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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| Odissea - Libro VIII v.5 - 330 |
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There are no translations available. Ma tosto che rosata ambo le palme, Comparve in ciel l'aggiornatrice Aurora, Surse di letto la sacrata possa Del magnanimo Alcinoo, e il divin surse Rovesciator delle cittadi Ulisse. La possanza d'Alcinoo al parlamento, Che i Feaci tenean presso le navi, Prima d'ogni altro mosse. A mano a mano Venìano i Feacesi, e su polite Pietre sedeansi. L'occhiglauca diva, Cui d'Ulisse il ritorno in mente stava, Tolte del regio banditor le forme, Qua e là s'avvolgea per la cittade, E appressava ciascuno, e: "Su", dicea, "Su, prenci e condottieri, al foro, al foro, Se udir vi cal dello stranier che giunse Ad Alcinoo testé per molto mare, E assai più, che dell'uom, del nume ha in viso". Disse, e tutti eccitò. Della raccolta Gente fûro in brev'ora i seggi pieni. Ciascun guardava con le ciglìa in arco Di Laerte il figliuol: ché a lui Minerva Sovra il capo diffuse e su le spalle Divina grazia, ed in grandezza e in fiore Crebbelo, e in gagliardìa, perch'ei ne' petti Destar potesse riverenza e affetto, E de' nobili giuochi, ove chiamato Fosse a dar di sé prova, uscir con vanto. Concorsi tutti, e in una massa uniti, Tra loro arringò Alcinoo in questa guisa: "O condottieri de' Feaci, e prenci, Ciò che il cor dirvi mi comanda, udite. Questo a me ignoto forestier, che venne Ramingo, e ignoro ancor se donde il Sole Nasce, o donde tramonta, ai tetti miei Scorta dimanda pel viaggio, e prega Gli sia ratto concessa. Or noi l'usanza Non seguirem con lui? Uomo, il sapete, Ai tetti miei non capitò, che mesto Languir dovesse sovra queste piagge, Per difetto di scorta, i giorni e i mesi. Traggasi adunque nel profondo mare Legno dall'onde non battuto ancora, E s'eleggan cinquanta e due garzoni Tra il popol tutto, gli ottimi. Costoro, Varato il legno, e avvinti ai banchi i remi, Subite e laute ad apprestar m'andranno Mense, che a tutti oggi imbandite io voglio. Ma quei che di bastone ornan la mano, L'ospite nuovo ad onorar con meco Vengano ad una; e il banditor mi chiami L'immortale Demodoco, a cui Giove Spira sempre de' canti il più soave, Dovunque l'estro, che l'infiamma, il porti". Detto, si mise in via. Tutti i scettrati Seguìanlo ad una, e all'immortal cantore L'araldo indirizzavasi. I cinquanta Garzoni e due, come il re imposto avea, Fûro del mar non seminato al lido; La nave negra nel profondo mare Trassero, alzâro l'albero e la vela. I lunghi remi assicurâr con forti Lacci di pelle, a maraviglia il tutto, E, le candide vele al vento aperte, Arrestaro nell'alta onda la nave: Poscia d'Alcinoo ritrovar l'albergo. Già i portici s'empiean, s'empieano i chiostri, Non che ogni stanza, della varia gente, Che s'accogliea, bionde e canute teste, Una turba infinita. Il re quel giorno Diede al sacro coltel dodici agnelle, Otto corpi di verri ai bianchi denti, E due di tori dalle torte corna. Gli scoiâr, gli acconciâr, ne apparecchiaro Convito invidïabile. L'araldo Ritorno feo, per man guidando il vate, Cui la Musa portava immenso amore, Benché il ben gli temprasse e il male insieme. Degli occhi il vedovò, ma del più dolce Canto arricchillo. Il banditor nel mezzo Sedia d'argento borchiettata a lui Pose, e l'affisse ad una gran colonna: Poi la cetra vocale a un aureo chiodo Gli appese sovra il capo, ed insegnògli, Come a staccar con mano indi l'avesse. Ciò fatto, un desco gli distese avanti Con panier sopra, e una capace tazza, Ond'ei, qual volta nel pungea desìo, Del vermiglio licor scaldasse il petto. Come la fame rintuzzata, e spenta Fu la sete in ciascun, l'egregio vate, Che già tutta sentìasi in cor la Musa, De' forti il pregio a risonar si volse, Sciogliendo un canto, di cui sino al cielo Salse in que' dì la fama. Era l'antica Tenzon d'Ulisse e del Pelìade Achille, Quando di acerbi detti ad un solenne Convito sacro si ferîro entrambi. Il re de' prodi Agamennòn gioìa Tacitamente in sé, visti a contesa Venire i primi degli Achei: ché questo Della caduta d'Ilio era il segnale. Tanto da Febo nella sacra Pito, Varcato appena della soglia il marmo, Predirsi allora udì, che di que' mali, Che sovra i Teucri, per voler di Giove, Rovesciarsi doveano, e su gli