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Eventi in programma
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Segnaliamo volentieri la Mostra di dipinti ad opera del Maestro Davide Laricchia allestita nell'atrio del Palazzo Comunale di Vico Equense , 80069 (Na) sito in via Filangieri. La mostra è gratuita e visitabile nel mese di aprile tutti i giorni, dal Lunedì alla Domenica, per l'intera giornata. Alcune opinioni sulla pittura di Davide Laricchia sono raccolte di seguito e danno l'idea dello stile dell'artista in mostra a Vico Equense per tutto il mese di aprile 2012. -
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La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e gli Incontri Internazionali d’Arte, nell’ambito del progetto Villa Pignatelli – Casa della fotografia, presentano una selezione di circa 150 stampe fotografiche originali realizzate tra il 1860 e i primissimi anni del Novecento dai grandi interpreti giapponesi ed europei di quest’arte. La mostra, dal titolo “La fotografia del Giappone (1860-1910). I capolavori”, a cura di Francesco Paolo Campione e di Marco Fagioli, è realizzata in collaborazione con il Museo delle Culture di Lugano e Giunti Arte mostre musei e si avvale del patrocinio di Regione Campania, Provincia di Napoli e Fondazione Italia Giappone. -
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Segnaliamo le attività organizzate per l'ultima settimana del mese di aprile 2012 dall'oasi del Bosco di San Silvestro in provincia di Caserta; l'oasi del wwf con la caratteristica ed invidiabile vista dall'alto sulla Reggia di Caserta prepara come sempre gli eventi per il fine settimana che si presenta ricco ed interessante. Innanzitutto mercoledì 25 aprile 2012 ci sarà la Fiaba nel Bosco, Sabato 28 aprile incontro di Visual Relaxing e Domenica 29 aprile il Laboratorio degli Acquiloni. -
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Martedì 24 aprile 2012, l'Associazione Culturale NarteA replica l'appuntamento con le visite guidate teatralizzate presentando: “Januaria - Una Notte al Museo di San Gennaro” presso il Museo del Tesoro di San Gennaro. L'itinerario teatralizzato porterà i visitatori a intraprendere un viaggio nella Napoli dell’arte, della cultura e della tradizione di una città custode di un patrimonio di inestimabile valore storico-culturale. -
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E’ tutto pronto per il primo evento promosso dal Comitato “Mille Scopi + 1″, la presentazione del libro di Gianni Solino “La Buona Terra – Storie dalle terre di don Peppe Diana”. Il prossimo 22 Aprile, alle ore 17.00, presso la sala del Loggione in Piazza Umberto I, si alzerà il sipario dell’attività culturale messa in piedi dai giovani dell’associazione, che in questi mesi hanno intensamente lavorato nel silenzio per proporre alla comunità teanese valide alternative socio-culturali, in una città che negli ultimi anni si è progressivamente spenta per lasciar posto ai fari della politica.
