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Odissea - Libro VII v.220 - 440 PDF Print E-mail
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Su via, leval di terra, e in sedia il poni
Borchiettata d'argento; e ai banditori
Mescer comanda, onde al gran Giove ancora
Che del fulmine gode, e s'accompagna
Co' venerandi supplici, libiamo.


La dispensiera poi di quel che in serbo
Tiene, presenti al forestier per cena".

Alcinoo, udito ciò, lo scaltro Ulisse
Prese per man, dal focolare alzollo
E l'adagiò sovra un lucente seggio,


Fatto sorgerne prima il più diletto
De' suoi figliuoli che sedeangli accanto,
L'amico di virtù Laodamante.
Tosto l'ancella da bel vaso d'oro
Purissim'acqua nel bacil d'argento


Gli versava, e stendea desco polìto,
Su cui l'onesta dispensiera bianchi
Pani venne ad imporre, e di serbate
Dapi gran copia. Ma la sacra possa
Di Alcinoo al banditor: "Pontònoo, il rosso


Licore infondi nelle tazze, e in giro
Recalo a tutti, onde al gran Giove ancora,
Che del fulmine gode, e s'accompagna
Co' venerandi supplici, libiamo".

Disse; e Pontònoo il buon licore infuse,


E il recò, propinando, a tutti in giro.
Ma il re, come libato ebbero, e a piena
Voglia bevuto, in tai parole uscìo:
"O condottieri de' Feaci, o capi,
Ciò che il cor dirvi mi consiglia, udite.


Già banchettati foste: i vostri alberghi
Cercate adunque e riposate. Al primo
Raggio di Sole in numero più spessi
Ci adunerem, perché da noi s'onori
L'ospite nel palagio, e più superbe


Vittime immoleransi: indi con quale
Scorta al suol patrio, per lontan che giaccia,
Possa, non pur senza fatica o noia,
Ma lieto e rapidissimo condursi,
Diviseremo. Esser dee nostra cura


Che danno non l'incolga, in sin ch'ei tocco
Non abbia il suol natìo. Colà poi giunto,
Quel soffrirà, che le severe Parche
Nel dì del suo natale a lui filâro.
E se un dio fosse dall'Olimpo sceso?


Altro s'avvolgerìa disegno in mente
De' numi allora. Spesso a noi mostrarsi
Nell'ecatombe più solenni, e nosco
Starsi degnaro ad una mensa. Dove
Un qualche vïandante in lor s'avvenga,


Non l'occultano a noi, che per vetusta
Origine lor siam molto vicini,
Non altrimenti che i Ciclopi antichi,
E de' Giganti la selvaggia stirpe".

"Alcinoo", gli rispose il saggio Ulisse,


"Muta questo pensiero. Io dell'immenso
Cielo ai felici abitatori eterni
Né d'indole somiglio, né d'aspetto.
Somiglio ai figli de' mortali, e a quanti
Voi conoscete in più angoscioso stato.


Né ad alcuno di lor cedo ne' mali:
Tanti e sì gravi men crearo i numi.
Or cenar mi lasciate, ancor che afflitto;
Però che nulla io so di più molesto
Che il digiun ventre, di cui l'uom mal puote


Dimenticarsi per gravezze o doglie.
Nel fondo io son de' guai: pur questo interno
Signor, che mai di domandar non resta,
Vuol ch'io più non rammenti i danni miei,
E ai cibi stenda ed ai licor la mano.


Ma voi, comparso in Orïente il giorno,
Rimandarmi vi piaccia. Io non ricuso,
Visti i miei servi, l'alte case e i campi,
Gli occhi al lume del Sol chiuder per sempre".

Disse; e tutti assentìano, e fean gran ressa,


Che lo stranier, che ragionò sì bene,
Buona scorta impetrasse. Al fin, libato
Ch'ebbero e a pien bevuto, il proprio albergo
Ciascun cercava, per entrar nel sonno.
Sol nella reggia rimaneasi Ulisse,


E presso gli sedeano Alcinoo e Arete,
Mentre le ancelle del convito i vasi
Dalla mensa toglieano. Arete prima
Gli favellò, come colei che il manto
Riconobbe, e la tunica, leggiadre


Vesti, che di sua man tessute avea
Con le sue fanti, e che or vedeagli in dosso:
"Stranier", gli disse con alate voci,
Di questo io te cercar voglio la prima:
Chi sei tu? Donde sei? Da chi tai panni?


Non ci fai creder tu che ai nostri lidi
Misero, errante e naufrago approdasti?"

E il saggio Ulisse replicògli: "Forte,
Regina, i mali raccontar, che molti
M'invïaro gli dèi. Quel che più brami


Sapere, io toccherò. Lontana giace
Un'isola nel mar che Ogigia è detta.
Quivi d'Atlante la fallace figlia
Dai ben torti capei, Calipso, alberga,
Terribil dea, con cui nessun de' numi


Conversa, o de' mortali. Un genio iniquo
Con lei me solo a dimorar costrinse,
Dappoi che Giove a me per l'onde scure
La ratta nave folgorando sciolse.
Tutti morti ne fûro i miei compagni:


Ma io, con ambe mani alla carena
Della nave abbracciatomi, per nove
Giorni fui trasportato, e nella fosca
Decima notte all'isoletta spinto
Della dea, che m'accolse, e amicamente


Mi trattava e nodriva, e promettea
Da morte assicurarmi e da vecchiezza;
Né però il cor mi piegò mai nel petto.
Sette anni interi io mi vedea con lei,
E di perenni lagrime i divini


