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Odissea - Libro X v.5 - 330 PDF Print E-mail
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Giungemmo nell'Eolia, ove il diletto
Agl'immortali dèi d'Ippota figlio,
Eolo, abitava in isola natante,
Cui tutta un muro d'infrangibil rame
E una liscia circonda eccelsa rupe.


Dodici, sei d'un sesso e sei dell'altro,
Gli nacquer figli in casa; ed ei congiunse
Per nodo marital suore e fratelli,
Che avean degli anni il più bel fior sul volto.
Costoro ciascun dì siedon tra il padre


Caro e l'augusta madre, ad una mensa
Di varie carca dilicate dapi.
Tutto il palagio, finché il giorno splende,
Spira fragranze, e d'armonie risuona;
Poi, caduta su l'isola la notte,


Chiudono al sonno le bramose ciglia
In traforati e attappezzati letti
Con le donne pudìche i fidi sposi.

Questo il paese fu, questo il superbo
Tetto, in cui me per un intero mese


Co' modi più gentili Eolo trattava.
Di molte cose mi chiedea: di Troia,
Del navile de' Greci, e del ritorno;
E il tutto io gli narrai di punto in punto.
Ma come, giunta del partir mio l'ora,


Parole io mossi ad impetrar licenza,
Ei, non che dissentir, del mio vïaggio
Pensier si tolse e cura, e della pelle
Di bue novenne appresentommi un otre,
Che imprigionava i tempestosi venti:


Poiché de' venti dispensier supremo
Fu da Giove nomato; ed a sua voglia
Stringer lor puote, o rallentare il freno.
L'otre nel fondo del naviglio avvinse
Con funicella lucida d'argento,


Che non ne uscisse la più picciol'aura;
E sol tenne di fuori un opportuno
Zefiro, cui le navi e i naviganti
Diede a spinger su l'onda. Eccelso dono,
Che la nostra follìa volse in disastro!



Nove dì senza posa, e tante notti
Veleggiavamo; e già venìaci incontro
Nel decimo la patria, e omai vicini
Quei vedevam che raccendeano i fochi:
Quando me stanco, perch'io regger volli


Della nave il timon, né in mano altrui,
Onde il corso affrettar, lasciarlo mai,
Sorprese il sonno. I miei compagni intanto
Favellavan tra loro, e fean pensiero
Che argento ed oro alle mie case, doni


Del generoso Ippòtade, io recassi.
"Numi!" come di sé, "dicea taluno
Rivolto al suo vicin, "tutti innamora
Costui, dovunque navigando arriva!
Molti da Troia dispogliata arredi


Riporta belli e preziosi; e noi,
Che le vie stesse misurammo, a casa
Torniam con le man vote. Inoltre questi
L'Ippòtade gli diè pegni d'amore.
Orsù, veggiam quanto in suo grembo asconda


D'oro e d'argento la bovina pelle".

Così prevalse il mal consiglio. L'otre
Fu preso e sciolto; e immantinente tutti
Con furia ne scoppiâr gli agili venti.
La subitana orribile procella


Li rapìa dalla patria e li portava
Sospirosi nell'alto. Io, cui l'infausto
Sonno si ruppe, rivolgea nell'alma,
Se di poppa dovessi in mar lanciarmi,
O soffrir muto, e rimaner tra i vivi.


Soffrii, rimasi: ma, coverto il capo,
Giù nel fondo io giacea, mentre le navi,
Che i compagni di lutto empieano indarno,
Ricacciava in Eolia il fiero turbo.

