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Odissea - Libro V v.325 - 640 PDF Print E-mail
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Larghezza il tutto avea, quanta ne dánno
Di lata nave trafficante al fondo
Periti fabbri. Su le spesse travi
Combacianti tra sé lunghe stendea
Noderose assi, e il tavolato alzava.


L'albero con l'antenna ersevi ancora,
E costrusse il timon, che in ambo i lati
Armar gli piacque d'intrecciati salci
Contra il marino assalto, e molta selva
Gittò nel fondo per zavorra o stiva.


Le tue tele, o Calipso, in man gli andâro
E buona gli uscì pur di man la vela,
Cui le funi legò, legò le sarte,
La poggia e l'orza: al fin, possenti leve
Supposte, spinse il suo naviglio in mare,


Che il dì quarto splendea. La dea nel quinto
Congedollo dall'isola: odorate
Vesti gli cinse dopo un caldo bagno;
Due otri, l'un di rosseggiante vino,
Di limpid'acqua l'altro, e un zaino, in cui


Molte chiudeansi dilettose dapi,
Collocò nella barca; e fu suo dono
Un lenissimo ancor vento innocente,
Che mandò innanzi ad increspargli il mare.

Lieto l'eroe dell'innocente vento,


La vela dispiegò. Quindi al timone
Sedendo, il corso dirigea con arte,
Né gli cadea su le palpèbre il sonno
Mentre attento le Pleiadi mirava,
E il tardo a tramontar Boòte e l'Orsa


Che detta è pure il Carro, e là si gira,
Guardando sempre in Orïone, e sola
Nel liquido Oceàn sdegna lavarsi
L'Orsa, che Ulisse, navigando, a manca
Lasciar dovea, come la diva ingiunse.


Dieci pellegrinava e sette giorni
Su i campi d'Anfitrite. Il dì novello
Gli sorse incontro co' suoi monti ombrosi
L'isola de' Feaci, a cui la strada
Conducealo più corta, e che apparìa


Quasi uno scudo alle fosche onde sopra.

Sin dai monti di Solima lo scôrse
Veleggiar per le salse onde tranquille
Il possente Nettun, che ritornava
Dall'Etïopia, e nel profondo core


Più crucciato che mai squassando il capo:
"Poh!" disse dentro a sé, "nuovo decreto,
Mentr'io fui tra gli Etiopi, intorno a Ulisse
Fêr dunque i numi? Ei già la terra vede
De' Feáci, che il fato a lui per meta


Delle sue lunghe disventure assegna.
Pur molto, io credo, a tollerar gli resta".

Tacque; e, dato di piglio al gran tridente,
Le nubi radunò, sconvolse l'acque,
Tutte incitò di tutti i venti l'ire,


E la terra di nuvoli coverse;
Coverse il mar: notte di ciel giù scese.
S'avventaro sul mar, quasi in un groppo,
Ed Euro e Noto e il celebre Ponente
E Aquilon, che pruine aspre su l'ali


Reca, ed immensi flutti innalza e volve.

Discior sentissi le ginocchia e il core
Di Laerte il figliuol, che tal si dolse
Nel secreto dell'alma: "Ahi, me infelice!
Che di me sarà omai? Temo, non torni


Verace troppo della ninfa il detto,
Che al patrio nido io giungerei per mezzo
Delle fatiche solo e dell'angosce.
Di quai nuvole il ciel ampio inghirlanda
Giove, e il mar conturba? E come tutti


Fremono i venti? A certa morte io corro.
Oh tre fïate fortunati e quattro,
Cui perir fu concesso innanzi a Troia,
Per gli Atridi pugnando! E perché allora
Non caddi anch'io, che al morto Achille intorno


Tante i Troiani in me lance scagliaro?
Sepolto i Greci co' funèbri onori
M'avriano, e alzato ne' lor canti al cielo.
Or per via così infausta ir deggio a Dite".

