Language Selection

RSS Feed

Cultura Campania
Eventi Campania
Natura Itinerari Campania

Eventi in programma


Odissea - Libro IV v.5 - 520 PDF Print E-mail
There are no translations available.

Giunsero all'ampia, che tra i monti giace,
Nobile Sparta, e le regali case
Del glorïoso Menelao trovaro.
Questi del figlio e della figlia insieme
Festeggiava quel dì le doppie nozze,


E molti amici banchettava. L'una
Spedìa d'Achille al bellicoso figlio,
Cui promessa l'avea sott'Ilio un giorno,
Ed or compieano il maritaggio i numi:
Quindi cavalli e cocchi alla famosa


Cittade de' Mirmìdoni condurla
Doveano, e a Pirro che su lor regnava.
E alla figlia d'Alettore Spartano
L'altro, il gagliardo Megapente, unia,
Che d'una schiava sua tardi gli nacque:


Poiché ad Elèna gl'immortali dèi
Prole non concedean dopo la sola
D'amor degna Ermione, a cui dell'aurea
Venere la beltà splendea nel volto.

Così per l'alto spazïoso albergo


Rallegravansi, assisi a lauta mensa,
Di Menelao gli amici ed i vicini;
Mentre vate divin tra lor cantava,
L'argentea cetra percotendo, e due
Danzatori agilissimi nel mezzo


Contempravano al canto i dotti salti.

Nell'atrio intanto s'arrestaro i figli
Di Nestore e d'Ulisse. Eteonèo,
Un vigil servo del secondo Atride,
Primo adocchiolli, e con l'annunzio corse


De' popoli al pastore, ed all'orecchio
Gli sussurrò così: "Due forestieri
Nell'atrio, o Menelao, di Giove alunno,
Coppia d'eroi, che del Saturnio prole
Sembrano in vista. Or di': sciorre i cavalli


Dobbiamo, o i forestieri a un altro forse
Mandar de' Greci, che gli accolga e onori?"

D'ira infiammossi, e in cotal guisa il biondo
Menelao gli rispose: "O di Boète
Figliuolo, Eteonèo, tu non sentivi


Già dello scemo negli andati tempi,
E or sembri a me bamboleggiar co' detti.
Non ti sovvien quante ospitali mense
Spogliammo di vivande, anzi che posa
Qui trovassimo al fin, se pur vuol Giove


Privilegiar dopo cotante pene
La nostra ultima età? Sciogli i cavalli,
E al mio convito i forestier conduci".

Ratto fuor della stanza Eteonèo
Lanciossi; e tutti a sé gli altri chiamava


Fidi conservi. Distaccaro i forti
Di sotto il giogo corridor sudanti,
E al presepe gli avvinsero, spargendo
Vena soave di bianc'orzo mista,
E alla parete lucida il vergato


Cocchio appoggiâro. Indi per l'ampie stanze
Guidaro i novelli ospiti, che in giro
D'inusitata maraviglia carche
Le pupille movean: però che grande
Gettava luce, qual di Sole o Luna,


Del glorïoso Menelao la reggia.
Del piacer sazî, che per gli occhi entrava,
Nelle terse calâr tepide conche;
E come fur dalle pudiche ancelle
Lavati, di biond'olio unti e di molli


Tuniche cinti e di vellosi manti,
Si collocaro appo l'Atride. Quivi
Solerte ancella da bell'auro vaso
Nell'argenteo bacile un'onda pura
Versava, e stendea loro un liscio desco,


Su cui la saggia dispensiera i pani
Venne ad impor bianchissimi, e di pronte
Dapi serbate generosa copia;
E d'ogni sorta carni in larghi piatti
Recò l'abile scalco, e tazze d'oro.


Il re, stringendo ad ambidue la mano:
"Pasteggiate", lor disse, "ed alla gioia
Schiudete il cor: poscia, chi siete, udremo.
De' vostri padri non s'estinse il nome,
E da scettrati re voi discendete.


Piante cotali di radice vile,
Sia loco al vero, germogliar non ponno".

