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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| Odissea - Libro IV v.525 - 1060 |
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There are no translations available. Ei d'ogni belva che la terra pasce, Vestirà le sembianze, e in acqua e in foco Si cangerà di portentoso ardore; E voi gli fate delle braccia nodi Sempre più indissolubili e tenaci. Ma quando interrogarti al fin l'udrai, Tal mostrandosi a te, quale sdraiossi, Tu cessa, o prode, dalla forza, e il vecchio Sciogli, e sappi da lui chi è tra i numi, Che ti contende la natìa contrada". Disse, e nelle fiottanti onde s'immerse. Io, combattuto da pensier diversi, Colà n'andai, dove giacean del mare Su la sabbia le navi, a cui da presso La cena in fretta s'apprestò. Sorvenne La prezïosa notte, e noi sul lido Ci addormentammo al mormorìo dell'acque. Ma poiché del mattin la bella figlia Consperse il ciel d'orïentali rose, Lungo il lido io movea, molto ai celesti Pregando, e i tre, nel cui valor per tutte Le men facili imprese io più fidava, Conducea meco. La deessa intanto Dal seno ampio del mare, in ch'era entrata, Quattro pelli recò, del corpo tratte Novellamente di altrettante foche; E tramava con esse inganno al padre. Scavò quattro covili entro l'arena: Quindi s'assise e ci attendea. Noi presso Ci femmo a lei, che subito levossi, E noi dispose ne' scavati letti, E i cuoi recenti ne addossò. Moleste Le insidie ivi tornavano; ché troppo Noiava delle foche in mar nutrite L'orrendo puzzo. E chi a marina belva Può giacersi vicin? Se non che al nostro Stato provvide la cortese diva, Che ambrosia, onde spirava alma fragranza, Venneci a por sotto le afflitte nari, Cui del mar più non giunse il grave odore. Tutto il mattino aspettavam con alma Forte e costante. Le deformi foche Dell'onde usciro in frotta, e a mano a mano Tutte si distendevano sul lido. Uscìo sul mezzogiorno il gran vegliardo E trovò foche corpulente e grasse, Che attento annoverò. Contò noi prima, Né di frode parea nutrir sospetto. Ciò fatto, ei pur nella sua grotta giacque. Ci avventammo con grida, e le robuste Braccia al vecchio divin gittammo intorno, Che l'arti sue non obliò in quel punto. Leone apparve di gran giubba, e in drago Voltossi, ed in pantera, e in verro enorme, E corse in onda liquida, e in sublime Pianta chiomata verdeggiò. Ma noi Il tenevam fermo più sempre. Allora L'astuto veglio, che nel petto stanco Troppo sentiasi omai stringer lo spirto, Con queste voci interrogommi: "Atride, Qual fu de' numi che d'insidiarmi Ti diè il consiglio, e di pigliarmi a forza? Di che mestieri hai tu? "Proteo", io risposi, "Tu il sai. Perché il dimandi, e ancor t'infingi? Sai che gran tempo l'isoletta tiemmi, Che scampo quinci io non ritrovo, e sento Distruggermisi il core. Ah! dimmi, quando Nulla celasi ai dèi, chi degli Eterni M'inceppa e mi rinchiude il mare intorno". "Non dovevi salpar", riprese il dio, "Che onorato pria Giove e gli altri numi Di sagrifici non avessi opimi, Se in breve al natìo suol giungere ardevi. Or la tua patria, degli amici il volto, E la magion ben fabbricata il fato Riveder non ti dà, dove tu prima Del fiume Egitto, che da Giove scende, Non risaluti la corrente, e porgi Ecatombe perfette ai dii beati, Che il bramato da te mar t'apriranno". A tai parole mi s'infranse il core, Udendo che d'Egitto in su le rive Ricondurmi io dovea per gli atri flutti, Lunga e difficil via. Pur dissi: "Vecchio, Ciò tutto io compierò. Ma or rispondi, Ti