Language Selection

RSS Feed

Cultura Campania
Eventi Campania
Natura Itinerari Campania

Eventi in programma


Odissea - Libro VIII v.5 - 330 PDF Print E-mail
There are no translations available.

Ma tosto che rosata ambo le palme,
Comparve in ciel l'aggiornatrice Aurora,
Surse di letto la sacrata possa
Del magnanimo Alcinoo, e il divin surse
Rovesciator delle cittadi Ulisse.


La possanza d'Alcinoo al parlamento,
Che i Feaci tenean presso le navi,
Prima d'ogni altro mosse. A mano a mano
Venìano i Feacesi, e su polite
Pietre sedeansi. L'occhiglauca diva,


Cui d'Ulisse il ritorno in mente stava,
Tolte del regio banditor le forme,
Qua e là s'avvolgea per la cittade,
E appressava ciascuno, e: "Su", dicea,
"Su, prenci e condottieri, al foro, al foro,


Se udir vi cal dello stranier che giunse
Ad Alcinoo testé per molto mare,
E assai più, che dell'uom, del nume ha in viso".

Disse, e tutti eccitò. Della raccolta
Gente fûro in brev'ora i seggi pieni.


Ciascun guardava con le ciglìa in arco
Di Laerte il figliuol: ché a lui Minerva
Sovra il capo diffuse e su le spalle
Divina grazia, ed in grandezza e in fiore
Crebbelo, e in gagliardìa, perch'ei ne' petti
 

Destar potesse riverenza e affetto,
E de' nobili giuochi, ove chiamato
Fosse a dar di sé prova, uscir con vanto.

Concorsi tutti, e in una massa uniti,
Tra loro arringò Alcinoo in questa guisa:


"O condottieri de' Feaci, e prenci,
Ciò che il cor dirvi mi comanda, udite.
Questo a me ignoto forestier, che venne
Ramingo, e ignoro ancor se donde il Sole
Nasce, o donde tramonta, ai tetti miei


Scorta dimanda pel viaggio, e prega
Gli sia ratto concessa. Or noi l'usanza
Non seguirem con lui? Uomo, il sapete,
Ai tetti miei non capitò, che mesto
Languir dovesse sovra queste piagge,


Per difetto di scorta, i giorni e i mesi.
Traggasi adunque nel profondo mare
Legno dall'onde non battuto ancora,
E s'eleggan cinquanta e due garzoni
Tra il popol tutto, gli ottimi. Costoro,


Varato il legno, e avvinti ai banchi i remi,
Subite e laute ad apprestar m'andranno
Mense, che a tutti oggi imbandite io voglio.
Ma quei che di bastone ornan la mano,
L'ospite nuovo ad onorar con meco


Vengano ad una; e il banditor mi chiami
L'immortale Demodoco, a cui Giove
Spira sempre de' canti il più soave,
Dovunque l'estro, che l'infiamma, il porti".

Detto, si mise in via. Tutti i scettrati


Seguìanlo ad una, e all'immortal cantore
L'araldo indirizzavasi. I cinquanta
Garzoni e due, come il re imposto avea,
Fûro del mar non seminato al lido;
La nave negra nel profondo mare


Trassero, alzâro l'albero e la vela.
I lunghi remi assicurâr con forti
Lacci di pelle, a maraviglia il tutto,
E, le candide vele al vento aperte,
Arrestaro nell'alta onda la nave:


Poscia d'Alcinoo ritrovar l'albergo.
Già i portici s'empiean, s'empieano i chiostri,
Non che ogni stanza, della varia gente,
Che s'accogliea, bionde e canute teste,
Una turba infinita. Il re quel giorno


Diede al sacro coltel dodici agnelle,
Otto corpi di verri ai bianchi denti,
E due di tori dalle torte corna.
Gli scoiâr, gli acconciâr, ne apparecchiaro
Convito invidïabile. L'araldo


Ritorno feo, per man guidando il vate,
Cui la Musa portava immenso amore,
Benché il ben gli temprasse e il male insieme.
Degli occhi il vedovò, ma del più dolce
Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo


Sedia d'argento borchiettata a lui
Pose, e l'affisse ad una gran colonna:
Poi la cetra vocale a un aureo chiodo
Gli appese sovra il capo, ed insegnògli,
Come a staccar con mano indi l'avesse.


