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Eneide - Libro XI - v.5 - v.285 PDF Stampa E-mail
Passò la notte intanto, e già dal mare
sorgea l'Aurora. Enea, quantunque il tempo,
l'officio e la pietà piú lo stringesse
a seppellire i suoi, quantunque offeso
da tante morti il cor funesto avesse;
   
tosto che 'l sole apparve, il vóto sciolse
de la vittoria. E sovra un picciol colle
tronca de' rami una gran quercia eresse;
de l'armi la rinvolse, e de le spoglie
l'adornò di Mezenzio, e per trofeo
    
a te, gran Marte, dedicolla. In cima
l'elmo vi pose, e 'n su l'elmo il cimiero,
ancor di polve e d'atro sangue asperso.
L'aste d'intorno attraversate e rotte
stavan quai secchi rami; e 'l tronco in mezzo
    
sostenea la corazza che smagliata
e da dodici colpi era trafitta.
Dal manco lato gli pendea lo scudo:
al destr'omero il brando era attaccato,
che 'l fodro avea d'avorio e l'else d'oro.
  
Indi i suoi duci e le sue genti accolte,
che liete gli gridâr vittoria intorno,
in cotal guisa a confortar si diede:

«Compagni, il piú s'è fatto. A quel che resta
nulla temete. Ecco Mezenzio è morto
    
per le mie mani, e queste che vedete,
l'opime spoglie e le primizie sono
del superbo tiranno. Ora a le mura
ce n'andrem di Latino. Ognuno a l'armi
s'accinga: ognun s'affidi, e si prometta
   
guerra e vittoria. In punto vi mettete,
ché quando dagli augúri ne s'accenne
di muover campo, e che mestier ne sia
d'inalberar l'insegne, indugio alcuno
non c'impedisca, o 'l dubbio o la paura
   
non ci ritardi. In questo mezzo a' morti
diam sepoltura, e quel che lor dovuto
è sol dopo la morte, eterno onore.
Itene adunque, e quell'anime chiare
che n'han col proprio sangue e con la vita
   
questa patria acquistata e questo impero,
d'ultimi doni ornate. E primamente
al mesto Evandro il figlio si rimandi,
che, di virtú maturo e d'anni acerbo,
cosí n'ha morte indegnamente estinto».
    
Ciò detto, lagrimando il passo volse
vèr la magione, u' di Pallante il corpo
dal vecchierello Acete era guardato.
Era costui già del parrasio Evandro
donzello d'armi; e poscia per compagno
    
fu (ma non già con sí lieta fortuna)
dato al suo caro alunno. Avea con lui
d'Arcadi suoi vassalli e di Troiani
una gran turba. Scapigliate e meste
le donne d'Ilio, sí com'era usanza,
  
gli piangevano intorno; e non fu prima
Enea comparso che le strida e i pianti
si rinnovaro. Il batter de le mani,
il suon de' petti, e de l'albergo i mugghi
n'andâr fino a le stelle. Ei poi che vide
  
il suo corpo disteso, e 'l bianco volto,
e l'aperta ferita che nel petto
di man di Turno avea larga e profonda,
lagrimando proruppe: «O miserando
fanciullo, e che mi val s'amica e destra
    
mi si mostra fortuna? E che m'ha dato,
se te m'ha tolto? Or che, vincendo, ho fatto?
Che, regnando, farò, se tu non godi
de la vittoria mia, né del mio regno?
Ah! non fec'io queste promesse allora
   
al buon Evandro, ch'a l'acquisto venni
di questo impero. E ben temette il saggio,
e ben ne ricordò che duro intoppo,
e d'aspra gente, avremmo. E forse ancora
il meschino or fa vóti e preci e doni
   
per la nostra salute, e vanamente
vittoria s'impromette. E noi con vana
pompa gli riportiam questo infelice
giovine di già morto, e di già nulla
piú tenuto a' celesti. Ahi, sconsolato
  
padre! vedrai tu dunque una sí cruda
morte del figlio tuo? Questo ritorno,
questo trionfo ohimè! d'ambi aspettavi?
E da me questa fede? Oh pur, Evandro,
no 'l vedrai già di vergognose piaghe
 
ferito il tergo; e non gli arai tu stesso
(se con infamia a te vivo tornasse)
a desïar la morte. Ahi, quanto manca
al sussidio d'Italia, e quanto perdi,
mio figlio Iulo!» E, posto al pianto fine,
    
