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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| Odissea - Libro IV v.5 - 520 |
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There are no translations available. Giunsero all'ampia, che tra i monti giace, Nobile Sparta, e le regali case Del glorïoso Menelao trovaro. Questi del figlio e della figlia insieme Festeggiava quel dì le doppie nozze, E molti amici banchettava. L'una Spedìa d'Achille al bellicoso figlio, Cui promessa l'avea sott'Ilio un giorno, Ed or compieano il maritaggio i numi: Quindi cavalli e cocchi alla famosa Cittade de' Mirmìdoni condurla Doveano, e a Pirro che su lor regnava. E alla figlia d'Alettore Spartano L'altro, il gagliardo Megapente, unia, Che d'una schiava sua tardi gli nacque: Poiché ad Elèna gl'immortali dèi Prole non concedean dopo la sola D'amor degna Ermione, a cui dell'aurea Venere la beltà splendea nel volto. Così per l'alto spazïoso albergo Rallegravansi, assisi a lauta mensa, Di Menelao gli amici ed i vicini; Mentre vate divin tra lor cantava, L'argentea cetra percotendo, e due Danzatori agilissimi nel mezzo Contempravano al canto i dotti salti. Nell'atrio intanto s'arrestaro i figli Di Nestore e d'Ulisse. Eteonèo, Un vigil servo del secondo Atride, Primo adocchiolli, e con l'annunzio corse De' popoli al pastore, ed all'orecchio Gli sussurrò così: "Due forestieri Nell'atrio, o Menelao, di Giove alunno, Coppia d'eroi, che del Saturnio prole Sembrano in vista. Or di': sciorre i cavalli Dobbiamo, o i forestieri a un altro forse Mandar de' Greci, che gli accolga e onori?" D'ira infiammossi, e in cotal guisa il biondo Menelao gli rispose: "O di Boète Figliuolo, Eteonèo, tu non sentivi Già dello scemo negli andati tempi, E or sembri a me bamboleggiar co' detti. Non ti sovvien quante ospitali mense Spogliammo di vivande, anzi che posa Qui trovassimo al fin, se pur vuol Giove Privilegiar dopo cotante pene La nostra ultima età? Sciogli i cavalli, E al mio convito i forestier conduci". Ratto fuor della stanza Eteonèo Lanciossi; e tutti a sé gli altri chiamava Fidi conservi. Distaccaro i forti Di sotto il giogo corridor sudanti, E al presepe gli avvinsero, spargendo Vena soave di bianc'orzo mista, E alla parete lucida il vergato Cocchio appoggiâro. Indi per l'ampie stanze Guidaro i novelli ospiti, che in giro D'inusitata maraviglia carche Le pupille movean: però che grande Gettava luce, qual di Sole o Luna, Del glorïoso Menelao la reggia. Del piacer sazî, che per gli occhi entrava, Nelle terse calâr tepide conche; E come fur dalle pudiche ancelle Lavati, di biond'olio unti e di molli Tuniche cinti e di vellosi manti, Si collocaro appo l'Atride. Quivi Solerte ancella da bell'auro vaso Nell'argenteo bacile un'onda pura Versava, e stendea loro un liscio desco, Su cui la saggia dispensiera i pani Venne ad impor bianchissimi, e di pronte Dapi serbate generosa copia; E d'ogni sorta carni in larghi piatti Recò l'abile scalco, e tazze d'oro. Il re, stringendo ad ambidue la mano: "Pasteggiate", lor disse, "ed alla gioia Schiudete il cor: poscia, chi siete, udremo. De' vostri padri non s'estinse il nome, E da scettrati re voi discendete. Piante cotali di radice vile, Sia loco al vero, germogliar non ponno". Detto così, l'abbrustolato tergo Di pingue bue, che ad onor grande innanzi Messo gli avean, d'in su