Panni bagnava, che mi porse in dono.
Ma tosto che l'ottavo anno si volse,
La diva, o fosse imperïal messaggio
Del figliuol di Saturno, o di lei stessa
Mutamento improvviso, alle mie case


Ritornar confortavami. Su travi,
Da moltiplici nodi in un congiunte,
Con molti doni accommiatommi: pane
Candido e dolce vin diemmi, e odorate
Vesti vestimmi, e, ad incresparmi il mare,


Un placido mandò vento innocente.
Io dieci viaggiava e sette giorni
Su le liquide strade. Al nuovo albore
Mi sorse incontro co' suoi monti ombrosi
L'isola vostra, e a me infelice il core


Ridea, benché altri guai m'apparecchiasse
Nettun, che incitò i venti, il mar commosse,
Mi precise la via; né più speranza
Già m'avanzava, che il naviglio frale
Me gemente portasse all'onde sopra.


Ruppelo al fine il turbo. A nuoto allora
Misurai questo mar, finché alla vostra
Contrada il vento mi sospinse e il flutto.
Quivi alla terra, nell'uscir dell'acque,
Franto un'onda m'avrìa, che me in acute


Punte cacciava, e in disamabil riva:
Se non ch'io, ritirandomi dal lido,
Tanto nôtava, che a un bel fiume sceso
Da Giove io giunsi, ove opportuno il loco
Parvemi e liscio; né in balìa de' venti.


Scampai, le forze raccogliendo. Intanto
Spiegò i suoi veli la divina Notte,
Ed io, lasciato da una parte il fiume,
Sovra un letto di foglie e tra gli arbusti
Giacqui, e m'infuse lungo sonno un dio.


Dormìi l'intera notte insino all'alba,
Dormìi sino al meriggio; e già calava
Verso Occidente il Sole, allor che il dolce
Sonno m'abbandonò. Vidi le ancelle
Della tua figlia trastullar su l'erba,


E lei tra quelle, che una dea mi parve,
E a cui preghiere io porsi; ed ella senno
Mostrava tal, qual non s'attende mai
L'uom da una età sì fresca, in cui s'abbatta,
Perché la fresca età sempre folleggia.


Ella recente pan, vino possente,
Ella comodo bagno a me nel fiume,
Ed ella vesti. Me infelice il fato
Render potrà, ma non potrà bugiardo".

Ed Alcinoo repente: "Ospite, in questo


La mia figlia sfallì, che non condusse
Te con le ancelle alla magion, quantunque
Tu a lei primiera supplicato avessi".

"Eccelso eroe, non mi biasmar", rispose
Lo scaltro Ulisse, "per cagion sì lieve


La incolpabil fanciulla. Ella m'ingiunse
Di seguitarla con le ancelle; ed io
Men guardai, per timor che il tuo vedermi
T'infiammasse di sdegno. Umana, il sai,
Razza noi siamo al sospettare inchina".



Ed Alcinoo di nuovo: "Ospite, un'alma
Già non s'annida in me, che fuoco prenda
Sì prontamente. Alla ragione io cedo,
E quel che onesto è più, sempre io trascelgo.
Ed oh piacesse a Giove, a Palla e a Febo,


Che, qual ti scorgo, e d'un parer con meco
Sposa volessi a te far la mia figlia,
Genero mio chiamarti, e la tua stanza
Fermar tra noi! Case otterresti e beni
Da me, dove il restar non ti sgradisse:


Ché ritenerti a forza, e l'ospitale
Giove oltraggiar, nullo qui fia che ardisca.
Però così su l'alba il tuo vïaggio
Noi disporrem, che abbandonarti al sonno
Nella nave potrai, mentre i Feaci


L'azzurra calma romperan co' remi,
Né cesseran, che nella patria messo
T'abbiano, e ovunque ti verrà desìo,
Foss'anco oltre l'Eubèa, cui più lontana
D'ogni altra regïon che alzi dal mare,


Dicon que' nostri che la vider, quando
A Tizio, figlio della terra, il biondo
Radamanto condussero. All'Eubèa
S'indrizzar, l'afferrar, ne ritornaro
Tutto in un giorno; e non fu grave impresa.


Conoscerai quanto sien bene inteste
Le nostre navi, e i giovani gagliardi
Nel voltar sottosopra il mar co' remi".

Gioì a tai detti il pazïente Ulisse,
E, le braccia levando: "O Giove padre",


Sclamò, "tutte adempir le sue promesse
Possami Alcinoo! Ei gloria eterna avranne,
Ed io porrò nelle mie case il piede".

Queste correan tra lor parole alterne.
Ma la Reina, candida le braccia,


Arete, intanto alle fantesche impose
Il letto collocar sotto la loggia,
Belle gittarvi porporine coltri,
E tappeti distendervi, e ai tappeti
Manti vellosi sovrapporre. Uscîro


Quelle, tenendo in man lucide faci,
Il denso letto sprimacciaro in fretta,
E rïentrate: "Sorgi, ospite; or puoi",
Dissero a Ulisse, "chiuder gli occhi al sonno".
Né punto al forestier l'invito spiacque.


Così ei sotto il portico sonante
Là s'addormìa ne' traforati letti.
Alcinoo si corcò del tetto eccelso
Ne' penetrali; e a lui da presso Arete,
La consorte real, che a sé ed a lui


Preparò di sua mano il letto e i sonni.