Scendemmo a terra, acqua attignemmo e a mensa


Presso le navi ci adagiammo. Estinta
Del cibarsi e del ber l'innata voglia,
Io con un de' compagni, e con l'araldo
M'inviai d'Eolo alla magion superba;
E tra la dolce sposa e i figli cari


Banchettante il trovai. Sul limitare
Sedevam della porta. Alto stupore
Mostrâro i figli, e con parole alate:
"Ulisse", mi dicean, "come venìstu?
Qual t'assalì dèmone avverso? Certo


Cosa non fu da noi lasciata indietro,
Perché alla patria e al tuo palagio, e ovunque
Ti talentasse più, salvo giungessi".
Ed io con petto d'amarezza colmo:
"Tristi compagni, e un sonno infausto a tale


Condotto m'hanno. Or voi sanate, amici,
Ché il potete, tal piaga". In questa guisa
Le anime loro io raddolcir tentai.
Quelli ammutiro. Ma il crucciato padre:
"Via", rispose, "da questa isola, e tosto,


O degli uomini tutti il più malvagio:
Ché a me né accôr, né rimandar con doni
Lice un mortal che degli eterni è in ira.
Via, poiché l'odio lor qua ti condusse".
Così Eolo sbandìa me dal suo tetto,


Che de' gemiti miei tutto sonava.

Mesti di nuovo prendevam dell'alto:
Ma si stancavan di lottar con l'onda,
Remigando, i compagni, e del ritorno
Morìa la speme ne' dogliosi petti.


Sei dì navigavamo, e notti sei;
E col settimo sol della sublime
Città di Lamo dalle larghe porte,
Di Lestrigonia pervenimmo a vista.
Quivi pastor, che a sera entra col gregge,


Chiama un altro, che fuor con l'armento esce.
Quivi uomo insonne avria doppia mercede.
L'una pascendo i buoi, l'altra le agnelle
Dalla candida lana: sì vicini
Sono il dïurno ed il notturno pasco.


Bello ed ampio n'è il porto; eccelsi scogli
Cerchianlo d'ogni parte, e tra due punte,
Che sporgon fuori e ad incontrar si vanno,
S'apre un'angusta bocca. I miei compagni,
Che nel concavo porto a entrar fûr pronti,


Propinque vi tenean le ondivaganti
Navi, e avvinte tra lor; quando né grande
Vi s'alza mai, né picciola onda, e sempre
Una calma vi appar tacita e bianca.
Io sol rimasi col naviglio fuori,


Che al sasso estremo con intorta fune
Raccomandai: poi, su la rupe asceso,
Quanto si discoprìa, mirava intorno.
Lavor di bue non si scorgea, né d'uomo:
Sol di terra salir vedeasi un fumo.


Scelgo allor due compagni, e con l'araldo
Màndoli a investigar, quali l'ignota
Terra produce abitatori e nutre.
La via diritta seguitâr, per dove
I carri conduceano alla cittade


Dagli alti monti la troncata selva;
E s'abbattero a una real fanciulla,
Del Lestrigone Antìfate alla figlia.
Che del fonte d'Artacia, onde costuma
Il cittadino attignere, in quel punto


Alle pure scendea linfe d'argento.
Le si fêro da presso, e chi del loco
Re fosse, e su qual gente avesse impero,
La domandaro; ed ella pronta l'alto
Loro additò con man tetto del padre.
  

Tocco ne aveano il limitare appena,
Che femmina trovâr di sì gran mole
Che rassembrava una montagna; e un gelo
Si sentîro d'orror correr pel sangue.
Costei di botto Antifate chiamava


Dalla pubblica piazza, il rinomato
Marito suo, che disegnò lor tosto
Morte barbara e orrenda. Uno afferronne,
Che gli fu cena; gli altri due con fuga
Precipitosa giunsero alle navi.