Mentre così doleasi, un'onda grande


Venne d'alto con furia e urtò la barca,
E rigirolla; e lui, che andar lasciossi
Dalle mani il timon, fuori ne spinse.
Turbine orrendo d'aggruppati venti
L'albero al mezzo gli fiaccò; lontane


Vela ed antenne caddero. Ei gran tempo
Stette di sotto, mal potendo il capo
Levar dall'onde impetuose e grosse;
Ché le vesti gravavanlo, che in dono
Da Calipso ebbe. Spuntò tardi, e molta


Dalla bocca gli uscìa, gli piovea molta
Dalla testa e dal crine onda salata.
Non però della zatta il prese obblìo:
Ma, da sé i flutti respingendo, ratto
L'apprese, e già di sopra, il fin di morte


Schivando, vi sedea. Rapìala il fiotto
Qua e là per lo golfo. A quella guisa
Che sovra i campi il tramontan d'autunno
Fascio trabalza d'annodate spine,
I venti trabalzavanla sul mare.


Or Noto da portare a Borea l'offre,
Ed or, perché davanti a sé la cacci,
Euro la cede d'occidente al vento.

La bella il vide dal tallon di perla
Figlia di Cadmo, Ino chiamata, al tempo


Che vivea tra i mortali: or nel mar gode
Divini onori, e Leucotèa si noma.
Compunta il cor per lui d'alta pietade,
S'alzò dell'onda fuor, qual mergo a volo,
E su le travi bene avvinte assisa,
 

Così gli favellò: "Perché, meschino,
S'accese mai con te d'ira sì acerba
Lo Scotitor della terrena mole,
Che ti semina i mali? Ah! non fia certo,
Ch'ei, per quanto il desìi, spenga i tuoi giorni.


Fa, poiché vista m'hai d'uomo non folle,
Ciò ch'io t'insegno. I panni tuoi svestiti,
Lascia il naviglio da portarsi ai venti,
E a nuoto cerca il Feacese lido,
Che per mèta de' guai t'assegna il fato.


Ma questa prendi; e la t'avvolgi al petto,
Fascia immortal, né temer morte o danno.
Tocco della Feacia il lido appena,
Spogliala, e in mar dal continente lungi
La gitta, e torci nel gittarla il volto".


Ciò detto, e a lui l'immortal fascia data,
Rïentrò, pur qual mergo in seno al fosco
Mare ondeggiante, che su lei si chiuse.

Pensoso resta e in forse il pazïente
Laerziade divino, e con se stesso,


Raddoppiando i sospir, tal si consiglia:
"Ohimé! che nuovo non mi tessa inganno
De' Sempiterni alcun, che dal mio legno
Partir m'ingiunge. Io così tosto penso
Non ubbidirgli; ché la terra, dove


Di scampo ei m'affidò, troppo è lontana.
Ma ecco quel che ottimo parmi: quanto
Congiunte rimarran tra lor le travi,
Non abbandonerolle, e co' disastri
Fermo io combatterò. Sciorralle il flutto?


Porrommi a nuoto, né veder so meglio".

Tai cose in sé volgea, quando Nettuno
Sollevò un'onda immensa, orrenda, grave,
Di monte in guisa, e la sospinse. Come
Disperse qua e là vanno le secche
 

Paglie, di cui sorgea gran mucchio in prima,
Se mai le investe un furïoso turbo,
le tavole per mar disperse andaro.
Sovra un sol trave a cavalcioni Ulisse
Montava: i panni che la dea Calipso


Dati gli avea, svestì, s'avvolse al petto
l'immortal benda, e si gittò ne' gorghi
Boccon, le braccia per nôtare aprendo.
Né già s'ascose dal ceruleo iddio,
Che, la testa crollando: "A questo modo


Erra", dicea tra sé "di flutto in flutto
Dopo tante sciagure, e a genti arriva
Da Giove amate: benché speme io porti
Che né tra quelle brillerài di gioia".
Così Nettuno; e della verde sferza
 

Toccò i cavalli alle leggiadre chiome,
Che il condussero ad Ega, ove gli splende
Nobile altezza di real palagio.