Detto così, l'abbrustolato tergo
Di pingue bue, che ad onor grande innanzi
Messo gli avean, d'in su la mensa tolse,


E innanzi il mise agli ospiti, che pronte
Steser le mani all'imbandita fera.
Ma de' cibi il desir pago e de' vini,
Telemaco, piegando in vêr l'amico,
Sì che altri udirlo non potesse, il capo,


Tale a lui favellò: "Mira, o diletto
Dell'alma mia, figlio di Nestor, come
Di rame, argento, avorio, elettro ed oro
L'echeggiante magion risplende intorno!
Sì fatta, io credo, è dell'Olimpio Giove


L'aula di dentro. Oh gl'infiniti oggetti!
Io maraviglio più, quanto più guardo".

L'intese il re di Sparta, e ad ambo disse:
"Figliuoli miei, chi gareggiar mai puote
De' mortali con Giove? Il suo palagio,


Ciò ch'ei dentro vi serba, eterno è tutto.
Quanto all'umana stirpe, altri mi vinca
Di beni, o ceda; io so che, molti affanni
Durati e molto navigato mare,
Queste ricchezze l'ottavo anno addussi.
 

Cipro, vagando, e la Fenicia io vidi,
E ai Sidonî, agli Egizî e agli Etïòpi
Giunsi, e agli Erembi, e in Libia, ove le agnelle
Figlian tre volte nel girar d'un anno,
E spuntan ratto a gli agnellin le corna;


Né signore o pastor giammai difetto
Di carne pate, o di rappreso latte,
Ridondando di latte ognora i vasi.
Mentr'io vagava qua e là, tesori
Raccogliendo, il fratello altri m'uccise


Di furto, all'improvvista, e per inganno
Della consorte maladetta: quindi
Non lieto io vivo a questi beni in grembo.
Voi, quai sieno, ed ovunque, i padri vostri,
Tanto dalla lor bocca udir doveste.


Che non soffersi? Ruinai dal fondo
Casa di ricchi arredi e d'agi colma;
Onde piacesse ai dèi che sol rimasta
Mi fosse in man delle tre parti l'una,
E spirasser le vive aure que' prodi


Che, lungi dalla verde Argo ferace,
Ne' lati campi d'Ilïòn perîro!
Tutti io li piango, e li sospiro tutti,
Standomi spesso ne' miei tetti assiso,
E or mi pasco di cure, or nuovamente


Piglio conforto; che non puote a lungo
Viver l'uom di tristezza, e al fin molesto
Torna quel pianto che fu in pria sì dolce.
Pure io di tutti in un così non m'ango,
E m'ango assai, come d'un sol che ingrato


Mi rende, ove a lui penso, il cibo e il sonno:
Poiché Greco nessuno in tutta l'oste
O il bene oprando, o sostenendo il male,
Pareggiò Ulisse. Ma dispose il fato
Ch'ei tormentasse d'ogni tempo, e ch'io


Mesti per sua cagion traessi i giorni,
Io, che nol veggio da tanti anni, e ignoro
Se viva, o morto giaccia. Il piange intanto
Laerte d'età pieno, e la prudente
Penelope e Telemaco, che il padre


Lasciò lattante ne' suoi dolci alberghi".

Disse; e di pianto subitana voglia
Risvegliossi in Telemaco, che a terra
Mandò lagrime giù dalle palpèbre,
Del padre udendo, ed il purpureo manto
 

Con le mani s'alzò dinanzi al volto.
Menelao ben comprese; e se a lui stesso
Lasciar nomare il padre, o interrogarlo
Dovesse pria, né serbar nulla in petto,
Sì e no tenzonavangli nel capo.



Mentre cosi fra due stava l'Atride,
Elena dall'eccelsa e profumata
Sua stanza venne con le fide ancelle,
Che Diana parea dall'arco d'oro.
Bel seggio Adrasta avvicinolle, Alcippe


Tappeto in man di molle lana, e Filo
Panier recava di forbito argento,
Don già d'Alcandra, della moglie illustre
Del fortunato Pòlibo, che i giorni
Nella ricca menava Egizia Tebe.


A Menelao due conche argentee, due
Trìpodi e dieci aurei talenti ei diede.
Ma la consorte ornar d'eletti doni
Elena volle a parte: una leggiadra
Conocchia d'ôr le porse, ed il paniere


Ritondo sotto, e di forbito argento,
Se non quanto le labbra oro guernìa.
Questo ricolmo di sudato stame
L'ancella Filo le recava, e sopra
Vi riposava la conocchia, a cui


Fini si ravvolgean purpurei velli.

