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Eneide - Libro XI - v.350 - v.975 PDF Stampa E-mail
Gli animi incontinente si turbaro;
sgomentossene il volgo: ai valorosi
s'acceser l'ire. Trepidando ognuno
discorrea per le strade; arme fremea
   
la gioventú; dolenti e lagrimosi
i padri discordando, e chi per Turno
sentendo e chi per Drance, avean tra loro
vari bisbigli. E tutto il corpo insieme
facea de la città tale un trambusto,
     
e tal ne l'aura unitamente un suono,
qual è se spaventata esce d'un bosco
torma di rochi augelli, o qual talora
da le pescose rive di Padusa
van per gli stagni schiamazzando a schiere
   
turbati i cigni. In tale occasïone
gridava Turno: «Or questo è, padri, il tempo
di seder a consiglio: or consigliate
agiatamente: aggiate sopra tutto
cura a la pace, or ch'i nemici armati
   
ne son già sopra». E, cosí detto a pena,
saltò fuor de la reggia; e vòlto a torno:
«Arma, - disse, - tu, Vòluso, i tuoi Volsci,
e tu, Messapo, i rutuli cavalli.
Tu, Catillo, e tu Cora, uscite a campo:
     
va tu con la tua gente a la muraglia
incontinente; e tu dispensa i tuoi
fra le porte e le torri. Ite voi meco,
che rimanete; e ciascuno armi i suoi».

Per tutta la città si va scorrendo
     
a le mura. A l'insegne, ai capitani
ognun s'adduce. I padri irresoluti
se n'escon dal consiglio. Il re turbato
si ritira, e si pente che non aggia
per sé, senza consulta, il frigio duce
    
per amico e per genero accettato.
Dansi tutti a munire, a cavar fosse,
tutti a somministrar chi sassi e travi,
e chi dardi e chi strali. E già la roca
tromba ne va per la città squillando
    
de la battaglia il sanguinoso accento.
Le matrone, i fanciulli, i vecchi, ognuno
d'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni grado
a l'ultimo periglio, al gran bisogno
corrono a la muraglia. E d'altra parte
    
da gran corteo di donne accompagnata
con doni e preci di Minerva al tempio
va la regina, ed ha Lavinia seco,
la vergine sua figlia, onde venuta
era tanta ruina: e di ciò mesta,
   
porta i begli occhi lagrimosi e chini.
Seguon le madri e d'odorati incensi
vaporando il delúbro, in flebil voce
pregano in su la soglia: «Armipotente
Tritonia, tu che puoi, la possa e l'armi
    
frangi al frigio ladrone, e di tua mano
anciso in su la porta me lo stendi».

Esso re Turno da la furia spinto
ricorre a l'armi; e di squamoso acciaro
e d'òr già tutto orribile e splendente,
 
cinto di brando, e sol del capo ignudo
lieto mostrossi, e di speranza altiero
di vedere il nemico. E 'n quella guisa
da la ròcca scendea che da' presepi
sciolto destriero esce ruzzando in campo,
    
o ch'amor di giumente, o che vaghezza
di verde prato, o pur desio lo tragga
del noto fiume; che sbuffando freme,
e ringhia e drizza il collo e squassa il crine.

A l'uscir de la porta ecco davanti
   
gli si fa co' suoi volsci cavalieri
la vergine Camilla: e sí com'era
non men gentil che valorosa e bella,
tosto che l'incontrò con tutti i suoi
dismontò da cavallo, e vèr lui disse:
   