Ciò fatto, un desco gli distese avanti
Con panier sopra, e una capace tazza,
Ond'ei, qual volta nel pungea desìo,
Del vermiglio licor scaldasse il petto.

Come la fame rintuzzata, e spenta


Fu la sete in ciascun, l'egregio vate,
Che già tutta sentìasi in cor la Musa,
De' forti il pregio a risonar si volse,
Sciogliendo un canto, di cui sino al cielo
Salse in que' dì la fama. Era l'antica


Tenzon d'Ulisse e del Pelìade Achille,
Quando di acerbi detti ad un solenne
Convito sacro si ferîro entrambi.
Il re de' prodi Agamennòn gioìa
Tacitamente in sé, visti a contesa


Venire i primi degli Achei: ché questo
Della caduta d'Ilio era il segnale.
Tanto da Febo nella sacra Pito,
Varcato appena della soglia il marmo,
Predirsi allora udì, che di que' mali,


Che sovra i Teucri, per voler di Giove,
Rovesciarsi doveano, e su gli Achivi,
Si cominciava a dispiegar la tela.

A tai memorie il Laerziade, preso
L'ampio ad ambe le man purpureo manto,


Sel trasse in testa, e il nobil volto ascose,
Vergognando che lagrime i Feaci
Vedesserlo stillar sotto le ciglia.
Tacque il cantor divino; ed ei, rasciutte
Le guancie in fretta, dalla testa il manto


Si tolse, e, dato a una ritonda coppa
Di piglio, libò ai numi. I Feacesi
Cui gioia erano i carmi, a ripigliarli
Il poeta eccitavano, che aprìa
Novamente le labbra; e novamente


Coprirsi il volto e lagrimare Ulisse.
Così, gocciando lagrime, da tutti
Celossi. Alcinoo sol di lui s'avvide,
E l'adocchiò, sedendogli da presso,
Oltre che forte sospirare udillo;


E più non aspettando: "Udite", disse,
"Della Feacia condottieri e prenci.
Già del comun convito, e dell'amica
De' conviti solenni arguta cetra
Godemmo. Usciamo, e ne' diversi giuochi


Proviamci, perché l'ospite, com'aggia
Rimesso il piè nelle paterne case,
Narri agli amici, che l'udranno attenti,
Quanto al cesto e alla lotta, e al salto e al corso,
Cede a noi, vaglia il vero, ogni altra gente".



Disse, ed entrò in cammino; e i prenci insieme
Seguìanlo. Ma l'araldo, alla caviglia
Rïappiccata la sonante cetra,
Prese il cantor per mano, e fuor del tetto
Menollo: indi guidavalo per quella


Strada, in cui posto erasi Alcinoo e i capi.
Movean questi veloce al Foro il piede,
E gente innumerabile ad un corpo
Lor tenea dietro. Ed ecco sorger molta,
Per cimentarsi, gioventù forzuta.


Sorse Acroneo ed Ocìalo. Eleatrèo sorse,
E Nauteo e Prìmneo e Anchìalo: levossi
Eretméo ancor, Pontèo, Proto, Toòne,
Non che Anabesinèo, non che Anfiàlo,
Di Polinèo Tectonide la prole,


E non ch'Eurìalo all'omicida Marte
Somigliante, e Naubòlide, che tutti,
Ma dopo il senza neo Laodamante,
Vincea di corpo e di beltà. Né assisi
I tre restâr figli d'Alcinoo: desso


Laodamante, Alio, che al Rege nacque
Secondo, e Clitonèo pari ad un nume.

