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Eneide - Libro IX - v.975 - v.1270 PDF Stampa E-mail
Non poté tanto orgoglio e tanto oltraggio
soffrir d'un folle il generoso Iulo,
e teso l'arco con la cocca al nervo,
rimirò 'l cielo e disse: «Onnipotente
    
Giove, tu l'ardir mio, tu la mia mano
fomenta e reggi, ed io sacri e solenni
ti farò doni: io condurrotti a l'ara
un candido giovenco che la fronte
aggia indorata, e de la madre al pari
 
erga la testa, e già scherzi e già cozzi
con le corna, e co' piè sparga l'arena».

Giove, mentre dicea, tonò dal manco
sereno lato: e col suo tuono insieme
scoccò l'arco mortifero di Iulo.
   
Volò l'orribil tèlo, e per le tempie
di Rèmolo passando, le trafisse.
«Or va', t'insuperbisci: or va', deridi,
scempio, l'altrui virtú. Queste risposte
mandano i Frigi che son chiusi in gabbia
    
ai Rutuli signor de la campagna».
Questo sol disse Ascanio; ed al suo colpo
le grida i Teucri e gli animi in un tempo
al cielo alzaro. Era il crinito Apollo,
quando ciò fu, ne la celeste piaggia
    
sovra una nube assiso; e d'alto il campo
scorgendo de' Troiani e degli Ausoni,
come vede ogni cosa, visto il colpo
del vincitore arciero, in vèr lui disse:
«Ahi, buon fanciullo, in cui vertú s'avanza!
  
cosí vassi a le stelle. Or ben tu mostri
che dagli dii sei nato, e ch'altri dii
nasceranno da te. Tu sei ben degno
ch'ogni guerra, che 'l fato ancor minacci
a la casa d'Assaraco, s'acqueti
   
per tua grandezza, a cui Troia è minore,
sí che già non ti cape». E, cosí detto,
si fendé l'aura avanti e vèr la terra
calossi, trasmutossi, e come fusse
il vecchio Bute, al giovine accostossi.
  
Fu Bute in prima del dardanio Anchise
valletto d'arme e cameriero e paggio,
e poscia per custode e per compagno
l'ebbe Ascanio dal padre. A questo vecchio
mostrossi Apollo di color, di voce,
     
d'andar, di canutezza e d'armatura
simile in tutto; ed a l'ardente Iulo
fatto vicino, in tal guisa gli disse:
«Bàstiti aver, d'Enea preclaro figlio,
senza alcun rischio tuo Numano ucciso.
   
Di questa prima lode il grande Apollo
ti privilegia, e non t'invidia il colpo,
né 'l paraggio de l'arco. Or da la pugna
ritraggiti». E, ciò detto, da la vista
de' circostanti si ritrasse anch'egli,
  
e sormontando dissipossi e sparve.
Rassembrarono in Bute i Teucri Apollo
e riconobber la faretra e l'arco,
che fuggendo sonar anco s'udiro.
E fêr sí con le preci e col precetto
     
d'un tanto iddio, ch'Ascanio, ancor che vago
fosse di pugna, se ne tolse alfine;
ed essi apertamente a ripentaglio
misero in vece sua le vite loro.

Spargesi un grido per le mura intanto,
   
per tutte le difese; e tutti agli archi,
tutti a tirar, tutti a lanciar si diêro
d'ogni sorte arme, e d'ogni parte il suolo
n'era coverto; quando altro conflitto
cominciossi di scudi e di celate;
    
una mischia di picche, una battaglia
che crescea, tuttavolta, rinforzando
con quella furia che di pioggia un nembo
vien da l'occaso, allor che d'orïente
fan sorgendo i Capretti a noi tempesta:
   
o quando orrido e torbo e d'austri cinto
e 'n grandine converso irato Giove,
d'alto precipitando, si devolve
sopra la terra, e 'l ciel rompendo intuona.

Pàndaro e Bizia d'Alcanòro idèo,
    
e d'Iëra salvatica sua moglie
figli, in Ida acquistati, e d'Ida usciti
l'uno a l'altro simíle, ed ambidue
a quegli abeti ed a quei monti uguali
ond'eran nati, avean dal teucro duce
    
una porta in custodia. E confidati
ne le forze e ne l'armi, a bello studio
la lasciarono aperta, ed a' nemici
fêr da le mura marzïale invito:
essi armati di ferro, un da la destra,
   
l'altro da la sinistra, a due pilastri
sembianti, anzi a due torri che nel mezzo
tengan la porta, con le teste in alto
e co' raggi degli elmi i campi intorno
folgorando, squassavano i cimieri
   
fin sovr'a' merli. In cotal guisa nate
ne le ripe si veggon di Liquezio,
de l'Adige, o del Po due querce altiere
sorgere al cielo e sventolarsi a l'aura.

