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Eneide - Libro XII - v.665 - v.980 PDF Stampa E-mail
De la battaglia rinforzava intanto
  
lo scompiglio e l'orrore; e già 'l periglio
s'avvicinava; già di polve il cielo,
di cavalieri il campo era coverto;
che fin dentro a' ripari e fra le tende
ne cadevano i dardi; e già da presso
 
s'udian de' combattenti e de' caduti
i lamenti e le grida. Il caso indegno
d'Enea suo figlio, e 'l suo stesso dolore
in sé Ciprigna e nel suo cor sentendo,
ratto v'accorse, e fin di Creta addusse
   
di dittamo un cespuglio, che recente
di sua man còlto, era di verde il gambo,
di tenero le foglie, e d'ostro i fiori
tutto consperso e rugiadoso ancora.
Quest'erba per natura ai capri è nota,
 
e da lor cerca allor che 'l tergo o 'l fianco
ne van di dardo o di saetta infissi.
Con questa Citerèa per entro un nembo
ne venne ascosa, e col salubre sugo
d'ambrosia e d'odorata panacea
    
mischiolla, e poscia i tiepidi liquori
ch'eran già presti in tal guisa ne sparse,
che nïun se n'avvide. E n'ebbe a pena
la piaga infusa, che l'angoscia e 'l duolo
cessò repente, il sangue d'ogni parte
    
de la ferita in fondo si raccolse,
e seguendo la mano, il ferro stesso
come da sé n'uscio. Spedito e forte,
e nel pristino suo vigor ridotto,
Enea dritto levossi. Iäpi il primo:
   
«A che, - disse, - badate? e perché l'arme
tosto non gli adducete?» Indi a lui vòlto,
contro a' nemici in tal guisa infiammollo:
«Enea, non è, non è per possa umana
o per umano avviso o per mia cura
    
questo avvenuto. Un dio, certo un gran dio
a gran cose ti serba». In questo mezzo
ei, già di pugna desïoso, entrambi
s'avea gli stinchi di dorata piastra,
il dorso di lorica, e la sinistra
  
di scudo armata. E già l'asta squassando,
d'indugio impazïente, in su la soglia
tanto sol de la tenda si ritenne,
che, sí com'era di tutt'armi involto,
il caro Iulo caramente accolse,
    
e con le labbia a pena entro l'elmetto
baciollo, e disse: «Figlio mio, da me
la sofferenza e la virtute impara;
la fortuna dagli altri. Io, quel che posso
or con questa mia destra ti difendo:
    
onor, grandezza e signoria t'acquisto
col sangue mio. Tu poi, quando maturi
fian gli anni tuoi, fa che d'Enea tuo padre
e d'Ettore tuo zio sí ti rammenti,
che ti sian le fatiche e i gesti loro
    
a gloria ed a vertute esempi e sproni».

Detto cosí, fuor de le porte uscendo,
brandí la lancia, e tutti in un drappello
ristrinse i suoi. Memmo ed Antèo con esso,
e quanti altri del vallo erano in prima
   
lasciati a guardia, il vallo abbandonando,
dietro gli s'inviaro. Allor di polve
levossi un nembo, e d'ogn'intorno scossa
al calpitar de' piè tremò la terra.

Turno di sopra un argine mirando,
     
questa gente venir si vide incontro.
Viderla, e ne temero e ne tremaro
gli Ausoni tutti. Udinne il suon da lunge
Iuturna in prima, e per timore indietro
se ne ritrasse. Enea volando, al campo
   
spinse lo stuol, che polveroso e scuro
tal se n'andò qual d'alto mare a terra
squarciato nembo, quando, ohimè! che segno
e che spavento, e che ruina apporta
ai miseri coloni! e quanta strage
   
agli alberi, a le biade, a la vendemmia
se ne prepara! e qual se n'ode intanto
sonar procella, e venir vento a riva!
Cotal contro a' nemici il teucro duce
co' suoi, come in un gruppo insieme uniti,
   
entrò ne la battaglia. Al primo incontro
Osiri, Archezio, Ufente ed Epulone
ne gir per terra. Acate e Memmo e Gia
e Timbrèo gli affrontaro, e ciascun d'essi
atterrò 'l suo. Cadde Tolunnio appresso,
    
l'augure che primiero il dardo trasse
nel turbar de l'accordo. Al suo cadere
tutto in un tempo empiessi il ciel di grida,
la campagna di polve; e vòlti in fuga
se ne giro i Latini. Enea sdegnando
    
e di seguire e d'incontrar qual fosse
pedone o cavalier, che o lunge o presso
di provocarlo e di ferirlo osasse,
sol di Turno cercando iva per entro
quella densa caligine, e 'l suo nome
   
solamente gridando, a la battaglia
lo disfidava. Impaürita e mesta
di ciò Iuturna, la virago ardita,
tosto di Turno al carro appropinquossi,
e giú Metisco, il suo fedele auriga,
  
subito trabocconne. Ed ella in vece
e 'n sembianza di lui, lui stesso al corpo,
a l'armi, a la favella, ad ogni moto
rassomigliando, in seggio vi si pose,
e ne prese le redini, e lo resse.
     