Del corso fu la prima gara. Un lungo
Spazio stendeasi alla carriera; e tutti
Dalle mosse volavano in un groppo


Densi globi di polvere levando.
Avanzò gli altri Clitonèo, che, giunto
Della carriera al fin, lasciolli indietro
Quell'intervallo che i gagliardi muli
I tardi lascian corpulenti buoi,


Se lo stesso noval fendono a un'ora.
Succedé al corso l'ostinata lotta,
Ed Eurìalo prevalse. Il maggior salto
Anfiàlo spiccollo, e il disco lunge
Non iscagliò nessun, com'Elatrèo.


Laodamante, il real figlio egregio,
Nel pùgile severo ebbe la palma.

Fine al diletto de' certami posto,
Parlò tra lor Laodamante: "Amici,
Su via, l'estraneo domandiam di queste


Prove, se alcuna in gioventù ne apprese.
Di buon taglio e' mi sembra; e, dove ai fianchi,
Dove alle gambe, e delle mani ai dossi
Guárdisi, e al fermo collo, una robusta
Natura io veggio, e non mi par che ancora


Degli anni verdi l'abbandoni il nerbo.
Ma il fransero i disagi all'onde in grembo:
Ché non è, quanto il mar, siccome io credo,
Per isconfigger l'uom, benché assai forte".

"Laodamante, il tuo parlar fu bello",


Eurìalo rispondea. "Però l'abborda
Tu stesso, e il tenta; e a fuori uscir l'invita".

Come d'Alcinoo l'incolpabil figlio
Questo ebbe udito, si fe' innanzi, e stando
Nel mezzo: "Orsù, gli disse, ospite padre,


Tu ancor ne' giochi le tue forze assaggia,
Se alcun mai ne apparasti a' giorni tuoi,
E degno è ben che non ten mostri ignaro:
Quando io non so per l'uom gloria maggiore
Che del piè con prodezza e della mano,


Mentre in vita riman, poter valersi.
T'arrischia dunque, e la tristezza sgombra
Dall'alma. Poco il desïato istante
Del tuo vïaggio tarderà: varata
Fu già la nave, e i rèmigi son pronti".



Ma così gli rispose il saggio Ulisse:
"Laodamante, a che cotesto invito,
Deridendomi quasi? Io, più che giochi,
Disastri volgo per l'afflitta mente,
Io, che tanto patìi, sostenni tanto,


E or qui, mendico di ritorno e scorta,
Siedomi, al re pregando, e al popol tutto".

Il bravo Eurìalo a viso aperto allora:
"Uom non mi sembri tu, che si conosca
Di quelle pugne che la stirpe umana


Per suo diletto esercitar costuma.
Tu m'hai vista di tal che presso nave
Di molti banchi s'affaccendi, capo
Di marinari al trafficare intesi,
Che in mente serba il carico, ed al vitto


Pensa; e ai guadagni con rapina fatti:
Ma nulla certo dell'atleta tieni".

Mirollo bieco, e replicògli Ulisse:
"Male assai favellasti, e ad uom protervo
Somigli in tutto. Così è ver che i numi


Le più care non dan doti ad un solo:
Sembiante, ingegno e ragionar che piace.
L'un bellezza non ha, ma della mente
Gl'interni sensi in cotal guisa esprime,
Che par delle parole ornarsi il volto.


Gode chiunque il mira. Ei, favellando
Con soave modestia, e franco a un tempo,
Spicca in ogni consesso; e allor che passa
Per la città, gli occhi a sé attrae, qual nume.
L'altro nel viso e nelle membra un mostra


Degl'immortali dèi: pur non si vede
Grazia che ai detti suoi s'avvolga intorno.
Così te fregia la beltà, né meglio
Formar saprìan gli stessi eterni un volto:
Se non che poco della mente vali.


Mi trafiggesti l'anima nel petto,
Villane voci articolando; io nuovo
Non son de' giochi qual tu cianci e credo
Anzi, ch'io degli atleti andai tra i primi,
Finché potei de' verdi anni e di queste


Braccia fidarmi. Or me, che aspre fatiche
Durai, tra l'armi penetrando e l'onde,
Gl'infortunï domaro. E non pertanto
Cimenterommi: ché mordace troppo
Fu il tuo sermon, ne più tenermi io valgo".
 


