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Eneide - Libro X - v.250 - v.955 PDF Stampa E-mail
Lauso che de la pugna era gran parte,
visto al cader d'un sí degno campione
caduta la contesa e l'ardimento
  
de le schiere latine, egli in sua vece
tosto avanti si spinse e rinfrancolle.
E prima di sua mano Abante ancise,
ch'era di quella zuffa un duro intoppo,
e de' nemici il piú saldo sostegno.
    
Or qui strage si fa d'Arcadi insieme,
e di Toschi e di voi, Troiani, intatti
ancor da' Greci. E qui d'ambe le parti
tutti con tutti ad affrontar si vanno.
Pari le forze e pari i capitani
   
son d'ambi i lati; e quinci e quindi ardenti
si ristringono in guisa che gli estremi
fanno ancor calca e 'mpedimento a' primi.

Da questa parte sta Pallante, e Lauso
da quella, i suoi ciascuno inanimando,
   
spingendo e combattendo. E l'un diverso
non è molto da l'altro né d'etate
né di bellezza; e parimente il fato
a ciascuno ha di lor tolto il ritorno
ne la sua patria. E non però tra loro
    
s'affrontâr mai; ché 'l regnator celeste
riserbava la morte d'ambedue
a nemici maggiori. In questo mezzo
la ninfa, che di Turno era sorella,
il suo frate avvertisce che soccorso
   
procuri a Lauso. Ond'ei tosto col carro
le schiere attraversando, a' suoi compagni
giunto che fu: «Via, - disse - or non è tempo
che voi piú combattiate. Io sol ne vado
contra Pallante; a me solo è dovuta
   
la morte sua: cosí 'l suo padre stesso
v'intervenisse, e spettator ne fosse».

Detto ch'egli ebbe, incontinente i suoi,
siccome imposto avea, del campo usciro.
Pallante, visti i Rutuli ritrarsi,
    
e lui sentendo che con tanto orgoglio
lor comandava, poscia che 'l conobbe,
lo squadrò tutto, e stupido fermossi
a veder sí gran corpo. Indi feroce
gli occhi intorno girando, a i detti suoi
   
cosí rispose: «Oggi o d'opime spoglie
o di morte onorata il pregio acquisto.
E 'l padre mio (tal è d'animo invitto
incontr'ogni fortuna, o buona o rea
che sia la mia) ne porrà 'l core in pace.
  
Via, che d'altro è mestier che di minacce».
E, ciò detto, si mosse, e fiero in mezzo
presentossi del campo. Un gel per l'ossa
e per le vene agli Arcadi ne corse.
E Turno dalla biga con un salto
 
lanciossi a terra; ch'assalirlo a piedi
prese consiglio. E qual fiero leone
che, veduto nel pian da lunge un toro
con le corna a battaglia esercitarsi,
dal monte si dirupa e rugge e vola,
   
tal fu di Turno la sembianza a punto
nel girgli incontro. Il giovine, che meno
avea di forze, s'avvisò di tempo
prender vantaggio, e di provare osando
s'aver potesse in alcun modo amica
   
almen fortuna; e già ch'a tiro d'asta
s'eran vicini, al ciel rivolto disse:
«Ercole, se ti fu del padre mio
l'ospizio accetto, e la sua mensa a grado,
allor che peregrin seco albergasti,
   
dammi, ti priego, a tanta impresa aíta,
sí che Turno egli stesso in chiuder gli occhi
veggia e senta, morendo, ch'a me tocca
vincere e spogliar lui d'armi e di vita».

Udillo Alcide, e per pietà che n'ebbe
   
nel suo cor se ne dolse e lacrimonne,
quantunque indarno. E Giove, per conforto
del figlio suo, cosí seco ne disse:
«Destinato a ciascuno è 'l giorno suo;
e breve in tutti e lubrica e fugace
   
e non mai reparabile sen vola
l'umana vita. Sol per fama è dato
agli uomini che sian vivaci e chiari
piú lungamente. Ma virtute è quella
che gli fa tali. E non per questo alcuno
   
è che non muoia. E quanti ne moriro
sotto il grand'Ilio, ch'eran nati in terra
di voi celesti? E Sarpedonte è morto
ch'era mio figlio, e Turno anco morrà;
e già de la sua vita è giunto al fine».
      
Cosí disse, e da' rutuli confini
torse la vista. Allor Pallante trasse
con gran forza il suo dardo, e 'l brando strinse
incontro a Turno. Investí 'l dardo a punto
là 've 'l braccial su l'omero s'affibbia,
  
e tra 'l suo groppo e l'orlo de lo scudo
come strisciando, di sí vasto corpo
lievemente afferrò la pelle a pena.

