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Eneide - Libro XII - v.985 - v.1540 PDF Stampa E-mail
Udito il caso, la diletta figlia
i biondi crini e le rosate guance
prima si lacerò, poscia la turba
   
v'accorse de le donne, e di tumulto,
di pianti, di stridori e d'ululati
la reggia tutta e la cittade empiessi.
Ognun si sgomentò. Latino, afflitto
de la morte d'Amata e del periglio
    
del regno tutto, lanïossi il manto,
bruttossi il bianco e venerabil crine
d'immonda polve; amaramente pianse
che per suocero dianzi e per amico
non si confederò col frigio duce.
    
Turno, che in questo mezzo combattendo
rimaso era del campo in su l'estremo
incontro a pochi, e quelli anco dispersi,
già scemo di vigore, e trasportato
da' suoi cavalli, che ritrosi e stanchi
 
ognor piú se n'andavano lontani,
in sé confuso e dubbio se ne stava.
Quando ecco di Laurento ode le grida
con un terror che, non compreso ancora,
gli avea da quella parte il vento addotto.
  
Porse l'orecchie, e 'l mormorio sentendo
de la città, che tuttavia piú chiaro
di tumulto sembrava e di travaglio:
«Oh, - disse, - che sent'io? che novitate
e che rumore e che trambusto è questo
  
che di dentro mi fère?». E, quasi uscito
di sé, mirando ed ascoltando stette.
Cui la sorella (come già conversa
era in Metisco, e come i suoi cavalli
stava reggendo) si rivolse, e disse:
   
«Di qua, Turno, di qua. Quinci la strada
ne s'apre a la vittoria. Altri a difesa
saran de la città. Se d'altra parte
Enea de' tuoi fa strage, e tu da questa
distruggi i suoi, che mon men gloria aremo,
    
e piú sangue faremo». E Turno a lei:
«O mia sorella! (che mia suora certo
sei tu) ben ti conobbi infin da l'ora
che turbasti l'accordo, e che poi meco
ne la battaglia entrasti. Or, benché dea,
  
indarno mi t'ascondi. E chi dal cielo
cosí qua giú ti manda a soffrir meco
tante fatiche? A veder forse a morte
gir tuo fratello? E che, misero! deggio
far altro mai? qual mi si mostra altronde
    
o salute o speranza? Io stesso ho visto
con gli occhi miei, lo mio nome chiamando,
cadere il gran Murrano. E chi mi resta
di lui piú fido e piú caro compagno?
E 'l magnanimo Ufente anco è perito,
  
credo, per non veder le mie vergogne:
e 'l corpo e le armi sue, lasso! in potere
son de' nemici. E soffrirò (ché questo
sol ci mancava) di vedermi avanti
aprir le mura, e ruinare i tetti
   
de la nostra città? Né fia che Drance
menta de la mia fuga? E fia che Turno
volga le spalle, e quella terra il vegga?
Sí gran male è morire? inferni dii,
accoglietemi voi, poiché i superni
   
mi sono infesti. A voi di questa colpa
scenderò spirto intemerato e santo,
e non sarò de' miei grand'avi indegno».

Ciò disse a pena; ed ecco a tutta briglia
venir per mezzo a le nemiche schiere
  
un cavalier che Sage era nomato.
Di spuma e di sudore il suo cavallo,
e di sangue era sparso. In volto infissa
portava una saetta, e con gran furia
Turno chiamando e ricercando andava.
      
Poscia che 'l vide: «In te, - disse, - è riposta
ogni speranza: abbi pietà de' tuoi.
Enea va come un folgore atterrando
tutto ciò che davanti gli si para;
e le mura e le torri e 'l regno tutto
   
di ruinar minaccia; e già le faci
volano ai tetti. A te gli occhi rivolti
son de' Latini. E già Latino stesso
vacilla, e fra due stassi a qual di voi
s'attenga, e di cui suocero s'appelli.
   
La regina che solo era sostegno
de la tua parte, di sua propria mano,
per timore e per odio de la vita,
s'è strangolata. Solamente Atina
e Messapo a difesa de le porte
     
fan testa; ma gli vanno i Teucri a schiere
con tant'aste a rincontro e tante spade
serrati insieme, quante a pena in campo
non son le biade. E tu per questa vòta
e deserta campagna il carro indarno
   
spingendo e volteggiando te ne stai?»