Di grida la cittade intanto empiea
Antifate. I Lestrìgoni l'udiro,
E accorrean chi da un lato e chi dall'altro,
Forti di braccio, in numero infiniti,
E giganti alla vista. Immense pietre


Così dai monti a fulminar si diêro,
Che d'uomini spiranti e infranti legni
Sorse nel porto un suon tetro e confuso.
Ed alcuni infilzati eran con l'aste,
Quali pesci guizzanti, e alle ferali


Mense future riserbati. Mentre
Tal seguìa strage, io, sguainato il brando
E la fune recisa, a' miei compagni
Dar di forza nel mar co' remi ingiunsi,
Se il fuggir morte premea loro; e quelli


Di tal modo arrancavano, che i gravi
Massi, che piovean d'alto, il mio naviglio
Lietamente schivò: ma gli altri tutti
Colà restâro sfracellati e spersi.

Contenti dello scampo, e in un dogliosi


Per li troppi compagni in sì crudele
Guisa periti, navigammo avanti,
E su l'isola Eèa sorgemmo, dove
Circe, diva terribile, dal crespo
Crine e dal dolce canto, avea soggiorno.


Suora germana del prudente Eeta,
Dal Sole aggiornator nacque, e da Persa,
Dell'antico Oceàn figliuola illustre.
Taciti a terra ci accostammo, entrammo,
Non senza un dio che ci guidasse, il cavo


Porto, e sul lido uscimmo; e qui due giorni
Giacevamo, e due notti, il cor del pari
La stanchezza rodendoci e la doglia.

Come recato ebbe il dì terzo l'alba,
Io, presa l'asta ed il pungente brando,


Rapidamente andai sovra un'altezza,
Se d'uomo io vedessi opra, o voce udissi.
Fermato il piè su la scoscesa cima.
Scôrsi un fumo salir d'infra una selva
Di querce annose, che in un vasto piano


Di Circe alla magion sorgeano intorno.
Entrar disposi senza indugio in via,
E il paese cercar: poi, ripensando,
Al legno invece rivoltar i passi,
Cibo dare ai compagni, e alcuni prima


A esplorare invïar, mi parve il meglio.
Già tra la nave e me poco restava:
Quando ad un de' celesti, in cui pietade
Per quella solitudine io destai,
Grosso ed armato di ramose corna


Drizzare alla mia volta un cervo piacque.
Spinto dal Sole, che il cocea co' raggi,
De' paschi uscìa della foresta, e al fiume
Scendea con labbra sitibonde; ed io
Su la spina lo colsi a mezzo il tergo
  

Sì che tutto il passò l'asta di rame.
Nella polve cadé, mandando un grido,
E via ne volò l'alma. Accorsi, e, il piede
Pontando in esso, dalla fonda piaga
Trassi il cerro sanguigno, ed il sanguigno


Cerro deposi a terra: indi virgulti
Divelsi e giunchi, attorcigliaili, fune
Sei spanne lunga ne composi, e i morti
Piedi ne strinsi dell'enorme fera.
Al fin sul collo io la mi tolsi, e mossi,


Su la lancia poggiandomi, al naviglio:
Ché mal potuto avrei sovra una sola
Spalla portar così sformata belva.
Presso la nave scaricàila; e ratto
Con soavi parole i miei compagni,


A questo rivolgendomi ed a quello,
Così tentai rïanimare: "Amici,
Prima del nostro dì, d'Aide alle porte
Non calerem, benché ci opprima il duolo.
Su, finché cibo avemo, avem licore,


Non mettiamli in obblìo; né all'importuna
Fame lasciamci consumar di dentro".
Quelli ubbidendo alle mie voci, uscîro
Delle latebre loro, e, in riva al mare,
Che frumento non genera, venuti,


Stupìan del cervo: sì gran corno egli era!
E come sazi del mirarlo fûro,
Ne apparecchiâro non vulgar convito,
Sparse prima di chiara onda le palme.
Così tutto quel dì sino all'occaso


Di carne opìma e di fumoso vino
L'alma riconfortammo: il sol caduto
E comparse le tenebre, nel sonno
Ci seppellimmo al mormorio dell'onde.