la mensa tolse, E innanzi il mise agli ospiti, che pronte Steser le mani all'imbandita fera. Ma de' cibi il desir pago e de' vini, Telemaco, piegando in vêr l'amico, Sì che altri udirlo non potesse, il capo, Tale a lui favellò: "Mira, o diletto Dell'alma mia, figlio di Nestor, come Di rame, argento, avorio, elettro ed oro L'echeggiante magion risplende intorno! Sì fatta, io credo, è dell'Olimpio Giove L'aula di dentro. Oh gl'infiniti oggetti! Io maraviglio più, quanto più guardo". L'intese il re di Sparta, e ad ambo disse: "Figliuoli miei, chi gareggiar mai puote De' mortali con Giove? Il suo palagio, Ciò ch'ei dentro vi serba, eterno è tutto. Quanto all'umana stirpe, altri mi vinca Di beni, o ceda; io so che, molti affanni Durati e molto navigato mare, Queste ricchezze l'ottavo anno addussi. Cipro, vagando, e la Fenicia io vidi, E ai Sidonî, agli Egizî e agli Etïòpi Giunsi, e agli Erembi, e in Libia, ove le agnelle Figlian tre volte nel girar d'un anno, E spuntan ratto a gli agnellin le corna; Né signore o pastor giammai difetto Di carne pate, o di rappreso latte, Ridondando di latte ognora i vasi. Mentr'io vagava qua e là, tesori Raccogliendo, il fratello altri m'uccise Di furto, all'improvvista, e per inganno Della consorte maladetta: quindi Non lieto io vivo a questi beni in grembo. Voi, quai sieno, ed ovunque, i padri vostri, Tanto dalla lor bocca udir doveste. Che non soffersi? Ruinai dal fondo Casa di ricchi arredi e d'agi colma; Onde piacesse ai dèi che sol rimasta Mi fosse in man delle tre parti l'una, E spirasser le vive aure que' prodi Che, lungi dalla verde Argo ferace, Ne' lati campi d'Ilïòn perîro! Tutti io li piango, e li sospiro tutti, Standomi spesso ne' miei tetti assiso, E or mi pasco di cure, or nuovamente Piglio conforto; che non puote a lungo Viver l'uom di tristezza, e al fin molesto Torna quel pianto che fu in pria sì dolce. Pure io di tutti in un così non m'ango, E m'ango assai, come d'un sol che ingrato Mi rende, ove a lui penso, il cibo e il sonno: Poiché Greco nessuno in tutta l'oste O il bene oprando, o sostenendo il male, Pareggiò Ulisse. Ma dispose il fato Ch'ei tormentasse d'ogni tempo, e ch'io Mesti per sua cagion traessi i giorni, Io, che nol veggio da tanti anni, e ignoro Se viva, o morto giaccia. Il piange intanto Laerte d'età pieno, e la prudente Penelope e Telemaco, che il padre Lasciò lattante ne' suoi dolci alberghi". Disse; e di pianto subitana voglia Risvegliossi in Telemaco, che a terra Mandò lagrime giù dalle palpèbre, Del padre udendo, ed il purpureo manto Con le mani s'alzò dinanzi al volto. Menelao ben comprese; e se a lui stesso Lasciar nomare il padre, o interrogarlo Dovesse pria, né serbar nulla in petto, Sì e no tenzonavangli nel capo. Mentre cosi fra due stava l'Atride, Elena dall'eccelsa e profumata Sua stanza venne con le fide ancelle, Che Diana parea dall'arco d'oro. Bel seggio Adrasta avvicinolle, Alcippe Tappeto in man di molle lana, e Filo Panier recava di forbito argento, Don già d'Alcandra, della moglie illustre Del fortunato Pòlibo, che i giorni Nella ricca menava Egizia Tebe. A Menelao due conche argentee, due Trìpodi e dieci aurei talenti ei diede. Ma la consorte ornar d'eletti doni Elena volle a parte: una leggiadra Conocchia d'ôr le porse, ed il paniere Ritondo sotto, e di forbito argento, Se non quanto le labbra oro