Turno da tante orribili novelle
sopraggiunto in un tempo e spaventato,
si smagò, s'ammutí, col viso a terra
chinossi. Amor, vergogna, insania e lutto
  
e dolore e furore e coscïenza
del suo stesso valore accolti in uno,
gli arsero il core e gli avvamparo il volto.

Ma poscia che gli fu la nebbia e l'ombra
de la mente sparita, e che la luce
    
gli si scoprí de la ragione in parte:
cosí com'era ancor turbato e fero,
di sopra al carro a la città rivolse
l'ardente vista. Ed ecco in su le mura
vede che una gran fiamma al cielo ondeggia,
   
gli assiti, i ponti e le bertesche ardendo
d'una torre ch'a guardia era da lui
de la muraglia in su le ruote eretta.
E disse: «Già, sorella, già son vinto
dal mio destino. A che piú m'attraversi?
     
Via, dove la fortuna e dio ne chiama!
Fermo son di venir col Teucro a l'armi,
e soffrir de la pugna e de la morte
ogni acerbezza, anzi che tu mi vegga
de la gloria de' miei, sorella, indegno.
   
Or al fato mi lascia e sostien ch'io
disfoghi infurïando il mio furore».

Cosí dicendo, fuor del carro a terra
gittossi incontinente, e la sirocchia
lasciando afflitta, via per mezzo a l'armi
   
e per mezzo a' nemici a correr diessi.

Qual di cima d'un monte in precipizio
rotolando si volge un sasso alpestro,
che dal vento o dagli anni o da la pioggia
divelto, per le piagge a scosse, a balzi
    
vada senza ritegno, e de le selve
e degli armenti e de' pastori insieme
meni guasto, ruina e strage avanti;
tal per l'opposte e sbaragliate schiere
se ne gia Turno. E giunto ove in cospetto
    
de la città di molto sangue il campo
era già sparso, e pien di dardi il cielo,
alzò la mano, e con gran voce disse:

«State, Rutuli, a dietro; e voi, Latini,
toglietevi da l'armi. Ogni fortuna,
    
qual ch'ella sia di questa pugna, è mia.
A me la colpa, a me si dee la pena
del vïolato accordo: a me per tutti
pugnar debitamente si conviene».

A questo dir di mezzo ognun si tolse,
   
ognun si ritirò. Di Turno il nome
Enea sentendo, il cominciato assalto
dismise e da le mura e da le torri
e da tutte l'imprese si ritrasse.
Per letizia esultò, terribilmente
   
fremé, si rassettò, si vibrò tutto
nell'armi, e 'n sé medesmo si raccolse;
quanto il grand'Ato, o 'l grand'Erice a l'aura
non sorge a pena, o 'l gran padre Appennino,
allor che d'elci la fronzuta chioma
   
per vento gli si crolla, e che di neve
gioioso alteramente s'incappella.
I Rutuli, i Latini, i Teucri, e tutti
o ch'a la guardia o ch'a l'offesa in prima
fosser de la muraglia, ognuno a gara
   
l'armi deposte, a rimirar si diêro.
Latino esso re stesso spettatore
ne fu con meraviglia, ch'anzi a lui
altri due re sí grandi, e di due parti
del mondo sí diverse e sí remote,
   
fosser de l'armi al paragon venuti.

Eglino, poiché largo e sgombro il campo
ebber davanti, non si fur da lunge
veduti a pena, che correndo entrambi
mosser l'un contra l'altro. I dardi in prima
     
s'avventâr di lontano, indi s'urtaro;
e 'l tonar degli scudi e 'l suon degli elmi
fe' la terra tremare, e l'aura ai colpi
fischiò de' brandi. La fortuna insieme
si mischiò col valore. In cotal guisa
  
sopra al gran Sila o del Taburno in cima,
d'amore accesi, con le fronti avverse
van due tori animosi a riscontrarsi;
che pavidi in disparte se ne stanno
i lor maestri, s'ammutisce e guarda
   
la torma tutta, e le giovenche intanto
stan dubbie a cui di lor marito e donno
sia de l'armento a divenir concesso:
ed essi urtando, con le corna intanto
si dan ferite, che le spalle e i fianchi
   
ne grondan sangue, e ne rimugghia il bosco;
tal del troiano e dell'ausonio duce
era la pugna e tal de le percosse
e degli scudi il suono. A questo assalto
il gran Giove nel ciel librate e pari
 
tenne le sue bilance, e d'ambi il fato,
contrapesando, attese a qual di loro
desse la sua fatica e 'l suo valore
de la vittoria o de la morte il crollo.

