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Odissea - Libro III v.325 - 640 PDF Print E-mail
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Qual morte al sommo Agamennòne ordìa
L'iniquo Egisto, che di vita uom tolse
Tanto miglior di sé? Non era dunque
Nell'Argo Acaica Menelao? Ma forse
Lontano errava tra straniere genti,


E quei la spada, imbaldanzito, strinse?"

Ed il Gerenio cavalier Nestorre:
"Figlio, quant'io dirò, per certo il tieni.
Tu feristi nel segno. Ah! se l'illustre
Menelao biondo, poiché apparve in Argo,


Nel palagio trovava Egisto in vita,
Non si spargea sul costui morto corpo
Un pugno scarso di cavata terra:
Fuor delle mura, sovra il nudo campo
Cani e augelli voravanlo, né un solo


Delle donne d'Acaia occhio il piangea.
Noi sotto Troia, travagliando in armi,
Passavam le giornate; ed ei, nel fondo
Della ricca di paschi Argo, tranquilla,
Con detti aspersi di dolce veleno


La moglie dell'Atride iva blandendo.
Rifugìa prima dall'indegno fatto
La vereconda Clitennestra, e retti
Pensier nutrìa, standole a fianco il vate,
Cui di casta serbargliela l'Atride


Molto ingiungea, quando per Troia sciolse.
Ma sorto il dì che cedere ad Egisto
La infelice dovea, quegli, menato
A un'isola deserta il vate in seno,
Colà de' feri volator pastura


Lasciallo, e strazio: e ne' suoi tetti addusse,
Non ripugnante, l'infedel regina.
E molte cosce del cornuto armento
Su l'are il folle ardea, sospendea molti
Di drappi d'oro sfavillanti doni,


Compiuta un'opra che di trarre a fine
Speranza ebbe assai men, che non vaghezza.
Già partiti di Troia, e d'amistade
Congiunti, battevam lo stesso mare
Menelao ed io: ma divenimmo al sacro


Promontorio d'Atene, al Sunio, appena,
Che il suo nocchier, che del corrente legno
Stava al governo, un'improvvisa uccise
Di Febo Apollo mansueta freccia,
L'Onetoride Fronte, uom senza pari


Co' marosi a combattere e co' venti.
L'Atride, benché in lui gran fretta fosse,
Si fermò al Sunio, ed il compagno pianse,
E d'esequie onorollo e di sepolcro.
Poi, rientrato in mare, e al capo eccelso


Giunto della Malèa, cammin felice
Non gli donò l'onniveggente Giove.
Venti stridenti e smisurati flutti,
Che ai monti non cedean, contro gli mosse,
E ne disgiunse i legni, e parte a Creta


Ne spinse, là 've albergano i Cidonî,
Alle correnti del Giardano in riva.
Liscia e pendente sovra il fosco mare
Di Gortina al confin, sorge una rupe,
Contro alla cui sinistra, e non da Festo


Molto lontana punta, Austro i gran flutti
Caccia; li frange un piccoletto sasso.
Là, percotendo, si fiaccaro i legni
Scampate l'alme a gran fatica, e sole
Cinque altre navi dall'azzurra prora,


Portò sovra l'Egitto il vento e l'onda.
Mentre con queste Menelao tra genti
D'altra favella s'aggirava, e forza
Vi raccogliea di vettovaglia e d'oro,
Tutti ebbe i suoi desir l'iniquo Egisto:


Agamennòne a tradimento spense,
Soggettossi gli Argivi, ed anni sette
Della ricca Micene il fren ritenne.
Ma l'ottavo anno ritornò d'Atene
Per sua sciagura il pari ai numi Oreste,


Che il perfido assassin del padre illustre
Spogliò di vita, e la funèbre cena
Agli Argivi imbandì, per l'odïosa
Madre non men, che per l'imbelle drudo.
Lo stesso giorno Menelao comparve,


Tanta ricchezza riportando seco,
Che del pondo gemean le stanche navi.
Figlio, non l'imitar, non vagar troppo,
Lasciando in preda le sostanze ai proci,
Che ciò tra lor che non avran consunto,


Partansi, e il vïaggiar ti torni danno.
Se non ch'io bramo, anzi t'esorto e stringo,
Che il re di Sparta trovi. Ei testé giunse,
Donde altri, che in quel mar furia di crudo
Vento cacciasse, perderia la speme


Di rieder più: mar così immenso e orrendo,
Che nel giro d'un anno augel nol varca.
Hai nave ed hai compagni. E se mai fosse
Più di tuo grado la terrestre via,
Cocchio io darotti e corridori, e i miei


Figli, che guideranti alla divina
Sparta, ove il biondo Menelao soggiorna.
Pregalo, e non temer che le parole
Re sì prudente di menzogna involva".

Disse; e tramontò il Sole, e buio venne.


Qui la gran diva dal ceruleo sguardo
Si frappose così: Buon vecchio, tutto
Dicesti rettamente. Or via, le lingue
Taglinsi, e di licor s'empian le tazze.
Poscia, fatti a Nettuno e agli altri numi


I libamenti, si procuri ai corpi
Riposo e sonno, come il tempo chiede.
Già il sol s'ascose, e non s'addice al sacro
Troppo a lungo seder prandio solenne".