Pallade intanto, la prudente figlia
Di Giove, altro pensò. Fermò gli alati


Venti, e silenzio impose loro, e tutti
Gli avvinse di sopor, fuorché il veloce
Borea, che, da lei spinto, i vasti flutti
Dinanzi a Ulisse infranse ond'ei le rive
Del vago di remar popol Feace,
 

Pigliar potesse, ed ingannar la Parca.
Due giorni in cotal foggia, e tante notti
Per l'ampio golfo errava, e spesso il core
Morte gli presagìa. Ma quando l'Alba
Cinta la fronte di purpuree rose


Il dì terzo recò, tacquesi il vento,
E un tranquillo seren regnava intorno.
Ulisse allor, cui levò in alto un grosso
Flutto, la terra non lontana scôrse,
Forte aguzzando le bramose ciglia.


Quale appar dolce a un figliuol pio la vista
Del genitor, che su dolente letto
Scarno, smunto, distrutto, e da un maligno
Demone giacque lunghi dì percosso,
E poi del micidial morbo cortesi


Il disciolser gli dèi: tale ad Ulisse
La terra e il verde della selva apparve.
Quinci ei, nôtando, ambi movea di tutta
Sua forza i piedi a quella volta. Come
Presso ne fu, quanto d'uom corre un grido,


Fiero il colpì romor: poiché i ruttati
Sin dal fondo del mar flutti tremendi,
Che agli aspri si rompean lidi ronchiosi,
Strepitavan, mugghiavano, e di bianca
Spuma coprìan tutta la sponda, mentre


Porto capace di navigli, o seno
Non vi s'aprìa, ma littorali punte
Risaltavano in fuori, e scogli e sassi.

Le forze a tanto ed il coraggio Ulisse
Fallir si sente, e dice a sé, gemendo:


"Qual pro che Giove il disperato suolo
Mostri, e io m'abbia la via per l'onde aperta,
Se dell'uscirne fuor non veggio come?
Sporgon su l'onde acuti sassi, a cui
L'impetuoso flutto intorno freme,


E una rupe va su liscia e lucente:
Né così basso è il mar, che nell'arena
Fermare il pie' securamente io valga.
Quindi, s'io trar men voglio, un gran maroso
Sovra di sé può tormi, e in dura pietra


Cacciarmi; o s'io lungo le rupi cerco
Nôtando un porto, o una declìve schiena,
Temo, non procellosa onda m'avvolga,
E, sospirando gravemente, in grembo
Mi risospinga del pescoso mare.


Forse un de' mostri ancor, che molti nutre
Ne' gorghi suoi la nobile Anfitrite,
M'assalirà: ché l'odio io ben conobbi
Che m'ha quel dio, per cui la terra trema".

Stando egli in tai pensieri, una sconcia onda


Trasportollo con sé ver l'ineguale
Spiaggia, che lacerata in un sol punto
La pelle avrìagli, e sgretolate l'ossa,
Senza un consiglio che nel cor gli pose
L'occhicerulea diva. Afferrò ad ambe


Mani la rupe, in ch'ei già dava, e ad essa
Gemendo s'attenea. Deluso intanto
Gli passò su la testa il vïolento
Flutto: se non che poi, tornando indietro,
Con nuova furia il ripercosse, e lunge


Lo sbalzò della spiaggia al mare in grembo.
Polpo così dalla pietrosa tana
Strappato vien, salvo che a lui non pochi
Restan lapilli nelle branche infitti:
E Ulisse in vece la squarciata pelle


Delle nervose man lasciò alla rupe.
L'onde allora il copriro, e l'infelice
Contro il fato perìa: ma infuse a lui
Nuovo pensier l'Occhiazzurrina. Sorto
Dall'onde, il lido costeggiava, ai flutti


Che vel portavan contrastando, e attento
Mirando sempre, se da qualche parte
Scendesse una pendice, o un seno entrasse:
Né dall'opra cessò, che d'un bel fiume
Giunto si vide all'argentina foce.