Qui Turno a tempo, che sicuro e destro
    
gli parve, alto levossi, e con la spada
di tutta forza a l'avversario trasse,
e ne l'elmo il ferí. Gridaro i Teucri,
trepidaro i Latini, e sgomentârsi
tutte d'ambi gli eserciti le schiere.
    
Ma la perfida spada in mezzo al colpo
si ruppe, e 'n sul fervore abbandonollo,
sí che la fuga in sua vece gli valse:
ch'a fuggir diessi, tosto che la destra
disarmata si vide, e che da l'else
    
l'arme conobbe che la sua non era.

È fama che da l'impeto accecato,
allor che prima a la battaglia uscendo
giunse Turno i cavalli e 'l carro ascese,
per la confusïone e per la fretta
   
lasciato il patrio brando, a quel di piglio
diè per disavventura, che davanti
gli s'abbatté del suo Metisco in prima.
E questo, fin che dissipati e rotti
n'andaro i Teucri, assai fedele e saldo
    
lungamente gli resse. Ma venuto
con l'armi di Vulcano a paragone
(come quel che di mano era costrutto
di mortal fabbro) mal temprato e frale,
qual di ghiaccio, si franse e ne la sabbia
   
ne rifulsero i pezzi. E cosí Turno
fuggendo, or quinci or quindi per lo campo,
qual forsennato, indarno s'aggirava,
d'ogni parte rinchiuso; che da l'una
lo serravano i Frigi e la palude,
 
e 'l fosso e la muraglia era da l'altra,
e non men ch'ei fuggisse, il teucro duce
(come che da la piaga ancor tardato
fosse de la saetta, e le ginocchia
si sentisse ancor fiacche) il seguitava.
  
L'ardente voglia, e la speranza eguale
a la téma di lui, sí lo spingea,
che già già gli era sopra, e già 'l feria.
Cosí cervo fugace o da le ripe
chiuso d'un alto fiume, o circondato
    
da le vermiglie abbominate penne,
se da veltro è cacciato o da molosso
che correndo e latrando lo persegua,
di qua di lui, di là del precipizio
temendo e degli strali e degli agguati,
    
fugge, rifugge, si travolge e torna
per mille vie; né dal feroce alano
è però meno atteso e men seguíto,
che mai non l'abbandona; e già gli è presso
a bocca aperta, e già par che l'aggiunga,
    
e 'l prenda e 'l tenga, e come se 'l tenesse,
schiattisce, e 'l vento morde, e i denti inciocca.

Allor le grida alzârsi, a cui le rupi
de' monti e i laghi intorno rispondendo,
l'aria e 'l ciel tutto di tumulto empiero.
   
Mentre cosí fuggia Turno, gridando
e rampognando i suoi, del proprio nome
ciascun chiamava, e 'l suo brando chiedea.

Enea da l'altra parte, minacciando
a tutti unitamente ed a qualunque
   
di sovvenirlo e d'appressarlo osasse,
che faria delle genti occisïone
senza pietà, ch'a sacco, a ferro, a foco
metteria la cittade e 'l regno tutto,
sí com'era ferito, il seguitava.
   
Cinque volte girando il campo tutto,
e cinque rigirando, e molte e molte
di qua di là correndo, imperversaro;
ché non per gioco, non per lieve acquisto
d'onor, ma per l'imperio, per lo sangue,
   
per la vita di Turno era il contrasto.
Per sorte in questo loco anticamente
era a Fauno sacrato un oleastro
d'amare foglie, venerabil legno
a' naviganti che dal mare usciti
    
a salvamento, al tronco, ai rami suoi
lasciavano i lor vóti e le lor vesti
a questo dio de' Laürenti appese.
Non ebbero i Troiani a questo sacro
piú ch'agli altri profani arbori o sterpi
    
alcun riguardo; onde con gli altri tutti
lo distirpâr, perché netto e spedito
restasse il campo al marzïale incontro.

De l'oleastro in loco era caduta
l'asta d'Enea: qui l'impeto la trasse;
    
qui si tenea tra le sue barbe infissa.
E qui per ricovrarla il teucro duce
chinossi, e per far pruova se con essa
lanciando lo fermasse almen da lunge,
poi ch'appressar correndo nol potea.
     
