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Odissea - Libro X v.335 - 710 PDF Print E-mail
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Tessea di dentro una gran tela, e canto,
Donna o diva, chi 'l sa? stridulo alzava.
Voce mandaro a lei. Levossi e aperse
Le porte e ne invitò. Tutti ad un corpo
Nella magion disavvedutamente


Seguìanla: io no, che sospettai di frode.
Svaniro insieme tutti; e per istarmi
Lungo ch'io feci ad esplorare assiso,
Traccia d'alcun di lor più non m'apparve".

Disse; ed io grande alle mie spalle, e acuta,


Spada, d'argento bullettata, appesi,
Appesi un valid'arco, e ingiunsi a lui,
Che innanzi per la via stessa mi gisse.
Ma Euriloco, i ginocchi ad ambe mani
Stringendomi e piangendo: "Ah! mal mio grado",


Con sùpplici gridò parole alate,
"Lá non guidarmi, o del gran Giove alunno,
Donde, non che altri ricondur, tu stesso
Ritornar non potrai. Fuggiam, fuggiamo
Senza indugio con questi, e la vicina


Parca schiviam, finché schivarla è dato".

"Euriloco", io risposi, "e tu rimanti,
Di carne e vino a riempirti il ventre,
Lungo la nave. Io, cui severa stringe
Necessitate, andrò". Ciò detto, a tergo


La nave negra io mi lasciava e il mare.

Già per le sacre solitarie valli
Della Maga possente all'alta casa
Presso io mi fea, quando Mercurio, il nume
Che arma dell'aureo caduceo la destra,


In forma di garzone, a cui fiorisce
Di lanugine molle il mento appena,
Mi venne incontro, e per la man mi prese,
E: "Misero!" diss'ei con voce amica,
"Perché ignaro de' lochi, e tutto solo,


Muòvi così per queste balze a caso?
Sono in poter di Circe i tuoi compagni,
E li chiudon, quai verri, anguste stalle.
Venìstu forse a riscattarli? Uscito
Dell'immagine tua penso che a terra


Tu ancor cadrai. Se non che trarti io voglio
Fuor d'ogni storpio, e in salvo porti. Prendi
Questo mirabil farmaco, che il tristo
Giorno dal capo tuo storni, e con esso
Trova il tetto di Circe, i cui perversi


Consigli tutti io t'aprirò. Bevanda
Mista, e di succo esizïale infusa,
Colei t'appresterà: ma le sue tazze
Contra il farmaco mio nulla varranno.
Più oltre intendi. Come te la diva


Percosso avrà d'una sua lunga verga,
Tu cava il brando che ti pende al fianco,
E, di ferirla in atto, a lei t'avventa.
Circe, compresa da timor, sue nozze
T'offrirà pronta: non voler tu il letto


Della dea ricusare, acciò ti sciolga
Gli amici, e amica ti si renda. Solo
Di giurarti costringila col grande
Degl'immortali dèi giuro, che nulla
Più non sarà per macchinarti a danno;


Onde, poiché t'avrà l'armi spogliate,
Del cor la forza non ti spogli ancora".

Finito il ragionar l'erba salubre
Porsemi già dal suol per lui divelta,
E la natura divisonne: bruna


N'è la radice; il fior bianco di latte;
Moli i numi la chiamano: resiste
Alla mano mortal, che vuol dal suolo
Staccarla; ai dèi, che tutto ponno, cede.
Detto, dalla boscosa isola il nume


Alle pendici dell'Olimpo ascese;
Ed io vêr Circe andai; ma di pensieri
In gran tempesta m'ondeggiava il core.

Giunto alla diva dalle belle trecce,
La voce alzai dall'atrio. Udimmi, e ratta


Levossi, e aprì le luminose porte,
E m'invitava: io la seguìa non lieto.
Sovra un distinto d'argentini chiovi
Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,
Mi pose: lo sgabello i piè reggea.


Quindi con alma che pensava mali,
La mista preparommi in aureo nappo
Bevanda incantatrice, ed io la presi
Dalla sua mano, e bebbi; e non mi nocque.
Però in quel che la dea me della lunga


Verga percosse, e: "Vanne", disse, "e a terra
Co' tuoi compagni nella stalla giaci",
Tirai dal fianco il brando, e contra lei,
Di trafiggerla in atto, io mi scagliai.
Circe, mandando una gran voce, corse


Rapida sotto il colpo, e le ginocchia
Con le braccia afferrommi, e queste alate
Parole mi drizzò, non senza pianto:
"Chi sei tu? donde sei? la patria dove?
Dove i parenti a te? Stupor m'ingombra,


Che l'incanto bevuto in te non possa,
Quando io non vidi, cui passasse indarno
Per la chiostra de' denti il mio veleno.
Certo un'anima invitta in petto chiudi.
Saréstu forse quel sagace Ulisse,


Che Mercurio a me sempre iva dicendo
Dover d'Ilio venir su negra nave?
Per fermo sei. Nella vagina il brando
Riponi, e sali il letto mio: dal core
D'entrambi ogni sospetto amor bandisca".
 


