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Eneide - Libro XII - v.485 - v.660 PDF Stampa E-mail
Messapo desïoso che l'accordo
si disturbasse, incontro al tosco Auleste
  
che, come re, di regal fregi adorno
e d'ostro, al sacrificio era assistente,
spinse il cavallo e spaventollo in guisa,
che mentre si ritragge infra gli altari
ch'avea da tergo, urtando, si travolse.
   
Messapo con la lancia incontinente
gli si fe' sopra, e sí com'era in atto
di supplicarlo, il petto gli trafisse,
«Cosí ben va, - dicendo, - or a' gran numi
porco piú grato e miglior ostia cadi».
   
Cadde il meschino, e fu, spirante e caldo,
sovraggiunto dagl'Itali e spogliato.

Diè Corinèo per un gran tizzo a l'ara
di piglio; e sí com'era ardente e grave,
ad Ebuso ch'incontro gli venia,
   
nel volto il fulminò. Schizzonne insieme
il foco e 'l sangue; e di baleno in guisa
un lampo ne la barba gli rifulse
che diè d'arsiccio odore, indi gli corse
sopra senza ritegno; e qual trovollo
   
da la percossa abbarbagliato e fermo,
l'afferrò per la chioma, a terra il trasse,
col ginocchio lo strinse, e col trafiere
gli passò 'l fianco. Podalirio ad Also
pastor, che fra le schiere infurïava,
   
s'affilò dietro; e già col brando ignudo
gli soprastava, allor ch'Also rivolto
la gravosa bipenne ond'era armato
gli piantò nella fronte e 'nsino al mento
il teschio gli spartí, l'armi gli sparse
     
tutte di sangue: ond'ei cadde, e le luci
chiuse al gran buio ed al perpetuo sonno.

Enea senz'elmo in testa, infra le genti
la disarmata destra alto levando,
e discorrendo, e richiamando i suoi:
    
«Dove, dove ne gite? Che tumulto, -
dicea, - che furia, che discordia è questa
cosí repente? Oh trattenete l'ire;
oh non rompete. Il patto è stabilito;
l'accordo è fatto. Solo a me concesso
  
è ch'io combatta. A me sol ne lasciate
la cura e 'l carco. Io, non temete, io solo
il patto vi ratifico e vi fermo
con questa sola destra; e Turno a morte
di già mi si promette, e mi si deve
   
da questi sacrifici». In questa guisa
gridava il teucro duce; ed ecco intanto
venir d'alto stridendo una saetta;
non si sa da qual mano, o da qual arco
si dipartisse. O caso, o dio che fosse
  
che tanta lode a' Rutuli prestasse,
l'onor se ne celò, né mai s'intese
chi del ferito Enea vanto si desse.

Turno, poiché dal campo Enea fu tratto,
e turbar vide i suoi, di nuova speme
   
s'accese, e gridò l'armi, e sopra al carro
d'un salto si slanciò, spinse i cavalli
infra' nemici, e molti a morte dienne.
Molti ne sgominò, molti n'infranse,
e con l'aste, fuggendo, ne percosse.
    
Qual è de l'Ebro in su la fredda riva
il sanguinoso Marte, allor ch'entrando
ne la battaglia, o con lo scudo intuona,
o fulmina con l'asta, e i suoi cavalli
da la furia e da lui cacciati e spinti
    
ne van co' venti a gara, urtando i vivi,
e calpestando i morti; e fan col suono
de' piè fino agli estremi suoi confini
tremar la Tracia tutta, e van con essi
lo spavento, il timor, l'insidie e l'ire,
     
del bellicoso iddio seguaci eterni;
in cosí fiera e spaventosa vista
se ne gia Turno, la campagna aprendo,
uccidendo, insultando e di nemici
miserabil ruina e strage e strazio
     
or con l'armi facendo, or co' destrieri
che sudanti, fumanti e polverosi,
spargean di sangue e di sanguigna arena
con le zampe e con l'ugne un nembo intorno.
Stènelo, ne l'entrar, Tàmiro e Polo
   
condusse a morte; i due primi da presso,
l'ultimo da lontano. E da lunge anco
Glauco percosse e Lado; i due famosi
figli d'Imbraso, ne la Licia nati,
da lui stesso nutriti, e parimente
   
a cavalcare e guerreggiare instrutti.