Allor per téma in sé Turno confuso:
«Abbi, Fauno, di me cura e pietate, -
disse, pregando, - e tu, benigna terra,
sii del suo ferro a mio scampo tenace,
se i vostri sacrifici e i vostri onori
   
io mai sempre curai, che pur da' Frigi
son cosí vilipesi e profanati».

Ciò disse, e non fu 'l detto e 'l vóto in vano:
ch'Enea molta fatica e molto indugio
mise intorno al suo tèlo, né con forza,
    
né con industria alcuna ebbe possanza
mai di sferrarlo. Or mentre vi s'affanna
e vi studia e vi suda, ecco Iuturna
un'altra volta ne lo stesso auriga
mutata gli si mostra, e la sua spada
   
al fratello appresenta. E d'altra parte
Venere, disdegnando che la ninfa
cotanto osasse, incontinente anch'ella
accorse al figlio, e l'asta gli divelse.
Cosí d'arme, di speme e d'ardimento
   
ambidue rinforzati, e l'un del brando,
l'altro de l'asta altero, un'altra volta
a vittoria anelando s'azzuffaro.
Stava Giuno a mirar questa battaglia
sovr'un nembo dorato, allor che Giove
 
cosí le disse: «E che faremo alfine,
donna? E che far ci resta? Io so che sai,
e tu l'affermi, che da' fati Enea
si deve al cielo, e che tra noi s'aspetta.
Ch'agogni piú? Che macchini, e che speri?
 
A che tra queste nubi or ti ravvolgi?
Convenevol ti sembra e degna cosa
che mortal ferro a vïolar presuma
un che fia Divo? E ti par degno e giusto
ch'a Turno in man la spada si riponga
 
quando egli stesso la si tolse e ruppe?
E l'avria senza te Iuturna osato,
non che potuto, a crescer forza ai vinti?
Togliti giú da questa impresa omai,
togliti; e me, che te ne prego, ascolta:
  
né soffrir che 'l dolor, ch'entro ti rode,
cangiando il dolce tuo sereno aspetto,
sí ti conturbi, e sí spesso cagione
mi sia d'amaritudine e di noia.
Quest'è l'ultima fine. Assai per mare,
    
assai per terra hai tu fin qui potuto
a vessare i Troiani, a muover guerra
cosí nefanda, a scompigliar la casa
del re Latino, e 'ntorbidar le nozze,
sí come hai fatto. Or piú tentar non lece;
   
ed io tel vieto». E qui Giove si tacque.

Abbassò 'l volto, ed umilmente a lui
cosí Giuno rispose: «Io, perché noto
m'è, signor mio, questo tuo gran volere,
ancor contra mia voglia abbandonata
   
ho l'aíta di Turno, e qui da terra
mi son levata. Che se ciò non fosse,
me cosí solitaria non vedresti,
com'or mi vedi, in queste nubi ascosa,
e disposta a soffrir tutto ch'io soffro
   
degno e non degno; ma di fiamme cinta
mi rimescolerei per la battaglia
a danno de' Troiani. Io, solo in questo,
tel confesso, a Iuturna ho persüaso
ch'al suo misero frate in sí grand'uopo
   
non manchi di soccorso, e ch'ogni cosa
tenti per la salute e per lo scampo
de la sua vita. E non però le dissi
giammai che l'arco e le saette oprasse
incontr'Enea. Tel giuro per la fonte
     
di Stige, quel ch'a noi celesti numi
solo è nume implacabile e tremendo.
Ora per obbedirti e perché stanca
di questa guerra e fastidita io sono,
cedo e piú non contendo. E sol di questo
  
desio che mi compiaccia (e questo al fato
non è soggetto), che per mio contento,
per onor de' Latini, per grandezza
e maestà de' tuoi, quando la pace,
l'accordo e 'l maritaggio fia conchiuso
    
