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Odissea - Libro VIII v.335 - 755 PDF Print E-mail
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Risalutate le paterne mura,
Piacciasi raccontar, quanto anche al ballo,
Non che al nautico studio ed alla corsa,
Noi da tutte le genti abbiam vantaggio.
E tu, Pontonoo, per l'arguta cetra,


Che nel palagio alla colonna pende,
Vanne e al divin Demodoco la reca".

Sorse, e partì l'araldo; e al tempo stesso
Sorsero i nove a presedere ai giuochi
Giudici eletti dai comuni voti:


Ed il campo agguagliâro, e dilataro,
Rimosse alquanto le persone, il circo.
Tornò l'araldo con la cetra, e in mano
La pose di Demodoco, che al circo
S'adagiò in mezzo. Danzatori allora


D'alta eccellenza, e in sul fiorir degli anni
Feano al vate corona, ed il bel circo
Co' presti piedi percoteano. Ulisse
De' frettolosi piè gli sfolgorìi
Molto lodava; e non si rïavea


Dallo stupor che gl'ingombrava il petto.

Ma il poeta divin, citareggiando,
Del bellicoso Marte, e della cinta
Di vago serto il crin Vener Ciprigna,
Prese a cantar gli amori, ed il furtivo


Lor conversar nella superba casa
Del re del fuoco, di cui Marte il casto
Letto macchiò nefandemente, molti
Doni offerti alla dea, con cui la vinse.
Repente il Sole, che la colpa vide,


A Vulcan nunzïolla; e questi, udito
L'annunzio doloroso, alla sua negra
Fucina corse, un'immortal vendetta
Macchinando nell'anima. Sul ceppo
Piantò una magna incude; e col martello


Nodi, per ambo imprigionarli, ordìa
A frangersi impossibili, o a disciorsi.
Fabbricate le insidie, ei, contra Marte
D'ira bollendo, alla secreta stanza,
Ove steso giaceagli il caro letto,


S'avvïò in fretta, e alla lettiera bella
Sparse per tutto i fini lacci intorno,
E molti sospendeane all'alte travi,
Quai fila sottilissime d'aragna,
Con tanta orditi e sì ingegnosa fraude,


Che né d'un dio li potea l'occhio tôrre.
Poscia che tutto degl'industri inganni
Circondato ebbe il letto, ir finse in Lenno.
Terra ben fabbricata, e, più che ogni altra
Cittade, a lui diletta. In questo mezzo


Marte, che d'oro i corridori imbriglia,
Alle vedette non istava indarno.
Vide partir l'egregio fabbro, e, sempre
Nel cor portando la di vago serto
Cinta il capo Ciprigna, alla magione


Del gran mastro de' fuochi in fretta mosse.
Ritornata di poco era la diva
Dal Saturnìde onnipossente padre
Nel coniugale albergo; e Marte, entrando,
La trovò che posava, e lei per mano


Prese, e a nome chiamò: "Venere", disse,
"Ambo ci aspetta il solitario letto.
Di casa uscì Vulcano; altrove, a Lenno
Vassene, e ai Sinti di selvaggia voce".

Piacque l'invito a Venere, e su quello


Salì con Marte, e si corcò: ma i lacci
Lor s'avvolgean per cotal guisa intorno,
Che stendere una man, levare un piede,
Tutto era indarno; e s'accorgeano al fine
Non aprirsi di scampo alcuna via.


S'avvicinava intanto il fabbro illustre,
Che volta diè dal suo viaggio a Lenno:
Perocché il Sole spïator la trista
Storia gli raccontò. Tutto dolente
Giunse al suo ricco tetto ed arrestossi


Nell'atrio: immensa ira l'invase, e tale
Dal petto un grido gli scoppiò, che tutti
Dell'Olimpo l'udir gli abitatori:
"O Giove padre, e voi", disse, beati
Numi, che d'immortal vita godete,


Cose venite a rimirar da riso,
Ma pure insopportabili. Ciprigna,
Di Giove figlia, me, perché impedito
De' piedi son, copre d'infamia ognora,
Ed il suo cor nell'omicida Marte


