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Iliade - Libro VII v.5 - 310 PDF Print E-mail
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Così dicendo, dalle porte eruppe
seguìto dal fratello il grande Ettorre.
Ardono entrambi di far pugna: e quale
i naviganti allegra amico vento
che un Dio lor manda allor che stanchi ei sono


d'agitar le spumanti onde co' remi,
e cascano le membra di fatica;
tali al desìo de' Teucri essi appariro.
A prima giunta Paride stramazza
Menestio d'Arna abitatore, e figlio


del portator di clava Arëitòo,
a cui lo partorìa Filomedusa
per grand'occhi lodata. Ettore attasta
Eïoneo di lancia alla cervice
sotto l'elmetto, e morto lo distende.


Glauco, duce de' Licii, a un tempo istesso
d'un colpo di zagaglia ad Ifinòo,
prole di Dèssio, l'omero trafigge
appunto in quella che salìa sul cocchio,
e dal cocchio al terren morto il trabocca.


Vista la strage degli Achei, Minerva
dall'Olimpo calossi impetuosa
verso il sacro Ilïon. La vide Apollo
dalla pergàmea rocca, e vincitori
bramando i Teucri, le si fece incontro


vicino al faggio, e favellò primiero:
Figlia di Giove, e quale il cor t'invade
furia novella? E qual sì grande affetto
dall'Olimpo ti spinge? a portar forse
della pugna agli Achei la dubbia palma,


poiché niuna ti tocca il cor pietade
dello strazio de' Teucri? Or su, m'ascolta,
e fia lo meglio. Si sospenda in questo
giorno la zuffa, e alla novella aurora
si ripigli e s'incalzi infin che Troia


cada: da che la sua caduta a voi
possenti Dive il cor cotanto invoglia.
Sia così, Palla gli rispose: io scesi
fra i Troiani e gli Achei con questa mente.
Ma come avvisi di quetar la pugna?


Suscitiam, replicava il saettante
figlio di Giove, suscitiam la forte
alma d'Ettorre a provocar qualcuno
de' prodi Achivi a singolar tenzone:
e indignati gli Achivi un valoroso


spingano anch'essi a cimentarsi in campo
da solo a solo col troian guerriero.
Disse, e Minerva acconsentìa. Conobbe
de' consultanti iddii tosto il disegno
il Prïamide Elèno in suo pensiero,


e ad Ettore venuto: Ettore, ei disse,
pari a quello d'un nume è il tuo consiglio;
ma udir vuoi tu del tuo fratello il senno?
Fa dall'armi cessar Teucri ed Achei,
e degli Achei tu sfida il più valente


a singolar certame. Io ti fo certo
che il tuo giorno fatal non giunse ancora;
così mi dice degli Dei la voce.
Esultò di letizia all'alto invito
il valoroso: e presa per lo mezzo


la sua gran lancia, e tra l'un campo e l'altro
procedendo, fe' alto alle troiane
falangi; ed elle soffermârsi tutte.
Soffermârsi del pari al riverito
cenno d'Atride i coturnati Achivi,


e in forma d'avoltoi Minerva e Febo
sull'alto faggio s'arrestâr di Giove,
con diletto mirando de' guerrieri
quinci e quindi seder dense le file
d'elmi orrende e di scudi e d'aste erette.


Quale è l'orror che di Favonio il soffio
nel suo primo spirar spande sul mare,
che destato s'arruffa e l'onde imbruna:
tale de' Teucri e degli Achei nel vasto
campo sedute comparìan le file.


Trasse Ettorre nel mezzo, e così disse:
Udite, o Teucri, udite attenti, o Achivi,
ciò che nel petto mi ragiona il core.
Ratificar non piacque all'alto Giove
i nostri giuramenti, e in suo segreto


agli uni e agli altri macchinar ne sembra
grandi infortunii, finché l'ora arrivi
ch'Ilio per voi s'atterri, o che voi stessi
atterrati restiate appo le navi.
Or quando il vostro campo il fior racchiude


degli achivi guerrieri, esca a duello
chi cuor si sente: lo disfida Ettorre.
Eccovi i patti del certame, e Giove
testimonio ne sia. Se il mio nemico
m'ucciderà, dell'armi ei mi dispogli,


e le si porti; ma il mio corpo renda,
onde i Troiani e le troiane spose
m'onorino del rogo. Ov'io lui spegna,
ed Apollo la palma a me conceda,
porteronne le tolte armi nel sacro


Ilio, e del nume appenderolle al tempio:
ma l'intatto cadavere alle navi
vi sarà rimandato, onde d'esequie
l'orni l'achea pietade e di sepolcro
su l'Ellesponto. Lo vedrà de' posteri


naviganti qualcuno, e fia che dica:
Ecco la tomba d'un antico prode
che combattendo coll'illustre Ettorre
glorïoso perì. Questo fia detto,
ed eterno vivrassi il nome mio.