Achivi, Si cominciava a dispiegar la tela. A tai memorie il Laerziade, preso L'ampio ad ambe le man purpureo manto, Sel trasse in testa, e il nobil volto ascose, Vergognando che lagrime i Feaci Vedesserlo stillar sotto le ciglia. Tacque il cantor divino; ed ei, rasciutte Le guancie in fretta, dalla testa il manto Si tolse, e, dato a una ritonda coppa Di piglio, libò ai numi. I Feacesi Cui gioia erano i carmi, a ripigliarli Il poeta eccitavano, che aprìa Novamente le labbra; e novamente Coprirsi il volto e lagrimare Ulisse. Così, gocciando lagrime, da tutti Celossi. Alcinoo sol di lui s'avvide, E l'adocchiò, sedendogli da presso, Oltre che forte sospirare udillo; E più non aspettando: "Udite", disse, "Della Feacia condottieri e prenci. Già del comun convito, e dell'amica De' conviti solenni arguta cetra Godemmo. Usciamo, e ne' diversi giuochi Proviamci, perché l'ospite, com'aggia Rimesso il piè nelle paterne case, Narri agli amici, che l'udranno attenti, Quanto al cesto e alla lotta, e al salto e al corso, Cede a noi, vaglia il vero, ogni altra gente". Disse, ed entrò in cammino; e i prenci insieme Seguìanlo. Ma l'araldo, alla caviglia Rïappiccata la sonante cetra, Prese il cantor per mano, e fuor del tetto Menollo: indi guidavalo per quella Strada, in cui posto erasi Alcinoo e i capi. Movean questi veloce al Foro il piede, E gente innumerabile ad un corpo Lor tenea dietro. Ed ecco sorger molta, Per cimentarsi, gioventù forzuta. Sorse Acroneo ed Ocìalo. Eleatrèo sorse, E Nauteo e Prìmneo e Anchìalo: levossi Eretméo ancor, Pontèo, Proto, Toòne, Non che Anabesinèo, non che Anfiàlo, Di Polinèo Tectonide la prole, E non ch'Eurìalo all'omicida Marte Somigliante, e Naubòlide, che tutti, Ma dopo il senza neo Laodamante, Vincea di corpo e di beltà. Né assisi I tre restâr figli d'Alcinoo: desso Laodamante, Alio, che al Rege nacque Secondo, e Clitonèo pari ad un nume. Del corso fu la prima gara. Un lungo Spazio stendeasi alla carriera; e tutti Dalle mosse volavano in un groppo Densi globi di polvere levando. Avanzò gli altri Clitonèo, che, giunto Della carriera al fin, lasciolli indietro Quell'intervallo che i gagliardi muli I tardi lascian corpulenti buoi, Se lo stesso noval fendono a un'ora. Succedé al corso l'ostinata lotta, Ed Eurìalo prevalse. Il maggior salto Anfiàlo spiccollo, e il disco lunge Non iscagliò nessun, com'Elatrèo. Laodamante, il real figlio egregio, Nel pùgile severo ebbe la palma. Fine al diletto de' certami posto, Parlò tra lor Laodamante: "Amici, Su via, l'estraneo domandiam di queste Prove, se alcuna in gioventù ne apprese. Di buon taglio e' mi sembra; e, dove ai fianchi, Dove alle gambe, e delle mani ai dossi Guárdisi, e al fermo collo, una robusta Natura io veggio, e non mi par che ancora Degli anni verdi l'abbandoni il nerbo. Ma il fransero i disagi all'onde in grembo: Ché non è, quanto il mar, siccome io credo, Per isconfigger l'uom, benché assai forte". "Laodamante, il tuo parlar fu bello", Eurìalo rispondea. "Però l'abborda Tu stesso, e il tenta; e a fuori uscir l'invita". Come d'Alcinoo l'incolpabil figlio Questo ebbe udito, si fe' innanzi, e stando Nel mezzo: "Orsù, gli disse, ospite padre, Tu ancor ne' giochi le tue forze assaggia, Se alcun mai ne apparasti a' giorni tuoi, E degno è ben che non ten mostri ignaro: Quando io non so per l'uom gloria maggiore Che del piè con prodezza e della mano, Mentre in vita riman, poter valersi. T'arrischia dunque, e la tristezza sgombra Dall'alma. Poco il desïato istante Del tuo vïaggio tarderà: varata Fu già la nave, e i rèmigi son pronti". Ma così gli rispose il saggio Ulisse: "Laodamante, a che cotesto invito, Deridendomi quasi? Io, più che giochi, Disastri volgo per l'afflitta mente, Io, che tanto patìi, sostenni tanto, E or qui, mendico di ritorno e scorta, Siedomi, al re pregando, e al popol tutto". Il bravo Eurìalo a viso aperto allora: "Uom non mi sembri tu, che si conosca Di quelle pugne che la stirpe umana Per suo diletto esercitar costuma. Tu m'hai vista di tal che presso nave Di molti banchi s'affaccendi, capo Di marinari al trafficare intesi, Che in mente serba il carico, ed al vitto Pensa; e ai guadagni con rapina fatti: Ma nulla certo dell'atleta tieni". Mirollo bieco, e replicògli Ulisse: "Male assai favellasti, e ad uom protervo Somigli in tutto. Così è ver che i numi Le