Ella raccolta nel suo seggio, e posti
Sul polito sgabello i molli piedi,
Con questi accenti a Menelao si volse:
"Sappiam noi, Menelao di Giove alunno,


Chi siano i due che ai nostri tetti entraro?
Parlar m'è forza, il vero o il falso io dica:
Però ch'io mai non vidi, e grande tiemmi
Nel veder maraviglia, uomo né donna
Così altrui somigliar, come d'Ulisse


somigliar dee questo garzone al figlio,
Ch'era bambino ancor, quando per colpa
Ahi! di me svergognata, o Greci, a Troia
Giste, accendendo una sì orrenda guerra".

Tosto l'Atride dalla bionda chioma:


"Ciò che a te, donna, a me pur sembra. Quelle
Son d'Ulisse le mani, i piè son quelli,
E il lanciar degli sguardi, e il capo e il crine.
Io, l'Itacese rammentando, i molti
Dicea disagi ch'ei per me sostenne;


E il giovane piovea lagrime amare
Giù per le guance, e col purpureo manto,
Che alzò ad ambe le man, gli occhi celava".

E Pisistrato allor: "Nato d'Atrèo,
Di Giove alunno, condottier d'armati,


Eccoti appunto di quel grande il figlio.
Ma verecondo per natura, e giunto
Novellamente, gli parrebbe indegno
Te delle voci tue fermar nel corso,
Te, di cui, qual d'un dio, ci beano i detti.


Nestore, il vecchio genitor, compagno
Mi fece a lui, che rimirarti in faccia
Bramava forte, onde poter dell'opra
Giovarsi, o almen del tuo consiglio. Tutti
Que' guai che un figliuol soffre, a cui lontano


Dimora il padre, né d'altronde giunge
Sussidio alcun, Telemaco li prova.
Il genitor gli falla, e non gli resta
Chi dal suo fianco la sciagura scacci".

"Numi!" riprese il re dai biondi crini,


"Tra le mie stesse mura il figlio adunque
D'uomo io veggio amicissimo, che sempre
Per me s'espose ad ogni rischio? Ulisse
Ricettare io pensava entro i miei regni,
Io carezzarlo sovra tutti i Greci,


Se ad ambo ritornar su i cavi legni
L'Olimpio dava onniveggente Giove.
Una io cedere a lui delle vicine
Volea cittade Argive, ov'io comando,
E lui chiamar, che dai nativi sassi
 

D'Itaca in quella mia, ch'io prima avrei
D'uomini vôta e di novelli ornata
Muri e palagi, ad abitar venisse
Col figlio, le sostanze e il popol tutto.
Così, vivendo sotto un cielo, e spesso


L'un l'altro visitando, avremmo i dolci
Frutti raccolti d'amistà sì fida,
Né l'un dall'altro si sarìa disgiunto
Che steso non si fosse il negro velo
Di morte sovra noi. Ma un tanto bene


Giove c'invidïò, cui del ritorno
Piacque fraudar quell'infelice solo".

Sorse in ciascuno a tai parole un vivo
Di lagrime desïo. Piangea la figlia
Di Giove, l'Argiva Elena, piangea
 

D'Ulisse il figlio ed il secondo Atride,
Né asciutte avea Pisistrato le guance,
Che il fratello incolpabile, cui morte
Diè dell'Aurora la famosa prole,
Tra sé membrava, e che tai detti sciolse:
 

"Atride, il vecchio Nestore mio padre
Te di prudenza singolar lodava,
Sempre che in mezzo al ragionare alterno
Il tuo nome venìa. Fa', se di tanto
Pregarti io posso, oggi a mio senno. Poco


Me dilettan le lagrime tra i nappi.
Ma del mattin la figlia il nuovo giorno
Ricondurrà; né mi fia grave allora
Pianger chïunque al suo destin soggiacque;
Ché solo un tale onore agl'infelici
 

Defunti avanza, che altri il crin si tronchi,
E alle lagrime giuste allarghi il freno.
Anco a me tolse la rea Parca un frate,
Che l'ultimo non fu dell'oste Greca.
Tu il sai, che il conoscesti. Io né vederlo


Potei, né a lui parlar: ma udii che Antiloco
Su tutti si mostrò gli emuli suoi
Veloce al corso, e di sua man gagliardo.