Disse; e co' panni stessi, in ch'era involto,
Lanciossi, ed afferrò massiccio disco,
Che quelli, onde giocar solean tra loro,
Molto di mole soverchiava e pondo.
Rotollo in aria, e con la man robusta


Lo spinse: sonò il sasso, ed i Feaci,
Que' naviganti celebri, que' forti
Remigatori, s'abbattero in terra
Per la foga del sasso il qual, partito
Da sì valida destra, i segni tutti


Rapidamente sorvolò. Minerva,
Vestite umane forme, il segno pose,
E all'ospite conversa: "Un cieco", disse,
"Trovar, palpando, tel potrìa: ché primo,
Né già di poco, e solitario sorge.


Per questa prova dunque alcun timore
Non t'anga: lunge dal passarti, alcuno
Tra i Feaci non fia che ti raggiunga".
Rallegrossi a tai voci, e si compiacque
Il Laerzìade, che nel circo uom fosse


Che tanto il favorìa. Quindi ai Feaci
Più mollemente le parole volse:
"Quello arrivate, o damigelli, e un altro
Pari, o più grande, fulminarne in breve
Voi mi vedrete, io penso. Ed anco in altri


Certami, o cesto, o lotta, o corso ancora,
Chi far periglio di se stesso agogna,
Venga in campo con me: poiché di vero
Mi provocaste oltre misura. Uom vivo
Tra i Feacesi io non ricuso, salvo


Laodamante, che ricetto dammi.
Chi entrar vorrebbe con l'amico in giostra?
Stolto e da nulla è senza dubbio, e tutto
Storpia le imprese sue, chïunque, in mezzo
D'un popol stranier, con chi l'alberga


Si presenta a contendere. Degli altri
Nessun temo, o dispregio, e son con tutti
Nel dì più chiaro a misurarmi pronto,
Come colui che non mi credo imbelle,
Quale il cimento sia. L'arco lucente


Trattare appresi: imbroccherei primaio,
Saettando un guerrier dell'oste avversa,
Benché turba d'amici a me d'intorno
Contra quell'oste disfrenasse i dardi.
Sol Filottete mi vincea dell'arco,


Mentre a gara il tendean sotto Ilio i Greci:
Ma quanti sulla terra or v'ha mortali,
Cui la forza del pane il cor sostenta,
Io di gran lunga superar mi vanto:
Ché non vo' pormi io già co' prischi eroi,


Con Eurìto d'Ecalia, o con Alcìde,
Che agli dèi stessi di scoccar nell'arte
Si pareggiâro. Che ne avvenne? Giorni
Sorser pochi ad Eurìto, e le sue case
Nol videro invecchiar, poscia che Apollo


Forte si corrucciò che disfidato
L'avesse all'arco, e di sua man l'uccise.
Dell'asta poi, quanto nessun di freccia
Saprebbe, io traggo. Sol nel corso io temo
Non mi vantaggi alcun: ché, tra che molto


M'afflisse il mare, e che non fu il mio legno
Sempre vettovagliato, a me, qual prima,
Non ubbidisce l'infedel ginocchio".

Ammutolì ciascuno, e Alcinoo solo
Rispose: "Forestier, la tua favella


Sgradir non ci potea. Sdegnato a dritto
De' motti audaci, onde colui ti morse,
La virtù mostrar vuoi che t'accompagna,
Virtù, che or da chi tanto o quanto scorga,
Più biasmata non fia. Ma tu m'ascolta,


Acciocché un dì, quando nel tuo palagio
Sederai con la sposa e i figli a mensa,
E quel che di gentile in noi s'annida,
Rimembrerai, possa un illustre amico
Favellando narrar, quali redammo


Studi dagli avi, per voler di Giove.
Non siam né al cesto, né alla lotta egregi;
Ma rapidi moviam, correndo, i passi,
E a maraviglia navighiamo. In oltre
Giocondo sempre il banchettar ci torna,


Musica e danza, ed il cangiar di veste,
I tepidi lavacri e i letti molli.
Su dunque voi, che tra i Feaci il sommo
Pregio dell'arte della danza avete,
Fate che lo straniero a' suoi più cari,