priego, a questo, e schiettamente parla: Salvi tornaro co' veloci legni Tutti gli Achivi che lasciammo addietro, Partendo d'Ilïòn, Nestore ed io? O perì alcun d'inopinata morte Nella sua nave, o ai cari amici in grembo, Posate l'armi, per cui Troia cadde?" "Atride", ei replicò, perché tal cosa Mi cerchi tu? Quel ch'io nell'alma chiudo, Saper non fa per te, cui senza pianto, Tosto che a te palese il tutto fia, Non rimarrà lunga stagione il ciglio. Molti colpì l'inesorabil Parca, E molti non toccò. Due soli duci De' vestiti di rame Achei guerrieri Moriro nel ritorno; e, ritenuto Del vasto mar nel seno, un terzo vive; Aiace ai legni suoi dai lunghi remi Perì vicino. Dilivrato in prima Dall'onde grosse, e su gli enormi assiso Girèi macigni, a cui Nettun lo spinse, Potea scampar, benché a Minerva in ira, Se non gli uscìa di bocca un orgoglioso Motto che assai gli nocque. Osò vantarsi Che, in dispetto agli déi, vincer del mare Le tempeste varrìa. Nettuno udillo Borïante in tal guisa, e col tridente, Che in man di botto si piantò, percosse La Girèa pietra, e in due spezzolla: l'una Colà restava, e l'altra, ove sedea Della percossa travagliato il Duce, Si rovesciò nel pelago, e il portava Pel burrascoso mare, in cui, bevuta Molta salsa onda, egli perdeo la vita. Il tuo fratello, col favor di Giuno, Morte sfuggì nella cavata nave. Ma come avvicinossi all'arduo capo Della Malèa, fiera tempesta il colse, E tra profondi gemiti portollo Sino al confin della campagna, dove Tieste un giorno, e allora Egisto, il figlio Di Tieste, abitava. E quinci ancora Parea sicuro il ritornar; ché i numi Voltàr subito il vento, e in porto entraro Gli stanchi legni. Agamennòn di gioia Colmo gittossi nella patria terra, E toccò appena la sua dolce terra, Che a baciarla chinossi, e per la guancia Molte gli discorrean lagrime calde, Perché la terra sua con gioia vide. Ma il discoprì da una scoscesa cima L'esplorator, che il fraudolento Egisto Con promessa di due talenti d'oro Piantato aveavi. Ei, che spïando stava Dall'eccelsa veletta un anno intero Non trapassasse ignoto, e forse a guerra Intalentato il tuo fratello, corse Con l'annunzio al signor, che un'empia frode Repente ordì. Venti, e i più forti, elesse: E in agguato li mise, e imbandir feo Mensa festiva: indi a invitar con pompa Di cavalli e di cocchi andò l'Atride, Cose orrende pensando, e il ricondusse; E, accolto a mensa, lo scannò qual toro, Cui scende su la testa, innanzi al pieno Presepe suo, l'inaspettata scure. Non visse d'Agamènnone o d'Egisto Solo un compagno, ma di tutti corse Confuso e misto nel palagio il sangue". E a me schiantossi il core a queste voci. Pianto io versava, su l'arena steso, Né più mirar del sol volea la luce. Ma come di plorar, di voltolarmi Sovra il nudo terren sazio gli parvi, Tal seguitava il non mendace vecchio: "Resta, o figlio d'Atrèo, dall'infinite Lagrime per un mal che omai compenso Non pate alcuno, e t'argomenta in vece, Più veloce che puoi, riedere in Argo. Troverai vivo ne' suoi tetti Egisto, O l'avrà poco dianzi Oreste ucciso, E tu al funèbre assisterai banchetto". Disse, e di gioia un improvviso raggio Nel mio cor balenava. "Io già d'Aiace", Risposi, "e del fratello assai compresi. Chi è quel terzo che il suo reo destino Vivo nel sen del mare, o estinto forse Ritiene? Io d'udir temo e bramo a un tempo". E nuovamente il non bugiardo veglio: "D'Itaca il re, che di Laerte nacque. Costui dirotto dalle ciglia il pianto Spargere io vidi in solitario scoglio, Soggiorno