(che sia felicemente), il nome antico
di Lazio e de le sue native genti,
l'abito e la favella non si mute:
né mai Teucri si chiamino e Troiani.
Sempre Lazio sia Lazio, e sempre Albani
  
sian d'Alba i regi, e la romana stirpe
d'italica virtú possente e chiara.
Poiché Troia perí, lascia che pèra
anco il suo nome». A ciò Giove sorrise,
e cosí le rispose: «Ah! sei pur nata
  
ancor tu di Saturno, e mia sorella,
e consenti che l'ira e l'acerbezza
cosí ti vinca? Or, come follemente
la concepisti, il cor te ne disgombra
omai del tutto. E tutto io ti concedo
   
che tu domandi, e vinto mi ti rendo.
La favella, il costume e 'l nome loro
ritengansi gli Ausoni, e solo i corpi
abbian con essi i Teucri uniti e misti.
D'ambedue questi popoli i costumi,
   
i riti, i sacrifici in uno accolti,
una gente farò ch'ad una voce
Latini si diranno. E quei che d'ambi
nasceran poi, sovr'a l'umana gente,
si vedran di possanza e di pietade
 
girne a' celesti eguali; e non mai tanto
sarai tu cólta e riverita altrove».

Di ciò Giuno appagossi, e lieta e mite
già verso i Teucri, al ciel fece ritorno.
Giove poscia Iuturna da l'aíta
    
distor pensò di suo fratello, e 'l fece
in questa guisa. Due le pèsti sono,
che son Dire chiamate, al mondo uscite
con Megera ad un parto, a lei sorelle,
figlie a la Notte, e di Cocito alunne,
    
che d'aspi han parimente irte le chiome,
e di ventose bucce i dorsi alati.
Queste di Giove al tribunale intorno,
e de la sua gran reggia anzi la soglia
si presentano allor che pena e pèsti
    
e morti a noi mortali, e guerre a' luoghi
che ne son meritevoli apparecchia.
Una di loro a terra immantinente
spinse il padre celeste, onde Iuturna
de la fraterna morte augurio avesse.
   
Mosse la Dira, e di tempesta in guisa
ch'impetüosamente trascorresse,
volò come saetta che da Parto,
e da Cidone avvelenata uscisse,
e, non vista, ronzando e l'ombre aprendo,
   
ferita immedicabile portasse.
Giunta là 've di Turno e de' Troiani
vide le schiere, in forma si ristrinse
subitamente di minore augello,
ed in quel si cangiò che da' sepolcri
   
e dagli antichi e solitari alberghi
funesto canta, e sol di notte vola.

Tal divenuta, a Turno s'appresenta,
gli ulula, gli svolazza, gli s'aggira
molte volte d'intorno; e fin con l'ali
   
lo scudo gli percuote, e gli fa vento.

Stupí, si raggricciò, muto divenne
Turno per la paura. E la sorella,
tosto che lo stridor sentinne e l'ali,
le chiome si stracciò, graffiossi il volto,
  
e con le pugna il petto si percosse:
«Or che - dicendo - omai, Turno, piú puote
per te la tua germana? E che piú resta
a far per lo tuo scampo, o per l'indugio
de la tua morte? E come a cotal mostro
   
oppor mi posso io piú? Già già mi tolgo
di qui lontano. A che piú spaventarmi?
Assai di téma, sventurato augello,
nel tuo venir mi désti. E ben conosco
a i segni del tuo canto e del tuo volo
   
quel che m'apporti. E non punto m'inganna
il severo precetto del Tonante.
E perché vita mi concesse eterna?
Perché 'l morir mi tolse? Acciò morendo
non finisse il mio duolo? Acciò compagna
   
gir non potessi al misero fratello?
Immortal io? Che valmi? E che mi puote
ne l'immortalità parer soave
senza il mio Turno? Or qual mi s'apre terra
che seco mi riceva e mi rinchiugga
  
tra l'ombre inferne; e non piú ninfa e dea
ma sia mortale e morta?» E cosí detto,
grama e dolente, di ceruleo ammanto
il capo si coverse. Indi correndo
nel suo fiume gittossi, ove s'immerse
   
infino al fondo, e ne mandò gemendo
in vece di sospir gorgogli a l'aura.

Intanto il suo gran tèlo Enea vibrando
col nimico s'azzuffa, e fieramente
lo rampogna, e gli dice: «Or qual piú, Turno,
      
farai tu mora, o sotterfugio, o schermo?
Con l'armi, con le man, Turno, e da presso,
non co' piè si combatte e di lontano.
Ma fuggi pur, dileguati, trasmutati,
unisci le tue forze e 'l tuo valore,
   
vola per l'aria, appiattati sotterra,
quanto puoi t'argomenta e quanto sai,
che pur giunto vi sei». Turno, squassando
il capo: «Ah! - gli rispose - che per fiero
che mi ti mostri, io de la tua fierezza,
   
orgoglioso campion, punto non temo,
né di te: degli dèi temo, e di Giove,
che nimici mi sono e meco irati».

