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Iliade - Libro X v.5 - 315 PDF Print E-mail
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Tutti per l'alta notte i duci achei
dormìan sul lido in sopor molle avvinti;
ma non l'Atride Agamennón, cui molti
toglieano il dolce sonno aspri pensieri.
Quale il marito di Giunon lampeggia


quando prepara una gran piova o grandine,
o folta neve ad inalbare i campi,
o fracasso di guerra voratrice;
spessi così dal sen d'Agamennóne
rompevano i sospiri, e il cor tremava.


Volge lo sguardo alle troiane tende,
e stupisce mirando i molti fuochi
ch'ardon dinanzi ad Ilio, e non ascolta
che di tibie la voce e di sampogne
e festivo fragor. Ma quando il campo


acheo contempla ed il tacente lido,
svellesi il crine, al ciel si lagna, ed alto
geme il cor generoso. Alfin gli parve
questo il miglior consiglio, ir del Nelìde
Nestore in traccia a consultarne il senno,


onde qualcuna divisar con esso
via di salute alla fortuna achea.
Alzasi in questa mente, intorno al petto
la tunica s'avvolge, ed imprigiona
ne' bei calzari il piede. Indi una fulva


pelle s'indossa di leon, che larga
gli discende al calcagno, e l'asta impugna.
Né di minor sgomento a Menelao
palpita il petto; e fura agli occhi il sonno
l'egro pensier de' periglianti Achivi,


che a sua cagione avean per tanto mare
portato ad Ilio temeraria guerra.
Sul largo dosso gittasi veloce
una di pardo maculata pelle,
ponsi l'elmo alla fronte, e via brandito


il giavellotto, a risvegliar s'affretta
l'onorato, qual nume, e dagli Argivi
tutti obbedito imperador germano;
ed alla poppa della nave il trova
che le bell'armi in fretta si vestìa.


Grato ei n'ebbe l'arrivo: e Menelao
a lui primiero, Perché t'armi, disse,
venerando fratello? Alcun vuoi forse
mandar de' nostri esplorator notturno
al campo de' Troiani? Assai tem'io


che alcuno imprenda d'arrischiarsi solo
per lo buio a spïar l'oste nemica,
ché molta vuolsi audacia a tanta impresa.
Rispose Agamennón: Fratello, è d'uopo
di prudenza ad entrambi e di consiglio


che gli Argivi ne scampi e queste navi,
or che di Giove si voltò la mente,
e d'Ettore ha preferti i sacrifici:
ch'io né vidi giammai né d'altri intesi,
che un solo in un sol dì tanti potesse


forti fatti operar quanti il valore
di questo Ettorre a nostro danno; e a lui
non fu madre una Dea, né padre un Dio:
e temo io ben che lungamente afflitti
di tanto strazio piangeran gli Achivi.


Or tu vanne, e d'Aiace e Idomenèo
ratto vola alle navi, e li risveglia,
ché a Nestore io ne vado ad esortarlo
di tosto alzarsi e di seguirmi al sacro
stuol delle guardie, e comandarle. A lui


presteran più che ad altri obbedïenza:
perocché delle guardie è capitano
Trasimède suo figlio, e Merïone
d'Idomenèo l'amico, a' quai commesso
è delle scolte il principal pensiero.


E che poi mi prescrive il tuo comando?
(replicò Menelao). Degg'io con essi
restarmi ad aspettar la tua venuta?
O, fatta l'imbasciata, a te veloce
tornar? - Rimanti, Agamennón ripiglia,


tu rimanti colà, ché disvïarci
nell'andar ne potrìan le molte strade
onde il campo è interrotto. Ovunque intanto
t'avvegna di passar leva la voce,
raccomanda le veglie, ognun col nome


chiama del padre e della stirpe, a tutti
largo ti mostra d'onoranze, e poni
l'alterezza in obblìo. Prendiam con gli altri
parte noi stessi alla comun fatica,
perché Giove noi pur fin dalla cuna,


benché regi, gravò d'alte sventure.
Così dicendo, in via mise il fratello
di tutto l'uopo ammaestrato; ed esso
a Nestore avvïossi. Ritrovollo
davanti alla sua nave entro la tenda


corco in morbido letto. A sé vicine
armi diverse avea, lo scudo e due
lung'aste e il lucid'elmo; e non lontana
giacea di vario lavorìo la cinta,
di che il buon veglio si fasciava il fianco


quando a battaglie sanguinose armato
le sue schiere movea; ché non ancora
alla triste vecchiezza egli perdona.
All'apparir d'Atride erto ei rizzossi
sul cubito, e levata alto la fronte,


l'interrogò dicendo: E chi sei tu
che pel campo ne vieni a queste navi
così soletto per la notte oscura,
mentre gli altri mortali han tregua e sonno?
Forse alcun de' veglianti o de' compagni


vai rintracciando? Parla, e taciturno
non appressarti: che ricerchi? - E a lui
il regnatore Atride: Oh degli Achei
inclita luce, Nestore Nelìde,
Agamennón son io, cui Giove opprime


d'infinito travaglio, e fia che duri
finché avrà spirto il petto e moto il piede.
Vagabondo ne vo poiché dal ciglio
fuggemi il sonno, e il rio pensier mi grava
di questa guerra e della clade achea.