«Turno, se degnamente uom forte ardisce,
io mi rincoro, e ti prometto io sola
di gire ai cavalier toscani incontro.
Lascia me col mio stuolo assalir prima
la troiana oste, e che primiera io tragga
   
di questa pugna e de' suoi rischi un saggio;
e tu qui co' pedoni a piè rimanti
a guardia de la terra». A tal proposta
Turno ne la terribile virago
gli occhi fissando: «O de l'Italia, - disse -
  
ornamento e sostegno, e di che lode,
e di che premio al tuo gran merto uguale
ristorar ti poss'io? Ma (poiché cosa
non è che la pareggi) abbi, famosa
guerriera, in grado ch'io con te comparta
  
questa fatica. Enea, come dal grido
avemo e da le spie fin qui ritratto,
spinte ha le schiere de' cavalli avanti
per batter la campagna: ed egli altronde
presa la via del monte, per alpestro
    
sentiero a la città di sopra al giogo
vien con l'altre sue genti. Il mio disegno
è fargli agguato, e collocarmi appresso
là, 've sopra la foce il doppio bosco
del curvo monte ambe le strade accoglie.
   
Tu, raünati i tuoi con gli altri tutti
nostri cavalli, i suoi nel piano assagli
a spiegate bandiere. Il fier Messapo
sarà con te: saranvi de' Latini,
vi saran di Corace e di Catillo
  
le squadre tutte; e tu con essi il carco
prendi di comandarle». Indi esortando
parimente Messapo e gli altri duci
a la lor fazïone, egli a la sua
tostamente si volse. È tra due branche
    
del monte una vallea che d'ambi i lati
ha folte selve, e luoghi occulti e chiusi,
a l'insidie de l'armi accomodati.
Ha ne l'imo una sèmita per mezzo
angusta, malagevole e scontorta
   
che d'ogn'intorno è da le ripe offesa.
In cima, in su l'uscita, è tra le selve
ascosa una pianura, con ridotti
acconci a ritirarsi, ed opportuni
a spingersi o dal destro o dal sinistro
     
lato, che si rincontri o che s'aspetti
nemica gente, o pur che di gran sassi
si tempesti di sopra. A questo loco,
di cui ben era pratico, in agguato
Turno si pose, e i suoi nimici attese.
  
Dïana intanto timorosa e mesta
favellando con Opi, una del coro
de le sue Ninfe, in tal guisa le disse:
«Vedi a che perigliosa e mortal guerra
a morir se ne va la mia Camilla,
   
ne le nostr'armi ammaestrata invano.
E pur m'è cara, e sovr'ogni altra io l'amo.
Né questo è nuovo, o repentino amore.
Fin da le fasce è mia. Mètabo, il padre
di lei, fu per invidia e per soverchia
  
potenza da Priverno, antica terra,
da' suoi stessi cacciato; e da l'insulto,
che gli fece il suo popolo, fuggendo,
nel suo misero esiglio ebbe in campagna
questa sola bambina che, mutato
  
di Casmilla sua madre il nome in parte,
fu Camilla nomata. Andava il padre
con essa in braccio per gli monti errando
e per le selve, e de' nemici Volsci
sempre d'intorno avea l'insidie e l'armi.
  
Ecco un giorno assalito con la caccia
dietro, fuggendo, a l'Amasèno arriva.
Per pioggia questo fiume era cresciuto,
e rapido spumando, infino al sommo
se ne gia de le ripe ondoso e gonfio;
   
tal che, per téma de l'amato peso
non s'arrischiando di passarlo a nuoto,
fermossi; e poiché a tutto ebbe pensato,
con un súbito avviso entro una scorza
di salvatico súvero rinchiuse
   
la pargoletta figlia. E poscia in mezzo
d'un suo nodoso, inarsicciato e sodo
tèlo, ch'avea per avventura in mano,
legolla acconciamente; e l'asta e lei
con la sua destra poderosa in alto
    
librando, a l'aura si rivolse, e disse:

"Alma latonia virgo, abitatrice
de le selve e de' monti, io padre stesso
questa mia sfortunata figlioletta
per ministra ti dedico e per serva.
  
Ecco ch'a te devota, a l'armi tue
accomandata, dal nimico in prima
sol per te la sottraggo. In te sperando
a l'aura la commetto; e tu per tua
prendila, te ne prego, e tua sia sempre".
    