Pone, come in colui che bello e sano
Nacque di gambe, dove io mal mi reggo.
Chi sen vuole incolpar? Non forse i soli,
Che tal non mi dovean mettere in luce,
Parenti miei? testimon siate, o numi,


Del lor giacersi uniti, e dell'ingrato
Spettacol che oggi sostener m'è forza.
Ma infredderan nelle lor voglie, io credo,
Benché sì accesi, e a cotai sonni in preda
Più non vorranno abbandonarsi. Certo


Non si svilupperan d'este catene,
Se tutti prima non mi torna il padre
Quei ch'io posi in sua man, doni dotali
Per la fanciulla svergognata: quando
Bella, sia loco al ver, figlia ei possiede,


Ma del proprio suo cor non donna punto".

Disse; e i dèi s'adunâro alla fondata
Sul rame casa di Vulcano. Venne
Nettuno, il dio per cui la terra trema,
Mercurio venne de' mortali amico,


Venne Apollo dal grande arco d'argento.
Le dee non già; ché nelle stanze loro
Ritenevale vergogna. Ma i datori
D'ogni bramato ben dèi sempiterni
Nell'atrio s'adunâr: sorse tra loro


Un riso inestinguibile, mirando
Di Vulcan gli artifici; e alcun, volgendo
Gli occhi al vicino, in tai parole uscìa:
"Fortunati non sono i nequitosi
Fatti, e il tardo talor l'agile arriva.


Ecco Vulcan, benché sì tardo, Marte,
Che di velocità tutti d'Olimpo
Vince gli abitator, cogliere: il colse,
Zoppo essendo, con l'arte; onde la multa
Dell'adulterio gli può tôrre a dritto".



Allor così a Mercurio il gaio Apollo:
"Figlio di Giove, messaggiero accorto,
Di grate cose dispensier cortese,
Vorrestu avvinto in sì tenaci nodi
Dormire all'aurea Venere da presso?"



"Oh questo fosse", gli rispose il nume
Licenzïoso, e ad opre turpi avvezzo;
"Fosse, o sir dall'argenteo arco, e in legami
Tre volte tanti io mi trovassi avvinto,
E intendessero i numi in me lo sguardo


Tutti, e tutte le dee! Non mi dorrìa
Dormire all'aurea Venere da presso".

Tacque; e in gran riso i Sempiterni diero.
Ma non ridea Nettuno; anzi Vulcano,
L'inclito mastro, senza fin pregava,


Liberasse Gradivo, e con alate
Parole gli dicea: "Scioglilo. Io t'entro
Mallevador, che agl'Immortali in faccia
Tutto ei compenserà, com'è ragione".

"Questo", rispose il dio dai piè distorti


Al Tridentier dalle cerulee chiome,
"Non ricercar da me. Triste son quelle
Malleverìe che dànnosi pe' tristi.
Come legarti agl'Immortali in faccia
Potrei, se Marte, de' suoi lacci sciolto,


Del debito, fuggendo, anco s'affranca?"

"Io ti satisfarò", riprese il nume
Che la terra circonda, e fa tremarla.

E il divin d'ambo i piè zoppo ingegnoso:
"Bello non fôra il ricusar, né lice".


Disse, e d'un sol suo tocco i lacci infranse.

Come liberi fûr, saltaro in piede,
E Marte in Tracia corse, ma la diva
Del riso amica, riparando a Cipri
In Pafo si fermò, dove a lei sacro
 

Frondeggia un bosco, ed un altar vapora.
Qui le Grazie lavaro, e del fragrante
Olio, che la beltà cresce de' numi,
Unsero a lei le delicate membra:
Poi così la vestir, che meraviglia


Non men che la dea stessa, era il suo manto.

Tal cantava Demodoco; ed Ulisse
E que' remigator forti, que' chiari
Navigatori, di piacere, udendo,
Le vene ricercar sentìansi, e l'ossa.



