Iddio di forza a te minor potrebbe


di questo paventar. Ma del possente
Enosigèo la gloria al par dell'almo
raggio del sole splenderà per tutto.
Or ben: sì tosto che gli Achei faranno
veleggiando ritorno al patrio lido,


e tu quel muro abbatti e tutto quanto
sprofondalo nel mare, e d'alta arena
coprilo sì che ogni orma ne svanisca.
In questo favellar l'astro s'estinse
del giorno, e l'opra degli Achei fu piena.


Della sera allestite indi le mense
per le tende, cibâr le opime carni
di scannati giovenchi, e ristorârsi
del vino che recato avean di Lenno
molti navigli; e li spediva Eunèo


d'Issipile figliuolo e di Giasone.
Mille sestieri in amichevol dono
Eunèo ne manda ad ambedue gli Atridi;
compra il resto l'armata, altri con bronzo,
altri con lame di lucente ferro;


qual con pelli bovine, e qual col corpo
del bue medesmo, o di robusto schiavo.
Lieto adunque imbandîr pronto convito
gli Achivi, e tutta banchettâr la notte.
Banchettava del par nella cittade


con gli alleati la dardania gente.
Ma tutta notte di Saturno il figlio
con terribili tuoni annunzïava
alte sventure nel suo senno ordite.
Di pallido terror tutti compresi


dalle tazze spargean le spume a terra
devotamente, né veruno ardìa
appressarvi le labbra, se libato
pria non avesse al prepotente Giove.
Corcârsi alfine, e su lor scese il sonno.