ordine diè che 'l miserabil corpo
via si togliesse; e del suo campo tutto
scelse di mille una pregiata schiera
che scorta gli facesse e pompa intorno,
e d'Evandro a le lagrime assistesse,
   
e le sue gli mostrasse, a tanto lutto
assai debil conforto, e pur dovuto
al suo misero padre. Altri al suo corpo,
altri a la bara intenti, avean di quercia,
d'àrbuto e di tali altri agresti rami
   
fatto un ferètro di virgulti intesto
e di frondi coperto, ove altamente
del giovinetto il delicato busto
composto si giacea qual di vïola,
o di giacinto un languidetto fiore
   
còlto per man di vergine, e serbato
tra le sue stesse foglie, allor che scemo
non è del tutto il suo natio colore
né la sua forma; e pur da la sua madre
punto di cibo o di vigor non ave.
   
Enea due prezïose vesti intanto,
l'una d'òr fino e l'altra di scarlatto,
addur si fece, ambe ornamenti e doni
de la sidonia Dido, e da lei stessa
con dolce studio e con mirabil arte
   
ricamate e distinte. E l'una indosso
gli pose, e l'altra in capo, ultimo onore
con che dolente la dorata chioma
allor velogli, ch'era additta al foco.
De le prede oltre a ciò di Laürento
  
gli fa gran parte. Fagli in ordinanza
spiegar l'armi, i cavalli e l'altre spoglie
tolte a' nimici. Gli fa gir legati
con le man dietro i destinati a morte
per ordinanza del funereo rogo.
    
Portar gli fa davanti a' duci loro
l'armi ai tronchi sospese, e i nomi scritti
degli occisi e de' vinti. Il vecchio Acete
che, sí com'era afflitto e d'anni grave,
gli era appresso condotto, or con le pugna
   
si battea 'l petto, ed or con l'ugna il volto
si lacerava, e tra la polve e 'l fango
si volgea tutto. Ivano i carri aspersi
del sangue de' Latini, iva lugúbre,
e d'ornamenti ignudo, Eto, il piú fido
   
suo caval da battaglia, che gemendo
in guisa umana e lagrimando andava.
Seguian le meste squadre i Teucri, i Toschi
e gli Arcadi, con l'armi e con l'insegne
rivolte a terra. Or poi ch'oltrepassata
   
con quest'ordine fu la pompa tutta,
Enea fermossi, e verso il morto amico
ad alta voce sospirando disse:

«Noi quinci ad altre lagrime chiamati
dal medesimo fato, altre battaglie
   
imprenderemo. E tu, magno Pallante,
vattene in pace, e con eterna gloria
godi eterno riposo». Indi partendo
vèr l'alte mura, al campo si ritrasse.

Eran nel campo già co' rami avanti
    
di pacifera oliva ambasciatori
de la città latina a lui venuti,
che tregua a' vivi e sepoltura a' morti,
pregando, gli mostrâr che piú co' vinti
né co' morti è contrasto, e che Latino
  
gli era d'ospizio amico, e che chiamato
l'avea genero in prima. Il buon Troiano
a le giuste preghiere, ai lor quesiti,
che di grazia eran degni, incontinente
grazïoso mostrossi; e da vantaggio
 
cosí lor disse: «E qual indegna sorte
contra me, miei Latini, in tanta guerra
cosí v'intrica? Che pur vostro amico
son qui venuto: né venuto ancora
vi sarei, se da' fati e dagli dèi
   
mandato io non vi fossi. E non pur pace,
siccome voi chiedete, io vi concedo
per color che son morti, ma co' vivi
ve l'offro, e la vi chieggo. E la mia guerra
non è con voi; ma 'l vostro re s'è tolto
   
da l'amicizia mia: s'è confidato
piú ne l'armi di Turno, e Turno ancora
meglio e piú giustamente in ciò farebbe,
s'a questa guerra sol con suo periglio
ponesse fine. E poiché si dispose
   
di cacciarmi d'Italia, il suo dovere
fôra stato che meco, e con quest'armi
difinita l'avesse. E saria visso
cui la sua propria destra, e dio concesso
piú vita avesse; e i vostri cittadini
    
non sarian morti. Or poiché morti sono,
io me ne dolgo, e voi gli seppellite».