Ma di Laodamante e d'Alio soli,
Ché gareggiar con loro altri non osa,
Ad Alcinoo mirar la danza piacque.
Nelle man tosto la leggiadra palla
Si recaro, che ad essi avea l'industre


Polibo fatta, e colorata in rosso.
L'un la palla gittava in vêr le fosche
Nubi, curvato indietro; e l'altro, un salto
Spiccando, riceveala, ed al compagno
La rispingea senza fatica o sforzo,


Pria che di nuovo il suol col piè toccasse.
Gittata in alto la vermiglia palla,
La nutrice di molti amica terra
Co' dotti piedi cominciaro a battere,
A far volte e rivolte alterne e rapide,


Mentre lor s'applaudìa dagli altri giovani
Nel circo, e acute al ciel grida s'alzavano.

Così ad Alcinoo l'Itacese allora:
"O de' mortali il più famoso e grande,
Mi promettesti danzatori egregi,


E ingannato non m'hai. Chi può mirarli
Senza inarcar dello stupor le ciglia?"

Gioì d'Alcinoo la sacrata possa,
E ai Feaci rivolto: "Udite", disse,
"Voi che per sangue e merto i primi siete.


Saggio assai parmi il forestiero, e degno
Che di ricchi l'orniam doni ospitali.
Dodici reggon questa gente illustri
Capi, e tra loro io tredicesmo siedo.
Tunica, e manto, ed un talento d'oro


Presentiamgli ciascuno, e tosto, e a un tempo,
Ond'ei, così donato, alla mia cena,
Con più gioia nel cor vegna e s'assida.
Eurìalo, che il ferì d'acerbi motti
Co' doni, e in un con le parole, il plachi".



Assenso diè ciascuno, e un banditore
Mandò pe' doni, e così Eurìalo: "Alcinoo,
Il più famoso de' mortali e grande,
L'ospite io placherò, come tu imponi.
Gli offrirò questa di temprato rame


Fedele spada che d'argento ha l'elsa,
La vagina d'avorio: e fu l'avorio
Tagliato dall'artefice di fresco.
Non l'avrà, io penso, il forestier a sdegno".

Ciò detto, a Ulisse in man la spada pose


Con tali accenti: "Ospite padre, salve.
Se dura fu profferta e incauta voce,
Prendala, e seco il turbine la porti.
E a te della tua donna e degli amici,
Donde lungi, e tra i guai, gran tempo vivi,


Giove conceda i desïati aspetti".

"Salve", gli replicò subito Ulisse,
"Amico, e tu. Gli abitator d'Olimpo
Dìanti felici dì: né mai nel petto
Per volger d'anni uopo o desir ti nasca


Di questa spada ch'io da te ricevo,
Benché placato già sol da' tuoi detti".
Tacque; e il buon brando agli omeri sospese.

Già declinava il Sole, e innanzi a Ulisse
Stavano i doni. Gli onorati araldi


Nella reggia portâro i doni eletti,
Che dai figli del re tolti, e all'augusta
Madre davante collocati fûro.
Alcinoo entrò alla reggia, e seco i prenci,
Che altamente sedero; e del re il sacro
 

Valore in forma tal parlò ad Arete:
"Donna, su via, la più sald'arca e bella
Fuor traggi, ed una tunica vi stendi,
E un manto di cui nulla offenda il lustro.
Scaldisi in oltre allo stranier nel cavo


Rame sul foco una purissim'onda,
Perché, le membra asterse, e visti in bello
Ordin riposti de' Feaci i doni,
Meglio il cibo gli sappia, e più gradito
Scendagli al core per l'orecchio il canto.


Io questa gli darò di pregio eccelso
Mia coppa d'oro, acciò non sorga giorno,
Ch'ei d'Alcinoo non pensi, al Saturnide
Libando nel suo tetto, e agli altri numi".

Disse; ed Arete alle sue fanti ingiunse


Porre il treppiede in su le brace ardenti.
Quelle il treppiede in su le ardenti brace
Posero, e versâr l'onda, e le raccolte
Legne accendeanvi sotto: il cavo rame
Cingean le fiamme, e si scaldava il fonte.


Arete fuor della secreta stanza
Trasse dell'arche la più salda e bella,
E tutti con la tunica e col manto
Vi allogò i doni in vestimenta e in oro,
Indi assennava l'ospite: "Il coverchio


Metti tu stesso, e bene avvolgi il nodo,
Non fosse alcun ti nuoccia, ove te il dolce
Sonno cogliesse nella negra nave".