Così Palla, né indarno. Acqua gli araldi


Dier subito alle man, di vino l'urne
Coronaro i donzelli, ed il recaro,
Con le tazze, augurando, a tutti in giro.
I convitati s'alzano, e le lingue
Gittan sul fuoco, e libano. Libato


Ch'ebbero, e a voglia lor tutti bevuto,
Palla e d'Ulisse il deiforme figlio
Ritirarsi voleano al cavo legno.
Ma Nestore fermolli, e con gentile
Corruccio: "Ah! Giove tolga, e gli altri", disse,


"Non morituri dèi, ch'ire io vi lasci,
Qual tapino mortale, a cui la casa
Di vestimenti non abbonda e coltri,
Ove gli ospiti suoi, non ch'egli, avvolti
Mollemente s'addormino. Credete


Che a me vesti non sieno e coltri belle?
No; su palco di nave il figlio caro
Di cotant'uom non giacerà, me vivo,
E vivo un sol de' figli miei, che quanti
Verranno alle mie case ospiti accolga".



"O vecchio amico", replicò la diva
Cui sfavilla negli occhi azzurra luce,
"Motto da te non s'ode altro che saggio.
Telemaco, ubbidire io ti consiglio.
Che meglio puoi? Te dunque, o Nestor, siegua


E s'adagi in tua casa. Io vêr la nave
A confortar rivolgomi, e di tutto
Gli altri a informar: però ch'io tutti vinco
Que' giovani d'età, che non maggiori
Di Telemaco sono, e accompagnarlo


Voller per amistade. In sul naviglio
Mi stenderò: ma, ricomparsa l'alba,
Ai Caucòni magnanimi non lieve
Per ricevere andrò debito antico.
E tu questo garzon, che a te drizzossi,


Nel cocchio manda con un figlio, e al cocchio
De' corridori, che in tue stalle nutri,
I più ratti gli accoppia e più gagliardi".

Qui fine al dir pose la dea, cui ride
Sotto le ciglia un azzurrino lume,


E si levò com'aquila, e svanìo.
Stupì chiunque v'era, ed anco il veglio,
Visto il portento, s'ammirava; e, preso
Telemaco per man, nomollo e disse:
"Ben conosc'ora che dappoco e imbelle,
 

Figliuol mio, non sarai, quando compagni
Così per tempo ti si fanno i numi.
Degli abitanti dell'Olimpie case
Chi altri esser porìa che la pugnace
Figlia di Giove, la Tritonia Palla,


Che l'egregio tuo padre in fra gli Achivi
Favorì ognor? Propizia, o gran regina,
Guardami, e a me co' figli e con la casta
Consorte gloria non vulgar concedi.
Giovenca io t'offrirò di larga fronte,


Che vide un anno solo, e al giogo ancora
Non sottopose la cervice indoma.
Questa per te cadrà con le vestite
Di lucid'oro giovinette corna".

Tal supplicava, e l'udì Palla. Quindi
 

Generi e figli al suo reale ostello
Nestore precedea. Giunti, posaro
Su gli scanni per ordine e su i troni.
Il re canuto un prezïoso vino,
Che dalla scoverchiata urna la fida


Custode attinse nell'undecim'anno,
Lor mescea nella coppa, e alla possente
Figlia libava dell'Egìoco Giove,
Supplichevole orando. E gli altri ancora
Libaro, e a voglia lor bevvero. Al fine


Trasser, per chiuder gli occhi, ai tetti loro.
Ma nella sua magione il venerato
Nestore vuol che del divino Ulisse
La cara prole, in traforato letto
Sotto il sonante portico, s'addorma;


E accanto a lui Pisistrato, di gente
Capo, e il sol de' figliuoi che sin qui viva
Celibe vita. Ei del palagio eccelso
Si corcò nel più interno; e la reale
Consorte il letto preparògli e il sonno.



Tosto che del mattin la bella figlia
Con le dita rosate in cielo apparve,
Surse il buon vecchio, uscì del tetto, e innanzi
S'assise all'alte porte, in sui politi
Bianchi e d'unguento luccicanti marmi,


Su cui sedea par nel consiglio ai numi
Nelèo, che, vinto dal destin di morte,
Nelle case di Pluto era già sceso.
Nestore allora, guardïan de' Greci,
Lo scettro in man, sedeavi. I figli, usciti


Di loro stanza maritale anch'essi,
Frequenti al vecchio si stringeano intorno,
Echefróne, Persèo, Strazio ed Areto,
E il nobil Trasimede, a cui s'aggiunse
Sesto l'eroe Pisistrato. Menaro


D'Ulisse il figlio deïforme, e al fianco
Collocârlo del padre, che le labbra
In queste voci aprì: "Figli diletti,
Senza dimora il voler mio fornite.
Prima tra i numi l'Atenèa Minerva


Non degg'io venerar, che nel solenne
Banchetto sacro manifesta io vidi?
Un di voi dunque ai verdi paschi vada,
Perché tirata dal bifolco giunga
Ratto la vaccherella. Un altro mova


Dell'ospite alla nave e, salvo due,
Tutti i compagni mi conduca. E un terzo
Laerce chiami, l'ingegnoso mastro,
Della giovenca ad inaurar le corna.
Gli altri tre qui rimangano, e all'ancelle


Faccian le mense apparecchiar, sedili
Apportar nel palagio, e tronca selva,
E una pura dal fonte acqua d'argento".