| Eneide - Libro XII - v.985 - v.1540 |
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Udito il caso, la diletta figlia i biondi crini e le rosate guance prima si lacerò, poscia la turba v'accorse de le donne, e di tumulto, di pianti, di stridori e d'ululati la reggia tutta e la cittade empiessi. Ognun si sgomentò. Latino, afflitto de la morte d'Amata e del periglio del regno tutto, lanïossi il manto, bruttossi il bianco e venerabil crine d'immonda polve; amaramente pianse che per suocero dianzi e per amico non si confederò col frigio duce. Turno, che in questo mezzo combattendo rimaso era del campo in su l'estremo incontro a pochi, e quelli anco dispersi, già scemo di vigore, e trasportato da' suoi cavalli, che ritrosi e stanchi ognor piú se n'andavano lontani, in sé confuso e dubbio se ne stava. Quando ecco di Laurento ode le grida con un terror che, non compreso ancora, gli avea da quella parte il vento addotto. Porse l'orecchie, e 'l mormorio sentendo de la città, che tuttavia piú chiaro di tumulto sembrava e di travaglio: «Oh, - disse, - che sent'io? che novitate e che rumore e che trambusto è questo che di dentro mi fère?». E, quasi uscito di sé, mirando ed ascoltando stette. Cui la sorella (come già conversa era in Metisco, e come i suoi cavalli stava reggendo) si rivolse, e disse: «Di qua, Turno, di qua. Quinci la strada ne s'apre a la vittoria. Altri a difesa saran de la città. Se d'altra parte Enea de' tuoi fa strage, e tu da questa distruggi i suoi, che mon men gloria aremo, e piú sangue faremo». E Turno a lei: «O mia sorella! (che mia suora certo sei tu) ben ti conobbi infin da l'ora che turbasti l'accordo, e che poi meco ne la battaglia entrasti. Or, benché dea, indarno mi t'ascondi. E chi dal cielo cosí qua giú ti manda a soffrir meco tante fatiche? A veder forse a morte gir tuo fratello? E che, misero! deggio far altro mai? qual mi si mostra altronde o salute o speranza? Io stesso ho visto con gli occhi miei, lo mio nome chiamando, cadere il gran Murrano. E chi mi resta di lui piú fido e piú caro compagno? E 'l magnanimo Ufente anco è perito, credo, per non veder le mie vergogne: e 'l corpo e le armi sue, lasso! in potere son de' nemici. E soffrirò (ché questo sol ci mancava) di vedermi avanti aprir le mura, e ruinare i tetti de la nostra città? Né fia che Drance menta de la mia fuga? E fia che Turno volga le spalle, e quella terra il vegga? Sí gran male è morire? inferni dii, accoglietemi voi, poiché i superni mi sono infesti. A voi di questa colpa scenderò spirto intemerato e santo, e non sarò de' miei grand'avi indegno». Ciò disse a pena; ed ecco a tutta briglia venir per mezzo a le nemiche schiere un cavalier che Sage era nomato. Di spuma e di sudore il suo cavallo, e di sangue era sparso. In volto infissa portava una saetta, e con gran furia Turno chiamando e ricercando andava. Poscia che 'l vide: «In te, - disse, - è riposta ogni speranza: abbi pietà de' tuoi. Enea va come un folgore atterrando tutto ciò che davanti gli si para; e le mura e le torri e 'l regno tutto di ruinar minaccia; e già le faci volano ai tetti. A te gli occhi rivolti son de' Latini. E già Latino stesso vacilla, e fra due stassi a qual di voi s'attenga, e di cui suocero s'appelli. La regina che solo era sostegno de la tua parte, di sua propria mano, per timore e per odio de la vita, s'è strangolata. Solamente Atina e Messapo a difesa de le porte fan testa; ma gli vanno i Teucri a schiere con tant'aste a rincontro e tante spade serrati insieme, quante a pena in campo non son le biade. E tu per questa