Ottimo qui gli sembrò il loco al fine,
Siccome quel che né di sassi aspro era,
Né discoperto ai venti. Avvisò ratto
Il puro umor che devolveasi al mare,
E tal dentro di sé preghiera feo:


"O chiunque tu sii, re di quest'acque,
Odimi: a te, cui sospirai cotanto,
Gli sdegni di Nettuno e le minacce
Fuggendo, io m'appresento. È sacra cosa
Per gl'Immortali ancor l'uom, che d'altronde


Venga errando, com'io, che dopo molti
Durati affanni, ecco alla tua corrente
Giungo, e ai ginocchi tuoi. Pietà d'Ulisse,
Che tuo supplice vedi, o re, ti prenda".
Disse, ed il nume acchetò il corso, e l'onda


Ritenne, sparsa una perfetta calma
E alla foce il salvò del suo bel fiume.
L'eroe, tocca la terra, ambo i ginocchi
Piegò, piegò le nerborute braccia:
Tanto il gran sale l'affliggeva. Gonfiava


Tutto quanto il suo corpo, e per la bocca
Molto mar gli sgorgava, e per le nari;
Ed ei senza respiro e senza voce
Giaceasi, e spento di vigore affatto:
Che troppa nel suo corpo entrò stanchezza.


Ma come il fiato ed il pensier rïebbe,
Tosto dal petto la divina benda
Sciolse, e gittolla ove amareggia il fiume.
La corrente rapivala, né tarda
A riprenderla fu con man la dea.


Ei dall'onda ritráttosi, chinossi
Su i molli giunchi, e baciò l'alma terra.
Poi nel secreto della sua grand'alma
Così parlava e sospirava insieme:
"Eterni dèi, che mi rimase ancora


Di periglioso a tollerar? Dov'io
Questa gravosa notte al fiume in riva
Vegghiassi, l'aer freddo e il molle guazzo
Potrian me di persona e d'alma infermo
Struggere al tutto, ché sui primi albori


Nemica brezza spirerà dal fiume.
Salirò al colle in vece, ed all'ombrosa
Selva, e m'addormirò tra i folti arbusti,
Sol che non vieti la fiacchezza o il ghiado,
Che il sonno in me passi furtivo? Preda


Diventar delle fere e pasto io temo".

Dopo molto dubbiar questo gli parve
Men reo partito. Si rivolse al bosco,
Che non lunge dall'acque a un poggio in cima
Fea di sé mostra, e s'internò tra due


Sì vicini arboscei, che dalla stessa
Radice uscir pareano, ambi d'ulivo,
Ma domestico l'un, l'altro selvaggio.
La forza non crollavali de' venti,
Né l'igneo Sole co' suoi raggi addentro


Li saettava, né le dense piogge
Penetravan tra lor; sì uniti insieme
Crebbero, e tanto s'intrecciaro i rami.
Ulisse sottentrovvi, e ammontichiossi
Di propria man comodo letto, quando


Tal ricchezza era qui di foglie sparse,
Che ripararvi uomini tre, non che uno,
Potuto avrìano ai più crudeli verni.
Gioì alla vista delle molte foglie
L'uom divino, e corcossi entro alle foglie,


E a sé di foglie sovrappose un monte.
Come se alcun, che solitaria suole
Condur la vita in sul confin d'un campo,
Tizzo nasconde fumeggiante ancora
Sotto la bruna cenere, e del foco,


Perché cercar da sé lungi nol debba,
Serba in tal modo il prezïoso seme:
Così celossi tra le foglie Ulisse.
Pallade allor che di sì rea fatica
Bramava torgli l'importuno senso,


Un sonno gli versò dolce negli occhi,
Le dilette palpèbre a lui velando.