Visto l'adito aperto, incontinente
   
vi si spinsero i Rutuli. E Quercente
ed Equícolo, i primi armati e fieri,
l'ardito Omàro e 'l bellicoso Emone
tutti co' lor compagni impeto fêro;
e tutti o fûr da' Teucri in fuga vòlti,
   
o ne l'entrar di quella porta ancisi.
Giunto agli animi infesti il sangue sparso,
s'accrebber l'ire e de' Troiani intanto
tale un numero altronde vi concorse,
che prender zuffa e tener campo osaro.
    
Turno sfogava il suo furore altrove
contr'a nemici; quando un messo avanti
gli comparve dicendo, che di Troia
erano usciti, e stavan con le porte,
quanto eran larghe, a far strage e macello,
  
de le sue genti. Ei tosto da quel canto
lasciò l'impresa; e contra i due fratelli
a la dardania porta irato accorse.
E primamente Antífate, che primo
gli venne avanti, un giovine bastardo
    
di Sarpedonte e di tebana madre,
con un colpo di dardo a terra stese.
Colpillo ne lo stomaco, e passolli
oltre al polmone, onde di caldo sangue,
quasi d'un antro, dilagossi un fonte.
    
Mèrope, Afidno ed Erimanto appresso
uccise con la spada, un dopo l'altro
come a caso incontrogli. Atterrò Bizia
dopo costoro, ma non già col dardo,
e men col brando; ch'altro colpo er'uopo
    
a sí gran corpo. A costui, mentre infuria,
mentre stizza per gli occhi avventa e foco,
infuocato, impiombato e grave un tèlo
scaricò di falarica, che in guisa
di fulmine stridendo e percotendo
   
lo giunse sí che né lo scudo avvolto
di due bovine terga, né la fida
lorica di due squame e d'or contesta
non lo sostenne. Barcollando cadde
la smisurata mole, e tal diè crollo
     
che 'l terren se ne scosse, e 'l gran suo scudo
gli tonò sopra. In tal guisa di Baia
su l'eüboica riva il grave sasso,
ch'è sopra l'onde a fermar l'opre eretto,
da l'alto ordigno ov'era dianzi appreso,
  
si spicca e piomba, e fin ne l'imo fondo
ruinando si tuffa, e frange il mare,
e disperge l'arena: onde ne trema
Procida ed Ischia, e il gran Tifèo se n'ange,
cui sí duro covile ha Giove imposto.
   
Qui Marte il suo potere e 'l suo favore
volse verso i Latini. Animi e forze
aggiunse loro, gl'incitò, gli accese;
e di téma e di fuga e di scompiglio
diè cagione a' Troiani. E già ch'a pugna
    
s'era venuto, e de la pugna il nume
era con loro; accolti d'ogni parte
si ristringono i Rutuli, e fan testa.
Pàndaro, poi che 'l suo fratello estinto
si vide avanti, e la fortuna avversa,
   
a la porta con gli omeri appuntossi;
e sí com'era poderoso e grande,
con molta forza la rispinse e chiuse,
molti esclusi de' suoi, che per la fretta
rimaser ne le peste; e molti inclusi
  
ch'eran nimici: e non s'avvide il folle,
che de' nimici in quella calca ancora
era lo stesso re da lui raccolto
a far de' suoi, qual tra le greggi imbelli
ircana tigre immane. Ei non piú tosto
    
fu dentro, che raggiò dagli occhi un lume
spaventevole e fiero; e l'armi sue
fieramente sonaro. Il suo cimiero
ne l'aura ondeggiò sangue, e dal suo scudo
uscîr folgori e lampi. Incontinente
   
la sua faccia odïata e 'l suo gran fusto
raffigurando i Teucri si turbaro.
Pàndaro allor de la fraterna morte
fervidamente irato, avanti a tutti
gli si fe' incontro e disse: «E' non è, Turno,
   
questa la reggia che t'assegna in dote
la tua regina; e non hai d'Ardea intorno
le patrie mura. Ne le forze entrato
sei de' nemici onde scampar non puoi».

«Or via, - Turno ghignando gli rispose
  
placidamente, - via, se tanto ardisci,
meco ti prova; ché ben tostamente
a Prïamo dirai ch'in questa Troia,
come ancor ne la sua, trovossi Achille».
Ciò detto, gli avventò Pàndaro un dardo
    
di tutta forza nodoroso e grave,
e di ruvida ancor corteccia involto.
L'aura lo prese, e la Saturnia Giuno
deviò 'l colpo sí che da la mira
si torse e ne la porta si confisse.
   