vòta e deserta campagna il carro indarno spingendo e volteggiando te ne stai?» Turno da tante orribili novelle sopraggiunto in un tempo e spaventato, si smagò, s'ammutí, col viso a terra chinossi. Amor, vergogna, insania e lutto e dolore e furore e coscïenza del suo stesso valore accolti in uno, gli arsero il core e gli avvamparo il volto. Ma poscia che gli fu la nebbia e l'ombra de la mente sparita, e che la luce gli si scoprí de la ragione in parte: cosí com'era ancor turbato e fero, di sopra al carro a la città rivolse l'ardente vista. Ed ecco in su le mura vede che una gran fiamma al cielo ondeggia, gli assiti, i ponti e le bertesche ardendo d'una torre ch'a guardia era da lui de la muraglia in su le ruote eretta. E disse: «Già, sorella, già son vinto dal mio destino. A che piú m'attraversi? Via, dove la fortuna e dio ne chiama! Fermo son di venir col Teucro a l'armi, e soffrir de la pugna e de la morte ogni acerbezza, anzi che tu mi vegga de la gloria de' miei, sorella, indegno. Or al fato mi lascia e sostien ch'io disfoghi infurïando il mio furore». Cosí dicendo, fuor del carro a terra gittossi incontinente, e la sirocchia lasciando afflitta, via per mezzo a l'armi e per mezzo a' nemici a correr diessi. Qual di cima d'un monte in precipizio rotolando si volge un sasso alpestro, che dal vento o dagli anni o da la pioggia divelto, per le piagge a scosse, a balzi vada senza ritegno, e de le selve e degli armenti e de' pastori insieme meni guasto, ruina e strage avanti; tal per l'opposte e sbaragliate schiere se ne gia Turno. E giunto ove in cospetto de la città di molto sangue il campo era già sparso, e pien di dardi il cielo, alzò la mano, e con gran voce disse: «State, Rutuli, a dietro; e voi, Latini, toglietevi da l'armi. Ogni fortuna, qual ch'ella sia di questa pugna, è mia. A me la colpa, a me si dee la pena del vïolato accordo: a me per tutti pugnar debitamente si conviene». A questo dir di mezzo ognun si tolse, ognun si ritirò. Di Turno il nome Enea sentendo, il cominciato assalto dismise e da le mura e da le torri e da tutte l'imprese si ritrasse. Per letizia esultò, terribilmente fremé, si rassettò, si vibrò tutto nell'armi, e 'n sé medesmo si raccolse; quanto il grand'Ato, o 'l grand'Erice a l'aura non sorge a pena, o 'l gran padre Appennino, allor che d'elci la fronzuta chioma per vento gli si crolla, e che di neve gioioso alteramente s'incappella. I Rutuli, i Latini, i Teucri, e tutti o ch'a la guardia o ch'a l'offesa in prima fosser de la muraglia, ognuno a gara l'armi deposte, a rimirar si diêro. Latino esso re stesso spettatore ne fu con meraviglia, ch'anzi a lui altri due re sí grandi, e di due parti del mondo sí diverse e sí remote, fosser de l'armi al paragon venuti. Eglino, poiché largo e sgombro il campo ebber davanti, non si fur da lunge veduti a pena, che correndo entrambi mosser l'un contra l'altro. I dardi in prima s'avventâr di lontano, indi s'urtaro; e 'l tonar degli scudi e 'l suon degli elmi fe' la terra tremare, e l'aura ai colpi fischiò de' brandi. La fortuna insieme si mischiò col valore. In cotal guisa sopra al gran Sila o del Taburno in cima, d'amore accesi, con le fronti avverse van due tori animosi a riscontrarsi; che pavidi in disparte se ne stanno i lor maestri, s'ammutisce e guarda la torma tutta, e le giovenche intanto stan dubbie a cui di lor marito e donno sia de l'armento a divenir concesso: ed essi urtando, con le corna intanto si dan ferite, che le spalle e i fianchi ne grondan sangue, e ne rimugghia il bosco; tal del troiano e dell'ausonio duce era la