E Menelao dai capei biondi: Amico,
L'uom più assennato e in più matura etade,


Che non è questa tua, né pensamenti
Diversi avrìa, né detti; e ben si pare
Agli uni e agli altri da chi tu nascesti.
Ratto la prole d'un eroe si scorge,
Cui del natale al giorno, e delle nozze


Destinò Giove un fortunato corso,
Come al Nelìde, che invecchiare ottenne
Nel suo palagio mollemente, e saggi
Figli mirar, non che dell'asta dotti.
Dunque, sbandito dalle ciglia il pianto,


Si ripensi alla cena, e un'altra volta
La pura su le mani onda si sparga.
Sermoni alterni anche al novello sole
Fra Telemaco e me correr potranno".

Disse; ed Asfalïone, un servo attento,


Spargea su le man l'onda, e i convitati
Nuovamente cibavansi. Ma in altro
Pensiero allora Elena entrò. Nel dolce
Vino, di cui bevean, farmaco infuse
Contrario al pianto e all'ira, e che l'obblìo
 

Seco inducea d'ogni travaglio e cura.
Chïunque misto col vermiglio umore
Nel seno il ricevé, tutto quel giorno
Lagrime non gli scorrono dal volto,
Non, se la madre o il genitor perduto,


Non, se visto con gli occhi a sé davante
Figlio avesse o fratel di spada ucciso.
Cotai la figlia dell'Olimpio Giove
Farmachi insigni possedea, che in dono
Ebbe da Polidamna, dalla moglie


Di Tone nell'Egitto, ove possenti
Succhi diversi la feconda terra
Produce, quai salubri e quai mortali;
Ed ove, più che i medicanti altrove,
Tutti san del guarir l'arte divina,


Siccome gente da Peòn discesa.
Il nepente già infuso, e a' servi imposto
Versar dall'urne nelle tazze il vino,
Ella così parlò: "Figlio d'Atrèo,
E voi, d'eroi progenie, i beni e i mali


Manda dall'alto alternamente a ognuno
L'onnipossente Giove. Or pasteggiate
Nella magione assisi, e de' sermoni
Piacer prendete in pasteggiando, mentre
Cose io racconto, che saranno a tempo.


Non già ch'io tutte le fatiche illustri
Ricordar sol del pazïente Ulisse
Possa, non che narrarle: una io ne scelgo,
Che a Troia, onde gran duol venne agli Argivi,
L'uom forte imprese e a fin condusse. Il corpo


Di sconce piaghe afflisse, in rozzi panni
S'avvolse, e penetrò nella nemica
Cittade, occulto e di mendìco e schiavo
Le sembianze portando, ei che de' Greci
Sì diverso apparìa lungo le navi.
 

Tal si gittò nella Troiana terra,
Né conoscealo alcuno. Io fui la sola
Che il ravvisai sotto l'estranie forme,
E tentando l'andava; ed ei pur sempre
Da me schermìasi con l'usato ingegno.
 

Ma come asperso d'onda, unto d'oliva
L'ebbi, e di veste cinto, ed affidato
Con giuramento, che ai Troiani primo
Non manifesterei, che alle veloci
Navi non fosse, ed alle tende giunto,


Tutta ei m'aperse degli Achei la mente.
Quindi, passati con acuta spada
Molti petti nemici, all'oste Argiva
Col vanto si rendé d'alta scaltrezza.
Stridi mettean le donne Iliache ed urli:


Ma io gioìa tra me; ché gli occhi a Sparta
Già rivolgeansi e il core, e da me il fallo
Si piagneva, in cui Venere mi spinse,
Quando staccommi dalla mia contrada,
Dalla dolce figliuola, e dal pudìco


Talamo e da un consorte, a cui, saggezza
Si domandi o beltà, nulla mancava.

