Language Selection

RSS Feed

Cultura Campania
Eventi Campania
Natura Itinerari Campania

Eventi in programma


Odissea - Libro II v.5 - 260 PDF Print E-mail
There are no translations available.

Come la figlia del mattin, la bella
Dalle dita di rose Aurora surse,
Surse di letto anche il figliuol d'Ulisse,
I suoi panni vestì, sospese il brando
Per lo pendaglio all'omero, i leggiadri


Calzari strinse sotto i molli piedi
E della stanza uscì rapidamente,
Simile ad un degli Immortali in volto.
Tosto agli araldi dall'arguta voce
Chiamare impose i capelluti Achivi;


E questi, al gridar loro accorsi in fretta,
Si ragunaro, s'affollaro. Ei pure
Al parlamento s'avviò: tra mano
Stavagli un'asta di polito rame
E due bianchi il seguìan cani fedeli.


Stupìa ciascun, mentr'ei mutava il passo,
E il paterno sedil, che dai vecchioni
Gli fu ceduto, ad occupar sen gìa:
Tanta in quel punto e sì divina grazia
Sparse d'intorno a lui Pallade amica.



Chi ragionò primiero? Egizio illustre,
Che il dorso avea per l'età grande in arco,
E di vario saver ricca la mente.
Sulle navi d'Ulisse alla feconda
Di nobili destrier ventosa Troia


Andò il più caro de' figliuoli, Antìfo;
E a lui diè morte nel cavato speco
Il Ciclope crudel, che la cruenta
S'imbandì del suo corpo ultima cena.
Tre figli al vecchio rimanean: l'un, detto


Eurìnomo, co' proci erasi unito,
E alla coltura de' paterni campi
Presedean gli altri due. Ma in quello, in quello,
Che più non ha, sempre s'affisa il padre,
Che nel pianto i dì passa, e che sì fatte


Parole allor, pur lagrimando, sciolse:
"O Itacesi, uditemi. Nessuna,
Dacché Ulisse levò nel mar le vele,
Qui si tenne assemblea. Chi adunò questa?
Giovane, o veglio? E a che? Primo udì forse


Di estrania gente che s'appressi armata?
O d'altro, da cui penda il ben comune,
Ci viene a favellar? Giusto ed umano
Costui, penso, esser dee. Che che s'aggiri
Per la sua mente, il favorisca Giove!



Telemaco gioìa di tali accenti,
Quasi d'ottimo augurio, e, sorto in piedi,
Ché il pungea d'arringar giovane brama,
Trasse nel mezzo, dalla man del saggio
Tra gli araldi Pisènore lo scettro


Prese, e ad Egizio indi rivolto: "O", disse,
"Buon vecchio, non è assai quinci lontano
L'uom che il popol raccolse: a te dinanzi,
Ma qual, cui punge acuta doglia, il vedi.
Non di gente che a noi s'appressi armata,


Né d'altro, da cui penda il ben comune,
Io vegno a favellarvi. A far parole
Vegno di me, d'un male, anzi di duo,
Che aspramente m'investono ad un'ora.
Il mio padre io perdei! Che dico il mio?


Popol d'Itaca, il nostro: a tutti padre,
Più assai che re, si dimostrava Ulisse.
E a questa piaga, ohimè l'altra s'arroge,
Che ogni sostanza mi si sperde, e tutta
Spiantasi dal suo fondo a me la casa.


Noioso assedio alla ritrosa madre
Poser de' primi tra gli Achivi i figli.
Perché di farsi a Icario, e di proporgli
Trepidan tanto, che la figlia ei doti
E a consorte la dia cui più vuol bene?


L'intero dì nel mio palagio in vece
Banchettan lautamente, e il fior del gregge
Struggendo e dell'armento, e le ricolme
Della miglior vendemmia urne votando,
Vivon di me: né v'ha un secondo Ulisse,


Che sgombrar d'infra noi vaglia tal peste.
Io da tanto non son, né uguale all'opra
In me si trova esperïenza e forza.
Oh così le avess'io, com'io le bramo!
Poscia che il lor peccar varca ogni segno.