Ma sorta del mattin la rosea figlia,


Tutti io raccolsi a parlamento, e dissi:
"Compagni, ad onta di guai tanti, udite.
Qui, d'onde l'austro spiri o l'aquilone,
E in qual parte il Sole alza, in qual dechina,
Noto non è. Pur consultare or vuolsi,


Qual consiglio da noi prender si debba,
Se v'ha un consiglio: di che forte io temo,
Io d'in su alpestre poggio isola vidi
Cinta da molto mar, che bassa giace,
E nel cui mezzo un nereggiante fumo


D'infra un bosco di querce al ciel si volve",

Rompere a questo si sentiro il core,
D'Antìfate membrando e del Ciclope
La ferocia, i misfatti, e le nefande
Della carne dell'uom mense imbandite.


Strida metteano, e discioglieansi in pianto.
Ma del pianto che pro? che delle strida?
Tutti in due schiere uguali io li divisi.
E diedi ad ambo un duce: all'una il saggio
Eurìloco, e me all'altra, indi nel cavo


Rame dell'elmo agitavam le sorti,
Ed Euriloco uscì, che in via si pose
Senza dimora. Ventidue compagni,
Lagrimando, il seguìan; né affatto asciutte
Di noi, che rimanemmo, eran le guance.



Edificata con lucenti pietre
Di Circe ad essi la magion s'offerse,
Che vagheggiava una feconda valle.
Montani lupi e leon falbi, ch'ella
Mansuefatti avea con sue bevande,


Stavano a guardia del palagio eccelso,
Né lor già s'avventavano; ma invece
Lusingando scotean le lunghe code,
E su l'anche s'ergeano. E quale i cani
Blandiscono il signor, che dalla mensa


Si leva, e ghiotti bocconcelli ha in mano;
Tal quelle di forte unghia orride belve
Gli ospiti nuovi, che smarriti al primo
Vederle s'arretraro, ivan blandendo.
Giunti alle porte, la deessa udìro


Dai ben torti capei, Circe, che dentro
Canterellava con leggiadra voce,
Ed un'ampia tessea, lucida, fina,
Maravigliosa, immortal tela, e quale
Della man delle dive uscir può solo.


Pòlite allor, d'uomini capo, e molto
Più caro e in pregio a me, che gli altri tutti
Sciogliea tai detti: "Amici, in queste mura
Soggiorna, io non so ben se donna o diva.
Che tele oprando, del suo dolce canto


Tutta fa risentir la casa intorno.
Voce mandiamo a lei." Disse, e a lei voce
Mandaro; e Circe di là tosto ov'era,
Levossi e aprì le luminose porte,
E ad entrare invitavali. In un groppo


La seguìan tutti incautamente salvo
Eurìloco, che fuor, di qualche inganno
Sospettando, restò. La dea li pose
Sovra splendidi seggi: e lor mescea
Il Pramnio vino con rappreso latte,


Bianca farina e mel recente; e un succo
Giungeavi esizïal, perché con questo
Della patria l'obblìo ciascun bevesse.
Preso e vôtato dai meschini il nappo,
Circe batteali d'una verga, e in vile


Stalla chiudeali: avean di porco testa,
Corpo, sétole, voce; ma lo spirto
Serbavan dentro, qual da prima, intègro.
Così rinchiusi, sospirando, fûro:
Ed ella innanzi a lor del cornio i frutti
 

Gettava, e della rovere e dell'elce,
De' verri accovacciati usato cibo.

Nunzio verace dell'infausto caso
Venne rapido Euriloco alla nave.
Ma non potea per iterati sforzi


La lingua disnodar: gonfi portava
Di pianto i lumi, e un vïolento duolo
L'alma gli percotea. Noi, figurando
Sventure nel pensier, con maraviglia
L'interrogammo; ed ei l'eccidio al fine


De' compagni narrò: "Nobile Ulisse,
Attraversato delle querce il bosco,
Come tu comandavi, eccoci a fronte
Magion construtta di politi marmi,
Che di mezzo a una valle alto s'ergea.