pugna e tal de le percosse e degli scudi il suono. A questo assalto il gran Giove nel ciel librate e pari tenne le sue bilance, e d'ambi il fato, contrapesando, attese a qual di loro desse la sua fatica e 'l suo valore de la vittoria o de la morte il crollo. Qui Turno a tempo, che sicuro e destro gli parve, alto levossi, e con la spada di tutta forza a l'avversario trasse, e ne l'elmo il ferí. Gridaro i Teucri, trepidaro i Latini, e sgomentârsi tutte d'ambi gli eserciti le schiere. Ma la perfida spada in mezzo al colpo si ruppe, e 'n sul fervore abbandonollo, sí che la fuga in sua vece gli valse: ch'a fuggir diessi, tosto che la destra disarmata si vide, e che da l'else l'arme conobbe che la sua non era. È fama che da l'impeto accecato, allor che prima a la battaglia uscendo giunse Turno i cavalli e 'l carro ascese, per la confusïone e per la fretta lasciato il patrio brando, a quel di piglio diè per disavventura, che davanti gli s'abbatté del suo Metisco in prima. E questo, fin che dissipati e rotti n'andaro i Teucri, assai fedele e saldo lungamente gli resse. Ma venuto con l'armi di Vulcano a paragone (come quel che di mano era costrutto di mortal fabbro) mal temprato e frale, qual di ghiaccio, si franse e ne la sabbia ne rifulsero i pezzi. E cosí Turno fuggendo, or quinci or quindi per lo campo, qual forsennato, indarno s'aggirava, d'ogni parte rinchiuso; che da l'una lo serravano i Frigi e la palude, e 'l fosso e la muraglia era da l'altra, e non men ch'ei fuggisse, il teucro duce (come che da la piaga ancor tardato fosse de la saetta, e le ginocchia si sentisse ancor fiacche) il seguitava. L'ardente voglia, e la speranza eguale a la téma di lui, sí lo spingea, che già già gli era sopra, e già 'l feria. Cosí cervo fugace o da le ripe chiuso d'un alto fiume, o circondato da le vermiglie abbominate penne, se da veltro è cacciato o da molosso che correndo e latrando lo persegua, di qua di lui, di là del precipizio temendo e degli strali e degli agguati, fugge, rifugge, si travolge e torna per mille vie; né dal feroce alano è però meno atteso e men seguíto, che mai non l'abbandona; e già gli è presso a bocca aperta, e già par che l'aggiunga, e 'l prenda e 'l tenga, e come se 'l tenesse, schiattisce, e 'l vento morde, e i denti inciocca. Allor le grida alzârsi, a cui le rupi de' monti e i laghi intorno rispondendo, l'aria e 'l ciel tutto di tumulto empiero. Mentre cosí fuggia Turno, gridando e rampognando i suoi, del proprio nome ciascun chiamava, e 'l suo brando chiedea. Enea da l'altra parte, minacciando a tutti unitamente ed a qualunque di sovvenirlo e d'appressarlo osasse, che faria delle genti occisïone senza pietà, ch'a sacco, a ferro, a foco metteria la cittade e 'l regno tutto, sí com'era ferito, il seguitava. Cinque volte girando il campo tutto, e cinque rigirando, e molte e molte di qua di là correndo, imperversaro; ché non per gioco, non per lieve acquisto d'onor, ma per l'imperio, per lo sangue, per la vita di Turno era il contrasto. Per sorte in questo loco anticamente era a Fauno sacrato un oleastro d'amare foglie, venerabil legno a' naviganti che dal mare usciti a salvamento, al tronco, ai rami suoi lasciavano i lor vóti e le lor vesti a questo dio de' Laürenti appese. Non ebbero i Troiani a questo sacro piú ch'agli altri profani arbori o sterpi alcun riguardo; onde con gli altri tutti lo distirpâr, perché netto e spedito restasse il campo al marzïale incontro. De l'oleastro in loco era caduta l'asta d'Enea: qui l'impeto la trasse; qui si tenea tra le sue barbe infissa. E qui per ricovrarla