"Circe", risposi, "che da me richiedi?
Io cortese vêr te, che in sozze belve
Mi trasformasti gli uomini? Rivolgi
Tacite frodi entro te stessa; ed io
La tua penetrerò stanza secreta,


Onde, poiché m'avrai l'armi spogliate,
Del cor la forza tu mi spogli ancora?
No, se non giuri prima, e con quel grande
Degl'immortali dèi giuro, che nulla
Più non sarai per macchinarmi a danno".


Dissi; e la dea giurò. Di Circe allora
Le belle io salsi maritali piume.

Quattro serviano a lei nel suo palagio
Di quelle Ninfe che dai boschi nate
Sono, o dai fonti liquidi, o dai sacri,


Che devolvonsi al mar, rapidi fiumi.
L'una gittava su i politi seggi
Bei tappeti di porpora, cui sotto
Bei tappeti mettea di bianco lino:
L'altra mense d'argento innanzi ai seggi


Spiegava, e d'oro v'imponea canestri:
Mescea la terza nell'argentee brocche
Soavissimi vini, e d'auree tazze
Coprìa le mense: ma la quarta il fresco
Fonte recava, e raccendea gran fuoco


Sotto il vasto treppié, che l'onda cape.
Già fervea questa nel cavato bronzo,
E me la ninfa guidò al bagno, e l'onda
Pel capo mollemente e per le spalle
Spargermi non cessò, ch'io mi sentii


Di vigor nuovo rifiorir le membra.
Lavato ed unto di licor d'oliva,
E di tunica e clamide coverto,
Sovra un distinto d'argentini chiovi
Seggio a grand'arte fatto, e vago assai,


Mi pose: lo sgabello i piè reggea.
E un'altra ninfa da bel vaso d'oro
Purissim'acqua nel bacil d'argento
Mi versava, e stendeami un liscio desco,
Che di candido pane e di serbate


Dapi a fornir la dispensiera venne:
"Cìbati", mi dicea la veneranda
Dispensiera, ed instava; ed io, d'ogni esca
Schivo, in altri pensieri, e tutti foschi,
Tenea la mente, pur sedendo, infissa.


Circe, ratto che avvidesi ch'io mesto
Non mi curava della mensa punto,
Con queste m'appresso voci sul labbro:
"Perché così, qual chi non ha favella,
Siedi, Ulisse, struggendoti, e vivanda


Non tocchi, né bevanda? In te sospetto
S'annida forse di novello inganno?
Dopo il mio giuramento a torto temi".

Ed io: "Circe, qual mai retto uomo e saggio
Vivanda toccheria prima, o bevanda,


Che i suoi vedesse riscattati e salvi?
Fa' che liberi io scorga i miei compagni,
Se vuoi che della mensa io mi sovvegna".

Circe uscì tosto con in man la verga,
E della stalla gl'infelici trasse,


Che di porci novenni avean l'aspetto.
Tutti le stavan di rincontro; e Circe,
D'uno all'altro passando, un prezïoso
Sovra lor distendea benigno unguento.
Gli odiati peli, che la tazza infesta


Produsse, a terra dalle membra loro
Cadevano; e ciascun più che non era,
Grande apparve di corpo, e assai più fresco
D'etade in faccia, e di beltà più adorno.
Mi ravvisò ciascuno, ed afferrommi


La destra; e un così tenero e sì forte
Compianto si levò, che la magione
Ne risonava orrendamente, e punta
Sentìasi di pietà la stessa Maga.
Ella, standomi al fianco: "O sovrumano


Di Laerte figliuol, provvido Ulisse,
Corri", diceami, "alla tua nave, e in secco
La tira, e cela nelle cave grotte
Le ricchezze e gli arnesi: indi a me torna.
E i diletti compagni adduci teco".