di Calipso, inclita ninfa, Che rimandarlo niega: ond'ei, cui solo Non avanza un naviglio, e non compagni Che il trasportin del mare su l'ampio dorso. Star gli convien dalla sua patria in bando. Ma tu, tu, Menelao, di Giove alunno, Chiuder gli occhi non dèi nella nutrice Di cavalli Argo; ché non vuole il fato. Te nell'Elisio campo, ed ai confini Manderan della terra i numi eterni, Là 've risiede Radamanto, e scorre Senza cura o pensiero all'uom la vita. Neve non mai, non lungo verno o pioggia Regna colà; ma di Favonio il dolce Fiato, che sempre l'Oceàno invia, Que' fortunati abitator rinfresca. Perché ad Elena sposo, e a Giove stesso Genero sei, tal sortirai ventura. Tacque, e saltò nel mare, e il mar l'ascose. Io, da vari pensier l'alma turbato, Movea co' prodi amici in vêr le navi. La cena s'apprestò. Cadde la notte, Dell'uom ristoratrice, e noi del mare Ci addormentammo sul tranquillo lido. Ma del mattin la figlia ebbe consperso Di rose orïentali appena il cielo, Che nel divino mar varammo i legni, D'uguali sponde armati, e con le vele Gli alberi alzammo: entrâro, e sovra i banchi I compagni sedettero, ed assisi Co' remi percotean l'onde spumose Del fiume Egitto, che da Giove scende. Un'altra volta all'abborrita foce Io fermai le mie navi, e giuste ai numi Vittime offersi, e ne placai lo sdegno. Eressi anco al german tomba, che vivo In quelle parti ne serbasse il nome. Dopo ciò, rimbarcàimi, e con un vento Che mi ferìa dirittamente in poppa, Pervenni, folgorando, ai porti miei. Or, Telemaco, via, tanto ti piaccia Rimaner, che l'undecima riluca Nell'orïente, o la duodecim'alba. Io ti prometto congedarti allora Con doni eletti: tre destrieri e un vago Cocchio, ed inoltre una leggiadra tazza Da libare ai celesti, acciò non sorga Giorno che il tuo pensiero a me non torni". Il prudente Telemaco rispose: "Gran tempo qui non ritenermi, Atride. Non che a me non giovasse un anno intero, La patria e i miei quasi obblïando, teco Queste case abitar, ché alla tua voce L'alma di gioia ricercarmi io sento. Ma già muoion di tedio i miei compagni Nell'alta Pilo; e tu m'arresti troppo. Qualsiasi il don di che mi vuoi far lieto, Un picciol sia tuo prezïoso arnese. Ad Itaca i destrieri addur non penso; Penso lasciarli a te, bello de' tuoi Regni ornamento: perocché signore Tu sei d'ampie campagne, ove fiorisce Loto e cipéro, ove frumenti e spelde, Ove il bianc'orzo d'ogni parte alligna. Ma non larghe carriere, e non aperti Prati in Itaca vedi: è di caprette Buona nutrice, e a me di ver più grata, Che se cavalli nobili allevasse. Nulla del nostro mare isola in verdi Piani si stende, onde allevar destrieri; E men dell'altre ancora Itaca mia". Sorrise il forte ne' conflitti Atride, E la mano a Telemaco stringendo: "Sei", disse, "o figlio, di buon sangue, e a questa Tua favella il dimostri. Ebbene, i doni Ti cambierò: farlo poss'io. Di quanto La mia reggia contien, ciò darti io voglio, Che più mi sembra prezïoso e raro: Grande urna effigïata, argento tutta, Dai labbri in fuor, sovra cui l'oro splende, Di Vulcano fattura. Io dall'egregio Fèdimo, re di Sidone, un dì l'ebbi, Quando il palagio suo me, che di Troia Venìa, raccolse; e tu n'andrai con questa. Così tra lor si ragionava. Intanto Dell'Atride i ministri al suo palagio Conducean pingui pecorelle, e vino Di coraggio dator, mentre le loro Consorti il capo di bei veli adorne Candido pan recavano. In tal guisa Si mettea qui l'alto convivio in punto. Ma in altra parte, e alla magion davante