Nulla piú disse; ma rivolto, appresso
si vide un sasso, un sasso antico e grande
    
ch'ivi a sorte per limite era posto
a spartir campi e tôr lite a' vicini.
Era sí smisurato e di tal peso,
che dodici di quei ch'oggi produce
il secol nostro, e de' piú forti ancora,
   
non l'avrebbon di terra alzato a pena.
Turno diegli di piglio, e con esso alto
correndo se ne gia verso il nimico,
senza veder né come indi il togliesse,
né come lo levasse, né se gisse,
   
né se corresse. Disnervate e fiacche
gli vacillâr le gambe, e freddo e stretto
gli si fe' 'l sangue. Il sasso andò per l'aura
sí che 'l colpo non giunse, e non percosse.

Come di notte, allor che 'l sonno chiude
   
i languid'occhi a l'affannata gente,
ne sembra alcuna volta essere al corso
ardenti in prima, e poi freddi in su 'l mezzo,
manchiam di lena sí ch'i piè, la lingua,
la voce, ogni potenza ne si toglie
  
quasi in un tempo: cosí Turno invano
tutte del suo valor le forze oprava
da la Dira impedito. Allora in dubbio
fu di se stesso, e molti per la mente
gli andaro e vari e torbidi pensieri.
    
Torse gli occhi a' suoi Rutuli, e le mura
mirò de la città: poscia sospeso
fermossi, e pauroso; sopra il tèlo
vistosi del gran Teucro, orror ne prese,
non piú sapendo o dove per suo scampo
   
si ricovrasse, o quel che per suo schermo,
o per l'offesa del nimico oprasse.

Mentre cosí confuso e forsennato
si sta, la fatal asta Enea vibrando,
apposta ove colpisca, e con la forza
     
del corpo tutto gli l'avventa e fère.
Macchina con tant'impeto non pinse
mai sasso, e mai non fu squarciata nube
che sí tonasse. Andò di turbo in guisa
stridendo, e con la morte in su la punta
      
furïosa passò di sette doppi
lo rinforzato scudo; e la corazza
aprendo, ne la coscia gli s'infisse.
Diè del ginocchio a questo colpo in terra
Turno ferito. I Rutuli gridaro:
   
e tal surse fra lor tumulto e pianto,
che 'l monte tutto e le foreste intorno
ne rintonaro. Allor gli occhi e la destra
alzando in atto umilmente rimesso,
e supplicante: «Io - disse - ho meritato
     
questa fortuna; e tu segui la tua;
ché né vita, né vènia ti dimando.
Ma se pietà de' padri il cor ti tange
(ché ancor tu padre avesti, e padre sei),
del mio vecchio parente or ti sovvenga.
   
E se morto mi vuoi, morto ch'io sia,
rendi il mio corpo a' miei. Tu vincitore,
ed io son vinto. E già gli Ausoni tutti
mi ti veggiono a' piè, che supplicando
mercé ti chieggio. E già Lavinia è tua;
     
a che piú contra un morto odio e tenzone?»

Enea ferocemente altero e torvo
stette ne l'arme, e vòlti gli occhi a torno,
frenò la destra; e con l'indugio ognora
piú mite, al suo pregar si raddolciva;
     
quando di cima all'omero il fermaglio
del cinto infortunato di Pallante
negli occhi gli rifulse. E ben conobbe
a le note sue bolle esser quel desso,
di che Turno quel dí l'avea spogliato,
   
che gli diè morte; e che per vanto poscia
come nimica e glorïosa spoglia
lo portò sempre al petto attraversato.
Tosto che 'l vide, amara rimembranza
gli fu di quel ch'ei n'ebbe affanno e doglia;
   
e d'ira e di furore il petto acceso,
e terribile il volto: «Ah! - disse - adunque
tu de le spoglie d'un mio tanto amico
adorno, oggi di man presumi uscirmi,
sí che non muoia? Muori; e questo colpo
  
ti dà Pallante, e da Pallante il prendi.
A lui, per mia vendetta e per sua vittima,
te, la tua pena, e 'l tuo sangue consacro».
E, ciò dicendo, il petto gli trafisse.
Allor da mortal gelo il corpo appreso
   
abbandonossi; e l'anima di vita
sdegnosamente sospirando uscio.