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Rime - Sonetto CIII PDF Stampa E-mail

Così nel mio parlar voglio esser aspro

Rime per la donna pietra
 
Così nel mio parlar voglio esser aspro
com'è ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda,
       e veste sua persona d'un diaspro

tal, che per lui, o perch'ella s'arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colpa ignuda:
ed ella ancide, e non val ch'om si chiuda
       né si dilunghi da' colpi mortali,

che, com'avesser ali,
giuncono altrui e spezzan ciascun'arme;
sì ch'io non so da lei né posso atarme.
Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi
       né loco che dal suo viso m'asconda;

ché, come fior di fronda,
così de la mia mente tien la cima:
cotanto del mio mal par che si prezzi,
quanto legno di mar che non lieva onda;
       e 'l peso che m'affonda

è tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perché non ti ritemi
       sì di rodermi il core a scorza a scorza,

com'io di dire altrui chi ti dà forza?
Ché più mi triema il cor qualora io penso
di lei in parte ov'altri li occhi induca,
per tema non traluca
       lo mio penser di fuor sì che si scopra,

ch'io non fo de la morte, che ogni senso
co li denti d'Amor già mi manduca;
ciò è che 'l pensier bruca
la lor vertù sì che n'allenta l'opra.
      E' m'ha percosso in terra, e stammi sopra

con quella spada ond'elli ancise Dido,
Amore, a cui io grido
merzé chiamando, e umilmente il priego;
ed el d'ogni merzé par messo al niego.
       Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida

la debole mia vita, esto perverso,
che disteso a riverso
mi tiene in terra d'ogni guizzo stanco:
allor mi surgon ne la mente strida;
       e 'l sangue, ch'è per le vene disperso,

fuggendo corre verso
lo cor, che 'l chiama; ond'io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio manco
sì forte, che 'l dolor nel cor rimbalza:
       allor dico: "S'elli alza

un'altra volta, Morte m'avrà chiuso
prima che 'l colpo sia disceso giuso".
Così vedess'io lui fender per mezzo
lo core a la crudele che 'l mio squatra!
       poi non mi sarebb'atra

la morte, ov'io per sua bellezza corro:
ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Ohmè, perché non latra
        per me, com'io per lei, nel caldo borro?

ché tosto griderei: "Io vi soccorro".
e fare'l volentier, sì come quelli
che ne' biondi capelli
ch'Amor per consumarmi increspa e dora
       metterei mano, e piacere'le allora.

S'io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
       e non sarei pietoso né cortese,

anzi farei com'orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond'escon le faville
      che m'infiammano il cor, ch'io porto anciso,

guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.
Canzon, vattene dritto a quella donna
      che m'ha ferito il core e che m'invola

quello ond'io ho più gola,
e dàlle per lo cor d'una saetta;
ché bell'onor s'acquista in far vendetta.