Ciò detto, il braccio in dietro ritraendo,
oltre il fiume lanciolla; e 'l fiume e 'l vento
e 'l dardo ne fêr suono e fischio e rombo.
Mètabo, da la turba sopraggiunto
de' suoi nemici, a nuoto alfin gettossi
    
e salvo a l'altra riva si condusse.
Ivi d'un verde cespo, ove piantato
avea Trivia il suo dono, il dardo e lei
divelse, e via fuggissi; e piú mai poscia
non fu da tetti o da cittadi accolto;
   
ché per natia fierezza a legge altrui
non si fôra unqua additto. Il tempo tutto
de la sua vita, di pastore in guisa,
menò per monti solitari ed ermi;
e per grotte e per dumi e per orrende
 
selve e tane di fere ebbe ricetto
con la fanciulla, a cui fu cibo un tempo
ferino latte, e balia una d'armento
ancor non doma e pavida giumenta.
Ne le tenere labbra il padre stesso
  
de la fera premea l'orride mamme;
né pria tenne de' piè salde le piante,
che d'arco, di faretra e di nodosi
dardi le mani e gli omeri gravolle.
Non d'òr le chiome, o di monile il collo,
  
né men di lunga, o di fregiata gonna
la ricoverse; ma di tigre un cuoio
le facea veste intorno, e cuffia in capo.
Il fanciullesco suo primo diletto
e 'l primo studio fu lanciar di palo,
    
e trar d'arco e di fromba; e 'n fin d'allora
facea strage di gru, d'oche e di cigni.
Molte la desiâr tirrene madri
per nuora indarno. Ed ella di me sola
contenta, intemerata e pura e casta,
  
la sua verginità, l'amor de l'armi
sol ebbe in cale. Or mio fôra disio
che di questa milizia e de la pugna,
che presa ha co' Troiani e co' Tirreni,
fosse digiuna; per sí cara io l'aggio,
   
e tale or mi saria grata compagna.
Ma poi che acerbo fato la persegue,
scendi, ninfa, dal cielo, e nel paese
va de' Latini. Ivi al conflitto assisti,
che per Lazio e per lei mal s'apparecchia.
   
Prendi quest'arco e prendi questa mia
stessa faretra, e di qui traggi il tèlo
per vendicarmi di qualunque ardito
sarà di vïolar quest'a me sacra
e devota virago, Italo, o Teucro
  
che sia. Poscia io verrò di nube involta
a provveder che 'l miserabil corpo
non sia d'armi spogliato, e che raccolto
sia ne la patria, e seppellito e pianto».

Cosí dicendo, entro un sonoro nembo,
     
da' mortali occhi non veduta, a terra
lievemente calossi. I teucri intanto
e i toschi duci le lor genti avanti
spingendo, a la città s'avvicinaro.
Piena d'armi, d'insegne, di cavalli
    
e di schierati fanti e di squadroni
si vedea la campagna. Eran per tutto
gualdane, giramenti, scorribande
di cavalieri: in secche selve i colli
parean conversi: ardea la terra e 'l cielo
    
di ferrigni splendori, e d'ogni parte
s'udian fremer cavalli e squillar trombe.

Incontro a lor da l'altra parte usciro
il fier Messapo, i cavalier latini,
Corace col suo frate, e di Camilla
   
la bellicosa banda. Era il concorso
tuttavia de le genti, e de' cavalli
il fremito maggiore. E già la massa
ristretta, e già vicine ambe le parti
a tiro d'asta, a fronte si fermaro
    
l'una de l'altra; e con le lance in resta,
con saette e con dardi incominciaro
primamente da lunge a salutarsi.
Poi di subite grida udito un tuono
al ciel levossi; e due contrari nembi
   
da la terra sorgendo, armi fioccaro
di neve in guisa, e coprîr d'ombra il sole.
Alfin da ciascun lato i destrier punti
andâr tutti con tutti a rincontrarsi.