Del magnanimo Ulisse, i proci alteri Dischi lanciavan per diletto, e dardi Sul pavimento lavorato e terso, Della baldanza lor solito campo. Solo i due capi, che di forza e ardire Tutti vinceano, il pari in volto ai numi Eurimaco ed Antìnoo, erano assisi. S'accostò loro, ed al secondo volse Di Fronio il figlio, Noemòn, tai detti: "Antinoo, il dì lice saper, che rieda Telemaco da Pilo? Ei dipartissi, Con la mia nave che or verrìami ad uopo, Per tragittar nell'Elide, ove sei Pasconmi e sei cavalle, ed altrettanti Muli non domi, che lor dietro vanno, E di cui, razza faticante, alcuno Rimenar bramo e accostumarlo al giogo". Stupìano i prenci che ne' suoi poderi De' montoni al custode, o a quel de' verri Trapassato il credeano, e non al saggio Figliuol di Neleo nell'eccelsa Pilo. "Quando si dipartì?" rispose il figlio D'Eupìte, Antinoo. "E chi seguillo? Scelti Giovani forse d'Itaca, o gli stessi Suoi mercenari e schiavi? E osava tanto? Schietto favella. Saper voglio ancora, Se a mal cuor ti lasciasti il legno tôrre, O a lui, che tel chiedea, di grado il desti". "Il diedi a lui, che mel chiedea, di grado", Noemón ripigliò. "Chi potea mai Con sì nobil garzone e sì infelice Stare in sul niego? Gioventù seguillo Della miglior tra il popolo Itacese, E condottier salìa la negra nave Mentore, o un dio che ne vestìa l'aspetto. E maraviglio io ben ch'ieri sull'alba Mentore io scôrsi. Or come allor la negra Nave salì, che veleggiava a Pilo?" Disse, e del padre alla magion si rese. Atterriti rimasero. Cessâro Gli altri da' giuochi, e s'adagiaro anch'essi, E a tutti favellò d'Eupìte il figlio: [Se gli gonfiava della furia il core Di caligine cinto, e le pupille Nella fronte gli ardean come due fiamme.] "Grande per fermo e audace impresa è questo, Cui già nessun di noi fede prestava, Vïaggio di Telemaco! Un garzone, Un fanciullo gittar nave nel mare, Di tanti uomini ad onta, e aprire al vento Con la più scelta gioventù le vele? Né il male qui s'arresta: ma Giove A Telemaco pria franga ogni possa, Che una tal piaga dilatarsi io veggia. Su, via, rapida nave e venti remi A me, sì ch'io lo apposti, e al suo ritorno Nel golfo, che divide Itaca e Same, Colgalo; e il folle con suo danno impari L'onde a stancar del genitore in traccia". Così Antinoo parlò. Lodi e conforti Gli davan tutti: indi sorgeano, e il piede Nell'alte stanze riponean d'Ulisse. Ma de' consigli che nutrìano in mente, Penelope non fu gran tempo ignara. Ne la feo dotta il banditor Medonte, Che udìa di fuori la consulta iniqua, E agli orecchi di lei pronto recolla. Ella nol vide oltrepassar la soglia, Che sì gli disse: "Araldo, onde tal fretta? Ed a che i proci ti mandâro? Forse Perché d'Ulisse le solerti ancelle Dai lavori si levino, e l'usato Convito apprestin loro? O fosse questo De' conviti l'estremo, e a me travaglio Più non desser, né altrui! Tristi! che, tutto Del prudente Telemaco il retaggio Per disertar, vi radunate in folla. E non udiste voi da' vostri padri, Mentr'eravate piccioletti e imberbi, I modi che tenea con loro Ulisse, Nessuno in opre molestando, o in detti, Costume pur degli uomini scettrati, Che odio portano agli uni, e agli altri amore? Non offese alcun mai: quindi l'indegno Vostro adoprar meglio si pare, e il merto Che di tanti favor voi gli rendete". Ed il saggio Medonte: "Ai dèi piacesse Che questo il peggior mal, reina, fosse! Altro dai proci se ne cova in petto Più grave assai, che Giove sperda: il caro Figlio, che a Pilo sacra, e alla divina Sparta si volse, per