"Tutto", l'Atride dalla cròcea chioma,
"Dicesti, o donna, giustamente. Io terra
Molta trascorsi, e penetrai col guardo


Di molti eroi nel sen: ma pari a quella
Del pazïente Ulisse alma io non vidi.
Quel che oprò, basti, e che sostenne in grembo
Del cavallo intagliato, ove sedea,
Strage portando ad Ilio, il fior de' Greci.


Sospinta, io credo, da un avverso nume,
Cui la gloria de' Teucri a core stava,
Là tu giungesti, e uguale a un dio nel volto
Su l'orme tue Deïfobo venìa.
Ben tre fiate al cavo agguato intorno


T'aggirasti; e il palpavi, e a nome i primi
Chiamavi degli Achei, contraffacendo
Delle lor donne le diverse voci.
Nel mezzo assisi io, Diomede e Ulisse
Chiamar ci udimmo; e il buon Tidìde ed io
 

Ci alzammo, e di scoppiar fuor del cavallo,
O dar risposta dal profondo ventre,
Ambo presti eravam: ma nol permise,
E, benché ardenti, ci contenne Ulisse.
Taceasi ogni altro, fuorché il solo Anticlo,


Che risponder voleati, e Ulisse tosto
La bocca gli calcò con le robuste
Mani inchiodate, né cessò, che altrove
Te rimenato non avesse Palla.
Sì di tutta la Grecia ei fu salute".



"E ciò la doglia, o Menelao, m'accresce",
Ripigliava il garzone. "A che gli valse
Tanta virtù se non potea da morte
Difenderlo, non che altro, un cor di ferro?
Ma deh! piacciavi omai che ritroviamo
 

Dove posarci, acciò su noi del sonno
La dolcezza ineffabile discenda".
Sì disse; e l'Argiva Elena all'ancelle
I letti apparecchiar sotto la loggia,
Belle gittarvi porporine coltri,
  

E tappeti distendervi, e ai tappeti
Manti vellosi sovrapporre, ingiunse.
Quelle, tenendo in man lucide faci,
Usciro, e i letti apparecchiaro: innanzi
Movea l'araldo, e gli ospiti guidava.


Così nell'atrio s'adagiaro entrambi:
Nel più interno corcavasi l'Atride,
E la divina tra le donne Elèna
Il sinuoso peplo, ond'era cinta,
Depose, e giacque del consorte a lato.



Ma come del mattin la bella figlia
Rabbellì il ciel con le rosate dita,
Menelao sorse, rivestissi, appese
Per lo pendaglio all'omero la spada,
E i bei calzar sotto i piè molli avvinse:


Poi, somigliante nell'aspetto a un nume,
Lasciò la stanza rapido, e s'assise
Di Telemaco al fianco; e: "Qual", gli disse,
"Cagione a Sparta, su l'immenso tergo
Del negro mar, Telemaco, t'addusse?
 

Pubblico affare, o tuo? Schietto favella".

E in risposta il garzon: "Nato d'Atrèo,
Per risaper del genitore io venni.
In dileguo ne van tutti i miei beni,
Colpa una gente nequitosa e audace,


Che gli armenti divorami e le gregge,
E ingombra sempre il mio palagio, e anela
Della madre alle nozze. Io quindi abbraccio
Le tue ginocchia, e da te udir m'aspetto,
O visto, o su le labbra inteso l'abbi


D'un qualche vïandante, il triste fine
Del padre mio, che sventurato assai
Della sua genitrice uscì dal grembo.
Né timore o pietà così t'assalga,
Che del ver parte ti rimanga in core.


Venne mai dal mio padre in opra o in detto,
Bene o comodo a te, là ne' Troiani
Campi del sangue della Grecia tinti?
Ecco di rimembrarlo, Atride, il tempo".

Trasse il Monarca, dai capei di croco,


Un profondo sospiro, e: "Ohimè", rispose,
"Volean d'un eroe dunque uomini imbelli
Giacer nel letto? Qual se incauta cerva
I cerbiatti suoi teneri e lattanti
Deposti in tana di leon feroce,


Cerca, pascendo, i gioghi erti e l'erbose
Valli profonde; e quel feroce intanto
Riede alla sua caverna, e morte ai figli
Porta, e alla madre ancor: non altrimenti
Porterà morte ai concorrenti Ulisse.