guernìa. Questo ricolmo di sudato stame L'ancella Filo le recava, e sopra Vi riposava la conocchia, a cui Fini si ravvolgean purpurei velli. Ella raccolta nel suo seggio, e posti Sul polito sgabello i molli piedi, Con questi accenti a Menelao si volse: "Sappiam noi, Menelao di Giove alunno, Chi siano i due che ai nostri tetti entraro? Parlar m'è forza, il vero o il falso io dica: Però ch'io mai non vidi, e grande tiemmi Nel veder maraviglia, uomo né donna Così altrui somigliar, come d'Ulisse somigliar dee questo garzone al figlio, Ch'era bambino ancor, quando per colpa Ahi! di me svergognata, o Greci, a Troia Giste, accendendo una sì orrenda guerra". Tosto l'Atride dalla bionda chioma: "Ciò che a te, donna, a me pur sembra. Quelle Son d'Ulisse le mani, i piè son quelli, E il lanciar degli sguardi, e il capo e il crine. Io, l'Itacese rammentando, i molti Dicea disagi ch'ei per me sostenne; E il giovane piovea lagrime amare Giù per le guance, e col purpureo manto, Che alzò ad ambe le man, gli occhi celava". E Pisistrato allor: "Nato d'Atrèo, Di Giove alunno, condottier d'armati, Eccoti appunto di quel grande il figlio. Ma verecondo per natura, e giunto Novellamente, gli parrebbe indegno Te delle voci tue fermar nel corso, Te, di cui, qual d'un dio, ci beano i detti. Nestore, il vecchio genitor, compagno Mi fece a lui, che rimirarti in faccia Bramava forte, onde poter dell'opra Giovarsi, o almen del tuo consiglio. Tutti Que' guai che un figliuol soffre, a cui lontano Dimora il padre, né d'altronde giunge Sussidio alcun, Telemaco li prova. Il genitor gli falla, e non gli resta Chi dal suo fianco la sciagura scacci". "Numi!" riprese il re dai biondi crini, "Tra le mie stesse mura il figlio adunque D'uomo io veggio amicissimo, che sempre Per me s'espose ad ogni rischio? Ulisse Ricettare io pensava entro i miei regni, Io carezzarlo sovra tutti i Greci, Se ad ambo ritornar su i cavi legni L'Olimpio dava onniveggente Giove. Una io cedere a lui delle vicine Volea cittade Argive, ov'io comando, E lui chiamar, che dai nativi sassi D'Itaca in quella mia, ch'io prima avrei D'uomini vôta e di novelli ornata Muri e palagi, ad abitar venisse Col figlio, le sostanze e il popol tutto. Così, vivendo sotto un cielo, e spesso L'un l'altro visitando, avremmo i dolci Frutti raccolti d'amistà sì fida, Né l'un dall'altro si sarìa disgiunto Che steso non si fosse il negro velo Di morte sovra noi. Ma un tanto bene Giove c'invidïò, cui del ritorno Piacque fraudar quell'infelice solo". Sorse in ciascuno a tai parole un vivo Di lagrime desïo. Piangea la figlia Di Giove, l'Argiva Elena, piangea D'Ulisse il figlio ed il secondo Atride, Né asciutte avea Pisistrato le guance, Che il fratello incolpabile, cui morte Diè dell'Aurora la famosa prole, Tra sé membrava, e che tai detti sciolse: "Atride, il vecchio Nestore mio padre Te di prudenza singolar lodava, Sempre che in mezzo al ragionare alterno Il tuo nome venìa. Fa', se di tanto Pregarti io posso, oggi a mio senno. Poco Me dilettan le lagrime tra i nappi. Ma del mattin la figlia il nuovo giorno Ricondurrà; né mi fia grave allora Pianger chïunque al suo destin soggiacque; Ché solo un tale onore agl'infelici Defunti avanza, che altri il crin si tronchi, E alle lagrime giuste allarghi il freno. Anco a me tolse la rea Parca un frate, Che l'ultimo non fu dell'oste Greca. Tu