più care non dan doti ad un solo: Sembiante, ingegno e ragionar che piace. L'un bellezza non ha, ma della mente Gl'interni sensi in cotal guisa esprime, Che par delle parole ornarsi il volto. Gode chiunque il mira. Ei, favellando Con soave modestia, e franco a un tempo, Spicca in ogni consesso; e allor che passa Per la città, gli occhi a sé attrae, qual nume. L'altro nel viso e nelle membra un mostra Degl'immortali dèi: pur non si vede Grazia che ai detti suoi s'avvolga intorno. Così te fregia la beltà, né meglio Formar saprìan gli stessi eterni un volto: Se non che poco della mente vali. Mi trafiggesti l'anima nel petto, Villane voci articolando; io nuovo Non son de' giochi qual tu cianci e credo Anzi, ch'io degli atleti andai tra i primi, Finché potei de' verdi anni e di queste Braccia fidarmi. Or me, che aspre fatiche Durai, tra l'armi penetrando e l'onde, Gl'infortunï domaro. E non pertanto Cimenterommi: ché mordace troppo Fu il tuo sermon, ne più tenermi io valgo". Disse; e co' panni stessi, in ch'era involto, Lanciossi, ed afferrò massiccio disco, Che quelli, onde giocar solean tra loro, Molto di mole soverchiava e pondo. Rotollo in aria, e con la man robusta Lo spinse: sonò il sasso, ed i Feaci, Que' naviganti celebri, que' forti Remigatori, s'abbattero in terra Per la foga del sasso il qual, partito Da sì valida destra, i segni tutti Rapidamente sorvolò. Minerva, Vestite umane forme, il segno pose, E all'ospite conversa: "Un cieco", disse, "Trovar, palpando, tel potrìa: ché primo, Né già di poco, e solitario sorge. Per questa prova dunque alcun timore Non t'anga: lunge dal passarti, alcuno Tra i Feaci non fia che ti raggiunga". Rallegrossi a tai voci, e si compiacque Il Laerzìade, che nel circo uom fosse Che tanto il favorìa. Quindi ai Feaci Più mollemente le parole volse: "Quello arrivate, o damigelli, e un altro Pari, o più grande, fulminarne in breve Voi mi vedrete, io penso. Ed anco in altri Certami, o cesto, o lotta, o corso ancora, Chi far periglio di se stesso agogna, Venga in campo con me: poiché di vero Mi provocaste oltre misura. Uom vivo Tra i Feacesi io non ricuso, salvo Laodamante, che ricetto dammi. Chi entrar vorrebbe con l'amico in giostra? Stolto e da nulla è senza dubbio, e tutto Storpia le imprese sue, chïunque, in mezzo D'un popol stranier, con chi l'alberga Si presenta a contendere. Degli altri Nessun temo, o dispregio, e son con tutti Nel dì più chiaro a misurarmi pronto, Come colui che non mi credo imbelle, Quale il cimento sia. L'arco lucente Trattare appresi: imbroccherei primaio, Saettando un guerrier dell'oste avversa, Benché turba d'amici a me d'intorno Contra quell'oste disfrenasse i dardi. Sol Filottete mi vincea dell'arco, Mentre a gara il tendean sotto Ilio i Greci: Ma quanti sulla terra or v'ha mortali, Cui la forza del pane il cor sostenta, Io di gran lunga superar mi vanto: Ché non vo' pormi io già co' prischi eroi, Con Eurìto d'Ecalia, o con Alcìde, Che agli dèi stessi di scoccar nell'arte Si pareggiâro. Che ne avvenne? Giorni Sorser pochi ad Eurìto, e le sue case Nol videro invecchiar, poscia che Apollo Forte si corrucciò che disfidato L'avesse all'arco, e di sua man l'uccise. Dell'asta poi, quanto nessun di freccia Saprebbe, io traggo. Sol nel corso io temo Non mi vantaggi alcun: ché, tra che molto M'afflisse il mare, e che non fu il mio legno Sempre vettovagliato, a me, qual prima, Non ubbidisce l'infedel ginocchio". Ammutolì ciascuno, e Alcinoo solo Rispose: "Forestier, la tua favella Sgradir non ci potea. Sdegnato a dritto De' motti audaci, onde colui ti morse, La virtù mostrar vuoi che t'accompagna, Virtù, che or da chi tanto o quanto scorga, Più biasmata non fia. Ma tu m'ascolta, Acciocché un dì, quando nel tuo palagio Sederai con la sposa e i figli a mensa, E quel che di gentile in noi s'annida, Rimembrerai, possa un illustre amico Favellando narrar, quali redammo Studi dagli avi, per voler di Giove. Non siam né al cesto, né alla lotta egregi; Ma rapidi moviam, correndo, i passi, E a maraviglia navighiamo. In oltre Giocondo sempre il banchettar ci torna, Musica e danza, ed il cangiar di veste, I tepidi lavacri e i letti molli. Su dunque voi, che tra i Feaci il sommo Pregio dell'arte della danza avete, Fate che lo straniero a' suoi più cari,
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