L'accorto eroe, che non udilla indarno,
Mise il coverchio, e l'intricato nodo


Prestamente formò, di cui mostrato
Gli ebbe il secreto la dedalea Circe.
E qui ad entrar la dispensiera onesta
L'invitava nel bagno. Ulisse vide
I lavacri fumar tanto più lieto,


Ché tai conforti s'accostâr di rado
Al suo corpo, dal dì che della ninfa
Le grotte più nol ritenean, dov'era
D'ogni cosa adagiato al par d'un nume.

Lavato ed unto per le scorte ancelle,


E di manto leggiadro e di leggiadra
Tunica cinto, alla gioconda mensa
Da' tepidi lavacri Ulisse giva.
Nausica, cui splendea tutta nel volto
La beltà degli dèi, della superba


Sala fermossi alle lucenti porte.
Sguardava Ulisse, e l'ammirava, e queste
Mandavagli dal sen parole alate:
"Felice, ospite, vivi e ti ricorda,
Come sarai nella natìa terra,


Di quella, onde pria venne a te salute".

"Nausica, del pro' Alcinoo inclita figlia",
Ulisse rispondeale; "oh! così Giove,
L'altitonante di Giunon marito,
Voglia che il dì del mio ritorno spunti,


Com'io nel dolce ancor nido nativo
Sempre, qual dea, t'onorerò: ché fosti
La mia salvezza tu, fanciulla illustre".

Già le carni partìansi, e nelle coppe
Gli umidi vini si mesceano. Ed ecco


Il banditor venir, guidar per mano
L'onorato da tutti amabil vate,
E adagiarlo, facendogli d'un'alta
Colonna appoggio, ai convitati in mezzo.
Ulisse allor dall'abbrostita e ghiotta
 

Schiena di pingue, dentibianco verro
Tagliò un florido brano, ed all'araldo:
"Te'", disse, "questo, e al vate il porta, ond'io
Rendagli, benché afflitto, un qualche onore.
Chi è che in pregio e in riverenza i vati


Non tenga? i vati, che ama tanto, e a cui
Sì dolci melodie la Musa impara".

Portò l'araldo il dono, e il vate il prese,
E per l'alma gli andò tacita gioia.

Alle vivande intanto e alle bevande


Porgean la mano; e fûro spenti appena
Della fame i desìri e della sete,
Che il saggio Ulisse tali accenti sciolse:
"Demodoco, io te sopra ogni vivente
Sollevo, te, che la canora figlia


Del sommo Giove, o Apollo stesso inspira.
Tu i casi degli Achivi, e ciò che oprâro,
Ciò che soffrìro, con estrema cura,
Quasi visto l'avessi, o da' que' prodi
Guerrieri udito, su la cetra poni.
 

Via, dunque, siegui e l'edifizio canta
Del gran cavallo, che d'inteste travi,
Con Pallade al suo fianco, Epèo construsse,
E Ulisse penetrar feo nella rocca
Dardania, pregno (stratagemma insigne!)


Degli eroi, per cui Troia andò in faville.
Ciò fedelmente mi racconta, e tutti
Sclamar m'udranno, ed attestar che il petto
Di tutta la sua fiamma il dio t'accende".

Demodoco, che pieno era del nume,


D'alto a narrar prendea, come gli Achivi,
Gittato il foco nelle tende, i legni
Parte saliro, e aprir le vele ai venti.
Parte sedean col valoroso Ulisse
Ne' fianchi del cavallo entro la rocca.