De' Danai il rischio mi spaventa: inferma
stupidisce la mente, il cor mi fugge
da' suoi ripari, e tremebondo è il piede.
Tu se cosa ne mediti che giovi
(quando il sonno s'invola anco a' tuoi lumi),


sorgi, e alle guardie discendiam. Veggiamo
se da veglia stancate e da fatica
siensi date al dormir, posta in obblìo
la vigilanza. Del nemico il campo
non è lontano, né sappiam s'ei voglia


pur di notte tentar qualche conflitto.
Disse; e il gerenio cavalier rispose:
Agamennóne glorïoso Atride,
non tutti adempirà Giove pietoso
i disegni d'Ettore e le speranze.


Ben più vero cred'io che molti affanni
sudar d'ambascia gli faran la fronte
se desterassi Achille, e la tenace
ira funesta scuoterà dal petto.
Or io volonteroso ecco ti seguo:


andianne, risvegliam dal sonno i duci
Dïomede ed Ulisse, ed il veloce
Aiace d'Oilèo, e di Filèo
il forte figlio; e si spedisca intanto
alcun di tutta fretta a richiamarne


pur l'altro Aiace e Idomenèo che lungi
agli estremi del campo hanno le navi.
Ma quanto a Menelao, benché ne sia
d'onor degno ed amico, io non terrommi
di rampognarlo (ancor che debba il franco


mio parlare adirarti), e vergognarlo
farò del suo poltrir, tutte lasciando
a te le cure, or ch'è mestier di ressa
con tutti i duci e d'ogni umìl preghiera,
come crudel necessità dimanda.


Ben altra volta (Agamennón rispose)
ti pregai d'ammonirlo, o saggio antico,
ché spesso ei posa, e di fatica è schivo;
per pigrezza non già, né per difetto
d'accorta mente, ma perché miei cenni


meglio aspettar che antivenirli ei crede.
Pur questa volta mi precorse, e innanzi
mi comparve improvviso, ed io l'ho spinto
a chiamarne i guerrieri che tu cerchi.
Andiam, ché tutti fra le guardie, avanti


alle porte del vallo congregati
li troverem; ché tale è il mio comando.
E Nèstore a rincontro: Or degli Achei
niun ritroso a lui fia né disdegnoso,
o comandi od esorti. - In questo dire


la tunica s'avvolse intorno al petto;
al terso piede i bei calzari annoda;
quindi un'ampia s'affibbia e porporina
clamide doppia, in cui fiorìa la felpa.
Poi recossi alla man l'acuta e salda


lancia, e verso le navi incamminossi
de' loricati Achivi. E primamente
svegliò dal sonno il sapïente Ulisse
elevando la voce: e a lui quel grido
ferì l'orecchio appena, che veloce


della tenda n'uscì con questi accenti:
Chi siete che soletti errando andate
presso le navi per la dolce notte?
Qual vi spinge bisogno? - O di Laerte
magnanimo figliuol, prudente Ulisse,


(gli rispose di Pilo il cavaliero)
non isdegnarti, e del dolor ti caglia
de' travagliati Achei: vieni, che un altro
svegliarne è d'uopo, e consultar con esso
o la fuga o la pugna. - A questo detto


rïentrò l'Itacense nella tenda,
sul tergo si gittò lo scudo, e venne.
Proseguiro il cammin quindi alla volta
di Dïomede, e lo trovâr di tutte
l'armi vestito, e fuor del padiglione.


Gli dormìano dintorno i suoi guerrieri
profondamente, e degli scudi al capo
s'avean fatto origlier. Fitto nel suolo
stassi il calce dell'aste, e il ferro in cima
mette splendor da lungi, a simiglianza


del baleno di Giove. Esso l'eroe
di bue selvaggio sulla dura pelle
dormìa disteso, ma purpureo e ricco
sotto il capo regale era un tappeto.
Giuntogli sopra, il cavalier toccollo


colla punta del piè, lo spinse, e forte
garrendo lo destò. Sorgi, Tidìde;
perché ne sfiori tutta notte il sonno?
Non odi che i Troiani in campo stanno
sovra il colle propinquo, e che disgiunti