All'audace disfida ammutoliro
gli Achei, tementi d'accettarla, e insieme
di recusarla vergognosi. Alfine
in piè rizzossi Menelao, nell'imo
del cor gemendo, ed in acerbi detti


prorompendo gridò: Vili superbi,
Achive, non Achei! Fia questo il colmo
dell'ignominia, se tra voi non trova
quell'audace Troian chi gli risponda.
Oh possiate voi tutti in nebbia e polve


resoluti sparir, voi che vi state
qui senza core immoti e senza onore.
Ma io medesmo, io sì, contra costui
scenderò nell'arena. In man de' numi
della vittoria i termini son posti.


Ciò detto, l'armi indossa. E certo allora
per le mani d'Ettorre, o Menelao,
trovato avresti di tua vita il fine,
(ch'egli di forza ti vincea d'assai)
se subito in piè surti i prenci achivi


non rattenean tua foga. Egli medesmo
il regnatore Atride Agamennóne
l'afferrò per la mano, e, Tu deliri,
disse, e il delirio non ti giova. Or via,
fa senno, e premi il tuo dolor, né spinto


da bellicosa gara avventurarti
con un più prode di cui tutti han tema,
col Prïamide Ettorre. Anco il Pelìde,
sì più forte di te, lo scontro teme
di quella lancia nel conflitto. Or dunque
 

ritorna alla tua schiera, e statti in posa.
Gli desteranno incontra altro più fermo
duellator gli Achivi, e tal ch'Ettorre,
intrepido quantunque ed indefesso,
metterà volentier, se dritto io veggo,


le ginocchia in riposo, ove pur sia
che netto egli esca dalla gran tenzone.
Svolge il saggio parlar del sommo Atride
del fratello il pensier, che obbedïente
quetossi, e lieti gli levâr di dosso


le bell'arme i sergenti. Allor nel mezzo
surse Nestore, e disse: Eterni Dei!
Oh di che lutto ricoprirsi io veggio
la casa degli eroi, l'achea contrada!
Oh quanto in cor ne gemerà l'antico


di cocchi agitator Pelèo, di lingua
fra' Mirmidon sì chiaro e di consiglio;
egli che in sua magion solea di tutti
gli Achei le schiatte dimandarmi e i figli,
e giubilava nell'udirli! Ed ora


se per Ettorre ei tutti li sapesse
di terror costernati, oh come al cielo
alzerebbe le mani, e pregherebbe
di scendere dolente anima a Pluto!
O Giove padre, o Pallade, o divino


di Latona figliuol! ché non son io
nel fior degli anni, come quando in riva
pugnâr del ratto Celadonte i Pilii
con la sperta di lancia arcade gente
sotto il muro di Fea verso le chiare


del Jàrdano correnti? Alla lor testa
Ereutalion venìa, che pari a nume
l'armatura regal d'Arëitòo
indosso avea, del divo Arëitòo
che gli uomini tutti e le ben cinte donne


clavigero nomâr; perché non d'arco
né di lunga asta armato ei combattea,
ma con clava di ferro poderosa
rompea le schiere. A lui diè morte poscia,
pel valore non già, ma per inganno


Licurgo al varco d'un angusto calle,
ove il rotar della ferrata clava
al suo scampo non valse; ché Licurgo
prevenendone il colpo traforògli
l'epa coll'asta, e stramazzollo; e l'armi


così gli tolse che da Marte egli ebbe,
armi che poscia l'uccisor portava
ne' fervidi conflitti; insin che, fatto
per vecchiezza impotente, al suo diletto
prode scudiero Ereutalion le cesse.


Di queste dunque altero iva costui
disfidando i più forti, ed atterriti
n'eran sì tutti, che nessun si mosse.
Ma io mi mossi audace core, e d'anni
minor di tutti m'azzuffai con esso,


e col favor di Pallade lo spensi:
forte eccelso campion che in molta arena
giaceami steso al piede. Oh mi fiorisse
or quell'etade e la mia forza intégra!
Per certo Ettorre troverìa qui tosto


chi gli risponda. E voi del campo acheo
i più forti, i più degni, ad incontrarlo
voi non andrete con allegro petto?
Tacque: e rizzârsi subitani in piedi
nove guerrieri. Si rizzò primiero


il re de' prodi Agamennón; rizzossi
dopo lui Dïomede, indi ambedue
gl'impetuosi Aiaci; indi, col fido
Merïon bellicoso, Idomenèo;
e poscia d'Evemon l'inclito figlio