Restaro al dir d'Enea stupidi e cheti
i latini oratori, e l'un con l'altro
si guardarono in volto. Indi il piú vecchio,
   
Drance nomato, a cui Turno fu sempre
per sua natura e per sua colpa in ira,
rotto il silenzio, in tal guisa rispose:
«O di fama e piú d'arme eccelso e grande
troiano eroe, qual mai fia nostra lode
 
che 'l tuo gran merto agguagli? e di che prima
ti loderemo? ch'io non veggio quale
in te maggior si mostri, o la giustizia,
o la gloria de l'armi. A questa tanta
grazia che tu ne fai, grati saremo:
   
rapporto ne faremo; e s'al consiglio
nostro è fortuna amica, amico ancora
ti fia Latino. E cerchisi d'altronde
Turno altra lega. A noi co' sassi in collo
gioverà di trovarne a fondar vosco
 
questa vostra fatal novella Troia».

Poi che Drance ebbe detto, ai detti suoi
tutti gli altri fremendo acconsentiro,
e per dodici dí commercio e pace
fur tra l'un oste e l'altro. E senza offesa
  
entrambi si mischiaro, e per gli monti
e per le selve a lor diletto andaro.
Allor sonare accette e strider carri
per tutto udissi. In ogni parte a terra
ne gîro i cerri e gli orni e gli alti pini
  
e gli odorati cedri al funebre uso
svèlti, squarciati e tronchi. E già la Fama,
che di Pallante a Pallantèo volata
dicea pria le sue prove, e vincitore
l'avea gridato, or d'ogni parte grida
   
che morto si riporta. In ciò commossa
la città tutta in vedovile aspetto
di funeste facelle e d'atri panni
si vide piena; e vèr le porte ognuno
gli usciro incontro. Si vedea di lumi
  
e di genti una fila che le strade
e i campi in lunga pompa attraversava.
I Frigi e gli altri col suo corpo intanto
piangendo ne venian da l'altra parte,
e con pianto incontrârsi. Indi rivolti
  
tutti vèr la città, non pria fûr giunti,
che di pianti di donne e d'ululati
risonar d'ogn'intorno il cielo udissi.
Né forza, né consiglio, né decoro
fu ch'Evandro tenesse. Uscí nel mezzo
   
di tutta gente; e la funerea bara
fermando, addosso al figlio in abbandono
si gittò, l'abbracciò, stretto lo tenne
lunga fïata, e da l'angoscia oppresso
pria lagrimando, e sospirando, tacque.
  
Poscia, la strada al gran dolore aperta,
cosí proruppe: «O mio Pallante, e queste
fûr le promesse tue, quando partendo
il tuo padre lasciasti? In questa guisa
d'esser guardingo e cauto mi dicesti
   
ne' perigli di Marte? Ah! ben sapeva,
ben sapev'io quanto ne l'armi prime
fosse, in cor generoso, ardente e dolce
il desio de la gloria e de l'onore.
Primizie infauste, infausti fondamenti
  
de la tua gioventú! vane preghiere,
vóti miei non accetti e non intesi
da nïun dio! Santissima consorte,
che morendo fuggisti un dolor tale,
quanto sei tu di tua morte felice!
   
Quanto infelice e misero son io,
che vecchio e padre al mio diletto figlio
sopravvivendo, i miei fati e i miei giorni
prolungo a mio tormento! Ah! foss'io stesso
uscito co' Troiani a questa guerra!
  
ch'io sarei morto! e questa pompa avrebbe
me cosí riportato, e non Pallante.
Né per questo di voi, né de la lega,
né de l'ospizio vostro io mi rammarco,
Troiani amici. Era a la mia vecchiezza
  
questa sorte dovuta. E se dovea
cader mio figlio, perché tanta strage
io vedessi de' Volsci, e perché Lazio
fosse a' Teucri soggetto, in pace io soffro
che sia caduto. E piú compíto onore
  
non aresti da me, Pallante mio,
di questo che 'l pietoso e magno Enea
e i suoi magni Troiani e i toschi duci
e tutte insieme le toscane genti
t'han procurato. Con sí gran trofei
  
del tuo valor sí chiara mostra han fatto,
e de' vinti da te. Né fôra meno
tra questi il tuo gran tronco, s'a te fosse,
Turno, stato d'età pari il mio figlio,
e par de la persona e de le forze
  
che ne dan gli anni. Ma che piú trattengo
quest'armi a' Teucri? Andate, e da mia parte
riferite ad Enea che, quel ch'io vivo
dopo Pallante, è sol perché l'invitta
sua destra, come vede, al figlio mio
 
ed a me deve Turno. E questo solo
gli manca per colmar la sua fortuna
e 'l suo gran merto; ché per mio contento
no 'l curo; e contentezza altra non deggio
sperare io piú che di portare io stesso
  
questa novella di Pallante a l'ombra».