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Odissea - Libro II v.265 - 545 PDF Print E-mail
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"Eurìmaco e voi tutti", il giovinetto
Soggiunse allor, "competitori alteri,
Non più: già il tutto sanno uomini e dèi.
Or non vi chiedo che veloce nave
Con dieci e dieci poderosi remi,


Che sul mar mi trasporti. All'arenosa
Pilo ed a Sparta valicare io bramo,
Del padre assente per ritrar s'io mai
Trovar potessi chi men parli chiaro,
O quella udir voce fortuita in cui


Spesso il cercato ver Giove nasconde.
Vivrà? ritornerà? Benché dolente,
Sosterrò un anno. Ma se morto e fatto
Cenere il risapessi, al patrio nido
Riederò senza indugio; e qui un sepolcro


Gli alzerò, renderogli i più solenni,
Qual si convien, fùnebri onori, e un altro
Sposo da me riceverà la madre".

Tacque, e s'assise; e Mentore levossi
Del padre il buon compagno, a cui su tutto


Vegghiar, guardare il tutto, ed i comandi
Seguitar di Laerte, Ulisse ingiunse,
Quando per l'alto sal mise la nave.
"O Itacesi", tal parlava il saggio
Vecchio, "alle voci mie l'orecchio date.


Né giusto più, né liberal, né mite,
Ma iniquo, ma inflessibile, ma crudo
D'ora innanzi un re sia, poiché tra gente
Su cui stendea scettro paterno Ulisse,
Più non s'incontra un sol, cui viva in core.


Che arroganti rivali ad opre ingiuste
Trascorran ciechi della mente, io taccio.
Svelgono, è ver, sin dalle sue radici,
La casa di quel Grande, a cui disdetto
Sperano il ritornar, ma in rischio almeno


Porgon la vita. Ben con voi m'adiro,
Con voi, che muti ed infingardi e vili
Vi state lì, né d'un sol moto il vostro
Signore ìnclito aitate. Ohimé! dai pochi
Restano i molti soverchiati e vinti".



"Mentor, non so qual più, se audace, o stolto",
Leòcrito d'Evènore rispose,
"Che mai dicestu? Contra noi tu ardisci
Il popol eccitar? Non lieve impresa
Una gente assalir, che per la mensa
  

Brandisca l'armi, e i piacer suoi difenda.
Se lo stesso re d'Itaca tornato
Scacciar tentasse i banchettanti proci,
Scarso del suo ritorno avrìa diletto
Questa sua donna, che il sospira tanto,


E morire il vedrìa morte crudele,
Benché tra molti ei combattesse: quindi
Del tuo parlar la vanità si scorge.
Ma, su via, dividetevi, e alle vostre
Faccende usate vi rendete tutti.


Mentore ed Aliterse, che fedeli
A Telemaco son paterni amici,
Gli metteran questo viaggio in punto:
Bench'ei del padre le novelle, in vece
Di cercarle sul mar, senza fatica


Le aspetterà nel suo palagio, io credo".

Disse, e ruppe il concilio. I cittadini
Scioglieansi l'un dall'altro, e alle lor case
Qua e là s'avvïavano: d'Ulisse
Si ritiraro alla magione i proci.



Ma, dalla turba solitario e scevro,
Telemaco rivolse al mare i passi,
Le mani asterse nel canuto mare,
E supplicò a Minerva: "O diva amica,
Che degnasti a me ier scender dal cielo,


E fender l'onde m'imponesti, un padre
Per rintracciar, che non ritorna mai,
Il tuo solo favor puommi davante
Gl'inciampi tôr, che m'opporranno i Greci,
E più che altr'uomo in Itaca, i malvagi


Proci, la cui superbia ognor più monta".

Così pregava; e se gli pose allato
Con la faccia di Mentore e la voce,
Palla, e a nome chiamollo, e feo tai detti:
"Telemaco, né ardir giammai, né senno


Ti verrà men, se la virtù col sangue
Trasfuse in te veracemente Ulisse,
Che quanto impreso avea, quanto avea detto,
Compiea mai sempre. Il tuo vïaggio a vôto
Non andrà, qual temer, dove tu figlio


Non gli fossi, io dovrei. Vero è che spesso
Dal padre il figlio non ritrae: rimane
Spesso da lui lungo intervallo indietro,
E raro è assai che aggiungalo od il passi.
Ma senno a te non verrà men, né ardire,


Ed io vivere Ulisse in te già veggo.
Lieto dunque degli atti il fine spera;
Né t'anga il vano macchinar de' proci,
Che non sentono, incauti e ingiusti al paro,
La nera Parca che gli assal da tergo,


Ed in un giorno sol tutti gli abbranca.
Io d'Ulisse il compagno, un tale aiuto
Ti porgerò, che partirai di corto
Su parata da me celere nave,
E con me stesso al fianco, in su la poppa.