il sai, che il conoscesti. Io né vederlo Potei, né a lui parlar: ma udii che Antiloco Su tutti si mostrò gli emuli suoi Veloce al corso, e di sua man gagliardo. E Menelao dai capei biondi: Amico, L'uom più assennato e in più matura etade, Che non è questa tua, né pensamenti Diversi avrìa, né detti; e ben si pare Agli uni e agli altri da chi tu nascesti. Ratto la prole d'un eroe si scorge, Cui del natale al giorno, e delle nozze Destinò Giove un fortunato corso, Come al Nelìde, che invecchiare ottenne Nel suo palagio mollemente, e saggi Figli mirar, non che dell'asta dotti. Dunque, sbandito dalle ciglia il pianto, Si ripensi alla cena, e un'altra volta La pura su le mani onda si sparga. Sermoni alterni anche al novello sole Fra Telemaco e me correr potranno". Disse; ed Asfalïone, un servo attento, Spargea su le man l'onda, e i convitati Nuovamente cibavansi. Ma in altro Pensiero allora Elena entrò. Nel dolce Vino, di cui bevean, farmaco infuse Contrario al pianto e all'ira, e che l'obblìo Seco inducea d'ogni travaglio e cura. Chïunque misto col vermiglio umore Nel seno il ricevé, tutto quel giorno Lagrime non gli scorrono dal volto, Non, se la madre o il genitor perduto, Non, se visto con gli occhi a sé davante Figlio avesse o fratel di spada ucciso. Cotai la figlia dell'Olimpio Giove Farmachi insigni possedea, che in dono Ebbe da Polidamna, dalla moglie Di Tone nell'Egitto, ove possenti Succhi diversi la feconda terra Produce, quai salubri e quai mortali; Ed ove, più che i medicanti altrove, Tutti san del guarir l'arte divina, Siccome gente da Peòn discesa. Il nepente già infuso, e a' servi imposto Versar dall'urne nelle tazze il vino, Ella così parlò: "Figlio d'Atrèo, E voi, d'eroi progenie, i beni e i mali Manda dall'alto alternamente a ognuno L'onnipossente Giove. Or pasteggiate Nella magione assisi, e de' sermoni Piacer prendete in pasteggiando, mentre Cose io racconto, che saranno a tempo. Non già ch'io tutte le fatiche illustri Ricordar sol del pazïente Ulisse Possa, non che narrarle: una io ne scelgo, Che a Troia, onde gran duol venne agli Argivi, L'uom forte imprese e a fin condusse. Il corpo Di sconce piaghe afflisse, in rozzi panni S'avvolse, e penetrò nella nemica Cittade, occulto e di mendìco e schiavo Le sembianze portando, ei che de' Greci Sì diverso apparìa lungo le navi. Tal si gittò nella Troiana terra, Né conoscealo alcuno. Io fui la sola Che il ravvisai sotto l'estranie forme, E tentando l'andava; ed ei pur sempre Da me schermìasi con l'usato ingegno. Ma come asperso d'onda, unto d'oliva L'ebbi, e di veste cinto, ed affidato Con giuramento, che ai Troiani primo Non manifesterei, che alle veloci Navi non fosse, ed alle tende giunto, Tutta ei m'aperse degli Achei la mente. Quindi, passati con acuta spada Molti petti nemici, all'oste Argiva Col vanto si rendé d'alta scaltrezza. Stridi mettean le donne Iliache ed urli: Ma io gioìa tra me; ché gli occhi a Sparta Già rivolgeansi e il core, e da me il fallo Si piagneva, in cui Venere mi spinse, Quando staccommi dalla mia contrada, Dalla dolce figliuola, e dal pudìco Talamo e da un consorte, a cui, saggezza Si domandi o beltà, nulla mancava. "Tutto", l'Atride dalla cròcea chioma, "Dicesti, o donna, giustamente. Io terra Molta trascorsi, e penetrai col guardo Di molti eroi nel sen: ma pari a quella Del pazïente Ulisse alma