E oh piacesse a Giove, a Febo e a Palla,
Che qual si levò un dì contra il superbo
Filomelìde nella forte Lesbo,
E tra le lodi degli Achivi a terra
Con mano invitta, lotteggiando, il pose,


Tal costoro affrontasse! Amare nozze
Foran le loro, e la lor vita un punto.
Quanto a ciò che mi chiedi, io tutte intendo
Schiettamente narrarti, e senza inganno,
Le arcane cose ch'io da Proteo appresi,


Dal marino vecchion, che mai non mente.

Me, che alla patria ritornar bramava,
Presso l'Egitto ritenean gli dèi,
Perché onorati io non gli avea di sacre
Ecatombi legittime; ché sempre


L'oblio de' lor precetti i numi offese.
Giace contra l'Egitto e all'onde in mezzo
Un'isoletta che s'appella Faro,
Tanto lontana, quanto correr puote,
Per un intero dì concavo legno,


Cui stridulo da poppa il vento spiri.
Porto acconcio vi s'apre, onde il nocchiero,
Poscia che l'acqua non salata attinse,
Facilmente nel mar vara la nave.
Là venti dì mi ritenean gli dèi:


Né delle navi i condottieri amici
Comparver mai su per l'azzurro piano,
Le immobili acque ad increspar col fiato.
E già con le vivande anco gli spirti
Per fermo ci fallìan, se una dea, fatta


Di me pietosa, non m'aprìa lo scampo.
Idotèa, del marin vecchio la figlia,
Cui fieramente in sen l'alma io commossi,
Occorse a me, che solitario errava,
Mentre i compagni dalla fame stretti


Giravan l'isoletta, ed i ricurvi
Ami gettavan qua e là nell'onde.
"Forestier", disse, come fu vicina,
"Sei tu del senno e del giudicio in bando,
O degli affanni tuoi prendi diletto,


Che così, a un ozio volontario in preda,
Nell'isola t'indugi, e via non trovi
D'uscirne mai? Langue frattanto il core
De' tuoi compagni, e si consuma indarno".
"O qual tu sii delle immortali Dive,
 

Credi", io le rispondea, "che da me venga
Così lungo indugiar? Vien dai beati,
Del vasto cielo abitatori eterni,
Ch'io temo aver non leggiermente offesi.
Deh, poiché nulla si nasconde ai numi,
   

Dimmi, qual è di lor che qui m'arresta,
E il mar pescoso mi rinserra intorno".

E repente la dea: "Forestier, nulla
Celarti io ti prometto. Il non bugiardo
Soggiorna in queste parti Egizio veglio,


L'immortal PrOteo, mio creduto padre,
Che i fondi tutti del gran mar conosce,
E obbedisce a Nettuno. Ei del vIaggio
Ti mostrerà le strade, e del ritorno,
Dove, stando in agguato, insignorirti


Di lui tu possa. E quello ancor, se il brami,
Saprai da lui, che di felice o avverso
Nella casa t'entrò, finché lontano
Per vie ne andavi perigliose e lunghe".
"Ma tu gli agguati", io replicai, "m'insegna,


Ond'io così improvviso a Proteo arrivi,
Ch'ei non mi sfugga dalle mani. Un nume
Difficilmente da un mortal si doma".

"Questo avrai pur da me", la dea riprese.
Come salito a mezzo cielo è il sole,


S'alza il vecchio divin dal cupo fondo,
E uscito dalla bruna onda, che il vento
Occidentale increspagli sul capo,
S'adagia entro i suoi cavi antri, e s'addorme
E spesse a lui dormon le foche intorno,


Deforme razza di Alosidna bella,
Già pria dell'onda uscite, e il grave odore
Lunge spiranti del profondo mare.
Io te là guiderò, te acconciamente
Collocherò, ratto che il dì s'inalbi:


Ma di quanti compagni appo la nave
Ti sono, eleggi i tre che più tu lodi.
Ecco le usanze del vegliardo, e l'arti:
Pria noverar le foche a cinque a cinque,
Visitandole tutte; indi nel mezzo
  

Corcarsi anch'ei, quasi pastor tra il gregge.
Vistogli appena nelle ciglia il sonno,
Ricordatevi allor sol della forza,
E lui, che molto si dibatte e tenta
Guizzarvi delle man, fermo tenete.