Orsù, rïentra nel palagio, ai proci
Nuovamente ti mostra, ed apparecchia
Quanto al vïaggio si richiede, e il tutto
Riponi: il bianco nelle dense pelli
Gran macinato, ch'è dell'uom la vita,


E nell'urne il licor che la rallegra.
Compagni a radunarti in fretta io movo,
Che ti seguano allegri. Ha sull'arena
Molte l'ondicerchiata Itaca navi
Novelle e antiche: ne' salati flutti


Noi lancerem senza ritardo armata
Qual miglior mi parrà veleggiatrice".

Così di Giove la celeste figlia:
Né più, gli accenti della diva uditi,
S'indugiava Telemaco. Al palagio,


Turbato della mente, ire affrettossi,
E trovò i proci, che a scoiar capretti,
E pingui ad abbronzar corpi di verri,
Nel cortile intendeano. Il vide appena,
Che gli fu incontro sogghignando, e il prese


Per mano Antinoo, e gli parlò in tal guisa:
"O molto in arringar, ma forte poco
Nel dominar te stesso, ogni rancore
Scaccia dal petto, e, qual solevi, adopra
Da prode il dente, e i colmi nappi asciuga.


Tutto gli Achei t'allestiran di botto:
Nave e rèmigi eletti, acciò tu possa,
Ratto varcando alla divina Pilo,
Correr del padre tuo dietro alla fama".

E Telemaco allor: "Sedermi a mensa


Con voi, superbi, e una tranquilla gioia
Provarvi, a me non lice. Ah non vi basta
Cio che de' miei più prezïosi beni
Nella prima età mia voi mi rapiste?
Ma or ch'io posso dell'altrui saggezza


Giovarmi, e sento con le membra in petto
Cresciutami anco l'alma, io disertarvi
Tenterò pure, o ch'io qui resti, o parta.
Ma parto, e non invan, spero, e su nave
Parto non mia, quando al figliuol d'Ulisse,


Né ciò sémbravi sconcio, un legno manca".
Tal rispose crucciato, e destramente
Dalla man d'Antinòo la sua disvelse.

Già il convito apprestavano, ed acerbi
Motti scoccavan dalle labbra i proci.


"Certo", dicea di que' protervi alcuno,
"Telemaco un gran danno a noi disegna.
Da Pilo aiuti validi o da Sparta
Menerà seco, però ch'ei non vive
Che di sì fatta speme; o al suol fecondo


D'Efira condurrassi e ritrarranne
Fiero velen, che getterà nell'urne
Con man furtiva; e noi berrem la morte",
E un altro ancor de' pretendenti audaci:
"Chi sa ch'egli non men, sul mar vagando,


Dagli amici lontano, un dì non muoia,
Come il suo genitor? Carco più grave
Su le spalle ne avremmo: il suo retaggio
Partirci tutto, ma la casta madre,
E quel di noi, ch'ella scegliesse a sposo,


Nel palagio lasciar sola con solo".

Telemaco frattanto in quella scese
Di largo giro e di sublime volta
Paterna sala, ove rai biondi e rossi
L'oro mandava e l'ammassato rame;


Ove nitide vesti, e di fragrante
Olio gran copia chiudean l'arche in grembo;
E presso al muro ìvano intorno molte
Di vino antico, saporoso, degno
Di presentarsi a un dio, gravide botti,
 

Che del ramingo travagliato Ulisse
Il ritorno aspettavano. Munite
D'opportuni serrami eranvi, e doppie
Con lungo studio accomodate imposte;
Ed Euriclèa, la vigilante figlia


D'Opi di Pisenorre, il dì e la notte
Questi tesori custodìa col senno.
Chiamolla nella sala, e a lei tai voci
Telemaco drizzò: "Nutrice, vino,
Su via, m'attigni delicato, e solo
 

Minor di quel che a un infelice serbi,
Se mai scampato dal destin di morte,
Comparisse tra noi. Dodici n'empi
Anfore, e tutte le suggella. Venti
Di macinato gran giuste misure


Versami ancor ne' fedeli otri, e il tutto
Colloca in un: ma sappilo tu sola.
Come la notte alle superne stanze
La madre inviti e al solitario letto,
Per tai cose io verrò: ché l'arenosa
 

Pilo visitar voglio, e la ferace
Sparta, e ad entrambe domandar del padre".