io non vidi. Quel che oprò, basti, e che sostenne in grembo Del cavallo intagliato, ove sedea, Strage portando ad Ilio, il fior de' Greci. Sospinta, io credo, da un avverso nume, Cui la gloria de' Teucri a core stava, Là tu giungesti, e uguale a un dio nel volto Su l'orme tue Deïfobo venìa. Ben tre fiate al cavo agguato intorno T'aggirasti; e il palpavi, e a nome i primi Chiamavi degli Achei, contraffacendo Delle lor donne le diverse voci. Nel mezzo assisi io, Diomede e Ulisse Chiamar ci udimmo; e il buon Tidìde ed io Ci alzammo, e di scoppiar fuor del cavallo, O dar risposta dal profondo ventre, Ambo presti eravam: ma nol permise, E, benché ardenti, ci contenne Ulisse. Taceasi ogni altro, fuorché il solo Anticlo, Che risponder voleati, e Ulisse tosto La bocca gli calcò con le robuste Mani inchiodate, né cessò, che altrove Te rimenato non avesse Palla. Sì di tutta la Grecia ei fu salute". "E ciò la doglia, o Menelao, m'accresce", Ripigliava il garzone. "A che gli valse Tanta virtù se non potea da morte Difenderlo, non che altro, un cor di ferro? Ma deh! piacciavi omai che ritroviamo Dove posarci, acciò su noi del sonno La dolcezza ineffabile discenda". Sì disse; e l'Argiva Elena all'ancelle I letti apparecchiar sotto la loggia, Belle gittarvi porporine coltri, E tappeti distendervi, e ai tappeti Manti vellosi sovrapporre, ingiunse. Quelle, tenendo in man lucide faci, Usciro, e i letti apparecchiaro: innanzi Movea l'araldo, e gli ospiti guidava. Così nell'atrio s'adagiaro entrambi: Nel più interno corcavasi l'Atride, E la divina tra le donne Elèna Il sinuoso peplo, ond'era cinta, Depose, e giacque del consorte a lato. Ma come del mattin la bella figlia Rabbellì il ciel con le rosate dita, Menelao sorse, rivestissi, appese Per lo pendaglio all'omero la spada, E i bei calzar sotto i piè molli avvinse: Poi, somigliante nell'aspetto a un nume, Lasciò la stanza rapido, e s'assise Di Telemaco al fianco; e: "Qual", gli disse, "Cagione a Sparta, su l'immenso tergo Del negro mar, Telemaco, t'addusse? Pubblico affare, o tuo? Schietto favella". E in risposta il garzon: "Nato d'Atrèo, Per risaper del genitore io venni. In dileguo ne van tutti i miei beni, Colpa una gente nequitosa e audace, Che gli armenti divorami e le gregge, E ingombra sempre il mio palagio, e anela Della madre alle nozze. Io quindi abbraccio Le tue ginocchia, e da te udir m'aspetto, O visto, o su le labbra inteso l'abbi D'un qualche vïandante, il triste fine Del padre mio, che sventurato assai Della sua genitrice uscì dal grembo. Né timore o pietà così t'assalga, Che del ver parte ti rimanga in core. Venne mai dal mio padre in opra o in detto, Bene o comodo a te, là ne' Troiani Campi del sangue della Grecia tinti? Ecco di rimembrarlo, Atride, il tempo". Trasse il Monarca, dai capei di croco, Un profondo sospiro, e: "Ohimè", rispose, "Volean d'un eroe dunque uomini imbelli Giacer nel letto? Qual se incauta cerva I cerbiatti suoi teneri e lattanti Deposti in tana di leon feroce, Cerca, pascendo, i gioghi erti e l'erbose Valli profonde; e quel feroce intanto Riede alla sua caverna, e morte ai figli Porta, e alla madre ancor: non altrimenti Porterà morte ai concorrenti Ulisse. E oh piacesse a Giove, a Febo e a Palla, Che qual si levò un dì contra il superbo Filomelìde nella forte Lesbo, E tra le lodi degli Achivi a terra Con mano