M'entrò il suo dir nell'alma. Al lido io corsi,
E i compagni trovai, che appo la nave
Di lagrime nutrìansi e di sospiri.
Come, se riedon le satolle vacche
Dai verdi prati al rusticale albergo,


I vitelli saltellano, e alle madri,
Che più serraglio non ritienli o chiostra,
Con frequente muggir corrono intorno:
Così con pianto a me, vistomi appena,
Intorno s'aggiravano i compagni,


E quei mostravan su la faccia segni,
Che vi si scorgerìan, se il dolce nido,
Dove nacquero e crebbero, se l'aspra
Itaca avesser tocca: "O", lagrimando
Dicean, "di Giove alunno, una tal gioia


Sarebbe a stento in noi, se ci accogliesse
D'Itaca il porto. Ma, su via, l'acerbo
Fato degli altri raccontar ti piaccia".

Ed io con dolce favellar: "La nave
Si tiri in secco, e nelle cave grotte


Le ricchezze si celino e gli arnesi.
Poi seguitemi in fretta; ed i compagni
Nel tetto sacro dell'illustre Circe
Vedrete assisi ad una mensa, in cui
Di là d'ogni desio la copia regna".



Pronti obbediro. Ripugnava Euriloco
Solo, ed or questo m'arrestava, or quello,
Gridando: "Sventurati, ove ne andiamo?
Qual mai vi punge del disastro sete,
Che discendiate alla maliarda, e vôlti


Siate in leoni, in lupi, o in sozzi verri,
Il suo palagio a custodir dannati?
L'ospizio avrete del Ciclope, quando
Calâro i nostri nella grotta, e questo
Prode Ulisse guidavali, di cui


Morte ai miseri fu lo stolto ardire".

Così Euriloco; ed io la lunga spada
Cavar pensai della vagina, e il capo
Dal busto ai piè sbalzargli in su la polve,
Benché vincol di sangue a me l'unisse.


Ma tutti quinci riteneanmi, e quindi
Con favella gentil: "Di Giove alunno,
Costui sul lido, se ti piace in guardia
Della nave rimangasi, e alla sacra
Magion noi guida". Detto ciò, dal mare


Meco venìan, né restò quegli indietro:
Tanto della minaccia ebbe spavento.

Cura prendeasi Circe in questo mezzo
Degli altri, che lavati, unti, e di buone
Tuniche cinti e di bei manti fûro.


Seduti a mensa li trovammo. Come
Si sguardâro l'un l'altro, e sul passato
Con la mente tornâro, in pianti e in grida
Davano; e ne gemean pareti e volte.
M'appressò allora, e mi parlò in tal guisa


L'inclita tra le dive: "O di Laerte
Gran prole, o ricco di consigli Ulisse,
Modo al dirotto lagrimar si ponga.
Noto è a me pur, quanti nel mar pescoso
Duraste affanni, e so le crude offese


Che vi recâro in terra uomini ostili.
Su via, gioite omai, finché nel petto
Vi rinasca l'ardir, ch'era in voi, quando
Itaca alpestre abbandonaste in prima.
Bassi or gli spirti avete, e freddo il sangue,


Per la memoria de' vïaggi amari
Nelle menti ancor viva, e l'allegrezza
Disimparaste tra cotanti guai".

Agevolmente ci arrendemmo. Quindi
Pel continuo rotar d'un anno intero


Giorno non ispuntò, che a lauta mensa
Me non vedesse e i miei compagni in festa.
Ma rivolto già l'anno, e le stagioni
Tornate in sé col varïar de' mesi,
Ed il cerchio dei dì molti compiuto,


I compagni, traendomi in disparte:
"Infelice!" mi dissero, "del caro
Cielo nativo e delle avite mura
Non ti rammenterai, se vuole il fato
Che in vita tu rimanga, e le rivegga?"



Sano avviso mi parve. Il sol caduto,
E coverta di tenebre la terra,
Quei si corcâro per le stanze; ed io,
Salito il letto a maraviglia bello
Di Circe, supplichevoli drizzai


Alla dea, che m'udì, queste parole:
"Attiemmi, o Circe, le impromesse, e al caro
Rendimi natìo ciel, cui sempre vola,
Non pure il mio, ma de' compagni il core,
De' compagni, che stanno a me d'intorno,


Sempre che tu da me t'apparti, e tutta
Con le lagrime lor mi struggon l'alma".

"O di Laerte sovrumana prole",
La dea rispose, "ritenervi a forza
Io più oltre non vo'. Ma un'altra via


Correre in prima è d'uopo: è d'uopo i foschi
Di Pluto e di Proserpina soggiorni
Vedere in prima, e interrogar lo spirto
Del teban vate, che, degli occhi cieco,
Puro conserva della mente il lume;


Di Tiresia, cui sol diè Proserpina
Tutto portar tra i morti il senno antico.
Gli altri non son che vani spettri ed ombre".