il teucro duce chinossi, e per far pruova se con essa lanciando lo fermasse almen da lunge, poi ch'appressar correndo nol potea. Allor per téma in sé Turno confuso: «Abbi, Fauno, di me cura e pietate, - disse, pregando, - e tu, benigna terra, sii del suo ferro a mio scampo tenace, se i vostri sacrifici e i vostri onori io mai sempre curai, che pur da' Frigi son cosí vilipesi e profanati». Ciò disse, e non fu 'l detto e 'l vóto in vano: ch'Enea molta fatica e molto indugio mise intorno al suo tèlo, né con forza, né con industria alcuna ebbe possanza mai di sferrarlo. Or mentre vi s'affanna e vi studia e vi suda, ecco Iuturna un'altra volta ne lo stesso auriga mutata gli si mostra, e la sua spada al fratello appresenta. E d'altra parte Venere, disdegnando che la ninfa cotanto osasse, incontinente anch'ella accorse al figlio, e l'asta gli divelse. Cosí d'arme, di speme e d'ardimento ambidue rinforzati, e l'un del brando, l'altro de l'asta altero, un'altra volta a vittoria anelando s'azzuffaro. Stava Giuno a mirar questa battaglia sovr'un nembo dorato, allor che Giove cosí le disse: «E che faremo alfine, donna? E che far ci resta? Io so che sai, e tu l'affermi, che da' fati Enea si deve al cielo, e che tra noi s'aspetta. Ch'agogni piú? Che macchini, e che speri? A che tra queste nubi or ti ravvolgi? Convenevol ti sembra e degna cosa che mortal ferro a vïolar presuma un che fia Divo? E ti par degno e giusto ch'a Turno in man la spada si riponga quando egli stesso la si tolse e ruppe? E l'avria senza te Iuturna osato, non che potuto, a crescer forza ai vinti? Togliti giú da questa impresa omai, togliti; e me, che te ne prego, ascolta: né soffrir che 'l dolor, ch'entro ti rode, cangiando il dolce tuo sereno aspetto, sí ti conturbi, e sí spesso cagione mi sia d'amaritudine e di noia. Quest'è l'ultima fine. Assai per mare, assai per terra hai tu fin qui potuto a vessare i Troiani, a muover guerra cosí nefanda, a scompigliar la casa del re Latino, e 'ntorbidar le nozze, sí come hai fatto. Or piú tentar non lece; ed io tel vieto». E qui Giove si tacque. Abbassò 'l volto, ed umilmente a lui cosí Giuno rispose: «Io, perché noto m'è, signor mio, questo tuo gran volere, ancor contra mia voglia abbandonata ho l'aíta di Turno, e qui da terra mi son levata. Che se ciò non fosse, me cosí solitaria non vedresti, com'or mi vedi, in queste nubi ascosa, e disposta a soffrir tutto ch'io soffro degno e non degno; ma di fiamme cinta mi rimescolerei per la battaglia a danno de' Troiani. Io, solo in questo, tel confesso, a Iuturna ho persüaso ch'al suo misero frate in sí grand'uopo non manchi di soccorso, e ch'ogni cosa tenti per la salute e per lo scampo de la sua vita. E non però le dissi giammai che l'arco e le saette oprasse incontr'Enea. Tel giuro per la fonte di Stige, quel ch'a noi celesti numi solo è nume implacabile e tremendo. Ora per obbedirti e perché stanca di questa guerra e fastidita io sono, cedo e piú non contendo. E sol di questo desio che mi compiaccia (e questo al fato non è soggetto), che per mio contento, per onor de' Latini, per grandezza e maestà de' tuoi, quando la pace, l'accordo e 'l maritaggio fia conchiuso (che sia felicemente), il nome antico di Lazio e de le sue native genti, l'abito e la favella non si mute: né mai Teucri si chiamino e Troiani. Sempre Lazio sia Lazio, e sempre Albani sian d'Alba i regi, e la romana stirpe d'italica virtú possente e chiara. Poiché Troia perí, lascia che pèra anco il suo nome». A ciò Giove sorrise, e cosí le rispose: «Ah! sei pur nata ancor tu di Saturno, e