«Non sí cadrà questa mia spada in fallo, -
disse allor Turno; - tale è chi la vibra,
e tal fa colpo». Ed a ferire alzato
l'investí ne la fronte, e gli divise
le tempie, le mascelle e 'l mento ignudo
  
ancor di barba, infin là 've s'appicca
il collo al petto. Al suon de la percossa,
al fracasso de l'armi, a la ruina,
che fêr cadendo quelle membra immani,
tremò la terra e ne fu d'atro sangue
  
e di cervella aspersa. Egli morendo
giacque rovescio, e dechinò la testa
parte a l'omero destro e parte al manco.

Al cader di costui tal prese i Teucri
téma e spavento, che dispersi in fuga
   
sen gîro. E s'era il vincitore accorto
d'aprir la porta e di por dentro i suoi,
fôra stato quel giorno e de la guerra
e de' Troiani il fine. Ma la furia
e l'ardor di combattere e l'insana
  
ingordigia di sangue ne 'l distolse.
Onde seguendo, in Falari ed in Gige
s'abbatté prima. A l'uno il petto aperse;
sgherrettò l'altro. A quei ch'erano in fuga
con l'aste di color ch'eran caduti
  
feria le terga: e nuova occisïone
gli ponea tuttavia nuov'armi in mano:
sí come ancor Giunon nuovo ardimento
gli dava e nuove forze. Ali tra questi
mandò per terra, e Fègëa confisse
    
con lo suo scudo. Occise in su le mura,
mentre a' nemici eran di fuori intenti,
Alio ed Alcandro e Prítane e Nomone.
A Líncëo, ch'osò di starli a fronte
e chiamare i compagni, con un colpo,
   
che di rovescio con gran forza dielli,
recise il capo, e l'avventò con l'elmo
lunge dal busto. Dopo questi ancise
Àmico, un cacciator ch'era in campagna
gran distruttor di fere, e gran maestro
   
d'armar di tòsco le saette e 'l ferro:
e Clizio ancise, d'Eölo il buon figlio,
e Cretèo, de le Muse il caro amico
e 'l diletto compagno, che di versi
e di cetre e di numeri e di corde
      
era sol vago, e di cantar mai sempre
o d'armi o di cavalli o di battaglie.

I condottier de' Teucri udita alfine
de' suoi la strage, insieme s'adunaro,
Memmo e Seresto. E visti i lor compagni
  
dispersi, e già 'l nemico in salvo addursi,
gridando: «Oh, - disse Memmo, - ove fuggite?
Ove n'andate? e qual ridotto avete
o di mura o di sito altro che questo?
Dunque un sol uomo, e d'ogni parte chiuso
   
in poter vostro, avrà, miei cittadini,
senza alcun danno suo fatto di noi
ne la nostra città sí gran macello?
Tanti de' nostri giovini sotterra
avrà mandati? E noi, noi non avremo
   
(sí codardi saremo) o de la nostra
infortunata patria, o degli antichi
nostri Penati, o del gran nostro Enea
né pietà, né rispetto, né vergogna?»

Da questo dire accesi e rincorati
  
si ristrinsero insieme. E Turno intanto
da la pugna allentando in vèr la parte
che dal fiume era cinta, a poco a poco
appressossi a la riva: onde i Troiani
con impeto maggior, con maggior grida
  
gli furon sopra. E qual fiero leone
che da la moltitudine e da l'armi
si vede oppresso, tra fierezza e téma
torvamente mirando si ritira;
ché né 'l valor, né l'ira gli consente
   
volgere il tergo, né de' cacciatori,
né di spiedi spuntar puote il rincontro;
cosí Turno dubbioso o di ritrarsi
o di spingersi avanti, irato e lento,
guardingo e minaccioso se n'andava:
      
e due volte avventandosi nel mezzo
si cacciò de' nemici; ed altrettante
gli ruppe e salvo indietro si ritrasse.
Alfine in un drappello insieme accolte
le teucre genti incontro gli si fêro,
   
e di Saturno non osò la figlia
di piú forza prestargli; ché dal cielo
Giove a la sua sorella avea mandato
Iri a farne richiamo, e minacciarlo,
se Turno immantinente da le mura
   
non uscia de' Troiani. Or non potendo
piú 'l giovine supplire o con la destra,
ch'era a ferir già stanca, o con lo scudo,
che di dardi e di frecce era coverto;
l'elmo già spennacchiato, e l'armi tutte
  
smagliate e fesse, con un nembo addosso
di sassi per le tempie e d'aste a' fianchi
già da Memmo incalzato, alfin cedette.

E come di sudor colava, ansava,
e quasi rifiatar piú non potea,
   
con tutte l'armi indosso un salto prese,
e nel Tebro avventossi. Il biondo Tebro
placido lo raccolse e salvo e lieto,
e da l'occisïon purgato e mondo,
su l'altra riva a' suoi lo ricondusse.