Rompere il core io mi sentìi. Piagnea,
Su le piume giacendomi, né i raggi


Volea del Sol più rimirare. Al fine,
Poiché del pianger mio, del mio voltarmi
Su le piume io fui sazio: "Or qual", ripresi,
"Di tal vïaggio sarà il duce? All'Orco
Nessun giunse finor su negra nave".



"Per difetto di guida", ella rispose
Non t'annoiar. L'albero alzato, e aperte
Le tue candide vele, in su la poppa
T'assidi, e spingerà Borea la nave.
Come varcato l'Oceàno avrai,


Ti appariranno i bassi lidi, e il folto
Di pioppi eccelsi e d'infecondi salci
Bosco di Proserpìna: e a quella piaggia,
Che l'Oceán gorghiprofondo batte,
Ferma il naviglio, e i regni entra di Pluto.


Rupe ivi s'alza, presso cui due fiumi
S'urtan tra lor rumoreggiando, e uniti
Nell'Acheronte cadono: Cocito,
Ramo di Stige, e Piriflegetonte.
Appréssati alla rupe, ed una fossa,


Che un cubito si stenda in lungo e in largo,
Scava, o prode, tu stesso; e mel con vino,
Indi vin puro e limpidissim'onda
Vèrsavi, a onor de' trapassati, intorno,
E di bianche farine il tutto aspergi.
 

Poi degli estinti prega i frali e vôti
Capi, e prometti lor che nel tuo tetto
Entrato con la nave in porto appena,
Vacca infeconda, dell'armento fiore
Lor sagrificherai, di doni il rogo


Riempiendo; e che al sol Tiresia, e a parte,
Immolerai nerissimo arïete,
Che della greggia tua pasca il più bello.
Compiute ai mani le preghiere, uccidi
Pecora bruna, ed un monton, che all'Orco


Volgan la fronte: ma converso tieni
Del fiume alla corrente in quella il viso.
Molte Ombre accorreranno. A' tuoi compagni
Le già sgozzate vittime e scoiate
Mettere allor sovra la fiamma, e ai numi,


Al prepotente Pluto e alla tremenda
Proserpina drizzar voti comanda.
E tu col brando sguainato siedi,
Né consentir, che anzi che parli al vate,
I mani al sangue accostinsi. Repente


Il profeta verrà, duce di genti,
Che sul vïaggio tuo, sul tuo ritorno
Pel mar pescoso alle natìe contrade
Ti darà, quanto basta, indizio e lume".

Così la diva; e d'in su l'aureo trono


L'Aurora comparì. Tunica e manto
Circe stessa vestimmi; a sé ravvolse
Bella, candida, fina ed ampia gonna;
Si strinse al fianco un'aurea fascia, e un vago
Su i ben torti capei velo s'impose.


Ma io, passando d'una in altra stanza,
Confortava i compagni, e ad uno ad uno
Con molli detti gli abbordava: "Tempo
Non è più da sfiorare i dolci sonni.
Partiamo, e tosto. Il mi consiglia Circe".
 


Si levâro, e obbedîro. Ahi che né quinci
Mi si concesse ricondurli tutti!
Un Elpénore v'era, il qual d'etate
Dopo gli altri venìa, poco nell'armi
Forte, né troppo della mente accorto.


Caldo del buon licore, onde irrigossi,
Si divise dagli altri, ed al palagio
Mi si corcò, per rinfrescarsi, in cima.
Udìto il suon della partenza, e il moto,
Riscossesi ad un tratto, e, per la lunga


Scala di dietro scendere obblïando.
Mosse di punta sovra il tetto, e cadde
Precipite dall'alto: il collo ai nodi
Gli s'infranse, e volò l'anima a Dite.

Ragunatisi i miei: "Forse", io lor dissi,


"Alle patrie contrade andar credete.
Ma un altro pria la venerabil diva
Ci destinò cammin, che ai foschi regni
Di Pluto e di Proserpina conduce,
Per quivi interrogar del rinomato


Teban Tiresia l'indovino spirto".

Duol mortale gli assalse a questi detti.
Piangeano, e fermi rimanean lì lì,
E la chioma stracciavansi: ma indarno
Lo strazio della chioma era, ed il pianto.



Mentre al mar tristi tendevamo, e spesse
Lagrime spargevam, Circe, che in via
Pur s'era posta, alla veloce nave
Legò la bruna pecora e il montone.
Ci oltrepassò, che non ce ne avvedemmo,


Con piè leggiero. Chi potrìa de' numi
Scorgere alcun che qua o là si mova
Quando dall'occhio uman voglion celarsi?