Dié un grido, scoppiò in lagrime, e dal petto
Euriclèa volar feo queste parole:
"Donde a te, caro figlio, in mente cadde
  

Pensiero tal? Tu l'unico rampollo
Di Penelope, tu, la nostra gioia,
Per tanto mondo raggirarti? Lunge
Dal suo nido perì l'inclito Ulisse,
Fra estranie genti: e perirai tu ancora.


Sciolta la fune non avrai, che i proci
Ti tenderanno agguati, uccideranti,
E tutte partirannosi tra loro
Le spoglie tue. Deh qui con noi rimani,
Con noi qui siedi, e su i marini campi,


Che fecondi non son che di sventure,
Lascia che altri a sua posta errando vada".

"Fa cor, Nutrice", ei le risponde tosto:
"Senza un nume non è questo consiglio.
Ma giura che alla madre, ov'aura altronde


Non le ne giunga prima e ten richiegga,
Nulla dirai, che non appaia in cielo
La dodicesim'aurora; onde col pianto
Al suo bel corpo ella non rechi oltraggio".

L'ottima vecchia il giuramento grande


Giurò de' numi: e a lui versò ne' cavi
Otri, versò nell'anfore capaci
Le candide farine e il rosso vino.
Ei, nella sala un'altra volta entrato,
Tra i proci s'avvolgea: né in questo mezzo


Stavasi indarno la Tritonia Palla.
Vestite di Telemaco le forme,
Per tutto si mostrava ed appressava
Tutti, e loro ingiungea che al mare in riva
Si raccogliesser nottetempo, e il ratto


Legno chiedea di Fronio al figlio illustre,
A Noemòn, cui non chiedealo indarno.
S'ascose il Sole, e in Itaca omai tutte
S'inombravan le vie. Minerva il ratto
Legno nel mar tirò, l'armò di quanto


Soffre d'arnesi un'impalcata nave,
E al porto in bocca l'arrestò. Frequenti
Si raccoglieano i remator forzuti
Sul lido, e inanimavali la dea
Dallo sguardo azzurrin, che altro disegno


Concepì in mente. La magion d'Ulisse
Ritrova, e sparge su i beventi proci
Tal di sonno un vapor, che lor si turba
L'intelletto e confondesi, e di mano
Casca sul desco, la sonante coppa.


Sorse, e mosse ciascuno al proprio albergo,
Né fu più nulla del sedere a mensa:
Tal pondo stava sulle lor palpèbre.
Ma l'occhiglauca dea, ripreso il volto
Di Mentore e la voce, e richiamato


Fuor del palagio il giovinetto, disse:
Telemaco, ciascun de' tuoi compagni,
Che d'egregi schinier veston le gambe,
Già siede al remo, e, se tu arrivi, guarda".

Ciò detto, la via prese, ed il garzone


Seguitavane l'orme. Al mar calati,
Trovàr sul lido i capelluti Achivi;
Cui di tal guisa favellò la sacra
Di Telemaco possa: "Amici, in casa
Quanto al cammin bisogna, unito giace:


Trasportarlo è mestieri. Né la madre
Sa, né, fuor che una, il mio pensier le ancelle".

Tacque, e loro entrò innanzi; e quelli dietro
Teneangli. Indi con l'anfore e con gli otri,
Come d'Ulisse il caro figlio ingiunse,


Tornâro, e il carco nella salda nave
Deposero. Il garzon sopra vi salse,
Preceduto da Pallade, che in poppa
S'assise; accanto ei le sedea: la fune
I remiganti sciolsero, e montàro


La negra nave anch'essi, e i banchi empiero.
Tosto la dea dalle cerulee luci
Chiamò di verso l'occidente un vento
Destro, gagliardo, che battendo venne
Su pel tremulo mar l'ale sonanti.


"Mano, mano agli attrezzi", allor gridava
Telemaco; "ov'è l'albero"? I compagni
L'udiro, e il grosso e lungo abete in alto
Drizzaro, e l'impiantaro entro la cava
Base, e di corda l'annodaro al piede:


Poi tiravano in su le bianche vele,
Con bene attorti cuoi. Gonfiò nel mezzo
Le vele il vento; e forte alla carena
L'azzurro mar romoreggiava intorno,
Mentre la nave sino al fin del corso
 

Su l'elemento liquido volava.
Legati i remi del naviglio ai fianchi,
Incoronaro di vin maschio l'urne,
E a ciascun degli dèi sempre viventi
Libaro, ma più a te, figlia di Giove,
 

Che le pupille di cilestro tingi.
Il naviglio correa la notte intera,
E del suo corso al fin giungea con l'alba.