Turno, poi che 'l nodoso e ben ferrato
suo frassino brandito e bilanciato
   
ebbe piú volte: «Or prova tu - gli disse -
se 'l mio va dritto, e se colpisce e fóra
piú del tuo ferro». E trasse. Andò ronzando
per l'aura, e con la punta a punto in mezzo
si piantò de lo scudo. E tante piastre
  
di metallo e d'acciaio, e tante cuoia
ond'era cinto, e la corazza e 'l petto
passogli insieme. Il giovine ferito
tosto fuor si cavò di corpo il tèlo;
ma non gli valse, ché con esso il sangue
 
e la vita n'uscio. Cadde boccone
in su la piaga, e tal diè d'armi un crollo,
che, ancor morendo, la nimica terra
trepida ne divenne e sanguinosa.

Turno sopra il cadavere fermossi
 
alteramente e disse: «Arcadi, udite,
e per me riportate al vostro Evandro,
che qual di rivedere ha meritato
il suo Pallante, tal glie ne rimando;
e gli fo grazia che d'esequie ancora
  
e di sepolcro e di qual altro fregio
che conforto gli sia, l'orni e l'onori;
ch'assai ben caro infino a qui gli costa
l'amicizia d'Enea». Cosí dicendo,
col manco piè calcò l'estinto corpo;
   
e d'oro un cinto ne rapí di pondo,
d'artificio e di pregio, ove per mano
era del buon Eurizio istorïata
la fiera notte e i sanguinosi letti
di quell'empie fanciulle, in grembo a cui
   
fûr già tanti in un tempo e frati e sposi,
sotto fé d'Imeneo, giovani ancisi.

Di questa spoglia altero e baldanzoso
vassene or Turno. O cieche umane menti,
come siete de' fati e del futuro
  
poco avvedute! E come oltra ogni modo
ne' felici successi insuperbite!
Tempo a Turno verrà ch'ogni gran cosa
ricompreria di non aver pur tocco
Pallante; e le sue spoglie e 'l dí che l'ebbe
  
in odio gli cadranno. Il morto corpo,
nel suo scudo composto, i suoi compagni
levâr dal campo, e con solenne pompa
e con molti lamenti, e molto pianto
lo riportaro al padre. Oh, qual, Pallante,
    
tornasti al padre tuo gloria e dolore!
Ch'una stessa giornata, ch'a la guerra
ti diede, a lui ti tolse. Oh pur gran monti
lasciasti pria di tuoi nemici estinti!

Corse la fama, anzi il verace avviso
   
a l'orecchie d'Enea d'un danno tale
e d'un tanto periglio, che già vòlto
era il suo campo in fuga. Incontinente
si fa col ferro una spianata intorno;
poscia s'apre una via, di te cercando,
   
Turno, e 'l tuo rintuzzar cresciuto orgoglio
per la vittoria di Pallante occiso.
Pallante, Evandro e l'accoglienze loro
e le lor mense ove con tanto amore
forestier fu raccolto, e la contratta
   
già tra loro amistà davanti agli occhi
si vedea sempre. E per onore a l'ombra
de l'amico, e per vittima al grand'Orco,
molti giovini avea già destinati
vivi sacrificar sopra il suo rogo;
   
e di già ne facea quattro d'Ufente
addur legati, e quattro di Sulmona.

E tra via combattendo, incontr'a Mago
tirò d'un'asta, a cui sotto chinossi
l'astuto a tempo sí che sopra al capo
   
gli trapassò divincolando il colpo;
e ratto risorgendo umilemente
gli abbracciò le ginocchia, e cosí disse:
«Per tuo padre e tuo figlio, Enea, ti prego,
a mio padre, a mio figlio mi conserva.
   
Di gran legnaggio io sono: gran tesori
tengo d'argento sotterrati e d'oro
in massa e 'n conio. La vittoria vostra
solo in me non consiste. Una sol'alma
in cosí grave e grande affar che monta?»
  
Rispose Enea: «Le tue conserve d'oro
e d'argento conserva a' figli tuoi.
Questi mercati ha Turno primamente
tolti fra noi, poi c'ha Pallante occiso:
ed al mio padre ed al mio figlio in grado
   
fia la tua morte. Ciò dicendo, a l'elmo
la man gli stese: e poiché gli ebbe il collo
chinato al colpo, insino a l'else il ferro
ne la gola gl'immerse. Indi non lunge
Emònide incontrando, un sacerdote
   
di Febo e di Dïana, il fronte adorno
di sacra benda, e tutto rilucente
di vesti e d'armi, addosso gli si scaglia.
Fugge Emònide, e cade. Enea gli è sopra,
lo sacrifica a l'ombra e d'ombra il cuopre.
     