invitta, lotteggiando, il pose, Tal costoro affrontasse! Amare nozze Foran le loro, e la lor vita un punto. Quanto a ciò che mi chiedi, io tutte intendo Schiettamente narrarti, e senza inganno, Le arcane cose ch'io da Proteo appresi, Dal marino vecchion, che mai non mente. Me, che alla patria ritornar bramava, Presso l'Egitto ritenean gli dèi, Perché onorati io non gli avea di sacre Ecatombi legittime; ché sempre L'oblio de' lor precetti i numi offese. Giace contra l'Egitto e all'onde in mezzo Un'isoletta che s'appella Faro, Tanto lontana, quanto correr puote, Per un intero dì concavo legno, Cui stridulo da poppa il vento spiri. Porto acconcio vi s'apre, onde il nocchiero, Poscia che l'acqua non salata attinse, Facilmente nel mar vara la nave. Là venti dì mi ritenean gli dèi: Né delle navi i condottieri amici Comparver mai su per l'azzurro piano, Le immobili acque ad increspar col fiato. E già con le vivande anco gli spirti Per fermo ci fallìan, se una dea, fatta Di me pietosa, non m'aprìa lo scampo. Idotèa, del marin vecchio la figlia, Cui fieramente in sen l'alma io commossi, Occorse a me, che solitario errava, Mentre i compagni dalla fame stretti Giravan l'isoletta, ed i ricurvi Ami gettavan qua e là nell'onde. "Forestier", disse, come fu vicina, "Sei tu del senno e del giudicio in bando, O degli affanni tuoi prendi diletto, Che così, a un ozio volontario in preda, Nell'isola t'indugi, e via non trovi D'uscirne mai? Langue frattanto il core De' tuoi compagni, e si consuma indarno". "O qual tu sii delle immortali Dive, Credi", io le rispondea, "che da me venga Così lungo indugiar? Vien dai beati, Del vasto cielo abitatori eterni, Ch'io temo aver non leggiermente offesi. Deh, poiché nulla si nasconde ai numi, Dimmi, qual è di lor che qui m'arresta, E il mar pescoso mi rinserra intorno". E repente la dea: "Forestier, nulla Celarti io ti prometto. Il non bugiardo Soggiorna in queste parti Egizio veglio, L'immortal PrOteo, mio creduto padre, Che i fondi tutti del gran mar conosce, E obbedisce a Nettuno. Ei del vIaggio Ti mostrerà le strade, e del ritorno, Dove, stando in agguato, insignorirti Di lui tu possa. E quello ancor, se il brami, Saprai da lui, che di felice o avverso Nella casa t'entrò, finché lontano Per vie ne andavi perigliose e lunghe". "Ma tu gli agguati", io replicai, "m'insegna, Ond'io così improvviso a Proteo arrivi, Ch'ei non mi sfugga dalle mani. Un nume Difficilmente da un mortal si doma". "Questo avrai pur da me", la dea riprese. Come salito a mezzo cielo è il sole, S'alza il vecchio divin dal cupo fondo, E uscito dalla bruna onda, che il vento Occidentale increspagli sul capo, S'adagia entro i suoi cavi antri, e s'addorme E spesse a lui dormon le foche intorno, Deforme razza di Alosidna bella, Già pria dell'onda uscite, e il grave odore Lunge spiranti del profondo mare. Io te là guiderò, te acconciamente Collocherò, ratto che il dì s'inalbi: Ma di quanti compagni appo la nave Ti sono, eleggi i tre che più tu lodi. Ecco le usanze del vegliardo, e l'arti: Pria noverar le foche a cinque a cinque, Visitandole tutte; indi nel mezzo Corcarsi anch'ei, quasi pastor tra il gregge. Vistogli appena nelle ciglia il sonno, Ricordatevi allor sol della forza, E lui, che molto si dibatte e tenta Guizzarvi delle man, fermo tenete.
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