E, che più m'ange, con infamia io pero.
Deh s'accenda in voi pur nobil dispetto;
Temete il biasmo delle genti intorno;
Degl'immortali dèi, non forse cada
Delle colpe de' proci in voi la pena,


L'ira temete. Per l'Olimpio Giove,
Per Temi, che i consigli assembra e scioglie,
Costoro, amici, d'aizzarmi contro
Restate, e me lasciate a quello in preda
Cordoglio sol, che il genitor mi reca.


Se non che forse Ulisse alcuni offese
De' prodi Achivi, ed or s'intende i torti
Vendicarne sul figlio. E ben, voi stessi
Stendete ai beni la rapace destra:
Meglio fôra per me, quando consunti


Suppellettil da voi fóssemi e censo,
Da voi, dond'io sperar potrei restauro.
Vi assalirei per la città con blande
Parole ad uno ad un, né cesserei,
Che tutto in poter mio pria non tornasse,


E di nuovo s'ergesse in piè il mio stato.
Ma or dolori entro del petto, a cui
Non so rimedio alcun, voi mi versate.

Detto così, gittò lo scettro a terra,
Ruppe in lagrime d'ira e viva corse


Di core in cor nel popolo pietade.
Ma taciturni, immoti, e non osando
Telemaco ferir d'una risposta,
Tutti stavano i proci. Antìnoo solo
Sorse e arringò: "Telemaco, a cui bolle


Nel petto rabbia che il tuo dir sublìma,
Quai parole parlasti ad onta nostra?
Improntar sovra noi macchia sì nera?
Non i migliori degli Achei: la cara
Tua madre e l'arti, ond'è maestra, incolpa.


Già il terzo anno si volse, e or gira il quarto,
Che degli amanti suoi prendesi gioco;
Tutti di speme e d'impromesse allatta,
Manda messaggi a tutti, ed altro ha in core.
Tela sottile, tela grande, immensa,


Questo ancor non pensò novello inganno?
A oprar si mise, e a sé chiamonne, e disse:
"Giovani, amanti miei, tanto vi piaccia,
Poiché già Ulisse tra i defunti scese,
Le mie nozze indugiar, ch'io questo possa


Lugubre ammanto per l'eroe Laerte,
Acciò le fila inutili io non perda,
Prima fornir, che l'inclemente Parca,
Di lunghi sonni apportatrice, il colga.
Non vo' che alcuna delle Achee mi morda,


Se ad uom, che tanto avea d'arredi vivo,
Fallisse un drappo in cui giacersi estinto".
Con simil fola leggermente vinse
Gli animi nostri generosi. Intanto,
Finché il giorno splendea, tessea la tela


Superba, e poi la distessea la notte
Al complice chiaror di mute faci.
Così un triennio la sua frode ascose,
E deluse gli Achei. Ma come il quarto
Con le volubili ore anno sorvenne,


Noi da un'ancella non ignara instrutti,
Penelope trovammo, che la bella
Disciogliea tela ingannatrice: quindi
Compierla dové al fin, benché a dispetto.
Or, perché a te sia noto e ai Greci il tutto,


Ecco risposta che ti fanno i proci.
Accommiata la madre, e quel di loro,
Che non dispiace a Icario e a lei talenta,
A disposar costringila. Ma dove,
Le doti usando, onde la ornò Minerva,


Che man formolle così dotta e ingegno
Tanto sagace, e accorgimenti dielle,
Quali non s'udir mai né dell'antiche
Di Grecia donne dalle belle trecce,
Tiro, Alcmena, Micene, a cui le menti


Di sì fini pensier mai non fioriro;
Dove credesse lungo tempo a bada
Tenerci ancor, la sua prudenza usata
Qui l'abbandonerìa. Noi tanto il figlio
Consumerem, quanto la madre in core


Serberà questo suo, che un dio le infuse,
Strano proposto. Eterna gloria forse
A sé procaccerà, ma gran difetto
Di vettovaglia a te; mentre noi certo
Da te pensiam non istaccarci, s'ella


Quel che le aggrada più pria non impalma".