Da l'altra parte Eumède il chiaro germe
de l'antico Dolone. Il nome avea
costui de l'avo, e l'ardimento e i fatti
seguia del padre, che de' Greci il campo
    
spïare osando, osò d'Achille ancora
in premio de l'ardir chiedere il carro.
Ma d'altro che di carro premïollo
il figlio di Tidèo; né però degno
d'un tanto guiderdone unqua si tenne.
     
Turno, poscia che 'l vide (che da lunge
lo scòrse) con un dardo il giunse in prima:
indi a terra gittossi: e qual trovollo
di già caduto e moribondo, il piede
sopr'al collo gl'impresse, e ne la strozza
    
lo suo stesso pugnal cacciogli, e disse:
«Troiano, ecco l'Italia, ecco i suoi campi,
che tanto desïasti: or gli misura
costí giacendo. E questo si guadagna
chi contra a Turno ardisce; e 'n questa guisa
   
si fondan le città». Dietro a costui
Bute, e di mano in man Darete, Cloro
e Síbari e Tersíloco e Timete
lanciando, uccise. Ma Timete in terra
ferí, che per sinistro o per difetto
   
d'un suo restio cavallo era caduto.

Qual sopra al grande Egeo sonando scorre
il tracio Bora, che le nubi e i flutti
si sgombra avanti; e questi ai lidi, e quelle
a l'orizzonte in fuga se ne vanno:
     
tal per lo campo, ovunque si rivolge,
fa Turno sgominar l'armi e le schiere;
e tal seco ne va furia e spavento,
che financo al cimier morte minaccia.

Fegèo, tanta fierezza e tanto orgoglio
    
non sofferendo, al concitato carro
parossi avanti, e lievemente un salto
spiccando, con la destra al fren s'appese
del sinistro corsiero. E sí com'era
da la fuga rapito e da la forza
   
di tutti insieme, insiememente a tutti
(dal sentier divertendoli e dal corso)
facea storpio e disturbo. Ed ecco al fianco
che da la destra parte era scoperto,
cotal sentissi de la lancia un colpo
 
che la corazza ancor che doppia e forte,
stracciogli, e 'n fino al vivo lo trafisse
ma di lieve puntura. Ond'ei rivolto,
e 'mbracciato lo scudo e stretto il brando,
contra gli s'affilava, e per soccorso
   
gridava intanto. Ma la ruota e l'asse
ch'erano in moto, urtandolo, a rovescio
gittârlo, e Turno immantinente addosso
sagliendogli, infra l'elmo e la gorgiera
il collo gli recise, e dal suo busto
    
tronco il capo lasciogli in su l'arena.

Mentre cosí vincendo e d'ogni parte
con tanta strage il campo trascorrendo
se ne va Turno; Enea dal fido Acate,
da Memmo e dal suo figlio accompagnato
    
(come da la saetta era ferito),
sovr'un'asta appoggiato, a lento passo
verso gli alloggiamenti si ritragge.
Ivi contro a lo stral, contro a se stesso
s'inaspra e frange il tèlo, di sua mano
     
ripesca il ferro. e poi che indarno il tenta,
comanda che la piaga gli s'allarghi
con altro ferro, e d'ogn'intorno s'apra,
sí che tosto dal corpo gli si svelga,
e tosto alla battaglia se ne torni.
     
Comparso intanto era a la cura Iapi
d'Iäso il figlio, sovr'ogn'altro amato
da Febo. E Febo stesso, allor ch'acceso
era da l'amor suo, la cetra e l'arco
e 'l vaticinio, e qual de l'arti sue
      
piú l'aggradasse, a sua scelta gli offerse.
Ei che del vecchio infermo e già caduco
suo padre la salute e gli anni amava,
saper de l'erbe la possanza, e l'uso
di medicare elesse, e senza lingua
    
e senza lode e del futuro ignaro
mostrarsi in pria, che non ritorre a morte
chi li diè vita. A la sua lancia Enea
stava appoggiato, e fieramente acceso
fremendo, avea di giovani un gran cerchio
  
col figlio intorno, al cui tenero pianto
punto non si movea. Sbracciato intanto
e con la veste e la cintura avvolta,
qual de' medici è l'uso, il vecchio Iapi
gli era d'intorno; e con diverse pruove
     
di man, di ferri, di liquori e d'erbe
invan s'affaticava, invano ogn'opra,
ogn'arte, ogni rimedio, e i preghi e i vóti
al suo maestro Apollo eran tentati.