ritrar del padre, Ucciderti di spada al suo ritorno". Penelope infelice, a tali accenti Scioglier sentissi le ginocchia e il core. Per lungo spazio la voce mancolle, Gli occhi di pianto le s'empièr, distinta Non poteale dai labbri uscir parola: Rispose al fine: "Araldo, e perché il figlio Da me staccossi? Qual cagion, qual forza Sospingealo a salir le ratte navi, Che destrieri del mar sono, e l'immensa Varcano umidità? Brama egli dunque Che né resti di sé nel mondo il nome?" "Qual de' due spinto", il banditor riprese, "L'abbia sul mare, a domandar del padre, Se la propria sua voglia, o un qualche nume, Reina, ignoro". E sovra l'orme sue Ritornò, così detto, il fido araldo. Fiera del petto roditrice doglia Penelope ingombrò; né, perché molti Fossero i seggi, le bastava il core Di posare in alcun; sedea sul nudo Limitar della stanza, acuti lai Mettendo; e quante la servìano ancelle, Sì da canuta età, come di bionda, Ululavano a lei d'intorno tutte. Ed ella, forte lagrimando: "Amiche, Uditemi", dicea. "Tra quante donne Nacquero e crebber meco, ambasce tali Chi giammai tollerò? Prima un egregio Sposo io perdei, d'invitto cor, fregiato D'ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome Per l'Ellada risuona, e tutta l' Argo. Poi le tempeste m'involaro il dolce Mio parto, in fama non ancor salito, E del vïaggio suo nulla io conobbi. Sciaurate! eravi pur l'istante noto, Ch'ei nella cava entrò rapida nave: Né di voi fu, cui suggerisse il core Di scuotermi dal sonno? Ov'io la fuga Potuto avessi presentirne, certo Da me, benché a fatica, ei non partìa, O me lasciava nel palagio estinta. Ma dei serventi alcun tosto mi chiami L'antico Dolio, schiavo mio, che dato Fummi dal genitor, quand'io qua venni, Ed or le piante del giardin m'ha in cura. Vo' che a Laerte corra, e il tutto narri, Sedendosi appo lui, se mai Laerte, Di pianto aspersa la senil sua guancia, Mostrar credesse al popolo, e lagnarsi Di color che schiantar l'unico ramo Di lui vorrìano, e del divino Ulisse". E la diletta qui balia Euriclèa: "Sposa cara", rispose, "o tu m'uccida, O nelle stanze tue viva mi serbi, Parlerò aperto. Il tutto io seppi, e al figlio Le candide farine e il rosso vino Consegnai: ma giurar col giuramento Più sacro io gli dovei, che ove agli orecchi Non ti giugnesse della sua partenza Aura d'altronde, e tu men richiedessi, Io tacerei, finché spuntasse in cielo La dodicesim'aurora, onde col pianto Da te non s'oltraggiasse il tuo bel corpo. Su via, ti bagna, e bianca veste prendi, E, con le ancelle tue nell'alto ascesa, Priega Minerva che il figliuol ti guardi: Né affligger più con imbasciate il veglio Già per sé afflitto assai. No, tanto ai numi Non è d'Arcesio la progenie in ira, Che un germe viver non ne debba, a cui Queste muraglie sorgano, e i remoti Si ricuopran di messe allegri campi". Con queste voci le sopì nel petto La doglia, e il pianto le arrestò sul ciglio Ella bagnossi, bianca veste prese, E, con le ancelle sue, nell'alto ascesa, Pose il sacr'orzo nel canestro e il sale, E a Palla supplicò. "M'ascolta", disse, "O dell'Egìoco Giove inclita figlia. Se il mio consorte ne' paterni tetti Pingui d'agna o di bue cosce mai t'arse, Oggi per me ten risovvenga: il figlio Guardami, e sgombra dal palagio i proci, Di cui, più ciascun dì monta l'orgoglio". Scoppiò in un grido dopo tai parole, E l'Atenèa Minerva il priego accolse. Tumulto fean sotto le oscure volte Coloro intanto, e alcun dicea: "La molto Vagheggiata Reina omai le nozze Ci appresta, e