Qual ne va negra rondine alïando
per le case de' ricchi, allor che piume
e fuscelletti al cominciato nido
quinci e quindi rauna, o picciol'esca
a' suoi loquaci pargoletti adduce;
    
che sotto a' porticali e sopra l'acque,
e per gli atri volando e per le sale
or alto or basso si travolve e gira;
cotal Iuturna il campo attraversando
per ogni parte si spingea col carro
  
e co' destrieri infra i nemici a volo,
sovente a loco a loco il suo fratello
vincitor dimostrando, e non soffrendo
che punto dimorasse, o ch'a rincontro,
o pur vicino al gran Teucro ne gisse.
   
Enea da l'altro canto incontro a lui
volgendo, e rivolgendo, e fra le schiere
cosí com'eran dissipate e sparse
indarno ricercandolo, il chiamava
ad alta voce. E mai gli occhi non torse
   
ov'ei si fusse, e dietro non gli mosse,
ch'ella co' suoi corsieri in piú diversa
e piú lontana parte non fuggisse.
Or che farà, ch'ogni pensiero, ogni opra,
ogni disegno gli rïesce invano?
   
e i pensier son diversi? Ecco Messapo,
che per lo campo discorrendo intanto
d'improvviso l'incontra. E sí com'era
d'una coppia di dardi a la leggiera
ne la sinistra armato, un ne gli trasse
  
dritto sí che feria; se non ch'Enea
gli fece schermo, e rannicchiato e stretto
chinossi alquanto. E pur ne l'elmo il colse
e 'l cimier ne divelse. Irato surse;
e poiché da' nemici attorneggiato
    
si vide, e che i cavalli eran di Turno
di già spariti, a Giove, ai sacri altari
del vïolato accordo e de l'insidie
molto si protestò: poscia tra loro
gittossi impetuoso, e strazio e strage
    
prosperamente, ovunque si rivolse,
ne fece a tutto corso; e senza freno
si diede a l'ira ed a la furia in preda.

Or qual nume sarà ch'a dir m'aíti
le tante occisïoni e sí diverse
  
che di duci e di schiere e di falangi
fecer quel giorno, Enea da l'una parte,
Turno da l'altra? Ah, Giove, sí crudele,
sí sanguinosa guerra infra due genti
che saran poscia eternamente in pace?
 
Enea Sucrone, un de' piú forti Ausoni
occise in prima, e primamente i Teucri
fermò, ch'eran da lui rivolti in fuga.
L'incontrò, lo ferí, senza dimora
morto a terra il gittò; ch'in un de' fianchi
   
con la spada lo colse, e ne le coste
e ne la vita stessa ne gl'immerse.

Turno a piè dismontato, Àmico in terra,
che da cavallo era caduto, infisse:
e seco il frate suo Dïoro estinse.
 
L'un di lancia ferí, l'altro di brando;
e d'ambi i capi dai lor tronchi avulsi,
sí com'eran di polvere e di sangue
stillanti e lordi, per le chiome appesi
anzi al carro si pose. E via seguendo
 
quegli Talone e Tànai e Cetègo
tre feroci Latini ad un assalto
si stese avanti, e 'l mesto Onite appresso
figlio di Peridía, gloria di Tebe.
E tre dal canto suo questi n'ancise
     
ch'eran fratelli de la Licia usciti
e de' campi d'Apollo; a cui per quarto
Menete aggiunse. Ah, come il fato indarno
si fugge! Infin d'Arcadia fu costui
qui condotto a morire. E 'n su la riva
 
era nato di Lerna, ove pescando,
da l'armi, da le corti e da' palagi
si tenea lunge; e solo il suo tugurio
avea per reggia, e per signore il padre,
povero agricoltor de' campi altrui.

Come due fochi in due diverse parti
d'un secco bosco accesi, ardon sonando
le querce e i lauri; o due rapidi e gonfi
torrenti che nel mar dagli alti monti
precipitando, se ne va ciascuno
   
il suo cammino aprendo, e ciò che truova
si caccia avanti e rumoreggia e spuma;
cosí per la campagna, ambi fremendo,
le schiere sgominando, e questi e quelli
atterrando ne gian, da l'una parte
    
Enea, Turno da l'altra. Or sí che d'ira,
or sí che di furor si bolle e scoppia,
e con tutte le forze a ferir vassi;
ché l'esser vinto, e non la morte è morte.
E qui Murrano (un che superbo e gonfio,
 
del nome e de l'origine vantando
se ne gia degli antichi avi e bisavi
latini regi) fu d'un balzo a terra
da la furia d'Enea spinto e travolto;
sí che di lui, del carro e de le ruote
   
fatto un viluppo, i suoi stessi cavalli,
il signore oblïando, incrudelîrsi,
e sotto al giogo e sotto ai calci accolto
l'infranser, lo pigiâr, lo strascinaro
e l'ancisero alfine. Ilo, che fiero
  
e minaccioso avanti gli si fece,
seguí Turno a ferir di dardo, in guisa
che de l'elmetto la dorata piastra
e le tempie e 'l cerèbro gli trafisse.
Né tu, Crèteo, di man di Turno uscisti,
   
perché de' piú robusti e de' piú forti
fosti de' Greci. Né di man d'Enea
scampâr Cupento i suoi numi invocati:
ché nel petto ferillo, e non gli valse
lo scudo che di bronzo era coverto.
 