di poco spazio dalle navi ei sono?
Disse; e quei si destò balzando in piedi
veloce come lampo, e a lui rivolto
con questi accenti rispondea: Sei troppo
delle fatiche tollerante, o veglio,


né ozïoso giammai. A risvegliarne
di quest'ora i re duci inopia forse
v'ha di giovani achei pronti alla ronda?
Ma tu sei veglio infaticato e strano.
E Nestore di nuovo: Illustre amico,


tu verace parlasti e generoso.
Padre io mi son d'egregi figli, e duce
di molti prodi che potrìan le veci
pur d'araldo adempir. Ma grande or preme
necessità gli Achivi, e morte e vita


stanno sul taglio della spada. Or vanne
tu che giovine sei, vanne, e il veloce
chiamami Aiace e di Filèo la prole,
se pietà senti del mio tardo piede.
Così parla il vegliardo. E Dïomede


sull'omero si getta una rossiccia
capace pelle di lïon, cadente
fino al tallone ed una picca impugna.
Andò l'eroe, volò, dal sonno entrambi
li destò, li condusse; e tutti in gruppo


s'avvïar delle guardie alle caterve:
né delle guardie abbandonato al sonno
duce alcuno trovâr, ma vigilanti
tutti ed armati e in compagnia seduti.
Come i fidi molossi al pecorile


fan travagliosa sentinella udendo
calar dal monte una feroce belva
e stormir le boscaglie: un gran tumulto
s'alza sovr'essa di latrati e gridi,
e si rompe ogni sonno: così questi


rotto il dolce sopor su le palpebre,
notte vegliano amara, ognor del piano
alla parte conversi, ove s'udisse
nemico calpestìo. Gioinne il veglio,
e confortolli e disse: Vigilate


così sempre, o miei figli, e non si lasci
niun dal sonno allacciar, onde il Troiano
di noi non rida. Così detto, il varco
passò del fosso, e lo seguièno i regi
a consiglio chiamati. A lor s'aggiunse


compagno Merïone, e di Nestorre
l'inclito figlio, convocati anch'essi
alla consulta. Valicato il fosso,
fermârsi in loco dalla strage intatto,
in quel loco medesmo ove sorgiunto


Ettore dalla notte alla crudele
uccisïone degli Achei fin pose.
Quivi seduti cominciâr la somma
a parlar delle cose; e in questi detti
Nestore aperse il parlamento: Amici,


havvi alcuna tra voi anima ardita
e in sé sicura, che furtiva ir voglia
de' fier Troiani al campo, onde qualcuno
de' nemici vaganti alle trinciere
far prigioniero? o tanto andar vicino,


che alcun discorso de' Troiani ascolti,
e ne scopra il pensier? se sia lor mente
qui rimanersi ad assediar le navi,
o alla città tornarsi, or che domata
han l'achiva possanza? Ei forse tutte


potrìa raccor tai cose, e ritornarne
salvo ed illeso. D'alta fama al mondo
farebbe acquisto, e n'otterrìa bel dono.
Quanti son delle navi i capitani
gli daranno una negra pecorella


coll'agnello alla poppa; e guiderdone
alcun altro non v'ha che questo adegui.
Poi ne' conviti e ne' banchetti ei fia
sempre onorato, desïato e caro.
Disse; e tutti restâr pensosi e muti.


Ruppe l'alto silenzio il bellicoso
Dïomede e parlò: Saggio Nelìde,
quell'audace son io: me la fidanza,
me l'ardir persuade al gran periglio
d'insinuarmi nel dardanio campo.


Ma se meco verranne altro guerriero,
securtà crescerammi ed ardimento.
Se due ne vanno di conserva, l'uno
fa l'altro accorto del miglior partito.
Ma d'un solo, sebben veggente e prode,


tardo è il coraggio e debole il consiglio.
Disse: e molti volean di Dïomede
ir compagni: il volean ambo gli Aiaci,
il volea Merïon: più ch'altri il figlio
di Nestore il volea: chiedealo anch'esso


l'Atride Menelao: chiedea del pari
penetrar ne' troiani accampamenti
il forte Ulisse: perocché nel petto
sempre il cor gli volgea le ardite imprese.
Mosse allor le parole il grande Atride.


Diletto Dïomede, a tuo talento
un compagno ti scegli a sì grand'uopo,
qual ti sembra il miglior. Molti ne vedi
presti a seguirti; né verun rispetto
la tua scelta governi, onde non sia


che lasciato il miglior, pigli il peggiore;
né ti freni pudor, né riverenza
di lignaggio, né s'altri è re più grande.
Così parlava, del fratello amato
paventando il periglio: e fea risposta


Dïomede così: Se d'un compagno
mi comandate a senno mio l'eletta,
come scordarmi del divino Ulisse,
di cui provato è il cor, l'alma costante
nelle fatiche, e che di Palla è amore?