I Troi, standogli sotto in cerchio assisi,
Molte cose dicean; ma incerte tutte.
E in tre sentenze divideansi: o il cavo
Legno intagliato lacerar con l'armi,
O addurlo in cima d'una rupe, e quindi


Precipitarlo; o il simulacro enorme
Agli adirati numi offrire in voto.
Questo prevalse alfin: poiché destino
Era che allor perisse Ilio superbo,
Che ricettata nel suo grembo avesse


L'immensa mole intesta, ove de' Greci,
Morte ai Troi per recar, sedeano i capi.
Narrava pur, come de' Greci i figli,
Fuor di quella versatisi, e lasciate
Le cave insidie, la cittade a terra


Gittaro; e come, mentre i lor compagni
Guastavan qua e là palagi e templi,
Ulisse di Deïfobo alla casa
Col divin Menelao corse, qual Marte,
E un duro v'ebbe a sostener conflitto,


Donde uscì vincitore, auspice Palla.
A tali voci, a tai ricordi Ulisse
Struggeasi dentro, e per le smorte guance
Piovea lagrime giù dalle palpèbre.
Qual donna piange il molto amato sposo,


Che alla sua terra innanzi, e ai cittadini
Cadde e ai pargoli suoi, da cui lontano
Volea tener l'ultimo giorno; ed ella,
Che moribondo il vede e palpitante,
Sovra lui s'abbandona, ed urla e stride,


Mentre ha di dietro chi dell'asta il tergo
Le va battendo e gli omeri, e le intima
Schiavitù dura, e gran fatica e strazio,
Sì che già del dolor la miserella
Smunto ne porta e disfiorato il volto:


Così Ulisse di sotto alle palpèbre
Consumatrici lagrime piovea.
Pur del suo pianto non s'accorse alcuno,
Salvo re Alcinoo, che sedeagli appresso,
E gemere il sentìa: però ai Feaci:
 

"Udite", disse, "o condottieri e prenci;
Deponga il vate la sonante cetra;
Ché a tutti il canto suo grato non giunge.
Dal primo istante ch'ei toccolla, in pianto
Cominciò a romper l'ospite, a cui siede


Certo un'antica in sen cura mordace.
La mano adunque dalle corde astenga;
E lieto allo stranier del par che a noi
Che il ricettammo, questo giorno cada.
Consiglio altro non v'ha. Per chi tal festa?


Per chi la scorta preparata e i doni,
D'amistà pegni, e le accoglienze oneste?
Un supplice straniero ad uom, che punto
Scorga diritto, è di fratello in vece.
Ma tu di quel ch'io domandarti intendo,


Nulla celarmi astutamente: meglio
Torneranne a te stesso. Il nome dimmi,
Con che il padre solea, solea la madre,
E i cittadin chiamarti, ed i vicini:
Ché senza nome uom non ci vive in terra,


Sia buono o reo; ma, come aperse gli occhi,
Da' genitori suoi l'acquista in fronte.
Dimmi il tuo suol, le genti e la cittade,
Sì che la nave d'intelletto piena
Prenda la mira, e vi ti porti. I legni


Della Feacia di nocchier mestieri
Non han, né di timon: mente hanno, e tutti
Sanno i disegni di chi stavvi sopra.
Conoscon le cittadi e i pingui campi,
E senza tema di ruina o storpio,


Rapidissimi varcano, e di folta
Nebbia coverti, le marine spume.
Bensì al padre Nausitoo io dire intesi
Che Nettun contra noi forte s'adira,
Perché illeso alla patria ogni mortale


Riconduciamo; e che un de' nostri legni
Ben fabbricati, al suo ritorno, il dio
Struggerà nelle fosche onde, e la nostra
Cittade coprirà d'alta montagna.
Ma effetto abbiano, o no, queste minacce,


Tu mi racconta, né fraudarmi il vero,
I mari scorsi e i visitati lidi.
Parlami delle genti, e delle terre
Che di popol ridondano, e di quante
Veder t'avvenne nazioni agresti,


Crudeli, ingiuste, o agli stranieri amiche,
A cui timor de' numi alberga in petto.
Né mi tacer, perché secreto piangi,
Quando il fato di Grecia e d'Ilio ascolti.
Se venne dagli dèi strage cotanta,


Lor piacque ancor che degli eroi le morti
Fossero il canto dell'età future.
Ti perì forse un del tuo sangue a Troia,
Genero prode, o suocero, i più dolci
Nomi al cor nostro dopo i figli e i padri?


O forse un fido, che nell'alma entrarti
Sapea, compagno egregio? È qual fratello
L'uom che sempre usa teco, e a cui fornìro
D'alta prudenza l'intelletto i numi".