mia sorella, e consenti che l'ira e l'acerbezza cosí ti vinca? Or, come follemente la concepisti, il cor te ne disgombra omai del tutto. E tutto io ti concedo che tu domandi, e vinto mi ti rendo. La favella, il costume e 'l nome loro ritengansi gli Ausoni, e solo i corpi abbian con essi i Teucri uniti e misti. D'ambedue questi popoli i costumi, i riti, i sacrifici in uno accolti, una gente farò ch'ad una voce Latini si diranno. E quei che d'ambi nasceran poi, sovr'a l'umana gente, si vedran di possanza e di pietade girne a' celesti eguali; e non mai tanto sarai tu cólta e riverita altrove». Di ciò Giuno appagossi, e lieta e mite già verso i Teucri, al ciel fece ritorno. Giove poscia Iuturna da l'aíta distor pensò di suo fratello, e 'l fece in questa guisa. Due le pèsti sono, che son Dire chiamate, al mondo uscite con Megera ad un parto, a lei sorelle, figlie a la Notte, e di Cocito alunne, che d'aspi han parimente irte le chiome, e di ventose bucce i dorsi alati. Queste di Giove al tribunale intorno, e de la sua gran reggia anzi la soglia si presentano allor che pena e pèsti e morti a noi mortali, e guerre a' luoghi che ne son meritevoli apparecchia. Una di loro a terra immantinente spinse il padre celeste, onde Iuturna de la fraterna morte augurio avesse. Mosse la Dira, e di tempesta in guisa ch'impetüosamente trascorresse, volò come saetta che da Parto, e da Cidone avvelenata uscisse, e, non vista, ronzando e l'ombre aprendo, ferita immedicabile portasse. Giunta là 've di Turno e de' Troiani vide le schiere, in forma si ristrinse subitamente di minore augello, ed in quel si cangiò che da' sepolcri e dagli antichi e solitari alberghi funesto canta, e sol di notte vola. Tal divenuta, a Turno s'appresenta, gli ulula, gli svolazza, gli s'aggira molte volte d'intorno; e fin con l'ali lo scudo gli percuote, e gli fa vento. Stupí, si raggricciò, muto divenne Turno per la paura. E la sorella, tosto che lo stridor sentinne e l'ali, le chiome si stracciò, graffiossi il volto, e con le pugna il petto si percosse: «Or che - dicendo - omai, Turno, piú puote per te la tua germana? E che piú resta a far per lo tuo scampo, o per l'indugio de la tua morte? E come a cotal mostro oppor mi posso io piú? Già già mi tolgo di qui lontano. A che piú spaventarmi? Assai di téma, sventurato augello, nel tuo venir mi désti. E ben conosco a i segni del tuo canto e del tuo volo quel che m'apporti. E non punto m'inganna il severo precetto del Tonante. E perché vita mi concesse eterna? Perché 'l morir mi tolse? Acciò morendo non finisse il mio duolo? Acciò compagna gir non potessi al misero fratello? Immortal io? Che valmi? E che mi puote ne l'immortalità parer soave senza il mio Turno? Or qual mi s'apre terra che seco mi riceva e mi rinchiugga tra l'ombre inferne; e non piú ninfa e dea ma sia mortale e morta?» E cosí detto, grama e dolente, di ceruleo ammanto il capo si coverse. Indi correndo nel suo fiume gittossi, ove s'immerse infino al fondo, e ne mandò gemendo in vece di sospir gorgogli a l'aura. Intanto il suo gran tèlo Enea vibrando col nimico s'azzuffa, e fieramente lo rampogna, e gli dice: «Or qual piú, Turno, farai tu mora, o sotterfugio, o schermo? Con l'armi, con le man, Turno, e da presso, non co' piè si combatte e di lontano. Ma fuggi pur, dileguati, trasmutati, unisci le tue forze e 'l tuo valore, vola per l'aria, appiattati sotterra, quanto puoi t'argomenta e quanto sai, che pur giunto vi sei». Turno, squassando il capo: «Ah! - gli rispose - che per fiero che mi ti mostri, io de la tua fierezza, orgoglioso