E tu che contra a tante argive schiere
e contra al domator di Troia Achille,
Eölo, non cadesti, in questi campi
fosti, qual gran colosso, a terra steso.
Ma che? Quest'era il fin de' giorni tuoi:
   
qui cader t'era dato. Appo Lirnesso
altamente nascesti: appo Laurento
umil sepolcro avesti. Eran già tutti
quinci i Latini e quindi i Teucri a fronte,
e tra lor mescolati Asila e Memmo,
  
e Seresto e Messapo, e le falangi
degli Arcadi e de' Toschi, ognun per sé,
e tutti insieme con estrema possa,
con estremo valor senza riposo
facean mortale e sanguinosa mischia.
    
Qui nel pensiero al travagliato figlio
pose Ciprigna di voltar le schiere
subitamente a le nimiche mura,
e con quel nuovo, inopinato avviso
assalir, disturbare, e l'oste insieme
     
e la città por de' Latini in forse.
E sí come, di Turno investigando,
volgea le luci in questa parte e 'n quella,
vide Laurento che non tocco ancora
stava da tanta guerra immune e scevro.
    
E da l'occasïon subitamente
preso consiglio, a sé Memmo, Seresto
e Sergesto chiamando, indi vicino
sovr'un colle si trasse, ove de' Teucri
a mano a man si raunâr le schiere.
   
E sí come raccolti, armati e stretti
s'eran già fermi, in mezzo alto levossi
e cosí disse: «Udite, e senza indugio
fate quel ch'io dirò. Giove è con noi.
E perché sí repente io mi risolva
    
a questa impresa, non però di voi
alcun sia che men pronto vi si mostri.
Oggi o che re Latino al nostro impero
converra ch'obbedisca e freno accetti;
o che questa città, seme e cagione
     
di questa guerra, e questo regno tutto
a foco, a ferro ed a ruina andranne.
E che deggio aspettar? Che non piú Turno
fugga, si come fa, la pugna mia?
E che vinto una volta, si contenti
   
di combattere un'altra? Il capo e 'l fine,
cittadin miei, di questa guerra è questo.
Via, col foco a le mura, e con le fiamme
ne vendichiam del vïolato accordo».

Avea ciò detto, quando ognuno a gara
   
e tutti insieme inanimati e stretti
di conio in guisa, qual intera massa,
appressâr la città. Vi furon preste
le scale e 'l foco. Altri assalîr le porte,
e questi e quelli occisero e cacciaro,
   
come pria s'abbattero. Altri lanciando
oppugnâr la muraglia; onde levossi
di terra un nembo che fece ombra al sole.

Enea sotto le mura attorneggiato
da' primi suoi, la destra alto e la voce
    
levando, or con Latino or con gli dèi
si protestava, che due volte a l'armi
era forzato e che due volte il patto
gli si turbava. I cittadini intanto
facean tumulto. E chi volea che dentro
     
si chiamassero i Teucri e che le porte
fossero aperte, il re fin su le mura
a ciò traendo;, e chi l'armi gridando
s'apprestava a difesa. Era a vederli
qual è di pecchie entro una cava rupe
 
accolto sciame allor che dal pastore
d'amaro fumo è la caverna offesa;
che trepide, confuse e d'ira accese,
per l'incerate fabbriche travolte,
discorrendo e ronzando se ne vanno:
   
al cui stridor l'affumigata grotta
mormora, e tetro odore a l'aura esala.

In questo tempo un infortunio orrendo,
timor, confusïone e duolo accrebbe
agli afflitti Latini, e pose in pianto
     
il popol tutto: e fu che la reina,
visto da lunge incontro a la cittade
venire i Teucri, e già le faci e l'armi
volar per entro, e piú nulla sentendo
o vedendo de' Rutuli o di Turno,
    
onde aíta o speranza le venisse,
si credé la meschina che già l'oste
fosse sconfitto, e, 'l genero caduto,
ogni cosa in ruina. E presa e vinta
da súbito dolore, alto gridando:
    
«Ah! ch'io la colpa, - disse - io la cagione,
io l'origine son di tanto male».
E dopo molto affliggersi e dolersi,
già furïosa e di morir disposta,
il petto aprissi, e la purpurea veste
   
si squarciò, si percosse, e dell'infame
nodo il collo s'avvinse, e strangolossi.