ignora che al suo figlio morte S'apparecchia da noi". Tanto dal vero Quelle superbe menti ivan lontane. Ed Antinoo: "Sciaurati, il dire incauto, Che potrìa dentro penetrar, frenate. Ma che più badiam noi? Tacitamente Quel che tutti approvar mettiamo in opra. Ciò detto, venti scelse uomini egregi, Ed al mare avvïossi. Il negro legno Varâro, alzaro l'albero, assettaro Gli abili remi in volgitoi di cuoio, E le candide vele ai venti apriro. Poi, recate arme dagli arditi servi, Nell'alta onda fermâr la negra nave. Quivi cenaro; e stavansi aspettando Che più crescesse della notte il buio. Ma la grama Penelope nell'alto Giacea digiuna, non gustando cibo, Bevanda non gustando; e a lei nel petto Sul destin dubbio di sì cara prole Fra la speme e il timor l'alma ondeggiava. Qual de' lattanti leoncin la madre, Cui fan corona insidïosa intorno I cacciatori, che a temere impara, E in diversi pensier l'alma divide: Tal fra sè rivolvea cose diverse, Finché la invase un dolce sonno. Stesa Sul letto, e tutte le giunture sciolta, La donna inconsolabile dormìa. Allor la dea dall'azzurrino sguardo Nuova cosa pensò. Compose un lieve Fantasma, che sembrava in tutto Iftima, D'Icario un'altra figlia, a cui legato S'era con nodi maritali Eumelo, Che in Fere di Tessaglia avea soggiorno. Questa Iftima invïò d'Ulisse al tetto, Che alla Reina tranquillasse il core, E i sospiri da lei bandisse e il pianto. Pel varco angusto del fedel serrame Entrò il fantasma, e, standole sul capo: "Riposi tu, Penelope", dicea, "Nel tuo cordoglio? Gl'immortali dèi Lagrimosa non voglionti, nè trista. Riederà il figliuol tuo, perché de' numi L'ira col suo fallir mai non incorse". E la Reina, che dormìa de' sogni Soavissimamente in su le porte: "Sorella, a che venistu? io mai da prima Non ti vedea, così da lunge alberghi; E or vuoi ch'io vinca quel martìr che in cento Guise mi stringe l'alma, io, che un consorte Perdei sì buon, di sì gran core, ornato D'ogni virtù tra i Greci, ed il cui nome Per l'Ellada risuona e l'Argo tutta! S'arroge a questo, che il diletto figlio Partì su ratta nave, un giovinetto Delle fatiche e dell'usanze ignaro. Più ancor per lui, che per Ulisse, io piango E temo nol sorprenda o tra le genti Straniere, o in mare, alcun sinistro: tanti Nemici ha che l'insidiano, e di vita Prima il desìan levar, ch'egli a me torni". Ratto riprese il simulacro oscuro: "Scaccia da te questi ribrezzi, e spera. Compagna il segue di cotanta possa, Che ognun per sé la bramerìa: Minerva, Cui pietà di te punse e di cui fida, Per tuo conforto ambasciatrice io venni". E la saggia Penelope a rincontro: "Poiché una dea sei dunque, o almeno udisti La voce d'una dea, parlarmi ancora Di quell'altro infelice or non potrai? Vive? rimira in qualche parte il Sole? O ne' bassi calò regni di Pluto?" Ratto riprese il simulacro oscuro: "S'ei viva, o no, non t'aspettar ch'io narri. Spender non piace a me gli accenti indarno". Disse; e pel varco, ond'era entrata, uscendo Si mescolò co' venti e dileguossi. Ma la reina si destò in quel punto, Ed il cor si sentì d'un'improvvisa Brillar letizia, che lasciolle il sogno, Che sì chiaro le apparve innanzi l'alba. I proci l'onde già fendeano, estrema Macchinando a Telemaco ruina. Siede tra la pietrosa Itaca e Same Un'isola in quel mar, che Asteri è detta, Pur dirupata, né già troppo grande, Ma con sicuri porti, in cui le navi D'ambo i lati entrar ponno. Ivi in agguato Telemaco attendean gl'iniqui Achei.
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