Poscia de l'armi, che 'l meschino a pompa
portò piú ch'a difesa, il buon Seresto
lo spoglia, e per trofeo le appende in campo
a te, gran Marte. Ecco di nuovo intanto
Cècolo, di Vulcan l'ardente figlio,
    
e 'l marso Ombron ne la battaglia entrando,
e rimettendo le lor genti insieme,
spingonsi avanti. Enea da l'altra parte
infurïava. Ad Ànsure avventossi,
e 'l manco braccio con la spada in terra
   
gittogli e de lo scudo il cerchio intero.
Gran cose avea costui cianciate in prima
e concepute; e d'adempirle ancora
s'era promesso. Avea forse anco in cielo
riposti i suoi pensieri, e s'augurava
    
lunga vita e felice. E pur qui cadde.

Poscia Tàrquito ardente, e d'armi cinto
fulgenti e ricche, incontro gli si fece.
Era costui di Fauno montanaro
e de la ninfa Drïope creato,
   
giovine fiero. Enea parossi avanti
a la sua furia, e pinse l'asta in guisa
che lo scudo impedigli e la corazza.
Allora indarno il misero a pregarlo
si diede. E mentre a dir molto s'affanna
    
per lo suo scampo, ei con un colpo a terra
gittogli il capo; e travolgendo il tronco
tiepido ancor, sopra gli stette e disse:
«Qui con la tua bravura te ne stai,
tremendo e formidabile guerriero:
   
né di terra tua madre ti ricuopra,
né di tomba t'onori. Ai lupi, ai corvi
ti lascio, o che la piena in alcun fosso
ti tragga, o che nel fiume, o che nel mare
ai famelici pesci esca ti mandi».
     
Indi muove in un tempo incontro a Lica.
E segue Anteo, che ne le prime schiere
era di Turno. Assaglie il forte Numa,
fere il biondo Camerte. Era Camerte
figlio a Volscente, generoso germe
   
del magnanimo padre, e de' piú ricchi
d'Ausonia tutta: in quel tempo reggea
la taciturna Amicla. In quella guisa
che si dice Egeon con cento braccia
e cento mani, da cinquanta bocche
  
fiamme spirando e da cinquanta petti,
esser già stato col gran Giove a fronte
quando contra i suoi folgori e i suoi tuoni
con altrettante spade ed altrettanti
scudi tonava e folgorava anch'egli;
   
in quella stessa Enea per tutto 'l campo,
poi ch'una volta il suo ferro fu caldo,
contra tutti vincendo infurïossi.
Ecco Nifeo su quattro corridori
si vede avanti; e contra gli si spinge
  
sí ruïnoso, e tal fa lor fremendo
téma e spavento, che i destrier rivolti
lui dal carro traboccano, e disciolti
sen vanno e vòti imperversando al mare.
Lúcago intanto e Lígeri, due frati
  
con due giunti cavalli ambi in un tempo
gli si fan sopra. Lígeri a le briglie
sedea per guida, Lúcago rotava
la spada a cerco. Enea, non sofferendo
la tracotanza, a la già mossa biga
   
piantossi avanti; e Lígeri gli disse:
«Enea, tu non sei già con Dïomede,
né con Achille questa volta a fronte;
né son questi i cavalli e 'l carro loro:
di Lazio è questo e non de' Frigi il campo:
    
qui finir ti convien la guerra e i giorni».
Queste vane minacce e questo vento
soffiava il folle. Enea d'altro risposta
non gli diè che de l'asta. E mentre avanti
spinge l'uno i destrieri, e l'altro al colpo
   
si sta chinato e col piè manco in atto
di ferir lui, la sua lancia a lo scudo
entrò sotto di Lúcago, e nel manco
lato ne l'anguinaia il colse a punto,
e giú del carro moribondo il trasse.
  
Indi ancor egli motteggiollo e disse:
«A te né paventosi né restii
son già, Lúcago, stati i tuoi cavalli.
Tu da te stesso un sí bel salto hai preso
fuor del tuo carro». E, ciò detto, ai destrieri
   
diè di piglio. Il suo frate uscito intanto
dal carro stesso, umíle e disarmato
stendea le palme in tal guisa pregando:
«Deh, per lo tuo valore e per coloro
che ti fêr tale, abbi di me, signore,
  
pietà, che supplicando in don ti chieggio
questa misera vita». E seguitando
la sua preghiera, a lui rispose Enea:
«Tu non hai già cosí dianzi abbaiato.
Muori; e morendo il tuo frate accompagna».
 
E con queste parole il ferro spinse,
e gli aprí 'l petto, e l'alma ne disciolse.