Non indarno ei parlò. Venne dal campo
La giovinetta fera, e dalla nave


Dell'ospite i compagni; il fabbro venne
Tutti recando gli strumenti e l'armi,
L'incude, il buon martello e le tanaglie
Ben fabbricate, con che l'ôr domava:
Né ai sacrifici suoi mancò la diva.


Nestore diè il metallo; e il fabbro, come
Domato l'ebbe, ne vestì le corna
Della giovenca, acciocché Palla, visto
Quel fulgor biondo, ne gioisse in core.
Per le corna la vittima Echefróne


Guidava, e Strazio: dalle stanze Arèto
Purissim'onda in un bacile, a vaghi
Fiori intagliato, d'una man portava,
Orzo dell'altra in bel canestro e sale;
Il bellicoso Trasimede in pugno
 

Stringea l'acuta scure, che sul capo
Scenderà della vittima; ed il vaso,
Che il sangue raccorrà, Perseo tenea.
Ma de' cavalli il domator, l'antico
Nestore, il rito cominciò: le mani


S'asterse, sparse il salat'orzo, e a Palla
Pregava molto, nell'ardente fiamma
Le primizie gittando, i peli svelti
Dalla vergine fronte. Alla giovenca
S'accostò il forte Trasimede allora


E con la scure acuta, onde colpilla,
Del collo i nervi le recise, e tutto
Svigorì il corpo: supplicanti grida
Figliuole alzaro, e nuore e la pudica
Di Nestor donna Euridice, che prima
  

Di Climèn tra le figlie al mondo nacque;
Poi la buessa, che giacea, di terra
Sollevâr nella testa, e in quel che lei
Reggean così, Pisistrato scannolla.
Sgorgato il sangue nereggiante e scorso,


E abbandonate dallo spirto l'ossa,
La divisero in fretta: ne tagliaro
Le intere cosce, qual comanda il rito,
Di doppio le covriro adipe, e i crudi
Brani vi adattâr sopra. Ardeale il veglio


Su gli scheggiati rami, e le spruzzava
Di rosso vin, mentre abili donzelli
Spiedi tenean di cinque punte in mano.
Arse le cosce e i visceri gustati,
Minuti pezzi fer dell'altro corpo,


Che rivolgeano ed arrostìano infissi
Negli acuti schidoni. Policasta,
La minor figlia di Nestorre, intanto
Telemaco lavò, di bionda l'unse
Liquida oliva, e gli vestì una fina


Tunica e un ricco manto; ed egli emerse
Fuor del tepido bagno, agl'Immortali
Simile in volto, e a Nestorre avviossi,
Pastor di genti, e gli s'assise al fianco.

Abbrostite le carni ed imbandite,


Sedeansi a banchettar: donzelli esperti
Sorgeano, e pronti di vermiglio vino
Ricolmavan le ciotole dell'oro.
Ma poiché spenti i naturali fûro
Della fame desiri e della sete,


Parlò in tal guisa il cavalier Nestorre:
"Miei figli, per Telemaco, su via,
I corridori dal leggiadro crine
Giungete sotto il cocchio". Immantinente
Quelli ubbidiro, e i corridor veloci


Giunser di fretta sotto il cocchio, in cui
Candido pane e vin purpureo e dapi,
Quai costumano i re, di Giove alunni,
La veneranda dispensiera pose.
Telemaco salì, salì l'ornata


Biga con lui Pisistrato, di gente
Capo, e accanto assettossigli; e, le briglie
Nella man tolte, con la sferza al corso
I cavalli eccitò, che alla campagna
Si gittâr lieti: de' garzoni agli occhi


Di Pilo s'abbassavano le torri.
Squassavano i destrier tutto quel giorno
Concordi il giogo ch'era lor sul collo.
Tramontò il Sole, ed imbrunìan le strade:
E i due giovani a Fera, e alla magione


Di Diocle arrivàr, del prode figlio
Di Orsìloco d'Alfèo, dove riposi
Ebber tranquilli ed ospitali doni.

Ma come del mattin la bella figlia
Comparve in ciel con le rosate dita,


Aggiogaro i cavalli, e la fregiata
Biga salîro, e del vestibol fuori
La spinsero, e del portico sonante.
Scosse la sferza il Nestorìde, e quelli
Lietamente volaro. I pingui campi,


Di ricca messe biondeggianti, indietro
Fuggìan l'un dopo l'altro; e sì veloci
Gli allenati destrier movean le gambe,
Che l'Itacense e il Pilïese al fine
Del vïaggio pervennero, che d'ombra,


Il sol caduto, si coprìa la terra.