Eurìpilo, e Toante Andremonìde,
e il saggio Ulisse finalmente. Ognuno
chiese il certame coll'eroe troiano.
Disse allora il buon veglio: Arbitra sia
della scelta la sorta, e sia l'eletto,


salvo tornando dall'ardente agone,
degli Achei la salute e di sé stesso.
Segna a quel detto ognun sua sorte: e dentro
l'elmo la gitta del maggior Atride.
La turba intanto supplicante ai numi


sollevava le palme; e con gli sguardi
fissi nel cielo udìasi dire: O Giove,
fa che la sorte il Telamònio Aiace
nomi, o il Tidìde, o di Micene il sire.
Così pregava; e il cavalier Nestorre


agitava le sorti: ed ecco uscirne
quella che tutti desïâr. La prese,
e a dritta e a manca ai prenci achivi in giro
la mostrava l'araldo, e nullo ancora
la conoscea per sua. Ma come, andando


dall'uno all'altro, il banditor pervenne
al Telamònio Aiace e gliela porse,
riconobbe l'eroe lieto il suo segno,
e gittatolo in mezzo, Amici, è mia,
gridò, la sorte, e ne gioisce il core,


che su l'illustre Ettòr spera la palma.
Voi, mentre l'arma io vesto, al sommo Giove
supplicate in silenzio, onde non sia
dai teucri orecchi il vostro prego udito;
o supplicate ad alta voce ancora,


se sì vi piace, ché nessuno io temo,
né guerriero v'avrà che mio malgrado
di me trionfi, né per fallo mio.
Sì rozzo in guerra non lasciommi, io spero,
la marzïal palestra in Salamina,


né il chiaro sangue di che nato io sono.
Disse; e gli Achivi alzâr gli sguardi al cielo,
e a Giove supplicâr con questi accenti:
Saturnio padre, che dall'Ida imperi
massimo, augusto! vincitor deh rendi


e glorioso Aiace; o se pur anco
t'è caro Ettorre e lo proteggi, almeno
forza ad entrambi e gloria ugual concedi.
Di splendid'armi frettoloso intanto


l'ebbe assunte dintorno alla persona,
concitato avvïossi, a camminava
quale incede il gran Marte allor che scende
tra fiere genti stimolate all'armi
dallo sdegno di Giove, e dall'insana


roditrice dell'alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
lo smisurato Aiace, sorridendo
con terribile piglio, e misurava
a vasti passi il suol, l'asta crollando


che lunga sul terren l'ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
a riguardarlo; ma per l'ossa ai Teucri
corse subito un gelo. Palpitonne
lo stesso Ettòr; ma né schivar per tema


il fier cimento, né tra' suoi ritrarsi
più non gli lice, ché fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll'immenso
pavese che parea mobile torre;
opra di Tichio, d'Ila abitatore,


prestantissimo fabbro, che di sette
costruito l'avea ben salde e grosse
cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
una falda d'acciar. Con questo al petto
enorme scudo il Telamònio eroe


féssi avanti al Troiano, e minaccioso
mosse queste parole: Ettore, or chiaro
saprai da solo a sol quai prodi ancora
rimangono agli Achei dopo il Pelìde
cuor di lïone e rompitor di schiere.


Irato coll'Atride egli alle navi
neghittoso si sta; ma noi siam tali,
che non temiamo lo tuo scontro, e molti.
Comincia or tu la pugna, e tira il primo.
Nobile prence Telamònio Aiace,
   

rispose Ettorre, a che mi tenti, e parli
come a imbelle fanciullo o femminetta
cui dell'armi il mestiero è pellegrino?
E anch'io trattar so il ferro e dar la morte,
e a dritta e a manca anch'io girar lo scudo,


e infaticato sostener l'attacco,
e a piè fermo danzar nel sanguinoso
ballo di Marte, o d'un salto sul cocchio
lanciarmi, e concitar nella battaglia
i veloci destrier. Né già vogl'io


un tuo pari ferire insidïoso,
ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò colla man forte
la lunga lancia, e saettò d'Aiace
il settemplice scudo. Furïosa
 

la punta trapassò la ferrea falda
che di fuor lo copriva, e via scorrendo
squarciò sei giri del bovin tessuto,
e al settimo fermossi. Allor secondo
trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio
 

nella rotonda targa. Traforolla
il frassino veloce, e nell'usbergo
sì addentro si ficcò, che presso al lombo
lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la morte.