"Io", rispose Telemaco, "di casa
Colei sbandir, donde la vita io tengo?
Dal cui lattante sen pendei bambino?
Grave inoltre mi fôra, ov'io la madre


Dipartissi da me, sì ricca dote
Tornare a Icario. Cruccierìasi un giorno
L'amato genitor che forse vive,
Benché lontano, e punìrianmi i numi,
Perch'ella, slontanandosi, le odiate


Implorerìa vendicatrici Erinni.
Che le genti dirìan? No; tal congedo
Non sarà mai ch'io liberi dal labbro.
L'avete voi per mal? Da me sgombrate;
Gozzovigliate altrove; alternamente


L'un l'altro inviti, e il suo retaggio scemi.
Che se disfare impunemente un solo
Vi par meglio, seguìte. Io dell'Olimpo
Gli abitatori invocherò, né senza
Speme che il Saturnìde a tai misfatti


La debita mercé renda, e che inulto
Scorra nel mio palagio il vostro sangue".

Sì favellò Telemaco, e dall'alto
Del monte due volanti aquile a lui
Mandò l'eterno onniveggente Giove.


Tra lor vicine, distendendo i vanni,
Fendean la vana regïon de' venti.
Né prima fur dell'assemblea sul mezzo,
Che si volsero in giro, e, l'ali folte
Starnazzando, e mirando tutti in faccia,


Morte auguraro: al fin, poiché a vicenda
Con l'unghie il capo insanguinato e il collo
S'ebber, volaro a destra, e dileguârsi
Della città su per gli eccelsi tetti.
Maravigliò ciascuno, e ruminava


Fra sé quai mali promettesse il fato.

Quivi era un uom di molto tempo e senno,
Di Mastore figliuol, detto Aliterse,
Che nell'arte di trar dagli osservati
Volanti augelli le future cose,


Tutti vinceva i più canuti crini.
"Itacesi, ascoltatemi, e più ancora
M'ascoltin", disse, "i proci, a cui davante
S'apre un gran precipizio. Ulisse lungi
Da' cari suoi non rimarrà molt'anni.


Che parlo? Ei spunta, e non ai soli proci
Strage prepara e morte: altri, e non pochi
Che abitiam la serena Itaca, troppo
Ci accorgerem di lui. Consultiam dunque
Come gli amanti, che pel meglio loro


Cessar dovrìan per sé, noi raffreniamo.
Uom vi ragiona de' presagi esperto
Per lunghissima prova. Ecco maturo
Ciò ch'io vaticinai, quando per Troia
Scioglieano i Greci, e Ulisse anch'ei salpava.


"Molti", io gridai, "patirà duoli, e tutti
Perderà i suoi: ma nel ventesim'anno,
Solo e ignoto a ciascun, farà ritorno".
Già si compie l'oracolo: tremate!"

"Folle vecchiardo, in tua magion ricovra",


Eurìmaco di Pòlibo rispose,
"oracoleggia ai figli tuoi, non forse
Gl'incolga un dì qualche infortunio. Assai
Più là di te ne' vaticinî io veggio.
Volan, rivolan mille augelli e mille
 

Per l'aere immenso, e non dibatton tutti
Sotto i raggi del sol penne fatali.
Quinci lontano perì Ulisse. Oh fossi
Tu perito con lui! Ché non t'udremmo
Profetare in tal guisa, e il furor cieco


Secondar di Telemaco, da cui
Qualche don, credo, alle tue porte attendi.
Ma oracol più verace odi. Se quanto
D'esperïenza il bianco pel t'addusse,
A sedurre il fanciullo e a più infiammarlo


L'adopri, tu gli nuoci, a' tuoi disegni
Non giovi, e noi tale imporremti multa,
Che morte fìati il sostenerla. Io poi
Tal consiglio al fanciul porgo: la madre
Rimandi a Icario, che i sponsali e ricca,
 

Qual dee seguir una diletta figlia,
Dote apparecchierà. Prima io non penso
Che da questa di nozze ardua tenzone
I figli degli Achei vorran giù tôrsi.
Di nessuno temiam; non, benché tanto


Loquace, di Telemaco; né punto
Del vaticinio ci curiam, che indarno
T'uscì, vecchio, di bocca, e che fruttarti
Maggiore odio sol può. Fine i conviti
Non avran dunque, e non sarà mai calma,


Finché d'oggi in doman costei ci mandi.
Noi ciascun dì contenderem per lei,
Né ad altre donne andrem, quali ha l'Acaia
Degne di noi, perché cagion primiera
Dell'illustre contesa è la virtude".