campion, punto non temo, né di te: degli dèi temo, e di Giove, che nimici mi sono e meco irati». Nulla piú disse; ma rivolto, appresso si vide un sasso, un sasso antico e grande ch'ivi a sorte per limite era posto a spartir campi e tôr lite a' vicini. Era sí smisurato e di tal peso, che dodici di quei ch'oggi produce il secol nostro, e de' piú forti ancora, non l'avrebbon di terra alzato a pena. Turno diegli di piglio, e con esso alto correndo se ne gia verso il nimico, senza veder né come indi il togliesse, né come lo levasse, né se gisse, né se corresse. Disnervate e fiacche gli vacillâr le gambe, e freddo e stretto gli si fe' 'l sangue. Il sasso andò per l'aura sí che 'l colpo non giunse, e non percosse. Come di notte, allor che 'l sonno chiude i languid'occhi a l'affannata gente, ne sembra alcuna volta essere al corso ardenti in prima, e poi freddi in su 'l mezzo, manchiam di lena sí ch'i piè, la lingua, la voce, ogni potenza ne si toglie quasi in un tempo: cosí Turno invano tutte del suo valor le forze oprava da la Dira impedito. Allora in dubbio fu di se stesso, e molti per la mente gli andaro e vari e torbidi pensieri. Torse gli occhi a' suoi Rutuli, e le mura mirò de la città: poscia sospeso fermossi, e pauroso; sopra il tèlo vistosi del gran Teucro, orror ne prese, non piú sapendo o dove per suo scampo si ricovrasse, o quel che per suo schermo, o per l'offesa del nimico oprasse. Mentre cosí confuso e forsennato si sta, la fatal asta Enea vibrando, apposta ove colpisca, e con la forza del corpo tutto gli l'avventa e fère. Macchina con tant'impeto non pinse mai sasso, e mai non fu squarciata nube che sí tonasse. Andò di turbo in guisa stridendo, e con la morte in su la punta furïosa passò di sette doppi lo rinforzato scudo; e la corazza aprendo, ne la coscia gli s'infisse. Diè del ginocchio a questo colpo in terra Turno ferito. I Rutuli gridaro: e tal surse fra lor tumulto e pianto, che 'l monte tutto e le foreste intorno ne rintonaro. Allor gli occhi e la destra alzando in atto umilmente rimesso, e supplicante: «Io - disse - ho meritato questa fortuna; e tu segui la tua; ché né vita, né vènia ti dimando. Ma se pietà de' padri il cor ti tange (ché ancor tu padre avesti, e padre sei), del mio vecchio parente or ti sovvenga. E se morto mi vuoi, morto ch'io sia, rendi il mio corpo a' miei. Tu vincitore, ed io son vinto. E già gli Ausoni tutti mi ti veggiono a' piè, che supplicando mercé ti chieggio. E già Lavinia è tua; a che piú contra un morto odio e tenzone?» Enea ferocemente altero e torvo stette ne l'arme, e vòlti gli occhi a torno, frenò la destra; e con l'indugio ognora piú mite, al suo pregar si raddolciva; quando di cima all'omero il fermaglio del cinto infortunato di Pallante negli occhi gli rifulse. E ben conobbe a le note sue bolle esser quel desso, di che Turno quel dí l'avea spogliato, che gli diè morte; e che per vanto poscia come nimica e glorïosa spoglia lo portò sempre al petto attraversato. Tosto che 'l vide, amara rimembranza gli fu di quel ch'ei n'ebbe affanno e doglia; e d'ira e di furore il petto acceso, e terribile il volto: «Ah! - disse - adunque tu de le spoglie d'un mio tanto amico adorno, oggi di man presumi uscirmi, sí che non muoia? Muori; e questo colpo ti dà Pallante, e da Pallante il prendi. A lui, per mia vendetta e per sua vittima, te, la tua pena, e 'l tuo sangue consacro». E, ciò dicendo, il petto gli trafisse. Allor da mortal gelo il corpo appreso abbandonossi; e l'anima di vita sdegnosamente sospirando uscio.
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